Carta canta.
Da una parte i miei file e il sempre più indispensabile Delicious, dove riesco a tenere traccia ordinata di tutto quello di interessante incontro sul web, a ritrovarlo e a servirmene al momento giusto. Dall'altra le mie esili ma bellissime cartelline di cartone colorato, che decoro e distinguo con sticker vittoriani e capilettera art nouveau. Dentro: impegni, urgenze, idee, tutti rigorosamente scritti a mano. Non su fogli qualunque, ma dedicati a diverse funzioni: indirizzi, compere, libri, spesa, a righe, a quadretti, A4 o minuscoli da attaccare all'agenda. Li scarico tutti dal web.
Per esempio da:
>> DIY Planner, paper, productivity and passion (grazie a Worksmarter)
>> Cornell Note Taking (grazie a Dasar).
Il mondo piatto che vivremo. La newsletter di questa mattina di Punto Informatico segnala la pubblicazione del rapporto The Future of the Internet II del Pew Institute. Da leggere, assolutamente.

Venghino signori, venghino in Regione.
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Valle d'Aosta
E' bella sempre. |
Piemonte
ll Piemonte scopritelo adesso. |
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Lombardia
Lombardia: attrazione fatale. |
Trentino
Sopra le aspettative. |
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Alto Adige
Alto Adige... tante vacanze in una. |
Veneto
Tra la terra e il cielo. |
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Friuli Venezia Giulia
Ospiti di gente unica. |
Liguria
Liguria terradamare. |
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Umbria
Il cuore verde dell'Italia. |
Lazio
Duemila anni di vacanze. |
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Marche
L'Italia in una regione. |
Abruzzo
Tutta la tua natura. |
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Molise
Cuore verde dell'Italia. |
Campania
Una terra alla luce del sole. |
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Basilicata
Qualità e natura. |
Sardegna
Quasi un continente. |
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Sicilia
Una terra che racconta. |
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Sono i payoff dei portali turistici delle Regioni italiane, riportati ieri dal Sole 24 Ore a integrazione di una ricerca appena conclusa da Studio Ambrosetti.
Mentre il portale nazionale è "in fase di realizzazione" e tutti i paesi del mondo - anche i più poveri e piccoli - si attrezzano per dare forma ed espressione al loro brand, l'Italia fa di tutto per scoraggiare i turisti. Anche con le parole.
Ognuno parla per sé: molti con inviti di una genericità sconcertante, due con un payoff praticamente simile, pochi davvero belli.
Social Media Press Release.

Che il classico comunicato stampa sia ormai, se non morto, di certo agonizzante e inefficace, è opinione diffusa.
Che il Web.2 e i social media lo potrebbero far resuscitare più bello e potente che pria, pure.
Come: secondo il modello del Social Media Press Release.
99, 59, 20.
Il report Information Architecture basato sui teleseminar di Gerry McGovern è in vendita sul sito di Ragan.
Costa "solo" 99 dollari, 59 se lo acquisti "oggi", è di 20 pagine.
Chissà quante righe ha ognuna delle 20 pagine. Poche, mi sa, visto che è easy-to-read. Ma non lo sapremo mai, perché non ti fanno sbirciare nemmeno un indice.
Un post bello e utile? Quello di cui si parla in questo post.
Dopo aver segnalato tutti siti stranieri, torno in Italia, anzi a Roma, per mandarvi sul blog di Giacomo Mason, Intranet Management.
Il suo ultimo post è da non perdere: il resoconto della sua lettura del Rapporto di Nielsen sulle migliori intranet del mondo nel 2006.
Imperdibile perché:
>> seleziona per noi idee e informazioni da un documento che costa un sacco di soldi
>> già è difficile conoscere le intranet nostrane, figuriamoci quelle delle organizzazioni best in class a livello mondiale
>> è un esempio di post realmente utile per altri professionisti, una specie sempre più rara
>> è un gran bell'esempio di come si scrive un post.
Imparare a scrivere. Una mappa di macchie d'inchiostro.

Attraverso un link del prezioso Creative Classics, sono approdata a uno degli splendidi siti della BBC, il servizio pubblico che tutti vorremmo: How to write.
Come scrivere un romanzo, una sceneggiatura, un radiodramma, la propria vita. Incontrare gli scrittori e imparare a scrivere dalle nostre letture.
E aggiungo io, a comunicare sul web per parlare a tutti anche di temi difficili, con efficacia e senza spocchia.
Web.2: come parlano i musei.
Le mie avventure lavorative dell'ultimo anno mi hanno spesso portato verso la comunicazione dell'arte sul web, tema che ho affrontato a modo mio, studiando ed elaborando ogni volta delle soluzioni diverse.
Già l'artese è un gergo niente male, che spesso fa di tutto per allontanare lettori e visitatori. Trovare la chiave, il linguaggio divulgativo giusto, senza sacrificare rigore e precisione, può rivelarsi un'operazione da funamboli.
Oggi mi è sembrato di sognare quando ho scovato sul sito spagnolo Dosdoce uno studio interessantissimo sulla comunicazione dei musei e delle istituzioni artistiche nel Web.2: 180 pagine di schede, screenshot e un mare di soluzioni e idee con le quali i maggiori musei spagnoli "conversano" con i loro visitatori, reali e virtuali. Gratuito e aggiornatissimo, perché appena uscito.
Arte, le mie parole e le mie idee sono anche qui:
>> illy, espressione
>> Lottocult
>> Pocherighe: il mestiere di scrivere dell'arte
Fuggire gli stereotipi. Anche sul web.
I nomi dei siti sono tra i microcontent più importanti. Più ti colpiscono, più sono memorable, meglio è.
Oggi Gianluigi Beccaria, nella sua rubrica sul Tuttolibri della Stampa, ne cita uno:
"L’invenzione, il guizzo e il coraggio dell'invenzione verbale non li trovi soltanto tra gli scrittori, quelli che hanno dimestichezza con le parole e sanno maneggiare la lingua. Li trovi (sempre meno) anche nel comune parlante. Ho letto qualche tempo fa su un settimanale un bellissimo indirizzo elettronico di un venditore di vino, evidentemente piemontese: www.catanabuta.com.
Il vignaiolo che l'ha messo insieme è certamente un uomo spiritoso e anche geniale. Genuinità popolaresca? So soltanto che quella trovata ci attira perché ci solleva dalla banalità, ci distanzia da un mondo che ci pare travestito sotto una crosta di schemi ripetuti, di stereotipi."
Per una centro-meridionale come me, un titolo non immediato. Quindi sono andata a curiosare dentro e ho subito trovato la spiegazione, raccontata in modo informale, simpatico e adatto a tirar dentro il potenziale cliente.
"Cata'na buta ovvero 'compra una bottiglia', questo è il significato della strana frase che dà il nome al portale. Possiamo anche aggiungere che all'orecchio di un piemontese non suonerà mai come un imperativo, ma piuttosto come un invito che sottintende ad un sana bevuta insieme."
A luci spente.
Prima o poi devo scrivere qualcosa sull'intervista. Non l'intervista giornalistica, ma quella che si fa all'interno di un'organizzazione per capire un progetto, un prodotto, o addirittura un'azienda intera. Quando devi scrivere, ti riempiono di brochure, comunicati stampa, presentazioni ppt, ma non c'è nulla che ti aiuta quanto parlare direttamente con le persone, sentire la loro voce per individuare la chiave giusta della comunicazione, il tono della "voce scritta", quello in cui vorrei sempre che l'azienda alla fine si riconoscesse.
Prima prendevo frenetici appunti, ora non mi separo mai dal mio lettore mp3 che registra tutto mentre io posso chiacchierare tranquillamente con il mio interlocutore, scherzare e guardarlo negli occhi.
Non sempre la tua operazione maieutica prende subito la direzione giusta. Oggi mi sono ricordata di un bravissimo fotografo professionista. Quando, dopo aver scattato per decine di volte ,non è ancora riuscito a cogliere l'essenza, l'autenticità di una persona, ricorre a uno stratagemma. Spegne tutto, fa per riporre la macchina e poi dice en passant: "Magari ora le scatto una foto per lei, da tenere in famiglia", e scatta. Quasi sempre è quello lo scatto giusto.
Anch'io ho spento, e come d'incanto sono arrivate almeno due o tre cose interessanti. Anzi, le più interessanti.
Anna e Oriana.
"Uhm! Boh! Mah! 'Sta roba da intellettuali! Oria': non faccia l'intellettuale, sia intelligente, ma che pensa di me?"
"Io penso... io penso che lei sia un grand'uomo, signora Magnani."
Le due battute conclusive dell'intervista di Oriana Fallaci ad Anna Magnani, pubblicata sull'inserto Domenica del Sole 24 Ore di ieri.
PS Una nutrita rassegna stampa su Oriana Fallaci la trovate qui.
Trovabilità.
Lo speciale di settembre del belga Redaction.be è dedicato alle strategie per arrivare facilmente ai contenuti profondi di un sito:
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utilizzare più logiche di accesso
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ottimizzare il motore di ricerca
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ricorrere ai breadcumb
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utilizzare i menu a tendina
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offrire "scorciatorie"
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ruotare i contenuti in home page
-
personalizzare l'accesso alle informazioni
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creare dei sotto-siti
Come sempre, il dossier è ben curato e ricco di esempi concreti con una gran profusione di screenshot.
In italiano ho scoperto da poco, sugli stessi temi, Apotheca, di Luca Rosati. Tagline: architettura dell'informazione e trovabilità. Che bello quel "trovabilità", invece dell'imperante "reperibilità"!
Un nuovo microcontent.
L'ondata così tumultuosa di audio sul web ci fa ripensare anche le parole scritte, il loro ruolo, le loro diverse funzioni.
Tra queste, c'è sicuramente un nuovo microcontent: l'annuncio e la descrizione del contenuto dei podcast, cioè la necessaria cornice di parole scritte alle parole parlate. Comunicazione breve, ma quanto mai persuasiva, visto che deve convincere ad ascoltare un lungo file audio o a scaricarlo.
Quindi abstract, introduzioni, ma anche utilissime note, che seguono passo passo la voce, in modo da poter andare dritti al punto e ascoltare solo quanto ci interessa.
Un ottimo esempio è tratto da Forward Blog, interessante anche perché l'intervista in questione è a uno scrittore professionale molto in gamba, il londinese Matthew Stibbe, autore del blog Bad Language.

akatalēpsía
Non ci speravo più, ma Clelia è tornata con il suo diario quotidiano. Alla sua maniera, che sembra distante e invece è così vicina. Alla sua maniera, che è fatta solo delle parole che servono e non una di più, e allora mi fermo anch'io e vi mando subito al suo splendido blog.
Chi ben conversa, cambia direzione.

Sabato e domenica sono stata al Rifugio Stella d'Italia sopra Folgaria al primo ritiro degli istruttori della Palestra della Scrittura. Su cosa sia successo lì, lo leggerete e lo vedrete sul sito della Palestra.
Il tema che mi era stato assegnato erano le prospettive della scrittura professionale nell'epoca dei social media e della "grande conversazione".
La parola "conversazione" mi ha quindi impegnata parecchio, prima e durante.
Mentre me ne tornavo in treno, l'ho reincontrata in una lettera di J. Hillman all'interno del suo libro-intervista Cent'anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio.
Le considerazioni dello psicologo junghiano mi hanno aiutata parecchio a mettere a fuoco l'idea di cosa sia una "buona conversazione" in una rete in cui tutti ormai parlano e spesso blaterano.
"Una buona conversazione ha presa: ci apre gli occhi su qualcosa, ci fa drizzare le orecchie. Una buona conversazione lascia degli echi: più tardi, nel corso della giornata, nella nostra mente si continua a parlare; e il giorno dopo ci si ritrova ancora a conversare con quello che è stato detto.
... E' necessario ripensare a cosa è la conversazione. Il termine significa 'cambiare direzione con', tornare indietro, invertire il movimento, e probabilmente ha a che fare con l'andare avanti e indietro con qualcuno o qualcosa, voltandosi e dirigendosi verso lo stesso terreno dalla direzione opposta. Una conversazione fa cambiare direzione alle cose. E per ogni conversazione esiste un 'verso' un rovescio, un lato opposto.
... Per questo lo stile delle nostre conversazioni deve essere un po' sconcertante, cambiando la direzione prevista di un pensiero o di un sentimento. Ed è per questo che dobbiamo parlare con ironia, e perfino con scherno, con sarcasmo. Magari scioccando anche: perché la coscienza arriva attraverso un piccolo shock di consapevolezza, tenendoci sul filo, acuti, desti, e un pochino di traverso."
Porta a Roma anche la strada delle fiabe.
Tra le motivazioni che più di tre anni fa mi spinsero ad aprire questo blog - talmente tante, ora lo so, che non le conto più - tra le più chiare c'era quella di rompere la corazza di razionalità in cui mi avevano costretto per anni sia il Mestiere di scrivere, sia il mio lavoro in un'azienda di informatica. Razionalità di pensiero, di organizzazione, e anche di linguaggio.
Insomma, come scrissi nel mio primo post, dare un po' di spazio e qualche piccola chance al mio emisfero destro.
Oggi, guardando questo blog e anche gli scaffali della mia libreria, ho capito quanto spazio si sia preso. Solo in questa pagina ci sono un link fisso a un oroscopo, sia pure scherzoso e intelligente, tre sullo yoga, e persino un libro sui tarocchi. I tarocchi, di recente me li hanno anche fatti, e non mi sono sottratta né a una lettura della mia vita attraverso le pietre, né all'elaborazione del mio "cielo", un grande foglio pieno di segni di cui non capisco niente, ma che è bellissimo da vedere.
Mi viene da ridere, perché nulla è cambiato nella mia natura essenziale e profonda di persona razionale, anzi direi che la mia propensione a interrogare me stessa piuttosto che il cielo, le pietre o i fondi del the si è addirittura rafforzata.
Ma se tutto - il cielo e le stelle, i segni e le opportunità - è già dentro di noi e non fuori, allora la cosa interessante diventa scoprire le tante strade capaci di farti arrivare lì dentro e attingerci qualcosa di bello.
Una di queste strade - la più interessante anche per la scrittura - l'ho percorsa insieme a Piera Giacconi e a un gruppo di amiche manager, formatrici e comunicatrici, chiuse per un intero weekend a lanciare dadi, leggere fiabe, ascoltare e trascrivere sogni. Ne sono uscita con la mia prima - e finora unica - fiaba, la fiaba della mia vita,
scritta nel più tradizionale stile dei Fratelli Grimm.
Tradizionale e terribilmente triste, forse perché, come scrive Piera nel suo sito La voce delle fiabe, "Quando l'uomo smette di sognare, si ammala". Le donne si ammalano molto di più, ma il mondo delle fiabe può essere un'efficacissima terapia.
Sabato 23 settembre Piera è a Roma, per una serata-spettacolo-seminario a sorpresa sul potere delle fiabe ai bordi del Parco dell'Appia Antica. Io ci sarò, sarebbe bello incontrarsi lì. Tutte le informazioni su Managerzen.
Vocali perse in corsa.
Sarà l'influsso della lingua degli SMS, così siglata e sincopata, sarà che nomi di dominio liberi non ce ne sono proprio più, ma crescono i nomi di prodotti, servizi e aziende che fanno a meno delle vocali, anche a costo di arrivare a esiti impronunciabili.
Eppure hanno successo. Anzi, sembrano catturare lo spirito dei tempi e regalare per magia un'aura di velocità, ubiquità e dinamismo.
Ha cominciato anni fa Reebok proponendosi come RBK, ha proseguito Levi's con il jeans DLX (Delux, con taschino per iPod), poi Motorola con i cellulari PEBL (pebble, ciottolo, per un telefonino tondo), RAZR (razor, sottile come una lama), ROKR (rocker, ci ascolti iTunes).
Poi è arrivato Flickr.
Riflessioni alla ripresa.
Tra i molti manifesti sfornati da ChangeThis in questi primi giorni di settembre, due hanno attirato particolarmente la mia attenzione, sia perché sono i più utili a chi si occupa di scrittura professionale, sia perché entrambi si incrociano con riflessioni e filoni di studio che sto seguendo in questo periodo.
We need a new word for brand analizza lo stato traballante dei brand tradizionali: tra i tanti interlocutori cui possono fare affidamento, la voce ufficiale delle aziende è per i consumatori la meno affidabile.
L'invito dell'autrice Michel Hogan è a scoprire il "brand autentico", l'insieme di valori che l'azienda già ha in sé. Ogni azienda - e di questi tempi anche ogni professionista, mi viene da dire - ha un brand, bisogna scoprirlo e solo dopo trovare i linguaggi per esprimerlo.
Il tema è di gran moda, le ricette interessanti e di difficilissima applicazione, ma il testo è molto ben scritto e un esempio efficace di come si possa "conversare" in rete con semplicità e originalità, senza necessariamente ricorrere a frasi smozzicate, ok e puntini puntini.
Il secondo è di pochissime pagine, Call all designers: learn to write!, un pressante invito ai designer perché imparino a scrivere.
Nella mia cartellina Scrittura e professioni, ho appena inserito anche un altro articolo, questa volta sul brutto rapporto che i tecnici hanno con la scrittura. Ho lavorato sedici anni in un'azienda di informatica, e ne so qualcosa.
Se il tema mi sta a cuore è perché sono sempre stata convinta che diffondere una cultura della scrittura non serve a riempire le redazioni, ma a fare meglio il proprio lavoro, qualunque esso sia. L'insegnante, l'avvocato, il dirigente pubblico, l'imprenditore, l'infermiere, e naturalmente anche il comunicatore.
Ma comunicatore non significa necessariamente giornalista, preferibilmente televisivo: ci sono tante altre specializzazioni, ruoli meno in vista, competenze necessarie alle organizzazioni. Per molti di essi ci vuole una certa vocazione non al protagonismo, ma all'oscurità, una certa attitudine al ruolo di ghost.
In ogni caso, chi si abitua a organizzare in parole pensieri, idee, progetti, riesce molto più facilmente a persuadere gli altri, ad avere influenza, e quindi a crescere di più professionalmente (The corporate ladder si intitola un bel libro sulla scrittura professionale).
In questi giorni di ripresa delle attività, si moltiplicano le pubblicità dei più costosi master in giornalismo. Saranno ottimi, ma sono troppi per le reali possibilità di impiego.
Mi si stringe un po' il cuore pensando a quali forche caudine e delusioni attendono i giovani studenti.
Vittorio Zambardino questa estate li ha messi in guardia, e la maggior parte di loro se l'è presa moltissimo. Lui non è stato diplomatico e certe sue affermazioni non le condivido, ma il senso del suo appello sì.
I giornali sono in crisi e almeno per il momento tendono più a licenziare che ad assumere. L'Economist lo raccontava magistralmente qualche settimana fa in un'inchiesta tradotta in italiano da Internazionale.
Parole su commissione.
I francesi, nella loro ossessione di protezionismo linguistico, hanno istituito una apposita Commission générale de terminologie et de néologie, che mese per mese stila una lista dei termini stranieri (vedi inglesi), con la loro brava traduzione, ordinati per settori.
Gli esiti sono spesso buffi e comunque quasi sempre parole efficaci e brevissime vengono sostituite con espressioni lunghe e complicate.
Così podcast diventa diffusion pour baladeur, letteralmente "trasmissione per walkman", e siccome non si può dire nemmeno walkman, allora il tutto diventa più o meno "trasmissione per apparecchio da sentire mentre si cammina" o "da ascolto portatile".
Solo in un caso il francese mi sembra molto più efficace dell'inglese: il post dei blog è billet. Semplicemente biglietto.
La scrittura necessaria.

Questa citazione è tratta dal white paper Writing and School Reform, pubblicato da poco dalla National Commission on Writing, una folta squadra di docenti statunitensi che da alcuni anni si battono per riportare all'attenzione del mondo politico le competenze nell'espressione scritta, considerate essenziali nell'educazione e nel mondo del lavoro. Ogni anno pubblicano uno studio, tutti scaricabili dal loro sito. Oltre a quest'ultimo, di interesse soprattutto per docenti ed educatori, vale la pena di leggere quello dedicato alla scrittura come elemento di differenza nelle assunzioni.
In ogni caso, sono esemplari anche solo nei loro aspetti comunicativi: struttura dei contenuti, grafica, titolazioni, executive summary, indici.



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