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Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
mercoledì, maggio 28, 2008

Una ventata d'aria fresca.

"Se l'hai scritto, va stampato": è fresca, semplice e invitante la tagline del sito di self-publishing ilmiolibro.it.
Uno stile e una promessa mantenuti in tutte le pagine, che si sfogliano con curiosità e piacere e che in pochi minuti ti spiegano con estrema chiarezza come confezionarti un libro, e a che prezzo.
Benvenute a iniziative così: spero convincano finalmente chi ha un libro nel cassetto, e si danna e paga case editrici senza scrupoli che è molto più interessante, gratificante, conveniente e soprattutto dignitoso pubblicarsi un libro da soli e provare il piacere di regalarlo agli altri, magari organizzando una bella festa per l'occasione. Che siano poesie, un romanzo, le favole inventate per i nipoti, le ricette della nonna, un diario di viaggio.
Anche perché la cosa potrebbe non fermarsi lì. Ricevi a casa le tue copie, ma puoi anche proporre il libro online. Lo vedranno migliaia di persone e se vale lo diranno ad altre persone, mentre la casa editrice senza scrupoli terrà le copie per sé, senza promozione e senza distribuzione, pronte per il macero.

Le scrittrici, come ti scrivono le FAQ.
Sono sempre stata convinta che le FAQ non si addicono solo ai siti di informatica e tecnologie, ma sono un modo vario, comodo e piacevole di presentare i contenuti più diversi, in tutti i settori.
Che gli utenti del web le amino, ce lo dicono anche le ricerche sulla leggibilità delle pagine web come la famosa Eyetrack del Poynter Institute.
Il modello domanda e risposta permette infatti di:

  • creare un indice, una guida alla lettura ai contenuti già a colpo d'occhio, con la domanda in grassetto e la risposta in tondo, più le giuste spaziature tra una domanda e l'altra
  • adottare uno stile più colloquiale e leggero, pensare e scrivere le domande con il linguaggio del nostro utente, lettore, cliente (e già chiedersi quale sia è un ottimo esercizio)
  • esprimere la personalità del sito e di chi lo anima facendo sentire la loro autentica "voce"
  • invitare di fatto alla conversazione senza tante dichiarazioni programmatiche.

Due bellissimi esempi li ho scoperti in questi giorni.
Il sito Nuovo e Utile ideato e coordinato da Annamaria Testa in poche
FAQ si presenta, racconta cosa c'è dentro e a chi può servire, dà indicazioni sull'aggiornamento e sul copyright, invita a partecipare, trasmette un'idea e uno stile di lavoro.
Con domande così: Che cos'è questo sito? Chi c'è dietro?
Perché questa insalata mista di argomenti dall'architettura alla danza, passando per il web? Che cosa ci guadagnate? Come posso usare NeU per la tesi? ...mi piacerebbe che NeU diventasse una community che discute di creatività. Altre domande?
Anche Tracy Chevalier, l'autrice de La ragazza con l'orecchino di perla, ha organizzato gran parte dei contenuti del suo sito in forma di
FAQ. Tante, suddivise per temi. In pratica, una lunghissima intervista a se stessa.
Così, alla domanda sul blocco da pagina bianca, si può permettere di rispondere: "Il panico da pagina bianca ce l'hanno solo gli smidollati, o gli uomini. Sento solo uomini che se ne lamentano. Sinceramente, ho così poco tempo per scrivere (mentre mio figlio è a scuola) che non mi posso proprio permettere blocchi."

domenica, maggio 25, 2008

Atelier.

Dal post precedente si capirà che in questi giorni non mi sto certo librando nei cieli di testi particolarmente evocativi, ma sto lavorando per rendere dei testi letteralmente "comprensibili" per chi li leggerà.
Non me ne lamento affatto, anzi considero da sempre il lavoro di editing tra i più istruttivi e anche divertenti in assoluto. Taglia, sostituisci, sposta, smonta, rimonta, ripro... il mio schermo diventa come il tavolo di una sarta. E come una diligente sartina, quello che scarto lo metto da parte e lo trasformo in un esempio, una slide, un breve post, un approfondimento o una ricerca per me.
Per proseguire con la metafora sartoriale, non ho frequentato l'accademia della moda, ma mi sono sempre ritrovata a lavorare direttamente con rotoloni di testo da tagliare e aggiustare, oppure con testi-vestiti da creare di sana pianta.
Quindi sono una gran praticona: che li debba solo riparare o ideare e realizzare, in genere i vestiti escono bene, ma a lungo non ho saputo spiegare il perché. Ero tutta solo istinto, occhio e orecchio.
Poi il sito e questo blog mi hanno pian piano instillato il gusto di capire, approfondire, diventare consapevole di quello che faccio mentre scrivo. Ma ancora oggi se qualcuno mi chiede una regola precisa di grammatica o la spiegazione di un termine di retorica, linguistica e affini, corro a sfogliare Serianni, Mortara Garavelli & Co.
Così ieri, leggendo un libro serissimo, ho finalmente dato un nome a un altro perverso fenomeno della scrittura delle organizzazioni: gli iperonimi, cioè quelle parole generiche che ne includono molte altre o, per dirla con lo Zingarelli, "vocabolo di significato più generico ed esteso rispetto a uno o più vocaboli di significato più specifico e ristretto, che sono in essi inclusi (per es. animale rispetto a cavallo, cane, gatto).
Ecco, secondo la mia esperienza, gli iperonimi più diffusi e malsani nelle aziende e nelle amministrazioni:

  • eventi per seminari, fiere, workshop, mostre, conferenze...
  • contenuti per testi, presentazioni, report, case study, brochure...
  • materiali multimediali per filmati, immagini, podcast, slide...
  • informativa per lettera, email, circolare, report...
  • nelle assicurazioni, sinistri per incidente stradale, infortunio, malattia, furto...

Altre esempi da condividere?

Inquietanti presenze.
La via verso una comunicazione efficace è lastricata di tagli, vincoli e rinunce.
Ci sono sempre le eccezioni, ma in genere un testo diventa più chiaro e leggibile se togliamo qualcosa. Ce lo dicono gli indici di leggibilità (ovvero periodi brevi, parole brevi, parole precise e quotidiane) e soprattutto ce lo dice il buon senso.
Se c'è un aggettivo onnipresente in tutti i testi aziendali e delle amministrazioni, questo è... presente. Tra ieri e oggi ne avrò tagliati una trentina.
La classica risposta all'appello credo sopravviva solo nell'ambiente militare, in compenso dilaga nei testi scritti: la presente lettera, il presente atto, si prega di ritornare la presente, in questo sito sono presenti numerosi servizi, al convegno saranno presenti, i contenuti presenti nel presente documento... mano alle forbici!

mercoledì, maggio 21, 2008

Un template made in USA e un libro made in Italy.
Todd Defren, l'ideatore del Social Media News Release presso la società di comunicazione Shiftcomm, ha lanciato in rete nei giorni scorsi una nuova versione del fortunato template per il comunicato stampa nel Web 2.0, che fa tesoro del dibattito suscitato nell'ultimo anno e della sua adozione da parte di aziende grandi e piccole.
Ci sono parecchi cambiamenti che rendono il template più facile da cannibalizzare, come spiega Defren sul suo blog: rispetto alla prima versione questa è molto più modulare, per cui ognuno può scegliere cosa gli è utile e cosa no.
Non sono proprio un'esperta di PR e non so se il comunicato stampa sia ormai morto, sostituito definitivamente dai blog, come affermano in molti, oppure se abbia cambiato pelle e natura, diventando "sociale". Di sicuro, i comunicati stampa classici non credo li leggano in molti. Persino io ne ricevo ogni giorno un discreto numero che butto regolarmente nel cestino.
Secondo uno studio recente il 90% dei comunicati stampa che vengono inviati alle redazioni vengono cestinati. Riportano la notizia Luca Lorenzetti e Fabio Lo Savio nel loro Comunicare ai media. L'ufficio stampa nell'era del Web 2.0, appena pubblicato presso Eurilink Editori.
Libro interessante e soprattutto molto utile per i professionisti delle PR, gli uffici stampa e i giovani che si affacciano alla professione. Utile perché insieme a una panoramica di cosa fa un ufficio stampa e come sta cambiando la professione dell'addetto stampa, è ricchissimo di esempi e consigli molto concreti, dagli orari più opportuni per l'invio di un comunicato a come allestire un VPO, cioè un Virtual Press Office. Anche a costi zero utilizzando Wordpress.
La dimensione sociale è ben analizzata e aggiornata: blog, feed rss, Flickr, You Tube, fino a Twitter. Più una galleria di siti con ottime sale stampa online.
Gli esempi sono forse molto Marche-centrici, ma i due autori è lì che vivono e lavorano, per cui ci raccontano esperienze reali, vissute in prima persona.
Quello che alla fine ci raccomandano, al di là delle scelte che ogni professionista e ufficio stampa faranno, è il valore del rapporto umano anche e soprattutto nell'era della rete. A fare la differenza non è certo la velocità con cui possiamo mandare un comunicato stampa multimediale a mille testate tutte insieme, ma la capacità di costruire, mantenere e far crescere le relazioni nel tempo. Come sempre.

lunedì, maggio 19, 2008

Buoni consigli.
Matthew Stibbe è un business writer che fa a Londra più o meno lo stesso lavoro che faccio io a Roma.
In uno degli ultimi post del suo blog Bad Language riassume in una bella scheda i suoi consigli per chi vuole fare il web writer freelance. Il titolo è leggermente iperbolico, How to make money writing for the web, ma i consigli sono sensatissimi e condivisibili, i link tanti e utili.

domenica, maggio 18, 2008

Ispirazioni.
"... l'ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C'è, c'è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall'ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un'incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un'incessante "non so".
Wislawa SzymborskaTutti i manuali di scrittura - creativa e professionale - amano ripetere che l'ispirazione in realtà non esiste. Per Wislawa Szymborska, invece, esiste eccome e soffia su tutti i mestieri. Basta non stancarsi di ripetere "non so", due paroline piccole, ma alate, come le definisce la poetessa polacca nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1996.
L'ho appena letto in apertura della sua raccolta di poesie Vista con granello di sabbia.
Tutti i discorsi dei Nobel per la letteratura li trovate sul sito dei Nobel, compreso lo splendido La valigia di mio padre di Ohran Pamuk.

sabato, maggio 17, 2008

Train language.
Al convegno Web senza barriere si è giustamente molto insistito sull'accessibilità intesa come esigenza di tutti, non solo dei disabili, perché tutti possiamo trovarci in difficoltà nella fruizione di un sito web in diversi momenti della nostra vita e per i motivi più diversi.
Di qui la necessità di scrivere chiaro, secondo le buone regole del plain language: sintassi piana, lessico semplice ma preciso, formattazione del testo che guida e aiuta la lettura.
Ti chiedi allora perché questi sensatissimi principi non vengano applicati nella comunicazione al cittadino tout court, non solo sul web. Insomma, perché non si scriva e non si parli con chiarezza in situazioni in cui ascolto e leggibilità non sono facilissimi. Per esempio nelle stazioni e nei messaggi dati dagli altoparlanti.
Nella metropolitana milanese (e sicuramente in tutte le altre) il segnale rosso della sirena è accompagnato da questa scritta: "A segnale attivato, abbandonare la stazione." Scritta abbastanza misteriosa per chi conosce poco l'italiano e ancor più difficile da comprendere in una situazione di emergenza. Non era meglio "Se si accende la sirena rossa, lasciare subito la stazione"?
Sempre in stazione, altra scritta misteriosa presente nello spazio informativo in testa a ogni binario: Ind. sussidiarie... non credo che oggi l'italiano medio conosca il significato dell'aggettivo "sussidiario". Le "indicazioni sussidiarie" sono semplicemente le fermate intermedie. Basterebbe scrivere "il treno ferma a...".
Una volta sul treno, i messaggi dati attraverso l'altoparlante sembrano a volte provenire da un altro pianeta. Ma l'annuncio cui non riesco mai ad abituarmi è quello che raccomanda di portare con sé il biglietto anche quando si va al bar "per il servizio di controlleria da parte del personale di bordo".

Atti senza barriere.
La scorsa settimana sono stata al convegno Web senza barriere all'università di Tor Vergata qui a Roma, dove ho ascoltato le ottime relazioni di Mariuccia Teroni e di Marco Bertoni sulla scrittura per un web accessibile.
Sono passati pochi giorni e abstract, slide, relazioni sono già online disponibili per tutti sul sito del convegno. A breve ci saranno anche i video.
I tempi stanno davvero cambiando e chissà che non sia vicino il giorno in cui non ti chiederanno più di scrivere in dieci cartelle l'intervento che hai tenuto a braccio perché sia pomposamente inserito negli "atti", da pubblicare un anno dopo in un libro che si troverà soltanto in qualche libreria universitaria.

domenica, maggio 11, 2008

Buoni libri.
Ora che l'ho letto, vi confermo l'ottima impressione che mi ha fatto il libro La scrittura burocratica di Tommaso Raso. Austero, ma utilissimo, tratta nella prima parte i principali nodi della scrittura nelle amministrazioni pubbliche: l'influenza del modello legislativo, l'organizzazione del testo, la veste grafica e tipografica, la punteggiatura, le liste, le nominalizzazioni, l'uso del passivo, l'ordine delle parole, il lessico e parecchie altre cose. Il tutto con moltissimi esempi. Ogni tanto, inserti su temi più teorici, ma molto ben spiegati.
La seconda parte contiene testi di amministrazioni analizzati, commentati e in alcuni casi riscritti.
Come quasi tutti i testi rivolti agli amministratori pubblici, è prezioso anche per chi scrive nelle aziende. Cambia il lessico specialistico, ma gli errori e gli orrori sono gli stessi.
Quando leggo libri così, penso però sempre a quanto guadagnerebbero i loro contenuti da una maggiore cura della navigazione interna, del paratesto e soprattutto dell'aspetto visivo. Non si tratta di forma, ma di sostanza.
Curatissimo, e quindi piacevole da sfogliare e facile da esplorare, è invece Scrivere all'università di Paola Italia, docente di letteratura italiana all'università di Siena.
Schemi, box, rimandi, consigli pratici, cose da ricordare scandiscono tutta la prima parte, che guida con chiarezza lo studente universitario alla lettura critica di un testo e alla scrittura di tesi e tesine. Grande spazio è dato quindi alla scrittura argomentativa, ma non mancano le schede più pratiche: i più frequenti errori di grammatica, la punteggiatura, la correzione delle bozze.
Nella seconda parte c'è una ricca antologia di testi, prevalentemente su scrittura, lingua, comunicazione, scuola e università. Di grandi studiosi come Tullio De Mauro, di blogger come Massimo Mantellini, di docenti come Marco Lodoli. Con molte proposte di esercizi e relative soluzioni, utili anche ai docenti e agli studenti delle scuole superiori per la preparazione della prova di italiano alla maturità (articolo di giornale e saggio breve).

Le nuove forme del testo.
Mappe e disegni anche all'evento NewsTools che si è svolto in California a fine aprile, dedicato ai nuovi strumenti per giornalisti ed educatori.
Gli organizzatori hanno deciso di rinunciare ai classici handout (il materiale che si lascia come documentazione) fatti di stampe di powerpoint e di dare invece ai 150 partecipanti solo tre pagine con due grandi mappe visive e un breve testo di accompagnamento, considerando evidentemente la mappa lo strumento ideale per orientarsi in nuovi territori.
Le mappe rappresentano The old news story e The new news ecology. Il territorio che si lascia alle spalle e quello che si ha davanti.

PS Le mappe mentali o concettuali disegnate e colorate a mano sono bellissime da guardare, ma ovviamente il meglio di sé lo danno quando impariamo noi stessi a farle.

La storia di TED.
Qualche post fa avevo segnalato il sito di TED con i suoi splendidi video in cui politici, artisti, tecnologi e scienziati espongono la loro visione del mondo e le loro piccole o grandi proposte per migliorarlo.
Non conoscevo però l'intera storia di TED, che sta per Technology, Entertainment, Design. La racconta uno degli ultimi numeri di Internazionale, che svela anche il segreto della straordinaria efficacia comunicativa dei relatori: solo 18 minuti a disposizione e niente appunti o presentazioni powerpoint. Sono vietati seminari e tavole rotonde.
Il relatore, chiunque esso sia, è solo davanti al suo pubblico, in una situazione di totale esposizione e vulnerabilità emotiva.
Per questo, conclude l'articolo, "si torna con il cuore gonfio e i neuroni in fermento".
Partecipare costa 6.000 dollari, ma da quando l'evento è stato preso in mano da Chris Anderson (il direttore di Wired, inventore della "coda lunga") tutto è fruibile liberamente online.
Alla TED conference 2008, che si è tenuta un paio di mesi fa, gli organizzatori hanno sguinzagliato per quattro giorni due bravissimi disegnatori o "scrittori visuali", che hanno preso appunti su tutte le cinquanta conferenze. Anche lì, vincoli stringenti: ritratto del relatore e big ideas in un solo foglio A4. Il risultato è strepitoso: un album di 200 pagine tutto da sfogliare (e da scaricare > link in basso a destra sulla home page di TED).
Guardate il foglio che racconta le idee sull'amore romantico dell'antropologa Helen Fisher:


giovedì, maggio 08, 2008

In giro.
Sarò un po' giramondo nei prossimi giorni e non so quanto riuscirò a postare. O magari sì, visto che avrò tempo per ascoltare, leggere e confrontarmi.
Oggi pomeriggio vado ad ascoltare gli interventi sul web writing al convegno Web senza barriere all'università di Tor Vergata.
Domani sera sono a Valdagno a presentare il libro, ospite di Martini Drapelli Network.
Martedì sono a Milano come relatrice all'evento Email Power.

martedì, maggio 06, 2008

La MIA carriera.
Non conoscevo il blog La mia carriera, finché non mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza professionale. Non è un blog "carrieristico", e infatti l'accento è tutto su quel "mia".
E' piuttosto un blog di storie di persone come tante, per le quali la carriera non è una scala da salire verso l'alto, gradino dopo gradino, ma la ricerca del proprio unico posto nel mondo.
Per la sua ideatrice, Helga Ogliari, il blog "nasce con l’obiettivo di mostrare un altro lato della carriera, quello entusiasmante, piacevole, a tratti anche divertente e soprattutto per dimostrare che non serve necessariamente 'vendere l’anima al diavolo' per raggiungere il successo professionale".
La mia intervista è
qui.

Guastafeste.
Ho sempre pensato di essere abbastanza scafata in rete, e di sapermi comportare decentemente anche senza aver studiato troppe netiquette.
Ultimamente però c'è un posto in cui mi sento abbastanza a disagio e dove le mie certezze sull'educazione online barcollano: Linkedin.
Ho conosciuto Linkedin perché hanno cominciato a invitarmi. Erano persone che conoscevo, per cui ho accettato volentieri l'invito. E poi ero curiosa di vedere se e come funzionava. Visto che c'ero, dopo un po' ho aggiunto anche il mio curriculum.
Solo che col tempo gli inviti alla grande festa dei professionisti si sono moltiplicati, e mi arrivano sempre più inviti da perfetti sconosciuti.
Che si fa? Si accetta per educazione? Non si accetta? E poi a che serve avere tantissime connessioni a persone che non conosci? O serve solo per confortarsi come il carnet pieno di prenotazioni al ballo delle debuttanti? O ancora per mostrare agli altri quanto siamo connessi e contenti?
Io le connessioni altrui raramente le guardo. Non le guardo mai quando sono tante: sia perché ci vuole tempo, sia perché la cosa mi sembra sospetta.
Quello che trovo invece davvero comodo e utile è il curriculum. Io oggi quando devo incontrare qualcuno e vengo contattata da qualcuno che non conosco, la prima cosa che faccio è guardare se è su Linkedin. Spesso ho avuto indicazioni che mi hanno aiutata negli incontri reali.
Non voglio fare la guastafeste e se da oggi nessuno mi inviterà più, avrà tutte le ragioni.
Però questa cosa mi stava qui da un po' e mi interessa sapere come la pensate e soprattutto come vi regolate.

Tante scritture.
I post e la scrittura istantanea dei blog possono (in alcuni casi, aggiungo io) sostituire i libri? Certo che no, risponde lo scrittore britannico Steven Poole, tradotto e proposto questa settimana da Internazionale.
E non solo perché i libri propongono "discorsi che durano nel tempo" (anche i discorsi in rete possono durare moltissimo, molto più di un libro scadente o usa e getta), ma perché un libro deve proporre un discorso "che si tiene", organico e coerente. Quindi cambia sì il tempo, ma credo soprattutto quello della riflessione dell'autore con le sue idee e poi con la loro forma.
Io ho pensato a lungo che fosse ormai inutile scrivere un libro dal momento che avevo un sito e anche un blog. Mi è venuto naturale quando pian piano quel discorso più organico e coerente si è fatto strada dentro di me.
E' però anche vero che scrivere quotidianamente su un blog cambia la nostra scrittura anche quando scriviamo un libro. Lo pensa pure il guru del marketing Seth Godin.
Se poi la migliori o la peggiori dipende solo da noi e dalla considerazione in cui teniamo la scrittura sul blog. Che non è un medium di serie B, ma solo un medium diverso dal libro. Noi siamo abbastanza fortunati da averli tutti e due, più un buon numero di altri.

domenica, maggio 04, 2008

Ecriture en ligne.
Sulla scrittura per il web si leggono ormai sempre le stesse cose ed è difficile imbattersi in qualche nuova risorsa. Ma a volte succede.
A me è successo ieri, quando sono approdata a Action-redaction, sito francese molto ricco e aggiornato.
Non è un "bel" sito: l'impatto visivo è triste e un po' affollato, il taglio molto manualistico, però i consigli sensati e concreti sono tanti e bene organizzati.

venerdì, maggio 02, 2008

Scrivere in laboratorio.
Negli ultimi mesi ho fatto un'interessantissima esperienza di formazione alla scrittura in Confindustria. L'ho raccontata qui.

Come si legge e si scrive il menu.



Che sul web - e non solo sul web - il testo allineato a sinistra sia quello che si legge meglio, è cosa abbastanza acquisita. Jakob Nielsen nella sua ultima Alertbox ci torna sopra a proposito dei testi dei menu. Esempi alla mano, ci raccomanda di:

  • allineare le voci di menu a sinistra
  • non scrivere il testo tutto in maiuscolo, ma o minuscolo o con la sola iniziale maiuscola
  • iniziare ogni voce del menu con le parole più significative
  • non iniziare tutte le voci del menu con le stesse parole.

Quest'ultima raccomandazione vale anche le liste inserite all'interno di un testo. La sorpresa, che è una delle chiavi più importanti di un messaggio efficace, si esercita anche in questi dettagli. Se cominciamo ogni riga leggendo sempre la stessa parola ci annoiamo subito.
Molti pensano che questa simmetria e ripetitività dia ordine al testo, ma non è cosi. Ultimamente ho visto un sito in cui la home page aveva una serie di frasi che cominciavano tutte così: Sezione dedicata a...  erano otto.
Meglio cominciare con otto diverse parole-sorpresa, no?
Se potete, levate anche gli articoli. Non La storia, I prodotti, I servizi, I clienti, Le sedi, ma Storia, Prodotti, Servizi, Clienti, Sedi.

L' allineamento del testo sul MdS.

giovedì, maggio 01, 2008

L'etnologo aziendale.
Mettendo ordine sui miei link di del.icio.us sul tema delle storie nella comunicazione aziendale - tutti in inglese - mi sono improvvisamente ricordata che la cosa migliore che ho letto in italiano sulle storie e il narrare in azienda l'hanno scritta da poco Giacomo Mason e Paolo Artuso nel loro La comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni (FrancoAngeli 2008).
Chiunque lavori in una grande organizzazione pubblica o privata, troverà molto familiare il paesaggio della comunicazione interna raccontato nella prima parte: quello costellato di piani di comunicazione, carte dei valori, house organ, convention, che si rivolgono a quella astrazione che si chiama "risorsa umana" con il linguaggio più impersonale possibile, "una specie di linguaggio di programmazione universale".
Al di sotto di questa comunicazione istituzionale e ufficiale vive il mondo vero e brulicante della comunicazione informale, delle singole persone e dei gruppi che spontaneamente si aggregano. Un mondo che si nutre di narrazioni e conversazioni continue. Così come nella nostra vita quotidiana, anche in quella aziendale le storie sono la linfa della comunicazione, ci raccomandano i due autori.
Le storie, infatti:

  • organizzano l'esperienza, perché attraverso di loro è più facile comprendere quello che ci circonda e i fatti che viviamo
  • riportano alla ribalta le persone, cioè "i narratori"
  • veicolano conoscenza, perché con le storie è molto più facile imparare
  • determinano l'appartenenza al gruppo di persone con cui le condividiamo
  • aiutano a costruire l'identità personale e collettiva, perché ci fanno riflettere su chi siamo.

Se la vera comunicazione si svolge tra le persone indipendentemente da quella normativa e istituzionale, cosa resta oggi al comunicatore interno? Molti compiti, più interessanti dei precedenti, secondo Mason e Artuso:

  • ripartire dalle persone, non dalle strutture aziendali
  • fare l'etnologo, raccogliere storie
  • lavorare con le comunità professionali
  • farsi da parte, far emergere le voci delle persone e delle comunità
  • raccogliere domande e trasformarle in progetti
  • convivere con l'incertezza
  • trovare un nuovo equilibrio tra la comunicazione formale e le conversazioni aziendali.

Del resto, sulla potenza delle storie non solo per la nostra immaginazione ma anche come motore dell'umanità per dominare il mondo così ha scritto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa in un bellissimo saggio sulla rivista messicana Letras libres:

In ogni caso, una cosa è universalmente riconosciuta: le storie, questa altra realtà inventata dall'essere umano a partire dalla sua esperienza vissuta e impastata con il lievito dei suoi desideri insoddisfatti e della sua immaginazione, ci accompagna come un angelo custode da quando, nelle profondità della preistoria iniziammo il cammino lento e a zigzag che lungo i millenni ci ha portato a viaggiare verso le stelle e nel cuore dell'atomo e a tutte le prodigiose conquiste della conoscenza come alla brutalità distruttiva, a scoprire i diritti umani e la libertà, a creare l'individuo sovrano.
Probabilmente nessuna di queste conquiste e di queste scoperte sarebbe stata possibile se, guardando alle nostre spalle milioni di anni indietro, non avessimo scoperto i nostri antenati del tempo delle caverne e della clava, intenti a questa atttività ingenua e infantile, sicuramente quando, al culmine della paura, nell'oscurità della notte, stretti ad altri corpi in cerca di calore, si mettevano a divagare, a viaggiare con la mente, prima di essere vinti dal sonno, verso un mondo diverso, una vita meno dura, con meno rischi, o più premi e gratificazioni di quelli che concedeva loro la vita reale.

L'ho fatta lunga, ma il "viaggio verso l'invenzione" di Vargas Llosa mi è piaciuto moltissimo e mi ero ripromessa di tradurne almeno un pezzettino.

POST SCRIPTUM Giacomo Mason e Paolo Artuso partecipano alla tavola rotonda Da dipendente a protagonista. (La leva strategica della comunicazione interna) al prossimo Forum PA a Roma (14 maggio, ore 10). Si confrontano con i top manager e i responsabili della comunicazione di Inail, Ferrero, Contatto Lavoro, Accademia di Santa Cecilia e Polizia di Stato.

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