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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


mercoledì, settembre 28, 2005

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Belle pagine.
Alcune segnalazioni interessanti emerse dalle mie navigate tra ieri e oggi:

  • un articolo di Umberto Santucci su Apogeo online, che fa il punto sulla professione di technical writer (vedi post precedente)
  • due articoli sull'ultimo numero di ticonzero, la rivista dedicata alle "emergenze organizzative, tecnologiche e manageriali" di Sda Bocconi: Giovanni Lucarelli parla dei doni inaspettati della serendipity, Giuseppe Fichera ed Eloisa Cianci delle narrazioni all'interno delle organizzazioni
  • un intervento di Giancarlo Livraghi sul suo Gandalf, dedicato a una parola "passpartout", ovvero digitale, usato spesso a sproposito. Aggiungerei in tempo reale e virtuale.
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martedì, settembre 27, 2005

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Dedicato ai comunicatori tecnici.
C'è tempo fino al 14 ottobre per presentare lavori alla Trans-European Technical Communication Competition 2005, il concorso dedicato ai comunicatori tecnici.
Si possono presentare pubblicazioni cartacee e online. Se si vince, si può esporre su siti e brochure il bollino della prestigiosa Society for Technical Communication. Se non si vince, si riceve comunque una dettagliata valutazione delle pubblicazioni stilata da comunicatori esperti, e quindi si impara a scrivere e a comunicare meglio.
Per l'Italia la coordinatrice del premio è Vilma Zamboli, che ho intervistato nell'articolo Chi è il technical writer? sul MdS.

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sabato, settembre 24, 2005

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Lettere.
Da quando c'è la posta elettronica, scrivo molte più lettere. Per "lettere" non intendo i messaggi di servizio, ma lettere vere, lunghe, che si incrociano e che nel tempo formano corrispondenze, epistolari. Se da adolescente mi ero fatta appositamente confezionare uno scatolone rosa in cui conservare le mie lettere, ora dormono nel mio computer e in un cd, organizzate in cartelle. E perderle è sempre uno dei miei incubi.
Sono lettere che mando a persone che conosco da tanto tempo e che non riesco a vedere spesso, oppure brevi lettere scambiate quasi quotidianamente per raccontare anche piccoli avvenimenti della giornata, così come hanno fatto tante donne nel passato. O ancora, lettere con persone che non ho mai visto in faccia e di cui non conosco la voce, ma che mi sembra di conoscere meglio di chi vedo tutti i giorni. E lettere che scambio con persone che ho visto magari una sola volta, ma che attraverso la parola scritta posso conoscere meglio.
Si parla tanto dell'invasività dell'email, ma a me piace pensare anche all'altra faccia di questo strumento di comunicazione che è con noi da così poco tempo e di cui non possiamo più fare a meno. La sua leggerezza, la sua discrezione.
Tu scrivi, e non interrompi come con una telefonata. Chi legge, legge quando vuole e può assaporare in silenzio le parole dell'altro. Questo succedeva anche con la corrispondenza tradizionale, ma "la lettera" aveva una sua solennità, prefigurava un impegno, poteva spaventare chi doveva scriverla e chi la riceveva. L'email è una risorsa dei timidi, un canale di comunicazione dolce e meno impegnativo. Per email puoi dire cose che a voce non riusciresti mai a dire, puoi aprire una confidenza diversa, scardinare abitudini.
Solo una cosa mi dispiace: rinunciamo all'espressività della nostra calligrafia, a tutto il bagaglio emotivo portato dalla nostra mano, dal nostro corpo. Ma io, purtroppo, quando scrivo a mano ormai scrivo solo in stampatello, altrimenti non mi farei più capire né da me né dagli altri. Sarà per questo che stamattina su una bancarella mi sono comprata L'ABC della grafologia, la scrittura come specchio della vita? Sfogliarlo mi ha incuriosita: la scrittura a mano ha ritmi buoni e cattivi, curve, angoli e ricci, inclinazioni, calibri, legamenti e profili, armonie interiori e tratti rivelatori.
Ma, elettronica o no, la lettera non muore, anzi. In Francia dal 1996, tricentenario della morte di Madame de Sévigné, si celebra ogni anno il Festival de la Correspondance, con spettacoli, letture e chambres d'écriture. E anche da noi, quest'anno è nato il Festival delle lettere, prima manifestazione italiana "dedicata alla scrittura in carta, penna e francobollo": sono più di 700 le lettere scritte a mano da persone dai 5 ai 92 anni di età. La festa si celebra l'8 ottobre prossimo, al Teatro Verdi di Milano.

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Cyberlivres.
L'ottimo Adverbe segnala due e-book in francese, scaricabili gratuitamente, entrambi di grande interesse:

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venerdì, settembre 23, 2005

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Pocherighe
Pocherighe è una newsletter sulla scrittura ideata da Alessandro Lucchini e Paolo Carmassi. Poche righe, solo testo. Leggera leggera.
Nel numero 4 c'è un'
intervista a me, negli altri tre hanno parlato Mafe de Baggis, Alessandro Lucchini ed Emiliano Ricci. Nei prossimi ancora non si sa, ma per riceverli basta inviare una mail a
d@pocherighe.it

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mercoledì, settembre 21, 2005

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Banconi.
E' strano come le città italiane si distinguano anche per la geografia e la morfologia dei loro negozi. Ieri ero a Trieste in un pomeriggio gelato, desiderosa di scaldarmi un po'. Ma i bar triestini sono così diversi da quelli romani, con i loro trionfi di tramezzini. Sono più scuri, più caldi e raccolti, e verso le 7 tutti celebravano il rito dell'aperitivo, con grandi bicchieri e con piccolissimi stuzzichini. E anche le pasticcerie sono diverse: al posto delle meridionalissime paste, molte più praline, come tante perle di tutti i colori. E diverse le enoteche, dove ai banconi ho finalmente trovato il magico equilibrio tra vino e cibo, solitudine e socialità.
Ma la vera differenza l'ho misurata ai banconi di una libreria. Una libreria molto ma molto più piccola di quelle metropolitane, veri supermercati tutti uguali, ai quali mi sono ormai abituata.
Se la libreria Minerva di Trieste mi è sembrata molto più grande e ricca dei supermercati romani, il merito è proprio di quei quattro o cinque banconi "a tema", in cui i libri erano scelti e accostati solo in base alle preferenze del libraio, non certo alle classifiche, alle presenze o promozioni televisive, ai premi letterari, all'ultimo "grande giovane scrittore di turno".
C'erano classici insieme ad autori sconosciuti, libri grandi e piccolissimi, persino strane e introvabili collane di case editrici famose. Tanta diversità, eppure tutto aveva un suo senso, un suo svolgimento.
Mentre esploravo i sorprendenti banconi, il librario spostava e inseriva pensoso altri libri nelle vetrine, inventando per i suoi clienti nuovi percorsi letterari. Poi si è spostato alla cassa, commentando gli acquisti di un signore e illustrando le attività della libreria. "Venga, domani. Presentiamo la guida di Sarajevo" gli ha detto porgendogli "la borsetta" dei libri.

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on the road

domenica, settembre 18, 2005

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Fluire di forme.

La parola che in questi giorni ho più letto, scritto e ascoltato è "forma". Stranamente, forse non troppo, in contesti veramente diversi, ma con un senso comune che li sottende tutti.
Forma come struttura della propria energia vitale e creativa nelle pagine di un libro (La felicità di questa vita, di Salvatore Natoli):

"Ogni uomo, in quanto potenza, tende naturalmente a espandersi, ma nel prender le ali è spinto a dimenticare d'essere una potenza limitata. Per dissipare i veli d'illusione che il desiderio stesso innalza, l'uomo deve distaccarsi da sé, guardarsi da fuori, come fosse un altro, deve guadagnare un punto di vista oggettivo su di sé per studiarsi. Solo nel distacco (e mi permetto qui di usare una parola, raccoglimento) l'uomo può davvero raccogliere tutta la sua forza e utilizzarla al massimo. E' ripiegandosi su di sé che l'uomo si potenzia: per quanto la cosa possa sembrare paradossale, non è dissipando la propria forza che l'uomo si valorizza, ma riferendola a se stesso: in altre parole più correnti, tenendosi in pugno.
E' necessario tramutare la forza in forma. La forza, infatti, può avere una dinamica esplosivo-dissipativa, ma può essere anche regolata, organizzata. Le forme naturali sono tutte strutture ordinate: di più, il disordine stesso crea ordine. La forza raccolta, trattenuta entro un suo perimetro, guadagna perfezione: diventa corpo, opera, figura, forma."

Corpo, forma, figura: pensavo proprio a questo stamattina mentre durante una lunghissima pratica di yoga costruivo col corpo delle figure. Lentamente, pezzo per pezzo, sul ritmo del respiro, e poi le tenevo immobili trattenendo la forza e il movimento all'interno, ma osservando al tempo stesso con distacco quei triangoli, cerchi, rettangoli che si facevano e disfacevano. Per qualche minuto sono stata montagna, orso, foglia piegata, ponte su un fiume, risacca di mare.

Forma, ancora, in un testo sulla scrittura dell'arte che leggerete tra un po': forme che sulle tele dei pittori ci raccontano la nostra storia, le nostre inquietudini, la nostra interiorità. E ieri ho dato forma fiabesca persino alla mia vita - passato, presente e futuro - in due sole cartelle a conclusione di un lavoro terapeutico che ho svolto con altre comunicatrici. Ostacoli, dolori, delusioni e speranze in forma di castelli, fate, mele, gabbiani e incantesimi.

E che cos'è la scrittura, anche quella di un piccolo post, se non il tentativo continuo di non dissipare, di non far dilagare sulle pagine emotività ed energie, ma di trattenerle, di raccoglierle, di osservarle dall'esterno, di dar loro una forma, aggiungendo, spostando, ma soprattutto togliendo parole? Qualche mese fa - in un momento difficile - ho scritto del potere calmante e consolatorio che ha su di me questo lavoro paziente della ricerca dell'ordine e della forma sulla pagina. Ora, quella bellissima espressione di Natoli, "tenersi in pugno", mi fa capire meglio il valore la forma nella vita.

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sabato, settembre 17, 2005

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Già vent'anni.
Domani saranno passati vent'anni dalla morte di Italo Calvino.
La nostra azienda del servizio pubblico gli dedica sul suo sito un ricco
dossier multimediale e una trasmissione su Rai 3, naturalmente tardissimo.

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maestri

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Il racconto di Ferramonti.
E' raro che visiti un sito web con calma - senza altre mille finestre aperte -, con commozione e partecipazione, leggendo tutto. Riga per riga.
Ma mi è appena successo con Il Campo di Ferramonti e il Museo della Memoria, realizzato dagli studenti
dell'Istituto Tecnico Pentasuglia di Matera.
E' il racconto di uno dei 50 campi di concentramento italiani, quello di Ferramonti di Tarsia, vicino Cosenza. Piccolo, dimenticato dopo la guerra, ma diverso da tutti gli altri perché gli internati riuscirono a organizzarsi all'interno con strutture democratiche, attività culturali e didattiche, e anche ad avere degli scambi con la popolazione locale.
Un racconto che non conoscevo e che gli studenti e i loro insegnanti sono riusciti a far rivivere in un sito davvero efficace, semplice ma pieno di atmosfera, attraverso testi brevi e asciutti, molte immagini, foto, interviste, documenti, bibliografia. Persino la musica trova la sua giusta funzione tra le parole e le immagini.
Un episodio della nostra storia da conoscere, e un lavoro bellissimo, "professionale" mi verrebbe da dire, che però ha più valore perché realizzato in una scuola, evidentemente con pochi mezzi, ma con competenza, sincerità e passione.

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siti belli e cose utili

giovedì, settembre 15, 2005

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L'evidenza di Mafe.
Condivido ogni parola, e pure le virgole, di quanto ha scritto stamattina Mafe de Baggis nel suo post Contro ogni evidenza sul sito della
Magia.

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ferri del mestiere

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La penna limpida di Levi.
Qualche giorno fa, navigando, sono incappata in un bellissimo testo di Primo Levi, intitolato Perché si scrive, tratto dal volume di saggi L'altrui mestiere.
Levi elenca e approfondisce nove motivi, da "perché se ne sente l'impulso" a "per abitudine".
Sono rimasta colpita ancora una volta dalla sua lingua così pulita e semplice, dal lessico preciso da scienziato umanista, dagli aggettivi giusti.
"Ruvida e greggia", per esempio, è l'angoscia che lo scrittore scaglia "sulla faccia di chi legge" quando è preso dal dolore e dall'ansia. Ansia e dolore da lasciar decantare e filtrare sulla pagina con lentezza e discrezione "altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé."

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maestri

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Voglio, anzi vorrei.
Mi hanno incuriosito e un po' divertito i commenti al post sul verbo "volere". Naturalmente non ce l'ho assolutamente con questo verbo bello e indispensabile, così vicino a "volare", ma solo con l'uso un po' presuntuoso e autistico che a volte se ne fa.
Mi ha ancora più divertito ricevere ieri da Massimo de Nardo di Segnal'etica un volantino raccolto per terra domenica scorsa durante la marcia della pace Perugia-Assisi.

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lingua italiana

lunedì, settembre 12, 2005

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A proposito di "volere"...
Non sapevo che oltre alla volontà esistesse anche la nolontà. L'ho imparato stamattina dalla "parola al giorno" Zanichelli:

nolontà

[vc. dotta, lat. tardo noluntate(m), da nolle
'non volere', sul modello di voluntas, genit.
voluntatis 'volontà'; 1954]
s. f.
* (filos.) Atto di volontà in base al quale si
fugge il male.
 
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lingua italiana

domenica, settembre 11, 2005

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L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Mi ricordo che quando ero piccola il verbo "volere" era bandito sulle labbra di un bambino. Alla prima frase desiderante espressa in maniera troppo perentoria, la risposta era "L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re!". Frase, se ci penso ora, non così facile da capire, ma evidentemente il tono della mamma era fin troppo eloquente. Allora si aggiungeva il "per favore" o si virava rapidamente verso "vorrei" e "mi piacerebbe".
A molte aziende di oggi farebbe bene ricordarsi della semplice frase fiabesca. Soprattutto quando comunicano sul web. Soprattutto quando sono aziende di comunicazione.
"Il sito vuole essere un autorevole punto di riferimento nel vasto panorama della comunicazione online".
"La nostra azienda vuole proporsi come partner privilegiato delle pubbliche amministrazioni nel campo della formazione".
"Vogliamo proporci quale punto di riferimento per tutti coloro che lavorano attorno alla complessa questione dell'informatizzazione delle piccole e medie imprese".
"La nostra è una realtà giovane e dinamica, di nuova costituzione, che vuole proporsi quale strumento per gli operatori del settore turistico". 
"Siamo un'associazione che aspira a proporsi come una vetrina promozionale per incrementare la visibilità delle strutture collegate".
Quando ci si presenta ai potenziali utenti e clienti, il verbo "volere" si colloca nello strano spazio tra presunzione e incertezza. Nessuna delle due funziona.
Il "vogliamo" mi sembra sempre che spenga sul nascere la relazione che si desidera creare. Quando è associato ad aggettivi e sostantivi autoelogiativi quale "autorevole" e "punto di riferimento" l'effetto è per lo meno fastidioso.
Quando "vogliamo" essere, vuol dire che non siamo ancora, e forse non saremo mai.
Se "i nuovi mercati sono conversazioni" - e sicuramente lo sono -, non credo che affermare di volere serva a molto. Chi, parlando con qualcuno di cui vuole catturare l'attenzione e il favore, parlerebbe così?
Fare una buona comunicazione sul web penso significhi anche abbandonare le formule stereotipate e le frasi velleitarie per raccontarsi con semplicità e trasparenza, con il proprio tono e stile di voce. Pensando sempre che chi legge la propria opinione sulla nostra competenza, autorevolezza e anche simpatia, se la fa da sé, senza fidarsi delle nostre dichiarazioni.

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web writing

venerdì, settembre 09, 2005

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Il futurista della Belle Epoque.
Un lungo e bianco braccio di donna, una mano da elegante uccello rapace, un mazzo di crisantemi, un giallo vaso vuoto, due piccoli cavalieri che difficilmente si distinguono in questo strano ambiente di pennellate guizzanti dove nulla è intero. Mi è sembrato il futurismo versione Belle Epoque: fiori recisi ma ancora vivi al posto delle automobili e dei tram e visioni simultanee di salotti borghesi, nudi di donna, paesaggi di solitari galoppi. Era invece il primo quadro della mostra romana dedicata a Giovanni Boldini, l’artista piccolo e tarchiato che seduceva e dipingeva donne dalle braccia e dai colli lunghissimi e dai corpi torti in avvitamenti impossibili.
E’ il Boldini ritrattista dell’alta società europea tra Ottocento e Novecento, quello più conosciuto, cui dobbiamo l’immagine più famosa di Giuseppe Verdi, il pastello dagli occhi penetranti eseguito in sole tre ore.
Credevo di conoscerlo bene, ma il Boldini con cui ho passato due ore faccia a faccia oggi pomeriggio mi ha riservato più di una sorpresa. Sorprese come quelle che nessun libro, nessuna perfetta stampa digitale ti può mai concedere. Devi trovarti davanti alla materia e alle dimensioni reali, allo spessore visibile delle pennellate.
Il melomane che dipingeva così volentieri i musicisti creava lui stesso sinfonie a tema. Con il solo colore, uno per ogni quadro, dominante su tutti. Sinfonie di rosa leggero e tenue come cipria, di champagne, di rosso, ma soprattutto di bianco abbagliante e di nero vellutato. Il colore, “quel colore” impregna di sé volti, vestiti, braccia, tappezzeria, porte e tavolini. L’ambiente scompare, in un vuoto aperto in tutte le direzioni per fare spazio alle donne che ti guardano fisso. L’artista apparentemente così legato a un epoca e a un ambiente – l’alta società a cavallo tra i due secoli –  è capace di ricordarti la malinconia di uno sguardo di Velasquez, le forme simultanee di Balla e Boccioni ambientate in un salotto, l’action painting di Pollock quando una coppia che danza diventa un groviglio di pennellate senza forma ma pieno di ritmo. E di raccontarti Parigi di giorno descrivendoti ogni particolare di una strada affollata, come di notte, in una sintesi di nero in cui distingui solo le sagome di grandi cavalli e una piccola luna lucente moltiplicata in tanti riflessi.
Le donne di Boldini sono fasciate di seta, coronate da enormi cappelli, confuse di piume che quasi sembrano uccelli. Ma qualche volta sono nude e abbandonate, e allora non ti guardano più trionfanti, ma sembrano guardare solo dentro di sé.

La mostra dedicata a Giovanni Boldini è aperta alla Galleria d'Arte Moderna di Roma fino al 25 settembre 2005.

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forme e colori

mercoledì, settembre 07, 2005

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Aiuto! Sto scrivendo un libro.
Due scrittori professionali statunitensi abbastanza famosi,
Robert Bly e Debbie Weil, stanno utilizzando il blog per farsi aiutare dai lettori a scrivere i loro nuovi libri, l'uno sui contenuti nelle strategie di marketing, l'altro sui blog aziendali.
Chiedono pareri, contributi, e lanciano anche piccoli sondaggi per chiedere il gradimento dei lettori sul titolo "giusto".
Razionalmente non so spiegarmi la mia avversione istintiva per questo uso del blog, ma non mi piace tutto questo pubblico can can prima ancora che il libro sia scritto. Penso sia nella natura del blog essere una pubblicazione "aperta" e in discussione, ma penso anche sia nella natura del libro essere una creatura di cui l'autore si prende la completa responsabilità, titolo compreso.

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lunedì, settembre 05, 2005

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La strada stretta dei blog in azienda.
Un breve e interessante studio della Deutsche Bank sui blog nelle organizzazioni (in inglese). "Blogs: the new magic formula for corporate communication?" si chiede lo studio. Forse, ma la strada è piena di rischi e va imboccata con molta cautela, è la risposta degli esperti della DB.

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web writing