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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


giovedì, dicembre 30, 2004

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Il segno che vorrei.
Un post di Beba Manno sul suo Taccuino di traduzione mi ha ricordato il capitolo conclusivo di uno dei volumi dedicati alla punteggiatura pubblicati ormai qualche anno fa da Rizzoli per Holdenlab. Il tema di entrambi è "la punteggiatura che non c'è".
Josh Greenman, su Slate, vorrebbe avere il "punto sarcastico", che sarebbe per il linguaggio ciò che è il chiaroscuro per il disegno, il colore per la televisione, le sopracciglia per l'espressione. Una questione di finesse.
Nel libro invece alcuni scrittori italiani fanno altre scelte.
Baricco desidera un segno che segni una rottura brusca della frase più che una sua chiusura, qualcosa di più forte dei punti di sospensione, per esempio lo slash.
Enzo Fileno Barabba propone i segni di inclusione, che stiano per "se... allora", tutti curve e lineette.
Marosia Castaldi rovescerebbe verso destra i segni di interpunzione tradizionali, verso il futuro quindi, e non verso il passato del testo "facendo accavallare onda dopo onda, le cose gli oggetti le persone gli uni sugli altri riducendone la separatezza".
Luca Doninelli sogna "qualcosa di leggero e discreto capace d'indicare il variare del tono... un puntolino in alto, uno spirito".
Ernesto Franco ripristinerebbe il "punto mobile", quello seguito dalla minuscola, che riconosce l'anima inquieta della letteratura, mentre Sandro Veronesi e Dario Voltolini importerebbero dallo spagnolo i punti interrogativi ed esclamativi rovesciati ad inizio di frase.
Michele Mari vorrebbe un segno a forma di lacrima, Giulio Mozzi il solo trattino e non due, Emilio Tadini più libertà nell'uso degli spazi bianchi, perché "nel silenzio, la parola detta echeggia, provoca risposte, immaginazioni - pronunciate o taciute...".










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lingua italiana

martedì, dicembre 28, 2004

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Regalo di Natale.
"Suppongo che il dubbio iniziale che paralizza chi sta per iniziare a scrivere sia
sintomo di un’altra paura: quella di sapere se saremo comunque in grado di farlo. Ma solo scrivendo – concedendo a noi stessi questa sfrenata libertà - si capisce qual è davvero la nostra voce e il nostro respiro."
La citazione è tratta da una lunga intervista di Luca Lorenzetti a Melania Mazzucco. L'autore di Scritturacreativa.com l'ha inviata insieme alla sua newsletter il giorno di Natale. Una bella idea e un bel regalo.



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maestri

lunedì, dicembre 27, 2004

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Missione: la propria.
Sono sempre stata allergica alle missioni aziendali, anche quando andavano molto di moda. Sono qualche volta stata costretta a scriverne, ma sempre con la sensazione di agitare aria fritta sulla pagina. Magari l'amministratore delegato era contento di brandire mission (e vision) sulle prime slide di ogni presentazione, ma io quande le vedevo mi mortificavo da sola.
Non perché pensi che un'azienda non debba averla, ma perché sono convinta sia più utile conoscerla, elaborarla e poi fare in modo che informi tutta la comunicazione, non una slide o il frontespizio della brochure istituzionale.
Così, oggi, quando ho visto che l'attrezzo n° 36 della cassetta di Roy Peter Clark si intitolava Mission Statement mi sono detta "No, pure lui!".
Invece il saggio editor di Poynter si riferiva a qualcosa di diverso: la missione di chi scrive di fronte ai propri lavori. Devo scrivere una brochure? Allora la mia mission sarà: "Dare un taglio tutto nuovo alla brochure istituzionale, attraverso i racconti di cosa l'azienda fa concretamente per l'utente finale, il cittadino. Quindi storie, storie, storie". Devo presentare un nuovo prodotto? "Per una volta, mescoliamo le carte: cominciamo con una slide un po' misteriosa e sveliamo il prodotto solo verso la conclusione". Il bilancio di sostenibilità? "La mia missione è di usare un linguaggio più caldo rispetto all'annual report. Nell'illustrare le iniziative dell'anno, usiamo almeno sempre la prima persona plurale e poi un lessico più emozionale e meno tecnico".
Avere chiara la propria missione di fronte a un lavoro - soprattutto se nuovo e di una certa complessità -, e poi scriverla, può essere estremamente utile. Ci ricorda lungo tutto il corso del lavoro dove dobbiamo e vogliamo arrivare, tenendo la barra al centro e non cedendo a troppi compromessi che snaturino lo spirito e l'obiettivo che ci eravamo posti.






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ferri del mestiere

domenica, dicembre 19, 2004

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La parola, che tutto muove.
Gli scrittori professionali in rete non sono molti. Almeno quelli che si spendono, scrivono, condividono. Quei pochi li seguo tutti, attraverso i loro siti, blog, newsletter, anche per capire come se la passano e cosa pensano persone che fanno il mio stesso mestiere in realtà e paesi molto diversi dal mio.
Ho letto nei loro scritti, forse per la prima volta, una certa dose di ottimismo.
Rachel McAlpine, neozelandese, ha raccontato in una mailing list di aver lavorato moltissimo nell'anno che sta finendo, soprattutto con gli enti pubblici del suo paese, e di avere già tanti impegni di formazione e consulenza per il prossimo anno. Senza farsi troppa pubblicità, ma solo perché la domanda di buoni testi è cresciuta.
Gerry McGovern, parla addirittura del 2004 come dell'anno in cui l'editor ha raggiunto la maggiore età e si è compreso all'interno delle organizzazioni che i contenuti contano più della tecnologia.
E infine la catalana Neus Arqués, autrice della newsletter quindicinale La Gazetta de Manfatta, ha intitolato Parole, parole, parole l'ultimo numero dell'anno. Una collezione dei piccoli segnali che riportano la parola al centro della rete e un regalo finale che mi è piaciuto molto e che quindi vi rigiro: una poesia di Enric Casasses, che ho tradotto in italiano con un po' di incoscienza:

Il modo più selvaggio,
selvatico e salvifico
di muovere il corpo, la maniera
più sottile e più muscolare, la più vicina alla Materia
Fatta Fonte Perché E' Fonte,
il movimento del corpo
più insultante di tutti, e, sì,
il più amoroso, se si ama,
è la parola, e parlare.

PS La versione in castigliano è qui. Tutti i miglioramenti sono i benvenuti.














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versi diversi

mercoledì, dicembre 15, 2004

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Caratteri con molta personalità.
I font come persone. Con testa, braccia e gambe. Con un loro carattere e una loro personalità. Con la loro famiglia ristretta e allargata.
E' il tema del bellissimo sito Thinking with Type, companion del libro dallo stesso titolo. Non solo un'enciclopedia, ma una poetica dei font.



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ferri del mestiere

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Ancora un manuale antiburocratese.
Arnaldo mi segnala Obiettivo farsi capire. Scrivere testi chiari per il cittadino, realizzato dall'Ufficio Promozione e Comunicazione del Comune di Cremona. Una trentina di pagine davvero ben fatte, che possono essere richieste online. Arrivano subito, in formato pdf.


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libri

martedì, dicembre 14, 2004

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La virgola secondo Bartezzaghi.
Partendo dal titolo di Repubblica di domenica scorsa, "Mafia, nove anni a dell'Utri", Stefano Bartezzaghi si sofferma oggi sullo stesso giornale sull'uso della virgola e i due punti:
"Perché la virgola? E perché non i due punti, questo vecchio e glorioso arnese della razionalità occidentale?
I due punti nei titoli (titoli di giornali o titoli di libri) vengono usati poco. Meno rara, almeno di recente, la virgola. Il problema è che nei titoli i due punti si intendono solo come apertura di una battuta di dialogo (si vede già nel sommario di *: "Il senatore: contro di me immondizia").
La differenza cruciale è che i due punti introducono un meccanismo di causa ed effetto, la virgola solo una giustapposizione. I due punti promettono: ecco qua. La virgola dice, c'è anche questo, fa' un po' tu. Giorgio Manganelli, che dedicò un saggio al punto e virgola, introdusse due punti nel titolo del suo Pinocchio: un libro parallelo. Carlo Emilio Gadda invece usava spesso i due punti al posto della virgola. Virtuosismi nel meglio della letteratura del Novecento. Ora ce la caviamo con la piccola verga, quel sospiro dannunziano ("L'anno moriva, assai dolcemente...") che in matematica precede le quantità decimali: le minuzie.





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lingua italiana

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Fili di parole sulla lingua italiana.
Sulla sempre interessante Mlist di Elena Antognazza si sta dipanando un filo su "dove andrà a finire l'italiano".


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lingua italiana

lunedì, dicembre 13, 2004

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Good news.
Vibrisse, il bollettino di letture e scritture curato da Giulio Mozzi, è tornato dopo due anni di assenza. Ovviamente sotto forma di blog. Da ritrovare o da scoprire, fate voi.


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sabato, dicembre 11, 2004

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Lezioni d'amore.
Il sabato mattina la mia passeggiata in centro prevede sempre una sosta in libreria. Oggi no. Non avevo proprio voglia di entrare tra due colonne di Bruni Vespi e di Enzi Biagi.
Avevo ancora negli occhi i libri speciali e bellissimi che ho visto ieri alla Fiera della media e piccola editoria "Più libri, più liberi".
Migliaia di libri belli anche solo da vedere, copertine e carte raffinate, libri fatti con amore, la maggior parte dei quali non riuscirà mai a raggiungere gli scaffali delle librerie. Perché i loro editori sono troppo locali, troppo piccoli, troppo specializzati, troppo seri e appassionati per competere con i colossi dell'editoria che contano solo sui grandi nomi e fanno fare ormai tutto ad agenzie esterne.
Era la libreria alla rovescia, una libreria dell'utopia e del sogno, in cui era piacevole e inebriante trattenersi. Un po' come passare dal supermercato con prodotti standard a un piccolo villaggio fatto solo di botteghe artigiane di qualità.
E gli artigiani erano lì, in prima persona, a raccontare i loro libri e i loro autori uno per uno. Che trattassero del mondo ebraico, di letteratura africana, della bibbia, di yoga o di poesia.
Di stand in stand ho fatto incontri importanti:
>> con i due giovani editori di Progetto Cultura, dei cui "libri col filo" ho già parlato in questo blog; erano nel loro stand con 30 titoli e "20 in cantiere", con una mamma appassionata e coinvolta nell loro avventura editoriale, con segnalibri spartani ma utili in cui annotare le cose più importanti del libro (le pagine e le impressioni da ricordare, le date...)
>> con libri introvabili nelle librerie: gli AmminoaCiDi della casa editrice Zona, meravigliosi libretti a forma di cd con l'analisi dei testi dei maggiori cantautori italiani (mi sono portata a casa Carmen Consoli e De Gregori); La pagina rubata all'universo, il racconto del viaggio in Colombia della mia collega Cecilia Barella edito da Effatà
>> con i cataloghi interi di editori più noti: Minimum Fax, Iperborea, Mediterranee
>> con strepitose case editrici per bambini, per esempio Dada
>> con i gioielli di carta delle Editions du Dromadaire, che non sai se sono libri, teatrini di sogno o sculture - alcuni La piccola voce, Editions du Dromadaireaddirittura in esemplare unico come la "lettera d'amore" -; comunque la fisarmonica di cartone della Piccola voce me la sono portata a casa e l'ho squadernata sulla mia scrivania. Per ricordarmi che i sogni possono diventare realtà.
Comunque non finisce qui: domani ci torno. Per fare provvista di libri per i bambini che amo, di idee, coraggio e fiducia per me.














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libri

giovedì, dicembre 09, 2004

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SMS.
Uno speciale di Kataweb dedicato agli sms e alle scritture brevi, con un lungo "elogio della brevità".


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web writing

mercoledì, dicembre 08, 2004

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Caravaggio dolente.
Stamattina a Napoli pioveva, era giorno di festa, ma di prima mattina al Museo di Capodimonte c'era già una fila ordinata e paziente in attesa di vedere una mostra costosa, fatta di sole 18 opere.


 

 

 

 

 

 

 

Caravaggio, ultimo tempo, quei pochissimi anni consumati in fuga tra Napoli, la Sicilia, Malta, la spiaggia di Porto Ercole. Non era il Caravaggio chiaro o possente degli anni romani, popolato di gioventù sacra e profana, di gesti decisi, di liuti e vasi di fiori. Era invece un Caravaggio dolente e umanissimo, di morte reale, di carne vera, di dolore provato sulla pelle ed espresso con gesti teneri e disperati. Un'umanità parente di quella, tanto lontana nel tempo, di Giotti agli Scrovegni.
Dopo la sintesi audace e l'ardito volo degli angeli nelle Sette opere di misericordia, i dipinti si fanno sempre più essenziali: grandi spazi vuoti, pochi personaggi che incrociano sguardi e mani, avvicinano volti affettuosi e sgomenti.
Non dimenticherò facilmente la Madonna distesa per terra con suo bambino vegliata solo da quattro poverissimi ma attenti pastori e dalle sagome enormi del bue e l'asinello. I volti accostati di Lazzaro e la sorella, e quel corpo appena svegliatosi, con una mano ancora a terra e l'altra verso il cielo. L'abbandono pesante del corpo bianco di Cristo appena staccato dalla colonna. La disperazione contenuta della vecchia nella decollazione del Battista.







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forme e colori

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Laura immaginaria.
In apparenza sembra una rubrica, con le linguette in ordine alfabetico, solo che ad ogni lettera non trovate un glossario, né un elenco di indirizzi, ma la storia di uno dei personaggi del romanzo.
Parlare di "personaggi" in questo caso non è del tutto appropriato perché quei nomi sono qualche volta nomi reali e qualche volta alias che uno dei personaggi si è scelto per muoversi più liberamente nella rete. Hanno un blog, chattano, scrivono, si specchiano in uno schermo del computer. Sono ragazzine, signore, poliziotti, uomini di mezza età... ma tutti hanno una cosa in comune: vivono su internet gran parte della loro vita, si nascondono, giocano, provano un'altra identità, si inseguono. Qualche volta - raramente - si incontrano anche nella vita reale, ma non si riconoscono. Alcuni incontri finiscono in amicizia e amori, altri con una morte violenta.
Un gran carosello virtuale (ma reale) che si può leggere di pagina in pagina, o di nome in nome, perché si può mollare a metà un capitolo inseguendo un personaggio da un'altra parte del libro.
Il bello è che alcune lettere dell'alfabeto mancano, per esempio la Z. Ma l'autore di questo singolare romanzo quei buchi li ha lasciati per noi. Per continuare il racconto di Laura immaginaria (Palomar, 10 euro), moltiplicando personaggi e autori.
Del resto i numi tutelari di Antonio Zoppetti sono Calvino e Queneau, la scrittura aperta e combinatoria e gli esercizi di stile le sue passioni. Il libro prende; ha molti momenti felici e qualche ingenuità, ma la struttura è bella e originale. Soprattutto coraggiosa, perché aperta e coinvolgente in un mondo popolato di blogger narcisi e di navigatori fifoni, che si fanno audaci quando sono nascosti, ma che spesso hanno solo paura di vivere davvero.

PS Antonio Zoppetti è l'autore di Linguaggio Globale e Zop Blog.








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libri

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Nobili esclusi.
Poiché il prestigioso premio Weblog Awards 2004 non prevede una categoria dedicata al mondo dell'istruzione e della formazione, i nobili esclusi si sono fatti il loro premio: The Edublog Awards. Ce n'è per tutti: studenti, professori, bibliotecari, ricercatori, personale amministrativo.


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domenica, dicembre 05, 2004

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Le voci di dentro.
Da quando la mia paura di volare si è volatilizzata, riesco a leggere e persino a studiare libri tosti nell'attesa in aeroporto e anche in volo. Così nei giorni passati ho finalmente finito due libri che mi trascinavo dietro da tempo. Due libri apparentemente lontani ma stranamente convergenti nel mio stato d'animo attuale. Due titoli un po' faciloni, di quelli che normalmente mi respingono.
Il primo: Come trovare il lavoro che piace di Caterina Mengotti (Edizioni Sonda, 10,50 euro). A dispetto del titolo americaneggiante, il libro è una bella guida a guardarsi dentro, a fermarsi ad ascoltare noi stessi per capire quello che vogliamo davvero dalla vita e dal lavoro. Perché "il lavoro che piace" oggi lo si ottiene sempre meno dagli altri, piuttosto lo si inventa, lo si crea, soprattutto lo si immagina. Quando avremo concretizzato la nostra personale "visione" del futuro lavorativo e della vita che ci piacerebbe fare, arrivarci sarà un po' più facile.
Caterina propone riflessioni interessanti, metodi basati sulla pratica yoga e la meditazione zen, esercizi, esempi di persone che hanno trasformato una passione ma anche un limite, un apparente punto debole, in un lavoro utile a se stessi e agli altri.
L'altro libro è un mattone di quasi trecento pagine: Writing the natural way, di Gabriele Rico (Tarcher Penguin, 17 dollari)). Ovvero come usare l'emisfero destro del cervello per liberare la creatività che è in ciascuno di noi, permetterci di superare il blocco della pagina bianca, scrivere con gioia e soddisfazione. Non certo per diventare scrittori, ma per avere uno strumento espressivo in più nella vita di tutti i giorni. Ci sono dei bellissimi esercizi per creare "costellazioni" di suoni e parole, ascoltando le voci di dentro che la nostra razionalità di solito zittisce ancor prima che si facciano sentire. Qualcuno l'ho sperimentato in aula: il risultato è stato di bei testi e molte emozioni.





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libri

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Consigli. Per giornalisti e aspiranti scrittori di best seller.
Il bello di tenere un sito e un blog sulla scrittura è che ricevo molte segnalazione di siti e documenti interessanti sparsi per il web. Ne condivido due arrivate in questi giorni nella mia casella di posta.
Devo a Luca quella sui consigli di scrittura di Ken Follet. Interessanti non tanto e non solo per il contenuto in sé, ma soprattutto per la presentazione.
Niente affatto snob, l'autore di best seller non disdegna di presentarsi in tutta la sua altezza e in abito scuro con parole semplici: "The basic challenge for the writer can be very simply explained – it is to create an imaginary world and then draw the reader into that imaginary world." E poi prosegue a spiegarci come fa lui, dall'idea alla pubblicazione, mostrandoci anche bozze, appunti, lettere.
Una semplicità che già mi aveva colpita anche in On Writing di Stephen King. Questi scrittori miliardari americani, capaci di risucchiarci nei loro romanzi fin dalla prima riga anche nostro malgrado, non hanno timore di raccontarsi per quello che sono: raffinati e inarrivabili artigiani della scrittura.
Pier Francesco ha segnalato invece i consigli di scrittura per i giornalisti dell'agenzia Ansa, pubblicati sul Barbiere della Sera.






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sabato, dicembre 04, 2004

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Voli e ritorni.
Lo so, non sta affatto bene andarsene così, senza avvertire che avrei disertato il blog per qualche giorno.
Ma mercoledì mattina il tempo è volato e il mio taxi era sotto casa prima che riuscissi a scrivere almeno "ciao, a sabato".
E così io, dopo quasi trent'anni, per la seconda volta nel giro di meno di un anno sono volata verso l'isola cui appartengo per metà.
Ho ritrovato una lingua familiare che non capisco. Sapori di mirto e miele che hanno avuto l'effetto di una piccola madeleine.
Ho passeggiato e insegnato in una città in cui finalmente non ti senti l'unica donna in miniatura, taglia 38, piede 35 scarso e una statura che non ce l'ha fatta ad arrivare al fatidico 1.60 m.
In un'aula quasi tutta al femminile, di donne che mi assomigliavano, per due giorni ho parlato e sentito parlare di scrittura e parole, testa e cuore, lavoro e famiglia.
E ho scoperto degli angoli di Cagliari che ancora non conoscevo. Dove le scalette, i gradini e le ringhiere la fanno assomigliare un po' a Montmartre. Dove i negozi sono rimasti quelli di settanta, ottanta, anni fa, con gli arredi di legno intatti e perfetti, le insegne nere con le scritte in corsivo dorato.
Stava quasi chiudendo, ma l'antico negozio di cappelli mi ha risucchiata come una magica galleria. Una piccola entrata, un lunghissimo negozio di specchi, vetrine, antiche cappelliere, al centro i banconi di legno, la cassa anch'essa di legno e vetrofanie futuriste.
"Qui dentro ci sono migliaia di cappelli... e noi siamo qui da centoventi anni" mi ha detto fiera, elegante e ospitale la padrona del negozio. Lei, di anni, ne avrà avuti almeno novanta.










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on the road