Lo stile di Franco.
Avevo staccato tutto la scorsa settimana, dal cellulare al quotidiano. E anche ieri, tornata a casa, avevo voluto conservare intatto questo silenzio prima di reimmergermi nella rete.
Quindi è stato solo poco fa che ho saputo che Franco Carlini se ne è andato.
Ho provato un dispiacere enorme, anche se ho solo corrisposto con lui qualche volta e non l'ho mai conosciuto personalmente.
Mi è stato improvvisamente chiaro e nitido quanto gli dovessi.
Fu Lo stile del web a farmi ragionare sulla scrittura in rete: me ne ero già occupata, ma è stato lì che ho trovato gli stimoli e i dubbi che servono per pensare e non solo per imparare.
Ed è stato Franco a far conoscere veramente il Mestiere di Scrivere. Una mattina di maggio del 1999 trovai una sua email che mi comunicava di averci scritto su qualcosa sull'Espresso. L'email era laconica, ma la mezza pagina che dedicò al mio allora striminzito sitarello era piena di stima, ed io pensai che forse valeva davvero la pena di impegnarsi per essere all'altezza di quella stima. L'avventura vera cominciò lì.
Quella stima la ritrovai anche in Parole di carta e di web, che formulava così bene quello che io allora sentivo come inquietudine, ma non sapevo assolutamente esprimere da sola.
Ognuno di noi, quando scrive, pensa ai lettori più lucidi e severi, tra quelli possibili.
Io ho sempre pensato anche a Franco Carlini, quando mi decidevo a pubblicare qualcosa di nuovo.
Di recente qualcuno - credo Giacomo Mason - mi aveva detto che stava scrivendo un nuovo libro. Ricordo il senso di felice aspettativa che mi ha riempita all'improvviso.
Ora, invece, sono solo piena di una grande tristezza.
Aristacco.
Dopo intense letture e scritture agostane (di cui vi dirò), stacco di nuovo.
Ci sentiamo ai primi di settembre.
Ciao a tutti.
Il giornalismo dimenticato.
NetOne continua a mettere online i video delle intere lezioni tenute nell'ambito del seminario internazionale di comunicazione Intermediando.
Vi segnalo l'ultima, perché è una grande lezione di giornalismo: Il reportage, relatore padre Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista, fondatore dell'agenzia di stampa Misna - l'unica a coprire "davvero" il sud del mondo - e autore dei bellissimi libri Soldatini di piombo (Feltrinelli) e Il mondo capovolto (Einaudi).
E' rarissimo ascoltare testimonianze così profonde e di prima mano sull'Africa e le sue guerre dimenticate: un'ora da non perdere sulla CNN dall'interno, le conversazioni con Kapuscinsky, la grande tradizione del reportage, la cultura e le competenze necessarie per raccontare l'Africa, l'umiltà e il coraggio, il giornalismo come vocazione e servizio, i nostri infiniti pregiudizi.
Manifesti.

Nell'aggiornamento agostano di Change This, ci sono parecchi nuovi manifesti scaricabili di interesse per scrittori e comunicatori: il video per lo storytelling aziendale, come utilizzare meglio il tempo, far fiorire i talenti in azienda e soprattutto il Gobbledygook Manifesto di David Meerman Scott sul corporatese.
I manifesti sono quasi sempre assaggi di libri appena usciti, utili per un primo orientamento e per capire se l'acquisto vale la pena.
Il Copyblogger Brian Clark, il cui blog mi sono decisa a spulciare post per post, dà alcuni suggerimenti concreti su come aprire e chiudere:
Aprire
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Porre una domanda.
Anche retorica, ma non banale, per introdurre nel cuore del tema trattato e mettere in moto la mente del lettore.
Raccontare un aneddoto o inserire una citazione.
Una breve storia dà già un punto di vista, una citazione incuriosisce. Di chi è?
Fare appello all’immaginazione
Prova a immaginare… Ti ricordi? Pensa a…
Ricorrere a un’analogia, una metafora, una similitudine
Ovvero, come raccontare un’intera storia in una sola frase.
Citare un dato scioccante o sorprendente
Giocare sull’effetto sorpresa, e inchiodare il lettore.
Chiudere
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Riassumere.
Il succo del testo, in poche parole.
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Invitare all’azione.
Visita il sito, lascia un commento, chiedi altre informazioni, clicca qui.
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Lanciare un’ispirazione.
Ci si può riallacciare all’inizio, lasciando il lettore sospeso, con un invito, un pensiero.
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Scrivere un Post Scriptum.
Un espediente molto usato nelle lettere commerciali, nei blog, ma anche da oratori smaliziati come il patron della Apple Steve Jobs, che fa finta di aver finito, inserisce una pausa e poi aggiunge “Just another thing”.
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Creare l’effetto "trampolino".
Come alla fine di una soap, lasciare un elemento di curiosità per la prossima puntata.
Il bianco incanto di De André.
Ieri sull'inserto domenicale di Repubblica c'era una doppia pagina dedicata agli appunti inediti di Fabrizio De André, completata da un dossier multimediale sul sito del giornale. Piccole cose, se confrontate con l'abbondanza delle parole cantate, ma di De Andrè leggerei tutto e ascolterei tutto, ogni minuzia.
Così - complici il condominio vuoto e la dolcezza del clima romano di questi giorni - mi sono risentita a volume altissimo e finestre spalancate tutti i 16 cd di De Andrè, in ordine cronologico, dal primo all'ultimo, fino alla sera inoltrata.
Ripercorrendo un pezzo della mia vita, a partire da un giorno del 1967, quando ascoltai per la prima volta una sua canzone. Era Preghiera in gennaio, struggente e di una tristezza spaventosa, di cui capii ben poco, se non che avrei voluto sentirla e risentirla per ore. Fui accontentata: il mio giovanissimo zio la ascoltò per un pomeriggio intero e tanto era il suo entusiasmo che alla fine si mise a raccontare tutto del suo autore a una bambina di otto anni.
Di quel pomeriggio ricordo poche cose: la sensazione della neve e del bianco che poi mi avrebbe sempre accompagnata ascoltando De André, il gran ciuffo liscio e spiovente sulla copertina del 45 giri, il fatto che quello sconosciuto cantante che alla radio non si sentiva mai era quello che in Italia vendeva più dischi di tutti. L'incanto era nato.
Invece, nella maratona domenicale, quello che ho gustato di più - riscoprendolo, è stato Non al denaro né all'amore né al cielo, con gli autoritratti ironici e indulgenti dei morti di Spoon River.
Fondazione De André >>
Via del Campo >>
Questione di sfumature.
Non originalissimo - se ne è occupato anche Pietro Citati tempo fa su Repubblica - il Parole in corso di oggi sul Tuttolibri si occupa di sinonimi e di aggettivi abusati. Beccaria è però sempre acuto e divertente (copio e incollo, perché tra una settimana sparisce):
Vi sono parole - scriveva Camillo Sbarbaro nei Fuochi fatui - che i vocabolari danno per equivalenti e ch'io non confonderei; non direi mai musco per muschio, visco per vischio… Si eviterebbero ambiguità e, s'anche di poco, la lingua si arricchirebbe. Così la spuma non è la schiuma. La nuvola è leggera, un fiocco di bambagia; la nube, il suono cupo lo dice, è plumbea, minaccia temporale. La sottana è greve, tetra, è quella del prete, dell'ava; mentre la gonna è festosa, è una corolla capovolta…».
Anche il comune parlante ha bisogno di sfumature, di distinguere, perché la realtà è sfumata. I perfetti sinonimi non esistono. I sinonimi non sono degli optional, ma la ricchezza di una lingua, e vanno usati nel modo più appropriato. Non posso confondere monelleria con marachella, perché la prima è la malefatta di un ragazzo vivace, e la seconda ancora una malefatta, ma fatta di nascosto. Ingenuo è diverso da minchione, e risparmiatore da tirchio, spilorcio, taccagno, pidocchio. Un modo appartiene a un registro neutro, formale, un altro invece all'informale, magari al gergale. Errore è diverso da strafalcione, da assurdità, bestialità, asinata, castroneria, o cazzata, come direbbero oggi i più. C'è una gradazione a discendere tra imbrogliato, truffato, turlupinato, bidonato, buggerato.
Alcuni sinonimi mettono in evidenza lo stacco tra passato e presente, tra antiquato e aggiornato. Specie nel campo tecnico: di un auto, sono certo sinonimi fanali-fari-proiettori-gruppi ottici, ma aumenta dall'uno all'altro la connotazione in senso tecnico. A volte poi è la moda, l'andazzo del momento a guidare la scelta: prendi due aggettivi come grande/grosso che tendono oggi ad avvicendarsi. Bisognerebbe distinguere tra «un grande scrittore», che indica ingegno e bravura stilistica, e «un grosso scrittore», che non ne sottolinea certo la corpulenza, ma la fama, trasferendo alla persona la corposità dell'attributo. Oggi però "grosso", moda anglicizzante per influsso di "big", è diventato un aggettivo tuttofare. Ha fagocitato tanti altri aggettivi specifici e informativi, ha eliminato una gamma di percezioni, reazioni, valutazioni. Tutto è grosso, un grosso finanziere, un grosso campione, un grosso personaggio, un grosso successo, un grosso affare, abbiamo sempre dei grossi problemi...
Video.
Dopo l'intervista a Sergio Maistrello, gli amici di NetOne hanno messo online la mia chiacchierata sul corporate blogging al seminario internazionale della comunicazione Intermediando del 18 giugno scorso.
Faranno lo stesso con tutti gli altri docenti, quindi stay tuned.
Il viaggio senza strade.
Pd, viaggio nei siti dei candidati si intitola l'articolo di Alessandra Longo sul sito di Repubblica.
Già, ma come viaggiamo se all'interno del testo non c'è nemmeno un link?



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