Un posto nuovo, utile e bello.

"Essere creativi vuol dire connettere idee producendo qualcosa di nuovo."
Quindi la creatività è qualcosa che riguarda tutti - studenti, ricercatori, insegnanti, imprenditori, artigiani -, non solo i "creativi".
E riguarda tutte le discipline, dalla scrittura al cinema, dalla pubblicità alla danza, dal design alla moda, alle scienze.
Tutte cose che da qualche giorno trovate in un gran bel posto italiano, il sito Nuovo e Utile, teorie e pratiche della creatività. Lo ha ideato Annamaria Testa.
Ci sono documenti da scaricare, video da guardare, classici come Poincaré e De Mauro, consigli molto pratici per diffondere un'idea o avviare un'impresa, bibliografie, recensioni, il calendario degli eventi italiani dedicati alla creatività, ma soprattutto tanti link classificati, recensiti e commentati.
E' solo l'inizio, perché Nuovo e Utile è aperto anche alle nostre scoperte e segnalazioni.
Cominciate il viaggio da dove volete. Per esempio dalle oltre 120 citazioni sulla creatività scelte da Annamaria Testa o dalla bellissima galleria fotografica in home page, dedicata ai gesti creativi (dalla pennellata di Picasso ai discorsi di M. Luther King).
Avverbi velenosi.
L'uso degli avverbi andrebbe concesso solo a chi sa farne buon uso. Ci vorrebbe un esame apposito.
Agli scrittori professionali, agli aspiranti tali, ai tecnici prestati al marketing, bisognerebbe invece proibirlo. Così non fanno danni. In tutte le discipline, si comincia dalle cose semplici, poi pian piano si passa a quelle più complesse. Gli avverbi sono tra queste. Per usarli bene, bisogna sapere che farsene.
Lo so, la mia è una posizione estremista, ma provate a passare una giornata a riscrivere, semplificare, tagliare testi che dicono in venti righe quello che può benissimo essere detto in cinque. E molto, ma molto meglio.
Ho buttato al cestino una quantità di avverbi che nemmeno ricordo, e uno su tutti: opportunamente.
E' un'epidemia.
Ma chi ha cominciato e come si è propagato il virus?
- una soluzione ERP di mercato, opportunamente parametrizzata e personalizzata
- dati opportunamente elaborati a fini statistici
- password opportunamente distribuite
- una manifestazione opportunamente destagionalizzata
Ci mancherebbe altro che si non si agisse opportunamente! Soprattutto quando si magnifica qualcosa su una brochure o su un sito.
Per non parlare dei limitatamente, frequentemente e... normativamente.
Sarò stanca e avrò le traveggole, ma i lunghi avverbi mi sembrano stasera tanti serpentelli che si insinuano ad avvelenare il testo. Per far male a chi scrive e a chi legge.
Colors!
Il colore è una delle modalità espressive più importanti per ogni comunicatore, anche per chi scrive.
Ho appena scoperto Sensational Color, un sito da mettere all'istante tra i Preferiti. C'è tutto: colore nella moda, nella psicologia e nelle diverse culture, nella casa e soprattutto nel business, dal brand al nome, al packaging. Più blog, test per capire qual è il colore indovinato per la nostra azienda, più un sacco di altre cose che non ho ancora esplorato.
PS Il colore della moda primaverile è il rosa. Per le sfumature, i modelli, gli stilisti, c'è un intero report di 30 pagine.
Omaggio al font.

Mai avevo visto in un libro, dopo i ringraziamenti, l'indice analitico e la bibliografia, una pagina dedicata unicamente al font usato, e l'ho trovata una cosa semplice, elegante e geniale. Un omaggio alla forma del testo.
Un font d'autore per un modernissimo libro di comunicazione.
Copy editor, questo sconosciuto.
Credo che il copy editing sia un'attività poco praticata nelle redazioni italiane e il copy editor una figura rarissima se non inesistente.
Google restituisce pochissime pagine in italiano con questi termini.
Nel mondo anglosassone è la figura professionale che spulcia e rivede il testo per prepararlo degnamente alla pubblicazione: quindi controlla le informazioni, i dati, i nomi, i numeri; verifica la coerenza con le norme redazionali: corregge refusi; semplifica e fluidifica la sintassi, se necessario.
Questi preziosi revisori hanno sempre lavorato dietro le quinte, ma alcuni di loro stanno uscendo allo scoperto grazie ai blog.
Li trovate sulla pagina che la News University dedica alle risorse in inglese sul copy editing: un vero tesoro per gli appassionati. Anche se per me il più gustoso e scoppiettante resta Langue sauce piquante, dei due correcteur di Le Monde. Difficile che i loro post scendano sotto i 50 commenti.
Jean-Marc Hardy, autore di Redaction, ha pubblicato uno dei suoi dossier sulla comunicazione web.
Questa volta il tema è la "leggibilità visiva" di un sito.
La formula è quella consueta, efficacissima: l'analisi di 8 siti web, 4 positivi e 4 negativi.
Screenshot, più una decina di righe di testo per ciascuno.
Come ormai ben sa chi segue questo blog, io credo che anche per il testo la forma sia sempre di più "anche" sostanza.
Una bella forma non salva un brutto testo, ma esalta al massimo un testo buono perché ne asseconda i contenuti e lo stile.
Prestare una giusta attenzione alla forma nella quale si trasmettono i testi, ed essere capaci di leggere le scelte - o le sciocchezze - formali fatte da chi li produce potrebbe (dovrebbe?) essere il segno di un'altrettanto giusta attenzione alla sostanza.
A volte, invece, si tende a considerare la forma tanto più disprezzabile o irrilevante quanto più i contenuti sono, o vogliono essere, fondamentali. E' un'ingenuità che si può pagare cara.
Prestare attenzione alla forma non significa nemmeno sopravvalutarla fino a costruire un universo di finzione, un "dover essere" che si tramuta in dover apparire. Certi testi appaiono molto più credibili e congruenti composti in un onesto Helvetica, nero su bianco, che in un nobile Bembo oro su fondo color visone.
...
Il grado superiore del leggere, forse, oggi potrebbe coincidere con il saper leggere sia i testi che la forma dei testi. Il grado superiore dello scrivere potrebbe coincidere con il saper concepire testi che per quanto è possibile comunicano, nella sostanza e nella forma, secondo le intenzioni di chi li ha progettati.
Questo significa leggere e scrivere - e anche parlare e ascoltare - esplorando un universo del senso in cui le parole non sono sempre e necessariamente centrali, e soprattutto non sono più "solo" parole.
E' l'ultima pagina di Le vie del senso, di Annamaria Testa.
Microcontenuti, tema infinito.
Ho messo online un altro contributo che ho scritto per Scrivere di De Agostini, quello dedicato ai microcontenuti.
Un tema su cui ho scritto molto anche nel sito, nel libro e in numerosi post di questo blog. Ma lo ritengo così importante, che ci torno sopra molto spesso, scoprendo io stessa sempre qualcosa di nuovo.
Nell'articolo per Scrivere ci sono molti esempi e anche gli esercizi preparati dalla redazione della Scuola Holden.
Laureati illetterati: ne scrivono le prof.
Sulla questione dei laureati che non sanno scrivere, sollevata la scorsa settimana dall'articolo di Smargiassi su Repubblica, vi segnalo l'intervento di M. Emanuela Piemontese sul suo blog Chiaro e semplice.
Giovanna Cosenza ha invece interrogato via blog i suoi studenti e poi ha tirato le fila.
Fiabe e talismani. E candidati.
Vi ricordate l'intervista a Piera Giacconi sulle fiabe in azienda?
Piera prosegue le sue ricerche e un suo bellissimo articolo è appena uscito sul numero di febbraio della rivista dell'AIF, l'Associazione Italiana Formatori.
La nostra cantastorie questa volta punta in alto e sostiene che ad aver bisogno delle antiche fiabe sono soprattutto gli ospiti del settimo piano delle aziende, lì dove si progettano le strategie e si prendono le decisioni difficili.
"Dopo la qualità totale e la qualità della vita, ora ci serve la qualità umana" e le arti sono tra le espressioni più alte della qualità umana, fatta sì di competenza, ma soprattutto di storie ed emozioni.
Ne sono convinti anche gli autori di Made to Stick, il libro di cui ho scritto nell'ultimo aggiornamento del sito. E ne parla oggi anche Paolo Valentino sul Corriere della Sera a proposito delle primarie americane.
Sulla competenza innegabile di Hillary vincono la storia e la capacità di far sognare e immaginare di Obama, oratore semplice e possente:
Quando parla, Barack tocca le corde profonde dell'emozione. C'è in lui la migliore lezione del public speech negli Stati Uniti, da Lincoln a Kennedy, da Martin Luther King a Ronald Reagan: « We are the change that we seek », siamo il cambiamento che cerchiamo, ha detto la notte del Supertuesday a Chicago, con perfetta scelta anche metrica. La sua retorica attinge all'eccezionalismo americano: la speranza contro la paura, il futuro contro il passato, l'unità contro la divisione. Il dramma di Hillary è in altre parole quello di trovarsi a combattere un sogno.
The change that we seek. Yes, we can.
Talismani di parole, apriti sesamo verso il cuore degli elettori.
Tanto che il nostro Walter lo ha fatto subito anche suo. Crozzianamente "anche".
Solo che i talismani, per funzionare davvero, devono essere forgiati dall'eroe oppure da una fata, uno spirito protettore. Non possono essere riciclati o presi a prestito dal vincitore di turno.
Me lo ha insegnato proprio Piera in un seminario in cui ogni partecipante ha imparato a "far scaturire" dal cuore il suo e poi a dargli forma in parole.
Io rimasi piuttosto stupefatta dal mio, che attingeva a delle profondità cui il mio io razionale mai sarebbe arrivato.
Insomma, Walter, forgia il tuo, il nostro. Ma quello vero, in italiano (lo sai quanti tuoi connazionali sanno l'inglese?).
Proprio come nelle fiabe, hai davanti una sfida impossibile e pochissimo tempo.
MdS aggiornato.

Nella calma del fine settimana ho aggiornato il Mestiere di Scrivere.
È il primo aggiornamento del 2008: il sito è entrato nel decimo anno di più o meno onorata attività.
Ecco cosa c’è di nuovo:
- come vi avevo anticipato, condivido con voi i miei appunti dopo la lettura di un libro molto bello e interessante per i comunicatori e gli scrittori di impresa, Made to Stick, forse il maggiore successo editoriale del 2007 nel marketing e nella comunicazione
- le mie riflessioni dopo quasi cinque anni di blogging
- un tema più tecnico, che però suscita sempre molta curiosità quando parlo di scrittura in un’aula: l’allineamento del testo
- ho pubblicato l’indice del libro Il mestiere di scrivere; da lì, andate all’ultima sezione di ogni capitolo, dedicata alle letture “sulla carta e sul web”, una webliografia per niente ragionata, piuttosto appassionata, in cui vi propongo cose anche eccentriche, che però sono piaciute e sono state utili a me.
Naturalmente continuerò a tenerla aggiornata, al di là delle pagine del libro.
Elogio della parolaccia.
Sul numero in edicola di Internazionale c'è un lungo e dottissimo articolo sulle parolacce, Tutti dicono fuck you, scritto da Steven Pinker, professore di psicologia alla Harvard university, e pubblicato negli Stati Uniti da The New Republic.
Così conlude il professore:
... se l'abuso di parole tabù finirà per attenuarne la carica emotiva, resteremo privi di uno strumento linguistico che a volte può essere molto efficace.
Quando sono usate con acume, possono essere esilaranti, incisive e straordinariamente efficaci. Più di qualsiasi altra forma di linguaggio, sfruttano al massimo le nostre capacità espressive: il potere combinatorio della sintassi, il fascino evocativo della metafora, il piacere dell'allitterazione, della metrica e della rima, la carica emotiva della nostra aggressività.Coinvolgono tutto il cervello: destro e sinistro, alto e basso, antico e moderno.
Nella commedia "La tempesta", Shakespeare, che non era certo estraneo al lunguaggio scurrile, fa parlare Calibano per l'intera razza umana quando dice: "Mi hai insegnato a parlare, e ne ho tratto l'unico vantaggio di poter maledire".
Libri in treno/2
Sono cinque anni che pubblico i Quaderni sul MdS, e li considero lo strato più profondo e più ricco del sito. Costano un sacco di fatica agli autori e a me in termini di editing e impaginazione, ma dai numeri da capogiro dei download ormai so quanto sono apprezzati.
Uno però è il long seller in assoluto (so che non è il termine adatto, visto che i Quaderni non si vendono, ma si regalano): Mappe mentali e scrittura di Umberto Santucci.
Penso quindi che farà piacere ai suoi lettori sapere che Umberto ha raccolto in un libro le sue idee e i principali metodi del problem setting, che diversamente dal problem solving, è l'arte non di risolvere ma di definire i problemi. Si intitola Fai luce sulla chiave e lo pubblica Gremese nella collana Fare Azienda.
La tesi è che se definisci bene il problema e i suoi termini, senza andare nel panico, diventa poi molto più facile trovare la soluzione. Insomma, il muro dei problemi va trasformato in una comoda scala in cui ogni gradino è un compito ben preciso verso la soluzione, o il lieto fine.
Sì, proprio il lieto fine, perché il problema è il nodo di ogni mito, il cuore di ogni fiaba. Leggiamo e ascoltiamo solo per sapere come alla fine se la caverà l'eroe.
Per diventare protagonisti della storia, eroi capaci di superare gli ostacoli anche in azienda e nel proprio lavoro di ogni giorno, dobbiamo armarci soprattutto di creatività e fantasia, con l'aiuto di strumenti e di tecniche cui Umberto Santucci dedica la seconda parte del libro.
Dialogo strategico, strategia Oceano Blu, diagrammi e matrici, Swot analisys, outliner, mappe mentali, brainstorming, sei cappelli per pensare e sei scarpe per agire, la farfalla della metamorfosi manageriale, più un buon numero di simulazioni e di giochi.
Gran parte di queste tecniche hanno una cosa in comune: ci fanno "vedere" il problema sotto i nostri occhi, lo disegnano, lo rappresentano in forme e colori.
E' quello che faccio anche io di fronte a un progetto di comunicazione o a un problema testuale. Anche se, lo confesso, mi bastano un grande foglio A3 e una decina di pennarelli colorati.
Questo era il secondo libro che ho letto in treno. Il terzo era Un percorso a zigzag di Anita Desai, che è rimasto a metà. Sia perché mi sono dovuta rituffare nel lavoro, sia perché la celebre scrittrice indiana ormai ha trovato la chiave per il best seller ed è diventata bravissima a variare con abilità su uno schema che sotto sotto mi sembra sempre uguale. Eppure Notte e nebbia a Bombay mi era piaciuto moltissimo.
Complesso vs Complicato.
La questione della semplificazione è cruciale nella scrittura professionale.
Semplificazione come miraggio e obiettivo, che rischia spesso di essere presa per faciloneria e approssimazione. Può la semplificazione essere lo strumento per comunicare mondi, siti, temi per loro natura complessi?
Il libro di Luca Rosati di cui ho scritto pochi post fa, mi ha dato una chiave di lettura molto chiarificatrice. Si riferisce all'architettura dell'informazione, ma rimane validissima anche per la scrittura, che ha la funzione di guidare attraverso le idee:
Guidare inizialmente la scelta attraverso forme di organizzazione logica o tematica è una forma di semplicità; permettere di ampliare il campo della scelta, contestualmente al settore di interesse, è una forma di complessità: integrarle significa poter passare dal semplice al complesso, riducendo il tempo e lo stress. Spesso utilizziamo il termine "complesso" in un'accezione negativa, come sinonimo di "difficile/difficoltoso", ma la complessità è un bene, il problema sta solo nel renderla esplorabile, praticabile.
Semplicità e complessità sono complementari, e se opportunamente gestite possono fondersi in modo virtuoso.
Sfoglio i vocabolari.
Complesso significa "intrecciato", "composto da più parti, interdipendenti tra loro". La sua origine latina rimanda ad "abbraccio" e "abbracciare".
Complicato significa "difficile, intricato, confuso", "difficile da affrontare e da capire, che ha e pone problemi".
PS Il quadro è di Keith Haring, un abbraccio solo apparentemente semplice.
So what?
Quando il tuo lavoro consiste in gran parte nel leggere e studiare libri, siti e blog sulla comunicazione e la scrittura, pensi che certe cose ormai siano scontate e a volte hai delle remore a dare indicazioni che sembrano la scoperta dell'acqua calda, il trionfo del buon senso.
Ma se ti togli il cappello della secchiona e ti metti quello dell'editor, come ho fatto io oggi per ore, ti rendi conto che la maggior parte delle aziende (mica solo quelle italiane) ignora ancora la differenza tra feature e benefit (caratteristica e vantaggio), cioè ti racconta quanto è bello un prodotto, quanto sono bravi loro che lo hanno ideato, ma raramente ti mettono subito sotto gli occhi perché quel prodotto è utile, anzi indispensabile per te, come cambia la tua vita, quanti soldi o tempo ti fa risparmniare e cosa questo può significare concretamente per te.
E' come tenere una conferenza davanti a un vasto pubblico, non trovarsi a convincere un'unica persona, a tu per tu.
Chi legge, si domanda: so what? e allora?
Quella domanda dovremmo porcela noi per primi, ben prima di metterci a scrivere, perché è sulla risposta che dovremo costruire e giocare tutto il nostro testo. Se fatichiamo a metterla a fuoco, dobbiamo sottoporre il nostro committente a un vero interrogatorio e costringerlo a vedere il prodotto dalla parte del cliente.
Me lo ha ricordato poco fa un post di Michael Stelzner, espertissimo di white paper, un genere testuale in cui i vantaggi sono tutto.
Ecco i suoi consigli:
- chiedetevi subito quale/i problemi risolve il prodotto/servizio/consulenza
- raccogliete dati e informazioni che lo testimoniano
- identificate cosa distingue nettamente il prodotto da quelli concorrenti
- focalizzate le implicazioni e le ricadute più ampie del problema risolto.
Solo "dopo" progettate e scrivete il testo, giocando sul vantaggio per il cliente lungo tutto il documento. Calibrando bene stili e punti cruciali, per incuriosire e non "stuccare" il lettore.
I punti cruciali sono il titolo, il sottotitolo, le testimonianze e i racconti, le tabelle di confronto, i link al sito per approfondire, leggere una scheda, vedere il prodotto in azione...
Ci torno su.
Per svariati motivi professionali, negli ultimi tempi ho bazzicato abbastanza sia il mondo universitario, sia le famose classifiche sui livelli di competenza degli studenti nel corso dei loro studi e nei diversi settori disciplinari. Temi ai quali due o tre settimane fa Internazionale ha dedicato un buon numero delle sue pagine.
L'articolo di Smargiassi di oggi mi raccontava quindi cose abbastanza note, anche se vederle sciorinate tutte insieme, con le testimonianze-sfogo dei professori, ha fatto anche a me parecchia impressione.
Con la scrittura degli universitari vengo in genere in contatto in due modi: 1) mi scrivono in tantissimi; 2) correggo un certo numero di tesine.
Non ho quindi una grandissima esperienza, ma quello che mi colpisce sempre non sono tanto gli errori - grammatica, punteggiatura... - quanto la povertà lessicale, la rigidità della sintassi e soprattutto l'incapacità di sintonizzarsi sul proprio interlocutore o sull'obiettivo del testo. Trattandosi quasi sempre di studenti che vorrebbero occuparsi di comunicazione, sono limiti abbastanza seri.
Mi spiego meglio.
Se stai chiedendo un'informazione a un docente con il quale farai un esame, forse è meglio che deponi sia i toni burocratici, sia quelli della pretesa, sia quelli confidenziali.
Se stai scrivendo a una professionista della scrittura perché vuoi diventarlo anche tu, l'interesse e l'entusiasmo sono bene accetti, ma non possono prendere la forma del l'unica cosa che voglio fare è scrivere, scrivere, scrivere!!! mi aiuti!
Se la docente ti rimanda la tesina piena di osservazioni e senza una lode, dovresti capire da solo la sua opinione, senza tempestarla di nuove email in cui la implori di dirti cosa pensa "davvero" e se hai la stoffa del giornalista.
E la famosa tesina, proprio perché è una tesina, il minimo che deve avere sono un indice e la bibliografia... così come l'email deve avere la firma, sempre più rara man mano che l'età si abbassa.
Naturalmente non è sempre così.
Per esempio, in questi giorni sono abbastanza colpita dalla qualità dei commenti ai post di due docenti che conosco e che leggo: Giovanna e Corrado. Ma ci saranno sicuramente molti altri esempi.
I loro studenti sono sempre curiosi, interessati, arguti... segno, forse, che frequentare la rete non fa poi così male ;-) O non sarà che il docente blogger, per il solo fatto di condividere ben oltre l'aula e mettersi in gioco in prima persona, si attira in rete gli studenti migliori?
Brividi.
L'articolo di Michele Smargiassi su Repubblica di oggi sull'analfabetismo dei laureati fa venire i brividi... ci torno sopra appena ho un attimo. Intanto leggiamocelo.
Libri in treno/1 Questo passaggio continuo dai luoghi fisici a quelli digitali e viceversa è uno dei tratti più affascinanti e anche più efficaci del libro. Oltre che nei siti web, Luca Rosati ci porta nei negozi, disegna i supermercati del futuro, ne ristruttura percorsi e scaffali, analizza l'interfaccia delle bilance sulle quali pesiamo la frutta e la verdura, ci fa immaginare nuovi modi di trovare i prodotti e fare la spesa. Il tutto con una netta propensione verso l'enogastronomia.
Tra domenica e ieri sera sono andata e tornata da Roma a Milano in treno, cosa che mi ha permesso di leggere moltissimo. Una rivista e due libri e mezzo.
Uno dei due libri riguarda un tema che oggi interessa moltissimo chi scrive e comunica sul web: Architettura dell'informazione di Luca Rosati (Apogeo), cioè come organizzare le informazioni in modo che utenti e lettori possano trovarle con naturalezza e facilità. Il sottotitolo è Trovabilità: dagli oggetti quotidiani al Web.
Già mi piace la scelta lessicale. Trovabilità è chiaro, immediato, molto meglio degli onnipresenti reperibilità o reperimento.
Non è tanto un libro di indicazioni pratiche su come organizzare le informazioni in un sito web (anche se non mancano), piuttosto un libro di idee, che ci fanno vedere le cose di oggi e del futuro in maniera un po' diversa.
Eccone qualcuna:
Ma non disdegna le incursioni letterarie: le poesie di Valerio Magrelli sono un leit motiv lungo tutto il libro, mentre l'analisi della struttura dell'Orlando Furioso ci regala inaspettatamente un modello di comportamento della ricerca di informazioni, beni e servizi. Attiva, coinvolgente e "circolare".
I blog sulla NYRB: gli eterni cliché.
Anche la prestigiosa New York Review of Books si occupa di blog. Lo fa nel numero di febbraio con un lunghissimo articolo di Sarah Boxer, ad uso e consumo di chi di blog sa poco o nulla.
Il punto di vista poteva quindi essere molto fresco e interessante, tanto più che si parla soprattutto del linguaggio dei blog.
Lo stile della giornalista-saggista è brillantissimo e scoppiettante. Il contenuto purtroppo è trito, e trita pregiudizi e luoghi comuni in un vellutato ma velenoso frappé.
Peccato, perché i tantissimi lettori della più prestigiosa rivista letteraria del mondo si faranno della blogosfera la solita idea del "ballo in maschera", sostanzialmente frivolo e piuttosto sfrenato, in cui tutte le intemperanze sono permesse, purché ci si metta in mostra e si faccia parlare di sé.
"Blog writing is id writing—grandiose, dreamy, private, free-associative, infantile, sexy, petty, dirty." è l'amabile conclusione.
Trovo azzeccata solo quella definizione di id writing, che richiama felicemente la dimensione personale del blog. Agli aggettivi se ne potrebbero aggiungere altri cento, anche di segno molto diverso, e la sostanza non cambierebbe. Ci sono milioni di scritture, tante quanti i blogger.
Editing tips.
Scrivere è umano, fare editing è divino afferma Stephen King nel ringraziare l'editor del suo On Writing.
Se sia proprio divino non lo so. Di sicuro il lavoro di editing sui testi altrui è utilissimo e formativo e non andrebbe mai snobbato, neanche dagli scrittori professionali più esperti.
Lontano dai terreni così ambiti della creatività, è il retrobottega dell'artigiano delle parole, il tavolino dell'apprendista. Il luogo migliore dove farsi le ossa, e al quale ogni tanto tornare.
Io ci sono tornata in maniera molto intensa in questa settimana che si chiude, e mi sento abbastanza rinvigorita.
Mi sono ricordata dei primi tempi in azienda, quando il mio lavoro consisteva soprattutto nel tradurre i testi degli informatici in periodi fluidi e chiari, il loro linguaggio in concetti e immagini comprensibili. Ma allora tagliavo e cambiavo senza tesaurizzare troppo se non nella mia testa.
Oggi sono più accorta, conservo tutto, anche le mie riflessioni e i "perché" del mio editing, che in pratica significa:
- fare subito una copia del file, così da avere sempre il "prima" e il "dopo"
- tenere traccia del "durante" con le revisioni di word
- scrivere alla fine i perché dei principali cambiamenti in un sintetico elenco puntato
- alimentare con le revisioni più interessanti ed efficaci la mia cartella Riscritture
- alimentare la mia Black List con parole brutte e consumate, e la mia White List con le alternative trovate
- di una nuova riflessione, di un piccolo problema risolto, fare un post su questo blog.
Chi complica, sbaglia.
Lo afferma Mafe nel suo No Logo della settimana su Punto Informatico. E io condivido.



Rss