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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


lunedì, novembre 29, 2004

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Giornalisti in erba.
I giornalisti anglosassoni i loro articoli di cronaca e le inchieste li chiamano stories, per sottolineare la dimensione narrativa che spesso assume la scrittura giornalistica. Sarà per questo che il bando del
Premio Grinzane Cavour Scrivere la notizia, comunicare la notizia parla di "concorso letterario" e di "racconti"?
E' la seconda volta in 24 ore che segnalo su questo blog un concorso di scrittura e creatività dedicato ai giovani.
Lo faccio volentieri, sia perché ultimamente tra i lettori ci sono molti insegnanti, sia perché l'accesso alla professione giornalistica in Italia è talmente blindato che mi sembra importante segnalare ogni iniziativa seria che aiuti chi non è figlio di giornalista o di papà ad avere la sua chance.
A partire da un servizio di agenzia battuto dall’ANSA, i partecipanti al concorso (giovani tra i 16 e 24 anni) dovranno elaborare una stessa informazione in due modi distinti: l’articolo (50 righe di 60 battute) avrà titolo, taglio, forma, struttura e stile differenti.
Tra gli articoli pervenuti entro il 28 febbraio, la giuria sceglierà i 3 migliori, che riceveranno in premio, rispettivamente, 2.500, 1.500 e 1.000 euro e un breve “Corso formativo di tecniche giornalistiche” in una delle redazioni dell’ANSA.
Tutti i particolari sul bando del concorso.







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domenica, novembre 28, 2004

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Occasione creativa (da non perdere).
Studenti superiori e universitari, insegnanti e intere classi: se cercate un'occasione creativa su un tema attuale e utile per tutti, il concorso lanciato dall'Inail e dal Ministero dell'Istruzione fa per voi: il tema è la sicurezza (in tutti i luoghi in cui viviamo e lavoriamo), il prodotto creativo da presentare può essere una tesi, uno studio, un'inchiesta, un progetto, un film, uno spot, un manifesto, un cdrom, un gadget... insomma qualsiasi forma espressiva, come mi ha scritto il responsabile della Comunicazione dell'Inail che me lo ha segnalato oggi.
Visti i tempi grami che viviamo, i premi sono tanti e interessanti: 75 borse di studio per gli universitari (da 3.000 a 3.600 euro) e 300 per gli studenti delle scuole superiori (1.550 euro l'una).
La scadenza per le domande di partecipazione è il 20 dicembre. Per realizzare il prodotto c'è invece tempo fino a tutto giugno 2005.




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Parole che corrono, parole che scorrono.
Roy Peter Clark - senior editor al Poynter Institute - è arrivato oltre la metà dei suoi 50 attrezzi per lo scrittore, pezzi bellissimi e ricchi di spunti. Quello di questa settimana, dedicato alla scorrevolezza e alla facilità nello scrivere, segna una cerniera tra gli attrezzi veri e propri e le abitudini e gli atteggiamenti dello scrittore.
Scrivere con facilità significa lasciarsi dietro le spalle quel famoso blocco da pagina bianca di cui tutti abbiamo sofferto e ogni tanto soffriamo tuttora.
Una sindrome che mi ha accompagnata per lungo tempo e che ora mi visita di rado perché tanti anni passati a lavorare con le parole alla fine a qualcosa servono. Magari non a scrivere meglio, ma sicuramente ad avere meno paura. Nella mia cassetta degli attrezzi, o meglio del pronto soccorso, ho ormai diversi rimedi pronti per l'uso.
Scrivere con facilità significa anche trovare il ritmo, come quando si sente la musica e ci si muove, si balla con lei. Solo che ci si muove con le parole. Ma la musica c'entra sempre.
Scrivere con facilità significa anche scrivere con leggerezza e con gioia, come sto facendo adesso dopo un bel po' di post :-)
Significa soprattutto avere abbastanza pazienza e fiducia in se stessi da sopportare la solitudine, e starsene magari per ore a pensare e a tentare davanti a uno schermo bianco senza scoraggiarsi.
Il tempo e l'esperienza aiutano, ma aiuta anche l'esperienza altrui.
Ecco i consigli di Roy Peter Clark, un po' integrati e rivisitati:
Affidati alle mani.
Per un po', dimentica il cervello e fai correre le mani sulla tastiera. Comincia a scrivere, qualsiasi cosa. Anche le mani sono collegate al cervello: saranno loro a dargli una spinta e a suggerirgli le parole con cui cominciare.
Scrivi ogni giorno.
L'antica raccomandazione di Plinio "Nulla dies sine linea" è più attuale che mai. Meglio scrivere che aspettare.
Concediti dei piccoli premi.
Scrivere stanca. Finita una pagina o un passaggio difficile, concediti una passeggiata, una tisana, un cioccolatino, una bella canzone.
Comincia a scrivere presto.
Non aspettare di avere tutto chiaro in testa, tutta la documentazione pronta... comincia subito. Meglio avere più tempo per la revisione.

Conta ogni cosa.
La qualità è importante, ma anche la quantità. A scrivere in maniera veloce e scorrevole si imparara scrivendo tanto.
Riscrivi.
La qualità viene dalla revisione: scrivi velocemente per poi rallentare il ritmo e tornare su ogni frase, ogni parola, per migliorare e asciugare il testo.
Fai attenzione al linguaggio.
Non dire "ritardo", "difficoltà", "blocco della pagina bianca". Meglio "cominciare", "idee", "titolo", "ritmo".
Apparecchia la tavola.
Sgombra il tavolo (e la mente) prima di cominciare. Rispondi ai messaggi che aspettano, butta i ritagli che hai già letto. E, una volta finito il testo, prepara il tavolo per il giorno dopo.
Trovati un editor per amico.
E' importante che qualcuno rilegga i nostri testi e ci suggerisca come migliorarli. Ma qualcuno che ci voglia bene e che sappia capire cosa dirci senza scoraggiarci.
Tieni il taccuino a portata di mano..
Carta e penna sempre con sé: per appuntare un'espressione che abbiamo sentito, una parola nuova, un'idea da sviluppare, un'immagine che ci ha colpito, un sogno che abbiamo improvvisamente ricordato.

PS L'ultima frase dell'articolo di RPC mi è particolarmente piaciuta: "As you gain fluency, the act of writing will make you a better student, a better journalist, a better friend, a better citizen, a better parent, a better teacher, a better person."
Scrivere meglio per essere ogni giorno una persona migliore.






























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ferri del mestiere

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Un regalo insperato.
L'agenzia di comunicazione romana EIDOS offre, come strumento promozionale dei suoi servizi, un corso di comunicazione efficace in cinque lezioni. Mi sono iscritta mooolto diffidente, giusto per vedere.
E' chiaro che la parola "corso" è forse un po' troppo, però devo dire che le cinque dispense arrivate nella mia casella di posta sono curate e ben fatte, oltre che piuttosto consistenti (più di 50 cartelle). In pratica un libretto divulgativo sulla comunicazione basato soprattutto sulla Programmazione Neuro Linguistica, tema molto trendy in questo momento. Per chi non ne sa nulla, una buona occasione per saperne di più.

PS Non sono una procacciatrice di affari per l'agenzia EIDOS, che non conosco affatto, piuttosto una cacciatrice di contenuti buoni e gratis sull'ormai avarissimo web.



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ferri del mestiere

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E a proposito di bloc notes...
... mi trascino negli appunti da mesi la risposta del direttore del Manifesto Riccardo Barenghi a una bella lettera che chiedeva "Ma come scrivete al Manifesto?". Prima o poi la perderò, è più sicura sulle pagine di questo blog.
Dunque, il lettore chiedeva una maggiore attenzione a ricercare una forma e uno stile di comunicazione che tenesse maggiormente in considerazione l'obiettivo di un giornale: comunicare, far arrivare il messaggio a più persone possibili con la capacità di trattare anche temi e problemi complessi in maniera forse non semplice, ma chiara.
Risposta di Riccardo Barenghi:
"Sarebbe fantastico riuscire a trovare il giusto equilibrio nella scrittura, che poi significa banalmente raccontare un avvenimento, un argomento, una questione, una recensione, una critica, un'idea, trasmettendo al lettore tutto quel che si deve trasmettere, scritto nel miglior modo possibile, che sia ovviamente comprensibile ma non ovvio. Basterebbe a volte che chi scrive si mettesse nei panni di chi legge per riuscire a comunicare, quindi a non far cadere nel vuoto, qualunque notizia (anche i commenti, le idee alla fine sono notizie, novità).
Invece non sempre noi (come altri dello stesso mestiere, cioè quello di scrivere) facciamo questo esercizio, magari perché troppo coinvolti nella materia che trattiamo, della quale abbiamo mutuato il linguaggio (il politichese, il sindacalese, il culturalese, il critichese), o perché ci autocelebriamo nella nostra scrittura. Ci scriviamo addosso. A me non piace affatto l'omologazione, di nulla e quindi neanche della scrittura. Altrimenti tutto il giornale sarebbe uniforme e dunque noioso, e così tutti i libri, i discorsi e via dicendo. Come penso che ci siano generi letterari diversi nel trattare una notizia (nel senso in cui dicevo prima), dove una magari ha bisogno di una certa leggerezza, al limite anche superficialità, mentre un'altra no, chiede profondità e al limite anche una certa complessità.
Penso cioè che una cronaca politica non debba essere scritta come una recensione letteraria e viceversa. Ma neanche che la recensione letteraria venga scritta per forza come recensione letteraria, e sempre viceversa. Se insomma la politica la capiscono solo gli addetti ai lavori e la letteratura o il cinema pure, vuol dire che abbiamo fallito l'obiettivo. Che per un giornale, cioè per un mezzo di comunicazione di massa sarebbe appunto quello di comunicare alla massa e non a pochi intimi eletti. Basterebbe rispettare una regola elementare non scritta, che non è soggetto-predicato-complemento (anche), bensì il fatto che chi fa il nostro mestiere produce un servizio (non a caso gli articoli si chiamano anche così) per coloro che leggono. Cioè comunica qualcosa, informa di qualcosa.
Dopo di che, finita questa mia pedante lezioncina, divertiamoci. Sperimentiamo, innoviamo, azzardiamo, giochiamo con le parole, storpiamo anche il linguaggio consolidato. Sbanalizziamolo. Ma mantenendo un punto fermo: quando chi ci legge arriva alla fine del pezzo non deve avere negli occhi quell'espressione un po' così di chi non ha capito un cazzo."








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ferri del mestiere

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Grazie, blog.
Proprio sulla scia del pezzo di Mantellini, ho riflettuto ancora una volta a cosa è questo blog "per me".
Nel mio primo post, un anno e mezzo fa, scrivevo che aprivo un blog perché:
1. il MdS lo aggiorno ogni mese e mezzo o due con articoli molto progettati e meditati e quindi mi manca uno strumento di comunicazione più veloce e soprattutto più frequente
2. sono curiosa di vedere come cambia (se cambia) la mia scrittura su uno strumento di pubblicazione diverso
3. qualcuno ultimamente mi ha detto che lavoro, scrivo, parlo e comunico troppo con l'emisfero sinistro (quello razionale, per intenderci) e che lascio troppo poco spazio al destro; ho il sospetto - tutto da verificare - che il blog favorisca il destro
4. ho voglia di scrivere anche altro che non sia la scrittura professionale e fissare per me e per gli altri pensieri su altre parole e altre immagini.
Ora aggiungo:
>> il piacere e l'utilità di avere una palestra dove allenarmi quotidianamente a scrivere e a titolare
>> la comodità di avere un diario dove registrare con semplicità, e ovunque mi trovi, link, pensieri, cose che ho visto e pensato; un diario "professionale", è vero, ma non meno importante di uno personale
>> quindi il piacere, fra qualche anno, di poter sfogliare un pezzo della mia vita che, stampato, già occupa un grosso quaderno ad anelli
>> la funzione, semplice ma nobilissima, di comodo bloc notes: ritrovare citazioni e link che mi servono ora è facilissimo.
Quanto all'emisfero destro, sì, ha sgomitato parecchio e quasi sgominato quello sinistro. 
Il blog mi ha regalato - o fatto ritrovare - una scrittura più emozionale, più ricca nelle immagini, più morbida nel lessico. Una scrittura che molti anni fa mi apparteneva e che tanti anni di lavoro nel mondo dell'informatica avevano un po' appannato.
Quindi, grazie al blog.















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Il trionfo del piccolo nel grande web.
"In particolare i weblog, in un mondo che presso ampie fascie della popolazione è condizionato da una comunicazione televisiva prevalente e di bassissimo livello, sono piccole isole di lettura e scrittura; alternative concrete e subito disponibili ad una circolazione delle notizie e delle opinioni dettate da altri. Piccole fittissime reti di persone la cui rilevanza aumenta ogni giorno proprio in virtù della progressiva estensione di questa rete di collegamenti e non della qualita' del singolo contributo."
Mi è piaciuto moltissimo l'
articolo che Mantellini ha dedicato oggi ai blog e lo sottoscrivo in pieno.
Mi colpisce in questi giorni, in molte cose che sto leggendo, il riecheggiare dell'aggettivo piccolo riferito a una cosa grande e praticamente sconfinata come il web.
L'ho trovato anche nelle parole di Giancarlo Livraghi: "io credo che la grande risorsa in questo momento sia il piccolo, la grande somma di tante cose piccole... e capita che l’internet sia uno strumento abbastanza adatto proprio per questo, perché puoi essere, puoi agire nelle dimensioni del possibile. Su larga scala sono più efficaci i “grandi mezzi”, come la televisione. Mentre con la rete si può agire bene su piccola scala. E la moltitudine delle piccole cose può essere più grande di quei baracconi enormi, appariscenti, ma spesso poveri di contenuti e di vigore reale."
E persino nell'ultima Alertbox di Jakob Nielsen, dedicata a come disfare la società industriale: prodotti personalizzati e di nicchia invece di prodotti di massa, aziende piccole e virtuali invece di grandi aziende, reputazione invece di immagine.






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La festa alla lingua.
In questi giorni due importanti istituzioni culturali hanno fatto la festa alla loro lingua.
Il British Council ha stilato la classifica delle 70 parole più amate della lingua inglese. Il Goethe Institut ha reso noti i risultati del concorso "la più bella parola tedesca" durante una cerimonia trasmessa da una delle principali reti televisive della Germania.
La classifica del British Council, che si basa sui giudizi di oltre 40.000 persone appartenenti a 102 paesi non anglofoni, vede al primo posto mother seguita da passion, smile, love ed eternity. Tutte parole corte e semplici, che riguardano la sfera affettiva, sentimenti che tutti capiscono e condividono.
Più sofisticato e interessante il
concorso tedesco, che sceglieva la parola più bella soprattutto sulla base della motivazione fornita.
In tre mesi hanno risposto 23.000 persone, da 111 paesi. Ha vinto Habseligkeiten - "beni", "ciò che si possiede" - formato (come spesso
succede in questa lingua) da due radici dal significato quasi opposto, e la bellezza della parola viene proprio da questa tensione: haben (avere) e Seligkeit (la beatitudine celeste). Non si tratta quindi dei grandi possedimenti, ma delle piccole cose preziose nella tasca di un bambino, di ciò che è importante per ciascuno di noi. Una parola, insomma, che dà dignità e valore anche a cose apparentemente di poca importanza.
Al secondo posto una parola che tutti gli stranieri imparano subito e non scordano mai più, perché non esiste in altre lingue: Geborgenheit, il sentirsi bene e protetti, tranquilli e al sicuro.
Al terzo, Lieben (amore) perché "solo una I la distingue dalla vita (Leben)". E al quarto, Augenblick (attimo, momento), letteralmente "lo sguardo di un occhio", quindi il tempo di sbattere una palpebra, veloce e leggera come l'ala di una farfalla.
Mentre la più bella parola tedesca per i bambini è Libelle, libellula, dolce di "e" e di "i", scivolosa sulle sue quattro "l".
Chissà che belle cose verrebbero fuori se facessimo una festa internazionale anche all'italiano. Probabilmente riscopriremmo parole cui non facciamo più troppo caso, ma il cui suono sprigiona magie per chi impara e ama la nostra lingua in un altro paese.










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le lingue degli altri

mercoledì, novembre 24, 2004

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Un classico.
In questi giorni non ho seguito la questione del nuovo nome per il centrosinistra. Oggi ho recuperato leggendo un articolo di Repubblica che riassumeva l'intera storia, a dire il vero piuttosto povera di contenuti e colpi di scena. Anzi, se le parole chiave venute fuori sono Alleanza e Libertà...

Ma nell'articolo, che citava diversi guru della comunicazione, mi ha colpito l'opinione di Oliviero Toscani. Lapidaria, paradossale, ma spesso vera: "Quando l'azienda è debole tutti i manager perdono tempo con la comunicazione, si preoccupano dei loghi e non del prodotto. E' un classico".



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martedì, novembre 23, 2004

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Scrivere col bianco.
Un maestro indù mostrò un giorno ai discepoli un foglio di carta con un puntino nero nel mezzo.
"Che cosa vedete?", chiese. Ed essi: "Un punto nero!". "Come? Nessuno di voi è stato capace di vedere il grande spazio bianco tutt'attorno?"
.
Questa storiella mi è rivenuta in mente leggendo un breve testo scritto dal copy Mauro Mongarli sulla rivista Pythagoras. Il Biancotesto inizia così: "Ci sono momenti nei quali se leggo una rivista vengo preso dal punto di vista del bianco. In parole più chiare, gli occhi e la mente si fanno trasportare dagli spazi bianchi che separano le colonne del testo e le immagini. C'è tanta varietà, in quel bianco! Socchiudendo gli occhi si può notare come la frontiera tra i caratteri e il bianco sia sempre diversa, frastagliata, irripetibile...
Lo spazio bianco non è un vuoto da riempire a tutti i costi. Sulla carta, sullo schermo del computer, esalta e circoscrive le nostre parole.
Quando scriviamo, ricordiamoci anche del bianco.






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forme e colori

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Il burocratese che non muore mai.
In questi giorni sto rileggendo alcuni capitoli del bel libro di Annamaria Testa Farsi capire.
L'autrice cita l'inizio di un testo rivolto a cittadini extracomunitari che devono fare richiesta di un documento. Testo che parte così: "L'istante...", dove l'istante non è il momento, l'attimo fuggente, ma il poverino che deve fare la domanda, cioè presentare la sua istanza. Non ci capirà nulla, oppure si illuderà di ottenere il documento in un istante.
Che ci vuole a rileggere un testo, magari a voce alta, mettendosi dalla parte del destinatario?
L'anno scorso, in una importante libreria romana, l'occhio mi è caduto sulla locandina di un corso di scrittura creativa che si teneva proprio in quella libreria. Una introduzione accattivante e poi un elenco puntato sul contenuto del corso. Uno di questi era: affronto delle principali tecniche narrative. Affronto, cioè ingiuria, offesa.
E che dire dell'azienda del trasporto pubblico romano, che sta investendo giustamente milioni di euro in comunicazione ma non riesce a scrivere dei testi comprensibili per buona parte dei suoi utenti a bordo di bus e treni? Un sito davvero eccellente, pieno di servizi utili, persino un elegante libretto che mi viene recapitato a casa ogni sei mesi per informarmi di sconti e convenzioni in teatri, negozi e librerie che posso ottenere in quanto abbonata.
Poi l'avviso standard sui treni informa sui "nuovi titoli di viaggio", che sarebbero i normali biglietti. Si invitano gli abbonati a "esibire" l'abbonamento all'entrata, che potrebbe essere sotituito da un semplice "mostrare" o "far vedere", visto che "esibire" fa pensare a tutt'altro. Mentre i controllori sono diventati il "personale aziendale"... elegantissimi nei loro nuovi completi blu e cravatta regimental.
A Roma - è noto - a prendere i mezzi pubblici sono soprattutto anziani, studenti, extracomunitari, turisti stranieri. Che ne sanno loro del "personale aziendale"? Meglio il vicino testo in inglese: sintetico, impeccabile e chiarissimo. Per chi sa l'inglese.








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lingua italiana

sabato, novembre 20, 2004

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C'era una volta...
Che le fiabe non servissero solo ai bambini per capire meglio il mondo che li circonda, soprattutto negli aspetti negativi e difficili, ma anche a chi deve affrontare difficoltà e cambiamenti nel mondo del lavoro, lo sapevamo già.
Ora questa consapevolezza sta diventando prassi diffusa e vi fiorisce intorno parecchia letteratura. Insomma, nelle mie navigazioni e nella mia casella di posta trovo storie dappertutto.
>>
Una bella citazione di Vittore Branca in un vecchio articolo sul Sole 24 Ore riproposta nella ultima newsletter della Bottega della Formazione:
"Come il Monsieur Jourdain di Molière si accorgeva, stupito e beato, di fare ‘prose’ anche lui, così ognuno di noi, ai più diversi livelli, avverte di essere narratore ogni giorno.
L’avvocato che fa la storia del suo cliente o scrive una ‘memoria’, il medico che costruisce una diagnosi, il commercialista che sviluppa un ricorso, il finanziere che espone un bilancio, e così via fino al venditore che sulle piazze esalta la sua merce, fino a chiunque scriva una lettera o una relazione o un ricorso e alle mamme e ai papà che intrattengono i loro bimbi con fiabe ed aneddoti,
tutti fanno della narrativa e della novellistica.
E’ che il narrare, e specialmente il narrar breve, è una delle più istintive e primigenie ‘forme semplici’ dell’espressione e della comunicazione a tutti i livelli, ancor prima di quello letterario:
come l’esclamazione, la preghiera, l’effusione lirica…"
>> La web writer catalana Neus Arqués, autrice del sito e della newsletter Manfatta, sta pubblicando una serie di tre articoli sul bisogno di sognare e quindi dell'importanza di raccontare delle storie nel branding e nel marketing.
>> Work on your stories! ordinava qualche giorno fa Tom Peters dal suo blog in un post ricchissimo di spunti e di altri link
>> Comunque, per chi voglia saperne di più, il guru dello Storytelling è Steve Denning.











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ferri del mestiere

giovedì, novembre 18, 2004

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Il DNA di 300 scrittori.
Lo segnala Alice e, vista l'eccezionalità dei contenuti, rilancio su questo blog: la rivista newyorkese The Paris Review pubblica da ora fino al prossimo luglio 300 lunghe interviste ai maggiori scrittori del Novecento. Tutte liberamente consultabili nel minisito in formato pdf, come quella a Simenon, oppure in formato audio, come quella a Hemingway.


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maestri

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Itinerari personali e misteriosi.
La Repubblica sta per lanciare il suo Almanacco dei Libri
, che uscirà da dopodomani tutti i sabati. Una bella concorrenza allo storico Tuttolibri della Stampa.
Per questo, ieri la pagina della cultura ospitava una lunga intervista a Daniel Pennac, che in realtà non diceva qualcosa di molto diverso da quanto abbiamo tutti letto nel suo libretto Come un romanzo sui diritti del lettore. Oggi la stessa pagina è più interessante e originale, con l'articolo Quel gesto chiamato leggere a firma di Stefano Bartezzaghi.
Un passo mi è piaciuto molto, che riguarda quell'itinerario personalissimo che ci porta di libro in libro:
"Si continua a leggere perché un libro ne richiama un altro, per analogia o per contrasto; per cambiare l'atmosfera del libro precedente o per approfondirne un'idea. Nel leggere, insomma, non riconosciamo solo sequenze di lettere e parole, ma sappiamo associare a queste sequenze la loro musica interiore, magari sbagliando e travisando. Questa seconda lettura, al contrario della prima, non si può mai finire di impararla".
Sarebbe interessante tenere traccia, come su una mappa mentale, di questi itinerari per ciascuno di noi. Quale libro ci ha portato verso un altro, e poi verso un altro ancora, e magari perché.
Per me funziona soprattutto il desiderio di conoscere a fondo un autore che mi è particolarmente piaciuto: cerco di leggere tutto di lui o di lei, di esplorarne il territorio per intero. E mentre esploro, al piacere dell'approfondimento si unisce il rimpianto di stare finendo la scoperta, soprattutto per gli autori del passato. Per quelli contemporanei, ogni nuovo libro è una promessa di gioia.







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libri

martedì, novembre 16, 2004

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Bloggare in azienda.
Si vede che oggi è la giornata dei siti in francese... sul blog appena scoperto di Loic Le Meur un bel testo in pdf sui blog en entreprise,con parecchi esempi di utilizzazione da parte di grandi aziende.


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web writing

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Il n°1 del web writing
A livello mondiale il miglior sito dedicato interamente alla scrittura e all'organizzazione dei contenuti per il web è a mio parere il belga Redaction.be, curato da Jean-marc Hardy. Con la newsletter arrivata or ora nella mia casella di posta, Jean-Marc compendia le ormai centinaia pagine del suo sito in una lista strutturata di 44 consigli di scrittura per il web. Utilissimi.


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web writing

sabato, novembre 13, 2004

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Il ritmo della vita in un vortice di tutù.
L'arte rinascimentale italiana e la fotografia, Giotto e Parigi, il Louvre e i boulevard pieni di gente, i fregi del Partenone e le corse moderne dei cavalli, un drappeggio bianco su carta azzurra che sembra un disegno di Leonardo e la tela vera e dura di un bronzetto di ballerina, una scuola di ballo dal formato orizzontale di un cassone fiorentino del '400.
Degas faceva incontrare tutte queste cose dipingendo tutù delicati come ali di farfalla, gruppi di ballerine stanche che sembrano boccioli di un bouquet, cappellini che stanno nella vetrina di una modista come bacche su un cespuglio.
Il meno impressionista degli impressionisti non aveva bisogno di piantare il cavalletto su una barca come Renoir, né di osservare lo stesso covone di fieno per ore e per giorni come Monet. La sua era l'impressione della vita contemporanea, colta con l'inquadratura di una foto rubata, che ferma un particolare o un gesto, che molto lascia fuori facendoci immaginare tutto intorno il ritmo della vita che scorre.
Ma una impressione solida "come l'arte dei musei", come amerà dire Cezanne poco più tardi. E così le tre ballerine senza volto sembrano le tre Grazie di Raffaello, il gran mazzo di crisantemi preso di peso da un quadro di Brueghel il Vecchio... ma cosa ci fa la signora pensosa spinta dal pittore nell'angolo del quadro? Osserva la vita intorno a quel frammento di vita che è il quadro, senza curarsi del trionfo floreale.
Ma, a ben pensarci, nessuno osserva il pittore. Non lei, non le ballerine intente a provare mentre sistemano il loro corpo e i movimenti o si accasciano un momento avvolte in un golfino rosso, non le stiratrici solitarie avvolte in bozzoli bianchi, non la pittrice americana colta mentre legge intenta in un salone del Louvre, non le donne senza volto che si lavano e si distendono dopo una giornata di lavoro.
Il pittore misogino e amante della fotografia le cattura e le sistema nel teatro di posa della memoria, dove tutto ha dignità di esistere: una donna, un contrabbasso, un vaso di fiori. Tutti fatti della stessa materia porosa e sfilacciata del pastello a cera, tessuti in composizioni a zig-zag che seguono palcoscenici, scale a chiocciola, buche di orchestra, o si aprono verso i tetti dei palazzi parigini, tenuti insieme dalle illuminazioni cromatiche dei fiocchi turchesi, rosa e arancio delle ballerine, dagli sfondi di carte da parati di caldi interni borghesi.
E insieme al pastello, la morbidezza, la duttilità e il calore della cera, con la quale il pittore semicieco forgiava con le mani le piccole ballerine che negli ultimi vent'anni gli fanno compagnia nel suo atelier.
A perdere il contatto con l'arte il vecchio Degas non ci sta e si trova un altro materiale, un'altra tecnica, più adatti alla manualità piuttosto che alla vista.
Come il vecchio Tiziano, che spalmava il colore a olio sulla tela con le sole dita dando vita e sostanza alla passione di Cristo. O come il vecchio Matisse, che non potendo più dipingere sforbiciava immensi fogli di carta colorata.

Impressioni dalla mostra Degas classico e moderno, al Vittoriano di Roma, che ho visitato stamattina.










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forme e colori

martedì, novembre 09, 2004

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Scrivere a scuola.
Un'ottima pagina di risorse sulla scrittura e di "testi sul testo", a cura di alcuni professori di Vercelli.


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ferri del mestiere

lunedì, novembre 08, 2004

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I paradossi di Matusalemme.
Oggi, sul Sole 24 Ore, c'è un articolo brillante, impietoso e molto vero di Paolo Iacci sulla strana situazione dei quarantenni nelle aziende italiane. Oggi, in cui l'aspettativa di vita è lunghissima, i tempi per la pensione si dilatano e l'entrata nel mondo del lavoro avviene sempre più tardi, a 45 anni si è già "out". Per le aziende che assumono e per quelle in cui cui già si lavora, che non investono più su di noi.
Situazione riassunta nei 4 paradossi di Matusalemme:
1. Più cresce la popolazione "matura" e più le si chiede di rimanere in attività, meno ci si preoccupa di come potrà rimanerci, perché viene precocemente emarginata dal mondo del lavoro.
2.
Si può realmente fare carriera solo tra i 30 e i 40 anni: più cresce la complessità delle organizzazioni, più si accorcia il tempo per imparare a dirigerle.
3. Il capitalismo occidentale ha un eccesso di persone mature e le discrimina anzitempo; un esercito di persone troppo giovani per la pensione, troppo vecchie per lavorare e crescere nelle aziende.
4. Più cresce la necessità di saggezza ed esperienza, meno queste vengono valorizzate, espellendo prima del tempo chi le ha accumulate.







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domenica, novembre 07, 2004

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Informati, connessi, veloci, terribilmente disattenti.
Fermate il web: voglio scendere.
E' il titolo dell'articolo di Jeremy Rifkin che l'Espresso pubblica questa settimana.
Un pezzo lucido e semplice, che pone una questione serissima: siamo connessi con tutto e con tutti, abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni, possiamo fare parecchie cose alla volta, ma paradossalmente tutto questo mette in pericolo alcune nostre capacità cognitive ed emotive proprio ora che ci sarebbero più utili.
Il mondo interconnesso non crea nuovi pericoli solo per i nostri corpi e le nostre esistenze - il terrorismo, i virus biologici e tecnologici, il surriscaldamento terrestre -, ma anche per le nostre menti e le nostre coscienze.
Se possiamo navigare con quattro finestre del browser aperte e contemporaneamente telefonare e ascoltare musica, dove finisce l'attenzione focalizzata ed esclusiva che la soluzione di un problema comunque richiede? E a cosa serve essere connessi con mille persone se la nascita di empatia e consonanza tra persone esige da sempre lo stesso tempo per svilupparsi? Se gli stimoli diventano troppi, dove dirigeremo e fermeremo i nostri occhi?
Una società complessa richiede una capacità di attenzione e riflessione che per svilupparsi hanno bisogno anche del silenzio, di pause, di solitudine, di meditazione.
Siamo ben oltre l'information overload, secondo Rifkin, anzi andiamo verso una società affetta dalla sindrome di mancanza di attenzione.
"La questione, allora, è questa. Come poter creare, all'interno di un mondo collegato a livello globale da velocissimi mezzi di comunicazione, un secondo spazio in cui si possa imparare a vivere il tempo in modo profondo, in armonia con gli altri esseri umani, le altre creature e il mondo in cui tutti viviamo?" conclude Rifkin.
Già, come?









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