Di palo in frasca.2
Sto leggendo uno strano e bellissimo libro, Le parole dell'incanto, di Fernando Dogana (FrancoAngeli, 2003).
Sottotitolo: Esplorazione dell'iconismo linguistico. In sostanza, l'esplorazione delle potenzialità multimediali e spettacolari delle parole e del testo in un'epoca in cui è il multimediale ad attirare tutta l'attenzione.
E la risposta alla domanda: le parole possono anche "disegnare", oltre che "designare"? Risposta che si articola in quasi 500 fittissime pagine.
Nel libro a un certo punto si nota come la distanza sociale o psicologica sia proporzionale alla lunghezza del testo:
passami il formaggio > mi passerebbe il formaggio, per cortesia?
ciao, Maria > gentilissima professoressa Maria Rossi
arrivederci > in attesa di incontrarla personalmente, porgo distinti saluti.
Sarà perché la rete ci dà la falsa e superficiale impressione di essere tutti vicini e contigui che ricevo sempre più spesso email spicce e sbrigative, senza firma, soprattutto quando chiedono un favore?
Salve,
può mandarmi una bibliografia sulla dimensione personale nei corporate blog?
E anche qualche suo consiglio, grazie. Ne avrei bisogno abbastanza presto. L'esame è vicino e i tempi stringono.
Cordialmente.
Di email così ne ho una collezione.
Ma non deve essere un problema solo mio, né una mia ipersensibilità da signora di un altro secolo se i due autori di SEND, il libro sull'email di cui parlavo qualche post fa dedicano ai messaggi di richiesta di informazioni o favori ben 14 pagine.
Le tecnologie si espandono ed espandono le nostre possibilità di conoscere, ma il nostro tempo è sempre quello, ricordavo sempre qualche post fa.
Anche la nostra sensibilità di persone e la nostra natura di esseri umani è sempre quella.
Me lo ricorda un altro bel libro che sto leggendo: In viaggio con Erodoto, di Kapuscinsky.
Un racconto superbo di come il più grande reporter dell'antichità abbia continuamente ispirato e accompagnato nei suoi viaggi uno dei più grandi reporter dei nostri tempi, in una continuità di valori che ha scavalcato 2.500 anni: documentarsi, studiare a fondo, andare, camminare, guardare con i propri occhi, annotare, parlare con le persone con curiosità ed empatia. E poi, di nuovo in mezzo ai libri, nel silenzio di uno studio, mettersi a scrivere.
Le strade giuste.
Il canadese Nick Usborne, tra gli scrittori professionali di punta e più attivi sul web, ha aperto un nuovo spazio con materiali vari da scaricare, in parte a pagamento, in parte gratuiti: Conversation Insights.
Finora sono check-list e brevi podcast.
I podcast sono veramente brevi, e necessariamente un po' generici e promozionali.
Osservo sempre con molta curiosità l'uso di altri media - ora soprattutto la voce - per il marketing dei professionisti della scrittura e della comunicazione.
Uso moltissimo il registratore nel lavoro, da tanto tempo, ma qualcosa mi ha sempre trattenuto poi dal mettere del materiale audio online.
Se ci penso, credo sia per due motivi:
1) sono una *scrittrice* professionale, non un'autrice radiofonica, e ogni post di questo blog è per me un esercizio quasi quotidiano, un'occasione per fare un piccolo passo avanti nella capacità espressiva della parola scritta, un'occasione che ogni volta non mi va di perdere
2) sono una *scrittrice* professionale, non un'autrice radiofonica, e penso quindi che il miglior marketing di me stessa lo faccio dimostrando cosa so fare (o non so fare) mettendo in fila e combinando in infinite combinazioni solo le lettere dell'alfabeto.
O forse, è anche perché intanto "in faccia e in voce" mi ci ha messa la mia amica Francesca Pacini sul suo Stylos, così mi ha risparmiato l'impegno. Sono qui e qui (più o meno al terzo minuto).
Naturalmente la voce mi piace moltissimo - non la mia, molto acuta, da tenere sempre sotto controllo -, ma non credo possa essere solo una comoda scorciatoia.
Ci sono strade dove va più veloce e spedita la parola scritta, altre fatte apposta per la parola parlata.
Trovare quelle giuste non è per niente facile.
Le porte dell'infinito.
Che cos'è una lingua?
Il professore sul palcoscenico, al buio, risponde prendendola alla larga. Ricorda che quando a Hegel uno studente chiese, durante una passeggiata, che cosa fosse la natura, il filosofo fece un grande gesto con le braccia e rispose "Tutto questo!"
Il professore ripete teatralmente il gesto, che pare comprenderci tutti, e comincia anche lui a passeggiare, su e giù, cosa che farà instancabilmente per due ore buone.
Una lingua sono tutte le parole che ci circondano, quelle intorno e fuori di noi, che leggiamo, pronunciamo, usiamo per intrecciare continue relazioni con gli altri. Ma sono soprattutto le parole dentro di noi, quelle del ragionamento, del pensiero, del dialogo interiore. Le parole non ci lasciano mai soli.
Una lingua ha le sue regole, ma per fortuna anche mille eccezioni e mille imperfezioni. Sono proprio loro a permettere alla lingua, e quindi a noi che la usiamo, di "aprire alla nostra finitezza le porte dell'infinito". Cioè di dire una enorme quantità di cose impensabili, indicibili, mai dette, sconosciute.
Le porte verso l'infinito sono sette, e il professore le elenca una per una:
1. la capacità di combinare un numero limitato di parole, magari trite e quotidiane, in un numero praticamente illimitato di frasi diverse: è quello che fa la poesia e che Orazio chiamava callida iunctura
2. qualsiasi frase può essere interrotta in qualsiasi punto... e acquistare così un nuovo significato
3. il significato di ogni frase può cambiare a seconda di chi la sta pronunciando: "il denaro va buttato dalla finestra" assume un significato opposto se a pronunciarla è un padre di famiglia che rimprovera i figli spreconi o un monaco che predica la povertà
4. la grammatica, che con tutte le sue variazioni e declinazioni ci permette di ancorare le parole alle situazioni contingenti: passato, presente, futuro...
5. la dilatabilità dei significati: con quante parole diverse si può designare una cosa a seconda delle persone e dei loro diversi punti di vista (una casa è una casa per chi la abita, una costruzione per un architetto, un domicilio per l'impiegato di un ufficio pubblico...), e quanti significati diversi può avere una singola parola!
6. la metalinguisticità riflessiva: in parole povere, la capacità della lingua di interrogarsi sulla lingua stessa, cioè di chiedere "che vuoi dire?", "che significa?", quindi di spiegare e spiegarci, di essere "solidali nel parlare"
7. il vocabolario, che si dilata e si restringe in continuazione, con le parole che vanno e vengono, appaiono per rimanere o invece passare subito di moda, a seconda di quello che avviene in questo nostro mondo.
Stamattina, alla conferenza-lezione-chiacchierata di Tullio De Mauro all'Auditorium Parco della Musica di Roma
PS Se volete ascoltare con calma altre piacevoli chiacchierate del nostro professore, che non manca mai di premettere "scienziato del novecento" davanti a Einstein e "linguista svizzero" davanti a de Saussure, andate sul sito della Radiotelevisione della Svizzera italiana, che gli ha dedicato cinque bellissime puntate.
E tu, di che font sei?
Via Bad Language sono approdata all'inchiesta di Slate sui font che usano giornalisti e scrittori.
Gli intervistati sono piuttosto tradizionalisti: in gran parte prediligono Courier, Courier New, Times. Insomma, typeface che ricordano la macchina da scrivere e il libro.
Io ho avuto per anni un'insana passione per il Verdana - il font di questo blog - da cui sto in parte rinsavendo.
Ho imparato a usare font diversi, a seconda di quello che sto scrivendo, e devo dire che mi aiuta.
I Quaderni del MdS sono in Trebuchet, i miei file in word si suddividono tra Verdana, Garamond e Palatino.
In genere Verdana per i testi più lunghi, Garamond e Palatino per quelli più brevi, per esempio le lettere. Spesso scelgo per scrivere il font in cui io mi sento più a mio agio, ma per presentare il testo scelgo quello che mi sembra più in sintonia con chi lo leggerà o ci si deve riconoscere.
Funziona.
PS A Helvetica, che quest'anno compie 50 anni, è dedicato un documentario che ha già vinto molti premi e che in questi giorni è in programma nei più importanti musei del mondo, dal MoMA al Palais de Tokyo. E in Italia?
Sul sito dedicato, del nostro paese non c'è traccia.
Marchètting.
Non conoscevo il blog Marchètting fino a qualche giorno fa, quando il suo autore Gian Maria Brega mi ha chiesto una mini intervista.
Domande e risposte sono qui.
Illuminazione.
Le parole molto spesso contengono in poche sillabe la loro storia e il loro significato. Ma non sempre ce ne accorgiamo.
La parola dello Zingarelli di oggi è elucubrare:
elucubràre
[vc. dotta, lat. elucubrare, comp. di ex- rafforz. e
lucubrare 'lavorare a lume di lanterna' (da lucubrum
'lucerna', interpretato come 'ciò che riluce (lucere)
nell'ombra'); 1855]

Basta poco per illuminare una parola.
Dalle balene al cardinale. Di palo in frasca.
(ma non poi tanto).
Sono sempre più convinta che una delle chiavi di una buona comunicazione in questo mondo sempre più affollato di voci, parole, immagini e canali sia mescolare audacemente gli stili, deragliare un po', spiazzare il giusto. Far trovare uno stile e un tono dove non te li aspetti.
Ne ho avute due piccole prove stamattina.
Greenpeace mi manda una lettera lunghissima (altro che piramide rovesciata e "mi raccomando, arriva subito al punto!":
Cara Luisa,
non so se ne sarò del tutto capace, ma voglio comunque provare a condividere con te la più incredibile esperienza della mia vita. Quella che mi sto accingendo a ripetere in queste settimane, all'inseguimento della flotta baleniera giapponese nell'Oceano Antartico.
A metà pagina si entra nel vivo e ti sembra di essere anche tu sulla baleniera:
La vista delle baleniere è inquietante, ma ciò che più mi ha colpito è l'intenso odore che le avvolge, ti toglie il respiro. E riuscire a piazzare il gommone tra la prua di una baleniera, che naviga come un cavallo pazzo, e una balena disperata in fuga è un'impresa faticosissima, sia per il fisico che per la mente. Quando però vedi le balene saltare fuori dall'acqua proprio davanti alla tua prua, e capisci di essere nella giusta posizione per proteggerle, ti viene istintivo di fare un gran sorriso.
Pagina 2, fine della lettera:
Un respiro su due lo dobbiamo agli oceani, che forniscono al pianeta metà del suo ossigeno.
Anche tu, prova a tirare un bel respiro e pensaci su.
Sostieni Greenpeace. Che vita sarebbe senza il nostro bellissimo mare?
Solo a pagina 3 la concreta e argomentata richiesta di sostegno.
Ma la storia, la narrazione, la memoria, il diario di viaggio hanno ormai preparato il terreno.
Altra storia.
Repubblica pubblica per intero il discorso che il cardinale Martini ha tenuto ieri a Parigi sul libro del papa su Gesù.
Dove ti aspetti una dotta disquisizione dal pulpito, con tanto di rituale premessa e di omaggio all'autorevole autore, trovi invece 5 domande secche, come la slide introduttiva di un amministratore delegato che illustra strategie o i risultati di bilancio:
Cercherò di rispondere a cinque domande:
1. Chi è l’autore di questo libro?
2. Qual è l’argomento di cui parla?
3. Quali sono le sue fonti?
4. Qual è il suo metodo?
5. Che giudizio dare sul libro nel suo insieme?
E risponde, il cardinale, punto per punto, portandomi alla fine di un lungo articolo che altrimenti difficilmente avrei letto.
Naturalmente l'ingenua sono io, e pure piena di pregiudizi e luoghi comuni.
Mi aspettavo la predica, e invece avrei dovuto saperlo che il cardinale che ha retto per decenni la diocesi più grande del mondo e ha istituito la "cattedra dei non credenti" in fatto di comunicazione ne sa una più del diavolo.
Le parole sono pietre.
Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo i rapporti che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e così per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.
da: La valigia di mio padre di Orhan Pamuk, discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2006, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura.
Einaudi, 2005
SEND.
Send, The essential Guide to Email for Office and Home, di David Shipley e Will Shwalbe, è sulla mia scrivania già da qualche giorno.
Repubblica ha intervistato i due autori che, scopro ora, hanno messo su anche un sito, dal titolo davvero indovinato: Thinkbeforeyousend.
Non ho ancora letto il libro, ma vi anticipo la quarta di copertina, con gli otto peccati capitali dell'email:
1. L'email incredibilmente vaga.
(Ricordati di occuparti della questione).
2. L'email talmente maleducata e aggressiva da farti saltar su dalla sedia.
(SPIEGAMI PERCHE' NON TI SEI ANCORA OCCUPATO DELLA COSA!!!!)
3. L'email che ti manda in galera.
(Per favore, dì loro che ti avevo chiesto di vendere quando era a quota 70 dollari).
4. L'email vigliacca.
(Ecco la questione: fai tu).
5. L'email che non andrà lontano.
(Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: la nostra questione).
6. L'email talmente sarcastica da farti saltare sulla sedia.
(Te la stai prendendo con calma. Con molta calma).
7. L'email troppo informale.
(Dai! Non hai proprio niente da dirmi sulla questione?)
8. L'email fuori luogo.
(Fai un salto nella mia stanza d'albergo e ne parliamo).
Tessuti.

Il libro di Sabadin che citavo qualche post più in giù definisce viewspaper i giornali che, sull'onda del web, sono più - o forse prima - da vedere che da leggere. Con grandi immagini che costeggiano e corteggiano il testo, e poi box, menu e pop up.
Il mio viewspaper preferito è l'inserto domenicale di Repubblica, in cui trovo sempre qualcosa che mi piace.
Oggi c'è una doppia pagina dedicata ai tappeti persiani.
Giardini incantati, luoghi della preghiera e soglie verso il paradiso, lo sfondo di Sherazade mentre raccontava sfidando ogni notte la morte, magia per fuggire lontano e sorvolare immensi tempi e spazi, ambasciatore degli scambi tra oriente e occidente.
Nelle loro sacre conversazioni i pittori veneziani del quattrocento collocavano il tappeto persiano al confine tra lo spazio sacro della vergine con il bambino e quello dei santi e dei committenti. Tralci, rami, intrecci e calligrafie dei tappeti ispirarono anche Matisse e Paul Klee.
E il tappeto è anche tra le più belle metafore della scrittura: è la diversa combinazione di elementi semplici, con il loro colore, il loro spessore, la loro opacità o lucentezza a dare vita, intrecciandosi, a immagini e storie sempre diverse. Ogni nodo, un bivio, una decisione.
Fa bene ricordarsi ogni tanto che testo deriva proprio da tessuto, intreccio.
Ci riporta alla dimensione artigianale della scrittura. All'attenzione e alla pazienza.
Dignità.
Via Nazionale a Roma è una strada commerciale, in questi giorni strapiena di turisti.
I romani in genere camminano veloci e raramente si guardano intorno.
Oggi pomeriggio anche io camminavo veloce, finché sul marciapiede non mi si è parato
davanti uno zoo di carta e un giardino fiorito. Coloratissimi, bellissimi.
Alzo la testa, e vedo il padrone di flora e fauna: un barbone scuro scuro, vestito, capelli, barba quasi impastati di terra, sembra uscito dal sottosuolo.
Scure scure anche le mani, che piegano velocissime la carta colorata e la trasformano sotto i miei occhi in leoni, gazzelle, serpenti, cagnolini e tanti altri animali diversi. Finisce il lavoro e lo poggia sulla panchina, senza mai alzare la testa.
Faccio qualche passo indietro, per guardare l'insieme della panchina-palcoscenico-negozio.
"Free offer" è il cartellino che sovrasta il tutto.
La mano mi va d'istinto in tasca, alla mia macchina digitale.
La fermo, la tiro fuori dalla tasca e mi avvicino.
"Prendo un fiore, questo rosa".
L'uomo nero non dice niente, non alza la testa nemmeno ora, continua a piegare freneticamente il nuovo rettangolo di carta colorata.
Giro di vite (complice il TL).
Molto impelagata nella mia prima vita, costeggio la seconda con circospezione e per ora la studio da lontano.
Di varcare la soglia con la mia maschera in faccia come al ballo di carnevale o trasformata per magia in un'altra da me, a scadenza come Cenerentola, ancora non me la sento.
Sabato scorso sono andata al Festival della Filosofia di Roma ad ascoltare Guido Gerosa, autore di Second Life, pubblicato da poco da Meltemi. E' stato interessante, ma mi sono anche venuti i brividi e quando si avvicinava l'incontro con Hanif Kureishi sono scappata via per non perdermi neanche una parola dell'autore di Intimacy, che ha parlato del rapporto con il padre, scrittore fallito, del vivere tra due culture, dell'amore tra due ragazzi, di quello tra un'anziana signora e un giovanotto, di corpi, di immaginazione e di sogni. Tutte cose che senti profondamente tue,
che riguardano te, la tua famiglia, i tuoi amici, le tue aspirazioni e i tuoi fallimenti.
Oggi ritrovo Second Life e una recensione al libro di Gerosa sulla prima pagina del Tuttolibri della Stampa, che leggo con attenzione e curiosità, ma intanto mi prende il trafiletto di Dario Voltolini che, come me credo, la seconda vita la scruta a distanza:
Però la verità è che se io mi creassi un avatar, se io veramente volessi ricrearmi come avatar, onestamente direi che mi creerei per quello che sono e che non riesco ad essere nella prima vita. Mi spiego. A me, e credo a molti di noi, pare di non stare veramente vivendo. A me pare di stare inscenando una parte, o più parti, nessuna delle quali è veramente La Mia Vita.
Un senso di angoscia percorre le nostre vite, o perlomeno la mia, perché qualcosa non quadra, non collima, non combacia. Siamo noi e impersoniamo qualcuno di leggermente (o pesantemente) diverso da noi. Allora forse vorrei questo: vorrei sbattere tutta l'apparenza e la mistificazione della vita che faccio su qualche diavoleria informatica e restare avatar di me stesso, magari, se possibile, nel mondo reale.
Sfoglio il supplemento e a pagina 3 trovo un'intera pagina dedicata a Giorgio Morandi, che per decenni ha riscostruito e indagato il mondo e la vita spostando su un tavolo una decina di bottiglie - sempre le stesse - e poi dipingendole, disegnandole e
incidendole. Il miracolo è che la vita ce la ritroviamo anche noi, viva e profonda, e ce la ritroveranno tante altre persone dopo di noi.
Pagina 8: Meglio essere giardinieri o cacciatori? è il titolo che introduce ai libri del sociologo della "modernità liquida" Zygmunt Bauman e mi riporta alla nostra ricerca incessante di territori da conquistare, di merci da consumare, di novità da cavalcare.
Il contrario del cortiletto di bottiglie di Morandi. Il contrario di quanto sto leggendo sul piccolo libro di John Maeda Le leggi della semplicità, che ho cominciato ieri sera e che tra poco finirò. Un inno - forse un po' troppo semplice - alla concentrazione, alla riduzione di peso, alla fiducia, alla differenza, alla semplicità e all'essenzialità. Quella del design, della comunicazione, della scrittura. Del respiro, dei passi uno dopo l'altro, aggiungo io.
Quando mi sono appena affacciata a Second Life, ciò che mi ha fatto per il momento desistere è stato proprio il "peso" dell'avatar, come un ennesimo carico da portare addosso.
Come le stoffe rigide e scure che pesano sulle donne iraniane di cui parla Dacia Maraini nell'ultima pagina del Tuttolibri di oggi. Che, oggi, è così stranamente in sintonia con me: anch'io sto leggendo Leggere Lolita a Teheran.
Il tempo del treno, e il tempo dei libri.
Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, ma adesso considero quelle ore un tempo incantato e sospeso, che posso dedicare unicamente alla lettura.
Ieri e l'altro ieri ho deciso finalmente di sottrarmi al multitasking ferroviario e di lasciare a casa il mio pur leggero e sottilissimo portatile.
Mi sono così letta e goduta per intero L'ultima copia del New York Times, di Vittorio Sabadin. Un libro che appartiene a quella categoria che non ti racconta cose inedite e non ti fa grandi rivelazioni, ma fa ordine e ti aiuta a "leggere" quello che ti succede intorno, che vivi in prima persona, che in parte intuisci, ma che fai fatica a mettere a fuoco in tutta la sua complessità.
Il declino dei giornali su carta e la ricerca di una nuova vita online, il trionfo della freepress, la blogosfera, il citizen journalism sono tutte cose che seguo ormai da anni, ma l'analisi di Sabadin - precisa, documentata, avvincente come un romanzo, aggiornatissima a un paio di mesi fa - ha fatto chiarezza, a partire dalla premessa: i media e le informazioni si moltiplicano, ma il nostro tempo no. E' il nostro tempo il nuovo terreno della battaglia dei media.
Nel mio tempo, i giornali hanno perso la battaglia da un pezzo.
Non solo perché non ne compro quasi più, ma perché non ho più come una volta il "mio" giornale. Passo gran parte del mio tempo in rete, quindi leggere la notizia non mi interessa più. Cerco la differenza, che può essere di contenuto o anche solo di stile, di buona scrittura. Questa differenza la cerco in giornali molto diversi, che acquisto in giorni diversi, a seconda di ciò che hanno da offrire quel giorno: Il Sole 24 la domenica e il giovedì per Domenica e Nova, il Foglio per l'inserto del sabato, il Corriere il sabato se ho voglia di sfogliare Io Donna, ma anche altri se dai sommari online scovo per quel giorno qualcosa che mi interessa.
Lo stesso faccio con due settimanali che mi piacciono: Diario e Internazionale, che tieni sul comodino anche un mese, perché le loro storie non scadono in giornata come la busta del latte. Ma è dagli indici online che mi decido all'acquisto.
In compenso leggo tanti, ma tanti più libri: la rete mi offre mille stimoli e curiosità, nonché promozioni, che fatico a star dietro. Quando leggo un post con la recensione convincente di un libro, da parte di un blogger che stimo, entro in IBS e aggiungo al carrello. Lo riempio all'inverosimile e se al momento dell'acquisto faccio la scrematura, è pur vero che dentro ci rimangono un sacco di cose, molte di più di quelle che comprerei in libreria.
Leggo più saggi, ma anche più narrativa.
Nella battaglia per il mio tempo, stanno decisamente vincendo le storie, con la loro sospensione del tempo e con quella seduzione eterna e irresistibile che è la promessa di un nuovo mondo in cui entrare, appena aperta la copertina-porta.
Ai lavori forzati.

Dilibert, sul Washington Post del 26 aprile 2007.
Grazie, prof.
Corrado de Francesco, docente di Nuovi Media all'Università di Modena e Reggio Emilia, ha scritto un piccolo ebook di 22 pagine insieme a un suo studente, Pietro Santachiara.
Bella questa collaborazione, e bello e interessante il tema: Insegnare con i nuovi media.
Taglio pratico e consigli usabili da subito: i nuovi strumenti, dal wiki ai blog, come preparare e condurre le lezioni in aula.
Io sono stata incuriosita soprattutto dallo strumento del sillabo, che conoscevo ma che non ho mai esplorato e utilizzato in maniera più sistematica.
Invece è un modo efficacissimo prima di tutto per chiarirsi le idee, e poi per stabilire con gli studenti un patto chiaro e trasparente da subito.
Scritto e nato all'università, questo ebook in realtà è utile a tutti coloro che svolgono attività di formazione anche saltuariamente o per i propri colleghi (quasi tutti noi) e per gli insegnanti della scuola secondaria.
Ah: è scaricabile da Lulu, gratis.
C'è lista e lista.
Ho segnalato più volte i 50 Writing Tools di R. P. Clark, nelle varie versioni web, libro, podcast e blog. I primi 30 li ho anche liberamente tradotti e tra i miei propositi c'è quello di completare con gli altri 20.
Fedele allo spirito artigianale del bancone del falegname, Clark continua a rifinirli e a mostrarci nuovi modi di utilizzarli.
Ora ha impaginato la sua Quick List anche in una pagina A4, scaricabile in pdf.
Ben lontana dalle listarelle a buon mercato della maggioranza dei blogger d'oltreoceano, è un concentrato di saggezza editoriale e di efficacissimi microcontent.
Stampatevela: è un buon modo per cominciare la giornata.
E poi tenetevela lì, a portata di mano.
Ma come si fa?
Più leggiamo e scriviamo sulla fine, o il cambiamento profondo, del comunicato stampa tradizionale, più comunicati stampa ti mandano.
Io ne ricevo una quantità incredibile, da case editrici grandi e piccole, da associazioni culturali, biblioteche, eccetera.
Ben raramente sono non dico fatti bene, ma almeno leggibili.
Quando lo sono, li metto da parte come preziosi reperti.
Ma una cosa così non mi capitava da tempo:

Nemmeno uno spazietto, una parolina in bold, e l'occhio scappa via.
Il genio che ti guarda negli occhi.
Riferita agli artisti, la parola "genio" spesso serve ad allontanarli e a renderceli un po' antipatici, tanto l'arte degli ultimi due secoli ci ha abituati a identificare verità e bellezza con l'irregolarità e lo scarto dalla norma. Se poi alla parola "genio" uniamo "rinascimento", cioè il periodo che più associamo alle vette della perfezione, l'artista sale sull'olimpo, ma si stacca da noi.
Forse è per questo che per tutta la mia adolescenza, e poi durante i miei studi, non sono riuscita a sopportare Raffaello e le sue placide e quiete madonne, oppure quelle summae di conoscenza passata e presente che sono gli affreschi vaticani.
Quel genio perfetto, morto a soli 37 anni, aveva poco da dirmi: vuoi mettere con le indagini leonardesche o i tormenti e la poesia di Michelangelo?
Il tempo che passa mi ha riconciliata con i genii apparentemente perfetti, e ora amo moltissimo il mare calmo della pittura raffaellesca.
Anche a proposito di Albrecht Dürer si parla di "genio rinascimentale".
Scienziato eclettico come Leonardo, usa il pennello e la punta d'argento per indagare prima ancora che per rappresentare il mondo.
Conosce tutte le tecniche. Con la matita morbida ridà vita ai puttini della scultura romana, che diventano paffuti e vivaci bambini. Con l'incisione illustra i primi libri a stampa, racconta le storie sacre, recupera l'antichità degli archetipi nelle misteriose figure della melanconia, del cavaliere con la morte e il diavolo, o la fortuna che
vola e regna sui nostri destini dall'alto del cielo di una carta di tarocco.
Con l'olio fiammingo e lucido racconta la storia sacra o si rappresenta in tutte le tappe della sua vita, dall'età di tredici anni in poi. Ritratti di sguardi diretti e profondi, senza mediazioni, come Leonardo e poi Rembradt e Caravaggio. Consapevole del suo valore e della sua autonomia di artista, ribaditi dall'inconfondibile e onnipresente monogramma AD.
In più, Dürer è il ponte e la cerniera tra due culture, quella italiana e quella tedesca: viaggiatore tra Norimberga e Venezia, dove conobbe i fratelli Bellini, Giorgione e Mantegna, portò al nord la classicità e la prospettiva, ma ricambiò la civiltà mediterranea con le sue incisioni, che continuarono a ispirare gli artisti italiani dal primo cinquecento su su fino a Caravaggio, i Carracci, Guido Reni.
Genio rinascimentale, ma genio vicino e quasi familiare, il Dürer che ho ammirato per più di due ore questa mattina alle Scuderie del Quirinale. Non solo per le dimensioni domestiche della maggioranza delle opere, ma per gli sguardi così vicini permessi dalla mostra e per lo sguardo così vicino alla natura e alle cose dello stesso Albrecht.
Un iris dal lunghissimo stelo sembra appena uscito da un erbario: vero e simbolico al tempo stesso, perché l'artista ne ha fatto l'emblema del trascorrere del tempo, dal fulgore della piena fioritura al momento in cui comincia ad appassire.
Acquarelli, tecnica impressionista e veloce, per gli appunti di viaggio, mentre scendeva in Italia: Innsbruck, i castelli di Arco e di Trento, un mulino ad acqua in rovina sul ciglio della strada.
E gli animali: il famoso leprotto, i levrieri che ritrovi dappertutto, a far compagnia a una
dama contemporanea come agli dei, i cavalieri e i cavalli a rappresentare la gloria terrena ma anche la forza domata delle passioni, come sarà per altri tedeschi di quattro secoli dopo, quelli del Cavaliere Azzurro.
Ma su tutto le persone. Niente compiacimenti, niente simboli del potere né della professione, niente adulazione. Solo volti ravvicinati in uno spazio vuoto, con le ciocche e le rughe indagate una per una, lo sguardo dritto verso un orizzonte che non vediamo, che sia il potentissimo mercante Jakob Fugger o un'anonima ragazzetta veneziana.
Ma se tra i tanti, cogliete uno sguardo diretto senza esitazione su di voi, potete star certi: è un autoritratto, Albrecht che non rinuncia mai a indagare e interrogare con gli occhi.
MdS aggiornato.

Ho appena aggiornato il sito.
Questo aggiornamento è nato quasi da solo, ed è un po' diverso dagli altri.
Non è stato pianificato, ma ha tessuto un disegno compiuto intorno a un unico tema, che sul MdS era sempre rimasto un po' in ombra: "le scritture della parte destra del cervello".
Sì, questa volta si parla e si scrive di fiabe, sogni, metafore e yoga. Tutte cose che con la scrittura e il lavoro, come vedrete, c'entrano parecchio.
Ecco cosa trovate di nuovo:
Fiabe in azienda: scrivere, ascoltare, raccontare.
Un'intervista all'arteterapeuta Piera Giacconi. Cosa succede quando un'azienda o un'amministrazione aprono le porte a una moderna cantastorie?
Tre nuovi quaderni:
Scrivere una metafora organizzativa.
Roberta Buzzacchino lavora nella Comunicazione di un grande ente pubblico. In questo quaderno ci racconta come ha inseguito una stella, e come la stella è diventata la metafora del suo gruppo di lavoro e delle loro attività.
Scrivere sogni.
Barbara Parmeggiani, consulente e amministratore delegato di un'azienda di formazione, da sempre scrive i suoi sogni. E, scrivendo, vi attinge energie e visioni per la vita e per il lavoro.
Yoga e scrittura: scoperte ed emozioni della pratica.
Qui entro in gioco io. Se Barbara ha una doppia vita, di notte e di giorno, io ho una doppia pratica, la scrittura e lo yoga. Doppia, ma in molti momenti, sempre più spesso, unica.
Buona lettura!
PS Temo che questa volta non manderò la newsletter di aggiornamento. Domeus ha cambiato alcune regole, tra le quali il mittente. Non apparirei io, ma la sigla di una mia vecchia email. Non mi va proprio di passare per spammer.
Mi organizzo per i feed. Intanto feedatevi a questo blog. Splinder li ha riattivati, per fortuna.
Conversare è un'arte.
La conversazione non è certo invenzione del web.2. Lo sappiamo bene, non sempre ce lo ricordiamo.
A me lo ha improvvisamente ricordato la presentazione di una serie di trasmissioni radiofoniche di cinque anni fa, ma tutte da ascoltare sul sito della Rai:
La conversazione, canonizzata in Francia a fine Seicento, obbediva a un ideale di socievolezza, all'insegna dell'eleganza e della cortesia, che contrappone alla logica della forza e alla brutalità dell'istinto, un'arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul divertimento reciproco.
L'arte della conversazione: 10 puntate e la voce di Luca Zingaretti.
Non è che ci fa meglio ascoltare lui invece di romperci la testa con netiquette, flaming e tentativi di codici di comportamento per blogger?
Un manifesto per la didattica della scrittura.
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Educare al piacere di scrivere
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Educare a scrivere chi non scrive
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Educare alla scrittura nei disagi esistenziali
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Educare a scrivere per pensare e creare
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Educare a scrivere per creare comunità nell'era digitale
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Educare alla scrittura delle pratiche di formazione
Sono i sei impegni del Manifesto della neonata Graphein, la Società di Pedagogia e Didattica della Scrittura, fondata da un gruppo di docenti, tra i quali Duccio Demetrio. Verrà presentata durante un incontro di due giorni, l'11 e il 12 maggio, ad Anghiari, dove ha sede la Libera Università dell'Autobiografia.



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