Appunti romani.
David Weinberger è stato almeno due volte in Italia ultimamente. Una a novembre allo IAB Forum a Milano e una a Roma a dicembre. Di quest'ultima puntata proprio non sapevo, altrimenti mi sarei precipitata nell'aula della Sapienza.
Per fortuna c'era la mia amica Maria Rosa Logozzo. Non solo mi ha raccontato dell'intervento e dell'affabilità di Weinberger, ma ora ha pubblicato i suoi appunti - una "traduzione non integrale e non letterale", come dice lei - sul sito di NetOne.
Italie.
Che strano immergersi per un paio d'ore, in uno dei luoghi espositivi più raccolti e silenziosi di Roma, nelle idee, i quadri e i colori di un gruppo di artisti che circa 150 anni fa voleva fare l'Italia a partire dall'arte e dalla creatività.
Fuori, impazza l'Italia natalizia euforica nelle spese e depressa nell'animo, almeno a quanto scrivono un paio di autorevolissimi giornali anglosassoni. I giornalisti nostrani si interrogano, gli editorialisti ci/si fustigano, mentre i siti web dei loro giornali lanciano
sondaggi in proposito. Intanto La Casta ha raggiunto il milione di copie.
Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e gli altri pittori macchiaioli avevano in mente tutta un'altra Italia, ancor prima che nascesse.
Ne avevano un'idea molto precisa e ne discutevano al Caffé Michelangiolo di Firenze intorno al 1850. Venivano da tutta Italia e avevano contatti continui con Parigi e con Londra dall'unica regione, la Toscana, che allora consentisse una certa libertà di espressione.
Quella nuova Italia, per la quale quasi tutti loro combatterono e in alcuni casi morirono giovanissimi, era già nella loro pittura. Spiriti diversissimi, si ritrovarono in un'arte vicina il più possibile al vero - la natura, ma soprattutto il lavoro nei campi, l'orto, i bambini, gli animali - e in uno stile solido, costruttivo, in cui si incontrassero la pittura tonale di Giorgione e Tiziano, la luce del primo rinascimento umbro e toscano, la monumentalità di Piero della Francesca.
Tutto questo trovò espressione nella "macchia", campiture decise di colore piatto, senza contorno e senza chiaroscuro, incastri perfetti così diversi dalle svirgolature luminose dei contemporanei impressionisti francesi. Sarà per questo che la maggior
parte dei quadri macchiaioli sono minuscoli, ma nel loro formato orizzontale sembrano contenere il mondo intero: persone, case e animali vi giganteggiano dentro.
Se la maggior parte degli impressionisti nutriva per il soggetto una suprema indifferenza, per i macchiaioli era il contrario. Volevano rappresentare e attraverso la pittura scoprire e sentirsi vicini alla realtà contemporanea, quella dei grandi avvenimenti - le guerre di indipendenza, la spedizione dei Mille - e quella della vita quotidiana, della città e la campagna.
In un'Italia che ancora non aveva conosciuto l'industrializzazione il lavoro era soprattutto quello dei campi, dove Fattori rappresenta contadini e buoi come eroi del
proprio tempo, uniti dalla stessa fatica. Provate a confrontare un covone di fieno di Monet e uno di Fattori. Il primo vi rivelerà un occhio, per quanto sublime, il secondo un uomo che guarda e racconta.
Lo stesso processo unitario, che vide impegnati anche con il fucile in mano tutti i pittori macchiaioli, non è mai raccontato in maniera trionfale. Di una battaglia, Fattori preferisce ritrarre la ritirata, con i soldati feriti e stanchi, Borrani un gruppo di fanciulle intente a cucire camicie rosse.
Fare l'Italia, per loro, era prima di tutto raccontarla con la verità della pittura, indagarla in tutte le sue realtà. E così, i macchiaioli videro e dipinsero pr la prima volta quello che la pittura classica e romantica
non aveva voluto e saputo vedere.
La natura, con le libecciate sulla spiaggia di Castiglioncello, l'asprezza della Maremma, la placidità di Piagentina, un quartiere campagnolo di Firenze oggi del tutto cementificato.
I bambini, e le donne che all'interno delle case borghesi cominciavano a scoprire la propria creatività. Sono donne che suonano, cantano, leggono e soprattutto dipingono. Come la misteriosa Scolarina di Fattori, un trionfo di macchie rosa, bianche e azzurre che costruiscono una fanciulla senza volto interamente assorbita nella sua pittura di orizzonti marini.
La mostra I macchiaioli, il sentimento del vero è a Roma, al Chiostro del Bramante, fino al 6 gennaio.
PS Ho sempre amato molto i macchiaioli e Fattori in particolare.
Stamattina mi sono ricordata di averne già scritto parecchi anni fa in Oltre la cornice, un libro sull'arte italiana che scrissi insieme a Cecilia Narducci, amica, complice e coautrice della trasmissione radiofonica di Radiodue che ispirò il libro. Se volete leggere il capitolo su Fattori è qui e si intitola Butteri e soldati.
Regali utili.
Debbie Weil è l'autrice di The Corporate Blogging Book, un manuale assai carino su quello che sarà il fenomeno più importante della comunicazione di impresa nel
prossimo anno anche qui in Italia.
Per Natale regala un ebook di 30 pagine dedicato ai blog aziendali, How to write a great business blog, una lunga intervista tratta da una videoconferenza, molto ben confezionata e aggiornatissima anche rispetto al libro.
Un altro bel regalo lo fa una testata di casa nostra, Internazionale, ormai l'unico settimanale che leggo su
carta dall'inizio alla fine.
Da metà dicembre fino a giugno 2008, una volta al mese, Internazionale invita alcuni grandi giornalisti da tutto il mondo alle sue Lezioni di Giornalismo all'Auditorium di Roma.
La prima, con la giornalista israeliana Amira Hass, l'ho persa, ma questa mattina ho avuto la sorpresa di trovarla in rete in versione audio e video sul sito della rivista.
Visto che in Italia abbiamo tanti giornalisti, che però raccontano poco e niente del loro mestiere, e un esercito di aspiranti tali, le Lezioni di Giornalismo di Internazionale sono davvero un appuntamento da non perdere.
Solidi auguri.
Chi come me pratica yoga ogni giorno o quasi, si abitua a percepire il corpo in una maniera un po' diversa. Terreno di sperimentazione per le emozioni, teatro della mente, piccolo specchio dell'universo a portata di mano.
Così, i piedi non sono più le "estremità", qualcosa di cui ci accorgiamo solo quando
dolgono e da nascondere dentro un paio di scarpe. Diventano invece qualcosa di centrale e indispensabile come il piedistallo di una statua, le radici che ci connettono con la terra da cui attingiamo forza ed energia per crescere e alzarci verso l'alto, la base che dà stabilità a tutto il nostro essere, fino agli aspetti più interni e sottili.
Così, non vi meravigli se, tra i tanti sbrilluccicanti auguri seriali, quelli che ho apprezzato di più mi sono arrivati da un'insegnante di yoga che ha regalato ai suoi amici e allievi una poesia di Erri De Luca dedicata proprio ai piedi.
E' un augurio a rimetterci in cammino se siamo stati troppo fermi, a fare con pazienza un passo alla volta se la lontananza della meta ci spaventa, a ballare se siamo felici, a correre se siamo impazienti o entusiasti.
Elogio dei piedi
Perché reggono l'intero peso
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi
Perché riescono a correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare
Perché portano via
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato
e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta
Perché sanno saltare
e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali
Perché scalzi sono belli
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli
e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica
Perché sanno giocare con la palla
Perché sanno nuotare
Perché per qualche popolo pratico erano un'unità di misura
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin
Perché gli antichi li amavano
e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro
o ripiegati indietro da un inginocchiatoio
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango
il croccante tip tap, la ruffiana tarantella
Perché non sanno accusare
e non impugnano armi
Perché sono stati crocifissi
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno
viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio
Perché come le capre amano il sale
Perché non hanno fretta di nascere
però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo
contro la morte.
Erri De Luca
Le delizie del disordine digitale.

Everything is Miscellaneous di David Weinberger l'ho comprato per almeno tre ragioni: 1) l'autore appartiene al trio del Cluetrain Manifesto; 2) avevo visto il video del suo intervento a IAB Forum e mi aveva affascinata; 3) il titolo è bellissimo, chiaro eppure misterioso, e faceva immaginare un sacco di cose.
Dopo le prime tre-quattro pagine mi sono scoraggiata: mi aspettavo un libro sul web e Weinberger la prendeva molto alla lontana, dal IV secolo avanti Cristo.
Ho tenuto duro, per fortuna, e dopo le prime dieci la lettura è decollata e il libro l'ho finito in due giorni.
Ora posso dirlo: è un gran bel libro, all'altezza delle aspettative quanto alla qualità, divergente quanto ai contenuti.
Vado con ordine, anche se la tesi del libro è proprio che oggi la conoscenza non ha più un ordine e una forma dati e validi per tutti, ma è multiforme, sfaccettata, ubiqua, liquida, con un senso diverso per ognuno di noi.
Eppure, abbiamo passato millenni solo a fare ordine, a catalogare ogni informazione, dato, libro, specie, all'interno della sua casellina, tanti mattoncini che formano l'immensa cattedrale del sapere, l'albero della conoscenza percorribile di ramo in ramo e di foglia in foglia.
Weinberger ci fa conoscere uno per uno i grandi catalogatori, anche con le loro storie personali e piccole manie: Aristotele, Linneo, Dewey, il geniale bibliotecario indiano Ranganathan.
Fino al grande distacco della conoscenza dalla fisicità: passando dagli atomi ai bit, le informazioni rompono gli argini, esplodono in tante piccole schegge che dilagano ovunque.
La conoscenza in rete non ha più una geografia, né una forma. O meglio, assume tante forme e tanti percorsi di significati quante sono le persone che le cercano, le confrontano, le aggregano, ne producono di nuove. Cioè tutti noi.
Per muoverci nella grande miscellanea invece che nel catalogo per soggetto e per autore, ognuno di noi etichetta i singoli contenuti (con tante etichette, non con una sola!) invece di infilarli o di cercarli nel cassetto giusto. E' il trionfo dei metadati che si identificano anche con i contenuti stessi (chi di noi per trovare una poesia non inserisce in Google il solo verso che ricorda?).
Nella grande miscellanea inseguiamo e troviamo il significato non solo nei pieni, ma soprattutto nei vuoti, negli spazi tra un'informazione e l'altra, nelle domande che ci facciamo da soli o nella conversazione con gli altri, nei link reali e in quelli mentali.
Una geografia mobile e senza confini, molto più vicina alla realtà della conoscenza e al nostro modo di pensare rispetto ai grandi sistemi del passato.
"Il compito del sapere non è più quello di ridurre la complessità, ma di nuotarci dentro" scrive Weinberger.
E noi nuotiamo assieme assieme a lui tra Google Maps, Wikipedia, Delicious, Digg, Technorati e i nuovi metabusiness, quelli capaci di catturare le informazioni che esistono, connetterle e riassemblarle in inediti servizi di valore che siamo pronti ad acquistare.
Il libro stesso è un bel generatore di senso, per esempio il senso di tante nostre piccole operazioni automatiche di ogni giorno mentre studiamo, comunichiamo, lavoriamo, cerchiamo in rete.
Ed è anche una bella e riuscita miscellanea di stili, di teorico e pratico, di alto e di basso. Con quella mancanza di complessi che mi piace così tanto in certi intellettuali americani, Weinberger ricorre agli esempi più semplici della sua vita quotidiana per spiegare i grandi modelli di catalogazione: scaffali della cucina, cassetti delle posate, tavola apparecchiata, biancheria da lavare. E, tra una posata e l'altra, ci riesce benissimo.
Felicità.
Da quando ho deciso di non portarmi più appresso il portatile se parto per uno o due giorni (ed essermi resa conto che non succede proprio niente di grave), riesco a divorarmi in treno un sacco di libri.
Mercoledì pomeriggio, tra Venezia e Roma, ho letto Economia della felicità di Luca De Biase, che mi trascinavo nello zaino da un po'.
Libro dal titolo "felice", sicuramente, e altrettanto si può dire del sottotitolo: "Dalla blogosfera al valore del dono e oltre".
Sapevo un po' cosa aspettarmi, sia perché l'autore lo leggo spesso sia perché i temi del libro appassionano anche me: i blog e le loro narrazioni, la rete e il ruolo di noi persone al suo interno, il rapporto tra media nuovi e tradizionali, l'attenzione dell'economia verso i valori immateriali quali la felicità, le prospettive - o gli spiragli - per il nostro paese.
Lo sguardo del libro è molto ampio, ma io l'ho letto in un modo stranamente personale, perché mentre leggevo pensavo che De Biase stava raccontando anche la storia di tanti di noi che abbiamo scoperto internet nella prima metà degli anni novanta, buttandoci dentro a capofitto senza sapere bene dove ci avrebbe condotto, ma senza poterne fare a meno.
Ho ripensato al tempo che ho passato a studiare questo nuovo strumento e poi a scriverci dentro. Cosa facile e gratificante oggi che so di avere un pubblico che mi legge, per quanto piccolo e di nicchia. Eppure l'ho fatto, e con molto sacrificio, anche quando il MdS ancora non esisteva o lo conoscevano in pochissimi.
Cercavo - cercavamo - una dimensione di libertà, spazi di espressione, relazioni e dialoghi da instaurare. Ci ho investito tantissimo tempo - la risorsa più preziosa che oggi abbiamo, come giustamente scrive De Biase - senza nessuna certezza sul risultato. Cercavo, senza saperlo, una nuova e inedita forma di felicità, quella che ogni giorno continuo a cercare - e fortunatamente spesso anche a trovare - scrivendo per conto mio parole e idee che potrò condividere in rete con moltissime altre persone.
Ma il valore del dono in rete non ha nulla a che fare col buonismo e con i buoni sentimenti.
Essere generosi e aperti paga in maniera concreta, su tanti piani. Da quello della ricchezza delle relazioni alle nuove amicizie, dall'aiuto che puoi chiedere a chi è più bravo di te se non sai che pesci prendere alla stima e alla reputazione che ti costruisci. Tutte cose che ti aiutano anche sul lavoro. A migliorarlo, a cambiarlo, a inventartene uno nuovo.
Economia della felicità parla di tutte queste cose e di molto altro. Parla al singolo e parla del mondo. Parla ai politici (mi piace pensarlo, almeno) e parla di questo paese. Parla di una società connessa di cui ormai facciamo parte, ma di una rivoluzione che è solo agli inizi.
Parla della rete come "un medium fatto di persone che ripartono dalla scrittura per donare e ritrovare il proprio tempo, per costruire relazioni umane più ricche, per ispirarsi nelle scelte della vita quotidiana."
Cosa sprigiona un semplice nome.
Come tutti, in questi giorni prenatalizi ho meno tempo per leggere, navigare e scrivere sul blog.
Vi do comunque qualcosa da leggere: il capitolo sul naming che ho scritto per Scrivere di De Agostini.
Un tema che mi ha sempre affascinata e che sta diventando importante anche per gli scrittori professionali.
PS Ho anche aggiunto un po' di libri alla mia libreria su Anobii (tutta dedicata alla scrittura e alla comunicazione).
Alberghi senza barriere, né architettoniche né telematiche.
Caldamente raccomandata da Jean-Marc Hardy, che di comunicazione web e usabilità se ne intende, questa piccola guida per webmaster, dedicata ai siti di alberghi e ristoranti, ma con indicazioni molto utili per tutti, soprattutto per quanto riguarda l'accessibilità ai disabili.
In francese. Gratis.
Parole tristi per l'automobilista.
Il Ministero dei Trasporti ha aperto il Portale dell'Automobilista.
Idea ottima, servizi utili, informazioni abbondanti.
Allora perché l'home page accoglie l'automobilista con parole così tristi (e un refuso in pieno titolo)?

Diamante.
- diamànte
[vc. dotta, lat. tardo diamante(m), nom. diamans, dal gr. adámas, propr. 'indomabile', con sovrapposizione di diaphanes 'diafano, trasparente'; av. 1250]
La "parola del giorno" Zingarelli, più che quando mi spiega parole strane, mi piace quando mi fa vedere in profondità dentro le parole che a forza di vederle e usarle diventano opache. Anche se si tratta di diamanti.
La lente e il binocolo.
Ricevo spesso email di persone che chiedono come si fa a diventare correttori di bozze e se esistono corsi di preparazione a questo mestiere.
Scoraggio sempre tutti, perché io la considero un'attività pesante e snervante. Se scrivi, devi saperla fare, ma non la puoi esercitare da sola.
Ci pensavo in questi giorni in cui sto correggendo le bozze di un mio lavoro. Tante pagine, tantissime, già viste e riviste non solo da me. Eppure salta sempre fuori un refuso, un grassetto al posto di un corsivo, una didascalia sbagliata, essere al posto di avere come verbo ausiliare... è disperante.
Si dice - l'ho scritto pure io più di una volta - che si deve correggere con l'attenzione esclusiva al dettaglio, dimenticando il senso, quello che viene prima e quello che viene dopo.
Ma in pratica non è proprio così: devi usare contemporaneamente la lente e il binocolo, osservare la singola parola, la singola sillaba, e subito dopo il cannocchiale per osservare il "paesaggio" della pagina. Devi essere al tempo stesso esploratore ed entomologo. Dare retta all'occhio e pure all'orecchio.
Al di là dell'ortografia, ci sono cose di cui ti accorgi solo se allontani lo sguardo, invece di avvicinarlo. Per esempio: le concordanze di genere e quelle di numero, la coerenza di un elenco puntato, una ripetizione di troppo.
Editing, revisione e correzione sul MdS:
>> La correzione delle bozze (quaderno in pdf)
>> La correzione delle bozze (con i simboli di correzione)
>> La revisione
Parole in cuffia.
Oggi comincia a Roma, fino a domenica, la fiera della piccola e media editoria Più libri, più liberi.
Io ci andrò sabato pomeriggio, ad ascoltare brani dell'audiolibro Parole in cuffia, ideato e realizzato dalla mia amica Alessia Rapone, autrice del sito RaccontoLavoro.
La presentazione si terrà alle 17.00 presso lo Spazio Blog.
Insieme ad Alessia interverranno Marco Stancati, direttore comunicazione dell’Inail e Bruno Ugolini, giornalista dell’Unità che tiene la rubrica Atipiciachi, dedicata ai lavori e ai lavoratori atipici.
Parole in cuffia è quasi uno sceneggiato radiofonico che attraverso le voci di attori professionisti, con testo e musiche originali racconta la storia di un giovane dj che un giorno, non per caso ma per contratto radiofonico scaduto, si trova a indossare cuffie diverse alla postazione di un claustrofobico e affollato call center. E diventa uno fra tanti, senza nome, “uno e basta”. E inizia un’altra storia…
MdS aggiornato.
Dopo un novembre di bloggate intense, ho taciuto in questi ultimi giorni ma sono stata occupata ad aggiornare il Mestiere di Scrivere.
Aggiornamento molto ricco, dal quale io stessa ho imparato molto.
I pezzi forti li dobbiamo a tre firme che già conoscete.
M. Cristina Lavazza, autrice del quaderno dedicato all'organizzazione dei contenuti di un sito, questa volta ci regala un vero e proprio libro (70 pagine!) su un tema molto caldo del web marketing: le newsletter inviate per email. In Come funzionano le newsletter che funzionano c'è proprio tutto: progettazione, ideazione dei contenuti, periodicità, gestione e invio, testo, immagini, formati, esercizi.
Francesca Pacini, dopo la correzione di bozze e l'editing, ci guida alla scoperta di un microcontenuto sempre più importante, ma sul quale c'è pochissima letteratura: i titoli (con tutto il loro corredo). Sigilli di parole, ovvero l'arte di titolare è un viaggio dalle redazioni dei quotidiani ai blog, passando per la scrittura aziendale.
Alberto Falossi, autore del gettonatissimo Come scrivere un articolo tecnico, si occupa di Tagging: una questione di etichette. Un nuovo, decisivo, microcontenuto.
Così i Quaderni arrivano a 19, una vera collana a disposizione di tutti: ringrazio M. Cristina, Francesca e tutti gli altri autori che hanno voluto condividere le loro conoscenze con noi.
E non è finita: altri titoli sono in cantiere.
Io in questa puntata sono stata soprattutto editor, ma mi sono divertita a rielaborare e reinterpretare a distanza di cinque anni un classico della scrittura professionale e giornalistica: i 50 Writing Tools di Roy Peter Clark, uno dei libri che più hanno inciso sulla mia formazione.
Be', in tutto sono più di 100 pagine... buona lettura ;-)



Rss