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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


giovedì, aprile 28, 2005

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Ancora NU: questa volta Nuovo e Utile.

Dopo il convegno del 2004, quest'anno Nuovo e Utile diventa un Festival della Creatività e dell'Innovazione. Quattro giorni a Firenze (18-22 maggio) alla Fortezza da Basso.
A dire il vero, l'anno scorso lessi alcune recensioni non troppo lusinghiere e anche in questa edizione c'è molto establishment della cultura, cioè molti soliti nomi.  Nel bene e nel male. Nel bene, perché sicuramente De Mauro, Carlini, Granieri, Audisio e Oliverio hanno cose interessanti da dire; nel male, perché ti domandi se oggi l'innovazione non debba scaturire "anche" da altre fonti - meno visibili -, che non siano solo i grandi maestri che ascoltiamo e leggiamo da anni. C'è uno spazio dedicato al web e soprattutto ai blog, ma anche qui i nomi sono quelli che tutti conosciamo.
Al Festival c'è però talmente tanto ed è così accessibile anche dal punto di vista dei costi, che sicuramente vale la pena di curiosare, annusare idee, scegliere quello che piace e farsi una propria opinione.

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creatività

sabato, aprile 23, 2005

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Belle addormentate.
La donna dai capelli gialli di Picasso del Guggenheim Museum di New York la vedo dormire da giorni sul retro di quasi tuttiPablo Picasso, Donna dai capelli gialli, 1931, Guggenheim Museum, New York. gli autobus romani. Stai nel traffico, nervosa, e lei è sempre lì - come la bella addormentata - a contagiarti la sua tranquilla placidezza.
Stamattina l'ho vista "di persona" alla mostra Capolavori del Guggenheim che si tiene alle Scuderie del Quirinale. Mostra strana e apparentemente sfilacciata, come tutte le mostre in cui le opere non sono unite dal tema, ma dalla istituzione che presta i quadri. Nel caso di una famiglia di collezionisti, però, il filo c'è e in questo caso è la ricerca delle radici dell'arte moderna, di quelle avanguardie che non volevano più riprodurre il mondo, ma inventare sulla tela nuovi mondi, costruiti secondo le leggi dell'arte, non della verosimiglianza o della realtà. Indagandone al microscopio i meccanismi generativi come Klee, cercando il minimo comun denominatore delle forme come Mondrian, ascoltando le risonanze spirituali dei colori come Kandinsky.
Ma lui, Picasso, riesce sempre a sorprendenti con la chiarezza e l'evidenza del suo discorso, con la sua capacità di sintonizzarti immediatamente con la tragedia collettiva della guerra o con l'atmosfera intima di una stanza dove una donna sta dormendo. E dorme lei, la donna bionda, così verosimilmente mostruosa con il suo collo inesistente e le sue braccione gonfie, così profondamente vera con il suo viso a forma di uovo e le sue braccia che lo chiudono in un abbraccio, facendosi cuscino o gatto arrotolato.
La signora dormiente, IV-III secolo a.C., Museo Nazionale di Archeologia, La Valletta.Picasso dipinge un'icona del sonno tranquillo e dell'abbandono in un irrealistico trionfo di forme rotonde. Attinge al linguaggio primigenio e universale della forma, lo stesso della sorella preistorica che dorme al Museo Archeologico della Valletta. Scolpita nella pietra nel IV millennio avanti Cristo, anche lei con i suoi braccioni-cuscino, il suo corpo-uovo, una concreta stoffa a righe.

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forme e colori

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MdS aggiornato.
Questa settimana non ho scritto molto sul blog, in compenso ho appena messo online un sostanzioso aggiornamento del Mestiere di Scrivere.
Non tanto per merito mio, questa volta, quanto grazie ad altri professionisti amici che hanno contribuito con i loro articoli.
Giacomo Mason, che ha pubblicato da poco un libro sulle presentazioni efficaci, ha scritto un lungo articolo su come usare al meglio un utilissimo e snaturatissimo strumento di comunicazione aziendale: Ecologia di powerpoint.
Alessia Rapone, autrice del sito Racconto lavoro, ha scritto un Quaderno - il settimo della collana - su quell'affascinante "soglia" testuale che è la copertina di un libro, la "porta dei desideri" come l'ha chiamata.
Due interviste: una a Franco Amicucci, sociologo e formatore, sulle "felici contaminazioni" dei linguaggi aziendali con i linguaggi dell'arte: teatro, musica, letteratura; l'altra a M. Emanuela Piemontese, che ci chiede di dedicare attenzione e sostegno al giornale online che dirige, dueparole, il mensile di facile lettura.
Io ho fatto soprattutto da editor, ruolo nascosto che amo molto, tanto da avergli dedicato il litbit di questo aggiornamento: "Sono un cattivo copywriter, ma un buon editor. Così riesco a correggere quello che scrivo. Dopo quattro o cinque revisioni, il testo è abbastanza decente da poter essere mostrato al cliente." David Ogilvy, The unpublished David Ogilvy.

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giovedì, aprile 21, 2005

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Una newsletter per i comunicatori di organizzazioni non-profit.
Ragan è un'azienda di comunicazione di Chicago che pubblica numerose newsletter, molto interessanti e molto costose. L'ultima nata invece è gratis ed è dedicata ai comunicatori di organizzazioni non-profit. Basta registrarsi.

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mercoledì, aprile 20, 2005

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Dalla carta al web.
Un articolo interessante (in francese) di Jean Marc Hardy sull'adattamento di documenti cartacei al web. Trappole da evitare: copia e incolla, la tentazione del pdf, la navigazione sequenziale. E ancora: come cambiano i font, le coordinate spazio-temporali, i metadati, lo stile, le immagini, l'ipertestualità e l'interattività.

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web writing

domenica, aprile 17, 2005

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Espansione.
Non so come faccia Marco Fossati di Creative Classics a scovare siti e documenti così interessanti, ma penso gli dobbiamo tutti un "grazie" per l'indicazione del link dell'indiana RAI Foundation, il cui sito è una miniera di materiali per scrittori e comunicatori, nonché un esempio raro di cultura illuminata e generosità. D'altra parte il payoff della fondazione è "Changing hearts and mindsets". Colpisce questo estendersi dei nostri orizzonti web e delle nostre navigate verso paesi nuovi. I siti più autorevoli sulla scrittura professionale sono australiani e canadesi, mentre ho scoperto proprio oggi che una bella newsletter sul branding, in inglese, mi arriva dritta dritta da Bucarest.

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Autori-lievito.
Mi ha fatto piacere trovare nei libri raccomandati da un famoso copywriter inglese un autore italiano del Novecento.
In We, me, them, it. The power of words in business John Simmons elenca una decina di libri di narrativa che ogni buon copy dovrebbe leggere. Le parole che vi sono scritte "sono come il lievito per il panettiere": fanno crescere le nostre.
Insieme alla Piccola Dorrit di Dickens, Lolita di Nabokov, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, I figli della Mezzanotte di Rushdie, c'è Il sistema periodico di Primo Levi.

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libri

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Giusto e sbagliato.
"Chi parla o scrive si interroga spesso su cosa è giusto e cosa è sbagliato, e risolve il problema chiedendo lumi, consultando il vocabolario, ecc. Ma in senso generale, che vuol dire in lingua "giusto" o "sbagliato", chi l'ha stabilito? Non l'ha stabilito una grammatica razionale ma una consuetudine. Sbagliare equivale a infrangere un comportamento sociale.... L'errore è dunque il rompere la consuetudine, sia nel comportamento sociale, sia nell'uso del linguaggio. La lingua che parliamo è una sorta di patto sociale, un modo convenzionale che si impara sin da piccoli e che per tutta la vita andremo ripetendo. Quello che chiamiano "norma" (e che trasgrediamo quando facciamo un errore) è l'insieme dei comportamenti linguistici passati in consuetudine sociale. Errore è uno scarto rispetto a una norma riconosciuta, codificata dalla comunità linguistica, che censura un determinato comportamento."
da: Gianluigi Beccaria, Parole in corso, Tuttolibri de La Stampa, 14 aprile 2005.

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lingua italiana

venerdì, aprile 15, 2005

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La democrazia che passa per l'educazione linguistica.
Quando M. Emanuela Piemontese mi ha inviato il comunicato stampa e l'invito all'incontro A trent'anni dalle 10 tesi, che si tiene lunedì 18 a Roma nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, mi sono chiesta cosa fossero mai queste tesi. Così sono andata sul sito del Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica) per saperne di più.
Ho scoperto che nel 1975 un gruppo di docenti della scuola e dell'università sottoscriveva le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, un “manifesto” per un rinnovamento profondo degli insegnamenti linguistici. Alla critica dell'insegnamento tradizionale, confinato nelle ore di italiano e basato sull'ortografia, si opponeva l'educazione linguistica democratica, basata su 10 princìpi. Vi invito a leggerli, perché alcuni sono attualissimi. 
Mi è piaciuto soprattutto l'ultimo, da proporre a tutti quegli allievi dei corsi di comunicazione così avidi di certezze e regolette da applicare per sentirsi meglio:

In ogni caso e modo occorre sviluppare il senso della funzionalità di ogni possibile tipo di forme linguistiche note e ignote. La vecchia pedagogia linguistica era imitativa, prescrittiva ed esclusiva. Diceva: "Devi dire sempre e solo così. Il resto è errore". La nuova educazione linguistica (più ardua) dice: "Puoi dire così, e anche cosi e anche questo che pare errore o stranezza può dirsi e si dice; e questo è il risultato che ottieni nel dire così o così". La vecchia didattica linguistica era dittatoriale. Ma la nuova non è affatto anarchica: ha una regola fondamentale e una bussola; e la bussola è la funzionalità comunicativa di un testo parlato o scritto e delle sue parti a seconda degli interlocutori reali cui effettivamente lo si vuole destinare, ciò che implica il contemporaneo e parimenti adeguato rispetto sia per le parlate locali, di raggio più modesto, sia per le parlate di più larga circolazione.

La giornata è introdotta da una lunga relazione di Tullio De Mauro, seguono interventi sull'influenza delle tesi sulla professionalità degli insegnanti, l'editoria scolastica, la ricerca scientifica, il futuro della scuola italiana.
Sarà interessante questa verifica su un coraggioso manifesto di trent'anni fa, quando i canali televisivi erano solo tre, il computer non c'era e nelle nostre scuole studiavano solo bambini italiani.

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mercoledì, aprile 13, 2005

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Traducendo, dolcemente impazzire.
Ieri in macchina ho ascoltato un brandello di una trasmissione di rara bellezza: la traduttrice dall'ebraico Elena Loewenthal parlava del suo lavoro, dell'amore per la lingua, degli scrittori che ha incontrato attraverso la traduzione. Abbandonare la radio per andare al mio appuntamento è stata una vera sofferenza.
Ora la sto riascoltando via internet, per intero, mentre scrivo questo post. La trasmissione si chiama Una specie di follia. Il mestiere del traduttore, va in onda su Radiotre dal lunedì al venerdì, dalle 14 alle 14.30. Ogni giorno un incontro con un traduttore letterario e una lingua diversa. 10 incontri imperdibili, dall'inglese al russo, da Carver a Pushkin.

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le lingue degli altri

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Tutti in aula!
Ci ero passata vicino tante volte, ma non ero mai entrata.
E' la News University, semplicemente NU, che a una romana come me ricorda soprattutto il vecchio nome della municipalizzata della raccolta rifiuti, ovvero Nettezza Urbana.
Nette, ordinate e pulitissime sono anche le aule virtuali dedicate a diversi e interessanti aspetti del lavoro del giornalista e dello scrittore professionale: ambienti multimediali e colorati in cui si può entrare e uscire quando si vuole, per imparare qualcosa di utile. Alcuni titoli dei corsi, che durano un'oretta o due: l'arte dell'intervista, il linguaggio delle immagini, matematica per giornalisti, il laboratorio dei titoli, rifinite i vostri testi, saper ascoltare.
Tutto in inglese (of course), tutto gratis (per ora), basta registrarsi. Affrettatevi.

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ferri del mestiere

lunedì, aprile 11, 2005

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Dedicato alle newsletter.
Sul sito americano E-write una lista di 26 consigli per lanciare o rivitalizzare una e-newsletter.
Se il tema vi interessa e volete approfondire, uno studio canadese di oltre 160 pagine sui fattori di successo di una newsletter.

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web writing

venerdì, aprile 08, 2005

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Money, money, money.
Ho appena risposto a una delle tante email in cui mi si chiedeva un consiglio su come e quanto farsi pagare i lavori di copywriting.
La mia risposta è "non lo so, dipende". Dipende da tantissime cose, ma soprattutto da quanto sei bravo/brava.
Ne ho scritto già sia sul
MdS, sia sul blog. Ora aggiungo un'altra risorsa, che si riferisce al mercato di lingua inglese, ma che può dare qualche idea orientativa anche ai professionisti italiani: l'articolo di Nick Usborne che recensisce un libro-inchiesta dedicato alle tariffe dei copywriter, più il sito dedicato ai copy freelance, curato dallo stesso Nick.

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giovedì, aprile 07, 2005

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Mantra margin.
Istintivamente l'ho sempre fatto. Qualche tempo fa gli ho dedicato pure un post. Oggi ho ritrovato il tema in una newsletter americana di copywriting. Newsletter solitamente mediocre, ma il titolo questa volta mi ha colpito: mantra margin.
Ovvero quello che devi ripeterti e non dimenticare mai quando lavori a un progetto di scrittura. Scrivitelo bene e copialo a margine delle tue pagine in modo da vederlo e ripeterlo dentro di te come un mantra.
Sembra una scemenza, ma scriversi il mantra di progetto serve soprattutto quando il progetto è complesso, lungo, frammentato in molte decine di pagine, portato avanti per un mesetto o anche di più. Pagine diverse, che però devono mantenere un obiettivo, uno stile, una voce comune.
In questi giorni sto lavorando a uno di questi progetti: il mio mantra è lunghetto e occupa una mezza cartella. Per questo l'ho stampato e l'ho appeso al muro.
Le voci principali sono:

  • obiettivo
  • idea conduttrice forte
  • il punto di vista
  • stile/voce
  • stili/accenti diversi nelle singole sezioni
  • warning
  • quali parole non usare *mai*.
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La voce scritta del commesso online.

Un articolo francese dedicato alla scrittura per i siti di e-commerce: "Peut-on augmenter ses ventes en rédigeant plus web?".
Si possono aumentare le vendite con una scrittura orientata al web? Certo, risponde François Hubert, invitandoa scrivere dei testi che stiano lontani sia dal linguaggio promozionale, sia da quello troppo tecnico: "Il testo sul web dovrebbe ritrovare le intenzioni, il tono e la voce del commesso che nel negozio risponde alle nostre domande. Se il cliente ha bisogno di essere ascoltato e rassicurato, cosa dire del cybercliente davanti a un sito web? Anche lui desidera delle risposte, un linguaggio comprensibile e un formato che gli faciliti la lettura". E a dimostrazione di ciò Hubert fornisce una interessante riscrittura di una brochure di prodotto in formato web.
Brevità, testo facilmente esplorabile, informazioni concrete e precise... tutto bene, ma quando leggo queste cose non posso fare a meno di pensare e a un testo lunghissimo, chiacchierone, ma estremamente efficace quale la "sceneggiatura" del Pacco del Diffidente su Esperya.
Informare, ma anche intelligentemente intrattenere. Una delle poche cose che ho scritto nel 2000 nel libro Scrivere per Internet in cui ancora mi riconosco è proprio questa:

"Qualcuno ha paragonato il mercato globale al vecchio bazar, in cui si curiosava, si confrontava, si sceglieva, si discuteva e alla fine si comprava. Certamente, il cliente online è un compratore accorto, che vuole anche essere intrattenuto per essere convinto. Pensate al successo delle librerie online, dovuto sì ai forti sconti e alla possibilità di trovare praticamente qualsiasi libro, ma anche a quello stile di comunicazione così diretto che ti fa cliccare sul 'tuo' carrello o ti invita a scrivere la 'tua' recensione o a dare il 'tuo' voto al best seller di cui tutti parlano. O ancora a partecipare a una chat con il grande scrittore del momento o ad ascoltare una sua intervista in Real Audio.
Sul grande mercato globale siamo in tanti, ma ognuno di noi vorrebbe essere trattato con i riguardi e le attenzioni che il negozio tradizionale riserva al singolo cliente. Anzi, di più, perché su Internet – grazie all’e-mail – abbiamo anche un nome e un cognome, possiamo instaurare un dialogo con un’azienda, chiedere mille informazioni prima di comprare. Non dimentichiamocene mai quando scriviamo. Rivolgiamoci direttamente al nostro visitatore e futuro cliente.
Anche il sito aziendale, quindi, deve avere un suo stile una sua 'voce', nel migliore dei casi inconfondibile e diversa da quella dei concorrenti."


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web writing

martedì, aprile 05, 2005

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Speechwriting: scrivere parole destinate a volare.
Ho scritto decine di discorsi per presidenti e amministratori delegati. Per le occasioni più diverse e per i personaggi più diversi.
Chi vuole fare con te ogni rilettura, disquisendo sull'opportunità di espressioni e virgole, e chi prende tutto senza discutere e si legge il suo discorso in santa pace.
E' un'attività, quella di speechwriting, considerata una grande seccatura, ma a me è sempre piaciuta molto.
Forse perché quando scrivi qualcosa che deve essere letto quello che conta, ancor più dei contenuti (la gran parte delle occasioni sono puramente formali), è il ritmo. E il ritmo è ciò che cerco e curo di più in ogni tipo di testo.
A scrivere discorsi non ti insegna nessuno e non sono mai riuscita a trovare un testo decente che ti dia qualche indicazione.
Le regole di base che ho sempre osservato sono però abbastanza semplici:
  1. documentarsi benissimo sul tema e soprattutto sulle fonti più diverse
  2. avere un colloquio ben preparato con il top manager in questione, sottoporgli una prima scaletta e capire se ci sono e quali sono le sue opinioni rispetto al tema; alcuni le hanno, altri no: in questo caso supplite voi senza troppi complessi
  3. conoscere la persona, i suoi ritmi, le sue manie e idiosincrasie; una cosa non sempre possibile, ma in questo caso chiedete a chi lo conosce meglio e lavora direttamente con lui
  4. fatevi raccontare da lui/lei, se ci riuscite, un episodio personale o un ricordo che possono essere inseriti nel discorso
  5. una  volta preparata la scaletta, mescolate un po' le carte: cominciate (o concludete) con il titolo di un giornale, una citazione, i versi di una poesia o di una canzone, i risultati di una ricerca; ma niente di scontato e di già sentito: tutto ciò che è inaspettato rialza l'attenzione dell'uditorio
  6. ma quando introducete un registro diverso, un salto stilistico, non lo annunciate prima: non "ora per finire vi racconterò una illuminante storiella zen, tanto per alleggerire...", fategliela raccontare e basta
  7. la monotonia lessicale è la morte di un discorso, soprattutto su temi molto specialistici: variate, anche se i sinonimi non lo sono poi così tanto; la precisione - essenziale sui testi destinati alla stampa - può sfumarsi un po' quando le parole "volano" e suono e ritmo sono ciò che conta di più
  8. diversa è invece la ripresa consapevole di parole-chiave lungo il discorso (ricordate Martin Luther King: "I have a dream... let freedom ring"?)
  9. bandite ogni parola ed espressione gergale che si regge (a malapena) sulla carta, ma fa ridere i polli se qualcuno la pronuncia
  10. scrivete frasi brevi: devono poter essere pronunciate con agio, senza strozzarsi, ma soprattutto devono dare all’oratore la possibilità di fare spesso delle pause per guardare in faccia l’uditorio
  11. non preoccupatevi troppo della correttezza grammaticale e della completezza canonica delle frasi: fate a meno dei verbi, se vi fa comodo; cominciate pure con “e” oppure con “per” o con qualsiasi altra preposizione volete
  12. organizzate sì il discorso in maniera sequenziale, ma fate attenzione a scandirlo in moduli ben precisi e un po’ autonomi: soprattutto in una tavola rotonda, il tempo può essere dimezzato improvvisamente, un passaggio può diventare poco opportuno, qualcosa l’ha già detta meglio qualcun altro; il vostro presidente o amministratore delegato deve poterne fare a meno velocemente senza andare nel panico
  13. conservate con cura tutte le stesure e tutti i discorsi con indicazione dell’occasione e data: non avete idea di quanto tornano utili, anche per persone diverse.
Questo non voleva essere il lungo post che è diventato, ma solo l’indicazione di un link utile che ho trovato stamattina: A good speech. Writing for CEOs, cinque interessanti e sensate pagine di James L. Horlon, autore del blog Online Public Relations Thoughts.
Comunque, la cosa migliore è leggere discorsi famosi, che spesso sono anche molto belli. In italiano c’è la ricca raccolta Belle parole di Ferdinando Sallustio: 100 discorsi da Mosé a Paperino (9 euro ottimamente spesi).
 
PS il post mi ha preso la mano, segno che forse non è vero che “ogni testo va progettato”, o magari questo era già pronto e andava solo “tirato fuori”. Bene, visto che la mattina c’è bisogno di un po’ di allenamento per mettersi a scrivere, ho fatto il mio stretching e sono pronta per il lavoro vero.

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ferri del mestiere

lunedì, aprile 04, 2005

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Prima di riscrivere, apri la porta.
Oltre a scrivere, in azienda ho sempre fatto tanta attività di editing sui testi altrui.
Attività che ho sempre apprezzato molto perché leggere i testi per capire se sono efficaci, correggerli, spesso riscriverli, aiuta moltissimo a scrivere meglio.
Aiuta sia a diventare dei bravi editor di se stessi nella indispensabile fase di
revisione di ogni nostro testo, sia a diventare scrittori consapevoli delle proprie scelte testuali. Quando correggiamo noi stessi, ci correggiamo e basta, finché i testi non suonano bene. Ma quando correggiamo gli altri, dobbiamo anche spiegare loro "perché", magari proprio per iscritto. E sono quei tanti "perché" che man mano ci portano verso la consapevolezza.
In questi giorni, su un bel libro di un business writer inglese, ho (ri)letto un piccolo episodio tratto da On Writing di Stephen King.
Il giovane scrittore alle prime armi, allora squattrinatissimo, sottopose al caporedattore i suoi primi due articoli. Gli tornarono indietro pieni di correzioni, ma con un consiglio prezioso: i testi non sono finiti se non ci hai fatto un robusto editing sopra. E perché il consiglio fosse più incisivo, fu completato da una bellissima metafora: "Scrivi con la porta chiusa, ma riscrivi con la porta aperta". Quando scrivi e butti giù la prima stesura puoi permetterti di essere solo, ma quando rileggi lo fai per comunicare, per essere capito, per metterti in sintonia con gli altri e con il mondo. Non puoi lasciarli fuori.

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ferri del mestiere

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Incoronazione.
"Il cliente è il re", si è sempre detto. Ma è oggi, con la diffusione di internet in quasi tutti gli strati sociali del mondo che può permettersi di comprare, che il consumatore ha davvero lo scettro in mano.
Lo dice l'ultimo dossier dell'Economist: Power at last. Dossier a pagamento sul web, ma con un
articolo introduttivo lungo e interessante e una bibliografia gratuiti.
Il vero commercio elettronico - afferma l'Economist - è quello "informativo". Si va a comprare un computer, una macchina, un libro dopo essersi documentati a fondo su modelli, colori, prezzi. Dopo aver scandagliato siti di consumatori, forum e blog tematici. Se l'acquisto lo si fa spesso ancora al negozio o al centro commerciale, la scelta la si fa già sul web. E non sulla base di slogan suadenti, ma solo sulla base di dati e fatti concreti.
Qualcosa che sta già cambiando drasticamente gli orientamenti e la spesa pubblicitaria di grandi e piccoli brand.
Qualcosa che deve farci riflettere su quello che scriviamo sui siti delle aziende, dove
autoreferenzialità e marketese impazzano ancora.

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sabato, aprile 02, 2005

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Colore e dolore.
Stamattina ho realizzato che la grande piazza sulla quale sono puntati gli occhi e le telecamere di tutto il mondo non è troppo lontana da casa mia.
Mi è venuto spontaneo andarci direttamente. Per partecipare a un momento storico e a una delle tante reali conclusioni del Novecento, oltre che di un uomo che ha segnato il secolo in maniera così forte. Ma anche per provare su me stessa - in un'epoca in cui viviamo tutto via internet o in televisione - cosa significa per una volta stare in un luogo vero, non virtuale, in mezzo a molte migliaia di persone, circondata dalle loro emozioni, in attesa di un evento che tutto il mondo aspetta. Sentire voci, incrociare sguardi, percepire sentimenti nel mio vicino.
Ho spento il computer che mostrava sul sito del principale quotidiano nazionale una foto di donne con gli occhi al cielo e le braccia levate e il primo piano di un viso pieno di lacrime. La mano che le asciugava stringeva un rosario.Tempo mezz'ora ed ero a Piazza San Pietro in un primo pomeriggio caldo e dorato. Quello che ho trovato dentro l'abbraccio del colonnato berniniano, che sembrava ruotare intorno a me come una bianca macchina barocca, è stato qualcosa di veramente diverso dalla retorica e dall'emotività "effetti speciali" cercato e filtrato nelle nostre case dalle telecamere. Non ho visto lacrime, né braccia levate al cielo, né gente inginocchiata. Ho visto tante persone come me, famiglie intere, giovani seduti tranquilli per terra a leggere e a pregare, un incredibile numero di carrozzine con bambini piccolissimi, bambini più grandi cui i genitori parlavano del papa come di una persona di famiglia. Mi ha colpito il numero di turisti stranieri che scrivevano su un taccuino, sicuramente il ricordo e le emozioni di una giornata particolare.
C'erano serenità, pacatezza, rispetto. Molti sorrisi, molte parole, ma sommesse, come quando non si vuole disturbare qualcuno nella stanza accanto. Eravamo tantissimi, ma le voci non soverchiavano lo scrosciare dell'acqua nelle due fontane.
Mentre mi allontanavo e passavo in mezzo ai satelliti e alle telecamere, non ho potuto fare a meno di notare - in tanta evidente normalità - la caccia di giornalisti e fotografi al "pezzo di colore": un gruppo di cinesi, un ragazzo pieno di piercing ma munito di bibbia, un drappello di ragazzini francesi con cappellini rossi. In televisione saranno venuti benissimo.

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on the road