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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


domenica, febbraio 27, 2005

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Lingua fannullona.
Del successo travolgente in Francia del libro Bonjour paresse avevo già letto sui giornali. Da dipendente media di una grande azienda - quale è anche l'autrice del libro - era soprattutto il sottotitolo ad attirarmi: "Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile".
Non che mi interessi come obiettivo: ho sempre pensato che evitare il lavoro sia faticosissimo, si fa prima a farlo. Però mi sono sempre chiesta perché in azienda c'è chi lavora moltissimo e chi niente, perché alcune persone sono sempre sotto pressione e altre vengono mandate continuamente a fare costosi corsi di formazione anche se poi non producono nulla.
Cercavo nel libro qualche trucchetto per alleggerirmi, io che raramente riesco ad avere una mezza giornata per leggere o navigare. Non mi è mai piaciuto inboscarmi, ma insomma lavorare un po' meno in alcune circostanze non mi dispiacerebbe. Qualche giorno fa un amico mi ha detto che lui nella sua azienda riesce a fare solo quello che gli piace. "Ma come fai?" gli ho chiesto. "Semplice. Quello che non mi piace non lo faccio e così alla fine non me lo chiedono più". Strada impraticabile per me, che ho un super-io alto come un grattacielo e che quindi faccio tutto, anche quello che non mi piace, e magari meglio di quello che mi piace.
Buongiorno pigrizia, di Corinne MaierVenerdì il libro Buongiorno pigrizia usciva in edizione italiana, per i tipi di Bompiani, e venerdì mattina alle 7.30 io ero nella libreria Feltrinelli dell'aeroporto mentre impilavano i libretti nuovi nuovi.
Ho preso la mia (piccola) copia e nell'attesa dell'aereo mi sono messa a leggere. Mi è stato subito chiaro che non vi avrei trovato nulla di ciò che cercavo, ma il ritratto della grande azienda di oggi - un mastodonte un po' inutile -, con i suoi riti e le sue gerarchie, mi ha divertita moltissimo.
Un ritratto impietoso e a tratti esagerato che passa soprattutto attraverso l'analisi e la caricatura del linguaggio aziendale, uguale ormai in tutto il pianeta. E questo sì, che mi ha interessata.
E' ciò che l'autrice Corinne Maier chiama la neolingua e che si basa su cinque regole:

  1. L'impresa complica ciò che può essere semplice. Usa "inizializzare" invece di cominciare, verbo sin troppo triviale, "finalizzare" invece del molto comune finire, e "posizionare" al posto del ben più terra-terra mettere.
  2. Seleziona il proprio lessico per darsi più importanza di quanta non ne abbia realmente. "Coordinare", "ottimizzare" sono più carichi di eseguire. Ma è "decidere"che troneggia nel pantheon dei verbi, a breve distanza da "dirigere" e "capitanare". Non lesina, d'altro canto, nelle parole in "-enza": pertinenza, competenza, esperienza, efficienza, coerenza, eccellenza, tutte espressioni che danno, in apparenza, molta importanza.
  3. Considera la grammatica un relitto d'altri tempi. Abusa di cinrconlocuzioni, rigonfia la sintassi, si riveste di tutta una chincaglieria di temini tecnici e amministrativi, e violenta le parole. E' in grado, inoltre, di trasformare la lingua con grande maestria: ama alla follia i trasferimenti semantici. Ad esempio, il verbo "declinare" normalmente utilizzato per "declinare un invito" o per "declinare un verbo" viene utilizzato con qualche forzatura per esprimere un concetto che non gli è proprio. "Declinare" un logo, un messaggio, un valore, significa adottare questi elementi sotto altre forme, situarli più in alto. Allo stesso modo, l'impervensante "soluzionare" rimpiazza senza colpo ferire il più casereccio risolvere, perché fornisce al concetto di ""soluzione" una prestanza fisica che altrimenti non sarebbe stata apprezzabile.
  4. La lingua d'impresa manifesta la visione politica di un potere impersonale che non cerca di convincere, né di dimostrare o sedurre, quanto piuttosto di affrancare dalle difficoltà reali escludendo qualsiasi giudizio di valore. Lo scopo? Farvi obbedire. Attenzione, Goebbels, braccio destro di Hitler, lo ha già detto: "Noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto". E la neolingua dell'impresa è spesso a metà strada fra la frase oggettiva pseudo-scientifica e il clangore perentorio dello slogan. Il risultato: "Si deve accentuare la cooperazione tra i reparti", "Occorre sforzarsi di imprimere nuove metodologie operative per la deadline del 15", "L'attuazione degli orientamenti definiti dal progetto di servizio resta e resterà una priorità".
  5. La lingua di impresa percorre solo strade ultrabattute e perfettamente note in ogni minimo dettaglio. Anche se privo di un significato intellegibile, questo linguaggio può tuttavia essere decifrato: un testo, un comunicato, manifesta il suo senso solo attraverso i proipri scarti da un codice implicito. Ogni contravvenzione al cerimoniale rivela qualcosa. Così, se proprio non avete nulla di meglio da fare, potreste diventare esperti di neolingua...
    (pgg. 28-30)

Una soluzione possibile? "Uno stage di ritorno alla lingua madre". Sottoscrivo in pieno.

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martedì, febbraio 22, 2005

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Il business writer non butta mai niente.

Il titolo di questo post mi accompagna da molto tempo, è anzi una delle mie massime preferite. Me ne sono ricordata in questi giorni leggendo il writing tool n° 44 di Roy Peter Clark sul Poynter. Il quale Peter distingue due modalità per conservare tutto ciò che può tornare utile al giornalista e allo scrittore professionale: il metodo del concime e il metodo della scatola di spaghi.
Nel primo caso si conserva memoria dentro di sé di idee, spunti, suggestioni, testi. Tutto a strati, ben mescolato, darà un giorno vita a un bell'albero di testi. Nel secondo, si conservano in una scatola tanti pezzetti di spago sparsi, finchéFetishturgy, di Joseph Cornell daranno vita a un nuovo gomitolo. Dei creativi l'uno, dei metodici l'altro.
Io faccio senz'altro uso di entrambi i sistemi: ci sono temi e idee che "covo" dentro finché il fiore esce dalla terra all'improvviso in forma di pagina web o di post, ma sono anche una maniaca conservatrice di link, articoli, citazioni, libri, post-it... le mie scatole degli spaghi sono file, cd, cartelline di cartone di vari colori. Su ognuna il titolo di un tema che sto seguendo e sul quale vorrei scrivere qualcosa. Man mano che trovo spunti, archivio e quando la cartella è bella gonfia, la riprendo in mano e comincio a scrivere. Quella che ha dato origine al Quaderno sull'email è cresciuta per ben due anni prima di maturare in un testo vero e proprio.
Fin qui la carta. Quello che invece trovo navigando sul web cerco di catturarlo in forma di link, "copia e incolla", file dedicati... ma non sono mai soddisfatta... i link sono da una parte, i pdf da un'altra, i testi catturati da un'altra ancora. Di molte cose perdo memoria o traccia e non riesco mai a ritrovarle quando mi servono davvero. Il formato elettronico è apparentemente leggero e maneggevole, facilmente archiviabile, in realtà sfuggente ed evanescente. Qualche volta mi prende una terribile nostalgia dei tempi passati in biblioteca con il mio schedarietto di carta e il quaderno con i fogli mobili: i libri non li prestavano, le fotocopie erano dispendiose in termini di soldi e di tempo, restava solo da prendere appunti precisi e strutturati. Compito lungo e noioso, ma al termine del quale avevi le idee già belle organizzate dentro la tua testa, pronte a dare vita ad altre idee e a testi originali e finalmente tuoi.
L'unica cosa che mi consola è che è il mio è un problema ampiamente condiviso. C'è chi organizza tutto in un archivio cartaceo, chi in mappe mentali, chi con comodissimi programmini in rete tipo Furl o Delicious, che ti permettono pure di condividere i bookmark commentati con altre persone in rete, chi registra tutto nel suo blog. Io faccio ancora di tutto un po'.
L'altra cosa che non si butta mai sono i testi "prima versione", quelli che al capo non sono piaciuti, quelli che non sono piaciuti a noi, le scalette, le bozze, i discorsi in cui l'amministratore delegato non si è riconosciuto, i progetti di comunicazione troppo audaci e prematuri. Meglio tenere tutto, con la sua bella data.
Arriva sempre il momento in cui si cambia capo, idea, amministratore delegato. Arriva il momento in cui ogni nuovo progetto è il benvenuto. Arriva il momento brutto, in cui non riusciamo a buttare giù una riga o quello bello, in cui abbiamo molto di meglio da fare che metterci seduti a scrivere. Allora si può andare a frugare nella dispensa del computer, nel retrobottega dell'archivio, nella scatola dello spago per ricostruire il nostro gomitolo.

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ferri del mestiere

lunedì, febbraio 21, 2005

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Donne. 

Sono molto legata al Premio DonnaèWeb, perché a Viareggio l'anno scorso ho passato dei momenti belli ed emozionanti.
Il premio riparte in questi giorni con l'edizione 2005. Le donne che lavorano e comunicano sul web hanno tutto il mese di marzo per presentare le candidature dei loro siti.
Un'altra segnalazione: il sito Server Donne, dal nome austero e un po' antiquato, ma aggiornatissimo e ricco di informazioni e idee per le donne che lavorano, cercano una nuova strada, nuove opportunità professionali e di vita.

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domenica, febbraio 20, 2005

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Sportivi scrittori.
Ho deciso già da un po' di non pubblicare annunci di corsi e concorsi su questo blog. Mi arrivano troppe segnalazioni e non ho parametri validi per scegliere. Ci sono poi altri luoghi dedicati a questa funzione, che la assolvono molto meglio di un blog personale come questo. Uno per tutti:
la bacheca di vibrisse curata da Giulio Mozzi.
Faccio eccezione solo per concorsi di istituzioni e aziende che offrono opportunità ai giovani in campi di difficile e spesso impossibile accesso.
Per questo segnalo volentieri il progetto Tribuna Sportiva Enel, "il primo giornale online sulla realtà sportiva
interamente redatto da giovani giornalisti in erba". Possono partecipare giovani nati dopo il 1 gennaio 1973, che amano lo sport e la scrittura.

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sabato, febbraio 19, 2005

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Effetto neve. 
Effetto neve, di Giuseppe De Nittis
Il bianco della neve è un colore silenzioso. Non c'è suono nel freddo vuoto e soffice. Non c'è prospettiva, né distanze, se non quella segnata dal volo degli uccelli.
La signora in nero si siede sul bordo del precipizio bianco a contemplare il silenzio mentre la neve si riflette sul suo viso pensoso, e lo illumina. E nel bianco della neve lei riflette la sua anima in cerca di quiete.
Giuseppe De Nittis avvolge di nero le spalle bianche delle sue donne sotto le luci artificiali dei saloni parigini, ma le circonda di bianco quando ci racconta il loro mondo interiore. Una vallata di neve per la donna solitaria e pensosa con cappello e ombrellino, una sinfonia di fiocchi candidi, sete e merletti per la moglie Leontine ritratta nel salotto di casa, un divano-conchiglia per una donna-perla distesa in un bianco abbagliante.

Giuseppe De Nittis. Impressionista italiano. Al Chiostro del Bramante a Roma, fino al 6 marzo.

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forme e colori

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Nonsense sui muri.
A Roma siamo in piena campagna per le prossime elezioni regionali.
I muri sono pieni di manifesti, uno sull'altro.  A parte le campagne dei due candidati a presidente della Regione, entrambe molto professionali, il resto è una fiera di facce dai sorrisi forzati e inquietanti e di slogan senza senso.
Eccone un piccolo campione:

"La tua energia. La mia voglia di fare."

"Io ci credo!"

"La tua fiducia al centro del mio impegno."

"I tuoi diritti. Il mio dovere."

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on the road

mercoledì, febbraio 09, 2005

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Lingua in salsa piccante.

Azzeccatissimo il titolo del blog di due copy editor de Le Monde, che registrano giorno per giorno tesori, notazioni ed errori della lingua francese.
In Italia non conosco blog di copy editor e, a dire il vero, nemmeno copy editor.
Per quanto ne so, c'è solo una rivista che dà al suo copy editor la stessa visibilità che dà al direttore e ai giornalisti: è Internazionale.

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le lingue degli altri

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Laureati in comunicazione.
"Slegare l'Italia. Prima che sia troppo tardi. Prima che diventi un paese di affitta-camere e di laureati in comunicazione."
Comincia così l'articolo di  Roberto Napolitano sul Sole 24 Ore di oggi, dedicato alla china decadente del nostro paese.
 
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lunedì, febbraio 07, 2005

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La leggerezza del silenzio.
Oggi, sulla prima pagina del supplemento Affari Privati del Sole 24 Ore, c'è un articolo sul silenzio e l'ascolto, due parole che si stanno facendo strada nel concitato mondo dei media e della comunicazione.
Scrive Claudio Achilli: "Nel mondo di oggi, fatto di comunicazione frenetica, c'è forse, in modo imprevisto, uno spazio per un nuovo silenzio. La gran parte della nostra comunicazione oggi si attua nel silenzio delle email e degli sms: un tipo di comunicazione più discreta e silenziosa nella quale le persone possono leggere, rispondere, pensare, immaginare nei tempi da loro scelti e possono vedere volti, espressioni, ed anche emozionarsi. Paradossalmente, il mondo rumoroso e ultratecnologico offre spazi per il silenzio, l'immaginazione e la riflessione solo se impariamo a coltivare il silenzio.
Fisiologicamente parlando il silenzio non vuol dire annullare il proprio rapporto col mondo, ma semplicemente viverlo in un altro modo. Proviamo a stare in silenzio, immersi nello spazio vivo di questa dimensione, meditando di più e trovando più silenzio dentro di noi e intorno a noi. Le pratiche orientali di meditazione zen o yoga si nutrono di silenzi profondi e incredibilmente leggeri."
Qualche mese fa, durante un seminario di formazione yoga, ho fatto l'esperienza del silenzio per dodici ore. Un'esperienza sorprendente per me, abituata a esprimermi con le parole. Sorprendente perché la comunicazione è stata intensa e ricchissima, fatta unicamente di sorrisi e di sguardi.
 

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mercoledì, febbraio 02, 2005

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Citando Citati.
"Malgrado le apparenze, gli italiani non usano parole come pane, vino, religione, laicismo, tasse, zucchero, terrorismo, tram, sciopero, padre, madre, carciofo, pomodoro, panettone, maremoto, Dio, amore, malinconia, morte. Non credete alle vostre orecchie ingannevoli: queste parole non si ascoltano mai. Gli italiani amano (o amavano) soltanto due locuzioni avverbiali: E QUANT'ALTRO e IN QUALCHE MODO."
E' l'incipit dell'articolo di Pietro Citati sulla pagina culturale centrale di Repubblica di oggi. Un articolo profondo e arguto sulle nostre cattive abitudini di parlanti che si innamorano delle espressioni vuote e lunghe, ma non sanno più - o hanno paura di - usare le parole semplici della vita. Da quelle concrete e quotidiane a quelle delle emozioni e dei sentimenti.
E' un tema che mi oggi mi tocca particolarmente, come passare il succo di limone sulla mia pelle graffiata di editor aziendale che in questi giorni non vede che documenti in cui le parole rappresentano solo se stesse, con labili legami alle cose e alle idee.
E se nella lingua parlata le espressioni "estenuate e livide dalla noia" possono costituire stampelle per procedere oltre, nei testi scritti - che si possono rivedere, tagliare e correggere - sono un peccato mortale, commesso per ignoranza od omissione, ma qualche volta anche con lucida consapevolezza. 

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lingua italiana

martedì, febbraio 01, 2005

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Una miniera su comunicazione e marketing.
Segnatevi subito questo indirizzo: il Knowledge Hub del britannico Chartered Institute of Marketing. Ho cominciato appena a esplorarlo e ho già trovato una quantità di materiali utili per i comunicatori aziendali, dalle guide sul brand alle cheklist, alla redazione del brief per un'agenzia.

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ferri del mestiere