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Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
domenica, agosto 31, 2008



Chiaro/Scuro.

Tra i miei buoni propositi per la ripresa c'è quello di studiare meglio le parole sulle slide. Mentre aspetto che mi arrivi Slide: ology di Nancy Duarte, ho spulciato un po' di post in tema.
Sul blog di Apollo Ideas, un dilemma che tormenta chiunque si accinga a progettare una presentazione: fondo scuro o fondo chiaro?
Se una presentazione è fatta come si deve, cioè ha poco testo ("Mai più di sei parole in una slide. MAI" ordina perentoriamente Seth Godin, ma forse esagera), il colore del fondo non influenza poi molto la leggibilità, comunque meno che su altri strumenti.
Ecco cosa dicono gli esperti:

Fondo scuro

  • funziona bene solo se le luci sono spente, in particolare se si usa un videoproiettore; se invece si usa un televisore, il problema delle luci non c'è
  • sono più adatte a presentazioni molto lunghe, di parecchie ore o di un'intera giornata, perché stancano meno gli occhi di quelle chiare
Fondo chiaro
  • si adatta meglio ad ambienti molto diversi, poco o molto illuminati
  • è più adatto se le slide vanno stampate
  • è più facile inserirvi le immagini, soprattutto quelle scontornate, che fanno un bellissimo effetto.
PS un po' perché non so mai dove le proietterò e un po' perché uso molte immagini, le mie slide hanno quasi sempre il fondo immacolato. Quello colorato - ma non troppo scuro - lo uso invece per le slide di passaggio tra una sezione e l'altra, dove c'è solo un titolo.

giovedì, agosto 21, 2008



Ci risentiamo a settembre.

Ero combattuta oggi pomeriggio: dopodomani mattina presto parto per la montagna, ma Roma - come spesso in agosto - era al culmine della sua bellezza e pensavo che è un peccato lasciarla proprio ora e ritrovarla tra poco più di una settimana nel solito caos.
La mia lunga passeggiata a Villa Borghese è stata un incanto tra natura e scultura, tra i due poli della terrazza del Pincio, con tutta la città ai miei piedi, e la facciata della villa, per una volta senza una sola persona davanti, una visione unica che non dimenticherò e che difficilmente rivivrò.
Comunque, il mio voluminoso bagaglio per lo yoga e il trekking è quasi pronto e conto di tornare a scrivere rigenerata e ritemprata.
Ciao ciao :-)


La revisione di un sito.

Piccolo aggiornamento agostano con qualcosa di nuovo da leggere e, spero, anche di utile.
È uno degli ultimi articoli che ho scritto per Scrivere di De Agostini, dedicato alla revisione di un sito, quella da fare prima di andare online, così come la correzione delle bozze per un testo da mandare alle stampe.
Penso però possa servire anche come ripasso sui principi del web writing o per fare il tagliando periodico a un sito.


martedì, agosto 19, 2008


Indiane.

Due libri che ho comprato in momenti diversi e che ora sto leggendo insieme, intrecciando i loro fili e lasciando che le storie si specchino l’una nell’altra.
Eppure, l’uno è scritto da una giovane narratrice angloindiana e raccoglie i suoi ultimi racconti. L’altro è di una giornalista e donna politica italiana, che racconta un anno di lavoro, viaggi e incontri in India.
Comincio dal libro italiano. Mariella Gramaglia, prima di mollare tutto più di un anno fa e andarsene a lavorare come cooperante nel più grande sindacato di lavoratrici al mondo, era il vicesindaco della mia città, Roma.
Non deve avercela fatta più, se sentiva “le parole morirle in gola e l’energia tra le mani”. Un’immagine e una sensazione che mi hanno toccata e in cui credo molte donne e uomini di sinistra – ma non solo – oggi si possano riconoscere, alla ricerca di un segnale, di un appiglio in un orizzonte in cui sembra esserci spazio solo per il protagonismo e gli urli in piazza.
Lei se ne è andata, semplicemente, a cercare i suoi segnali molto lontano dalla metropoli occidentale, tra le donne più povere e più dignitose del pianeta. Quello che ci riporta indietro è Indiana (Donzelli 2008), un libro bellissimo, interessante e commovente, documentato e profondamente vissuto, che tutti dovrebbero leggere non solo per guardare in modo inedito e vicinissimo a uno dei paesi emergenti del pianeta, ma anche per guardare in modo nuovo ai problemi emergenti del nostro paese, sempre più in difesa ed estenuato.
Una globalizzazione, finalmente, delle persone e dei diritti, in cui le lavoratrici indianefoto di Laura Salvinelli: www.laurasalvinelli.com appaiono all’autrice come le nostre possibili “sorelle maggiori”: “Nel balbettare malamente il linguaggio dei diritti, soprattutto di quelli dei più deboli, tutto il mondo si somiglia più di quanto non si creda. E si somiglierà sempre di più via via che tanti esseri umani seguiranno le rotte delle immense transumanze globali. Se sarà per il meglio o per il peggio, dipende da ciascuno di noi”.
Il diario indiano di Mariella è un succedersi continuo di umanità e di incontri, dalle poverissime sigaraie di bidi a Ela Bhatt, leader del movimento femminista e sindacale, dalle venditrici di pesce sulle coste devastate dallo tsunami a Sonia Gandhi.
Le indiane dei racconti di Una nuova terra di Jumpa Lahiri sono apparentemente lontanissime dalle contadine del Gujarat: vivono negli Stati Uniti in case bellissime, hanno studiato a Princeton, lavorano nelle biblioteche o in prestigiosi studi legali, guidano il Suv e portano i jeans, eppure quello che l’autrice scava, ritrova e fa riaffiorare in ciascuna di loro è proprio quel nucleo di pudore così misteriosamente e insopprimibilmente indiano che ha affascinato anche la femminista italiana.
Jumpa Lahiri lo fa affiorare soprattutto nei silenzi di vicende quotidiane che riguardano tutti, al di là della latitudine e del ceto sociale.
Nel primo racconto, che dà il nome alla raccolta, un padre, una figlia e un nipotino si ritrovano dopo la morte improvvisa della madre intorno al rito semplicissimo della cura di un giardino. Pochissimo viene detto, i gesti e le azioni sono contenuti, ma si rimane inchiodati all’atmosfera sospesa della casa sul lago fino alla partenza del nonno. Comincia una nuova vita per tutti, ma i fili sono stati riannodati.
Chi ha già letto gli splendidi racconti de L’interprete dei malanni, che valse a Jumpa Lahiri il premio Pulitzer nel 2000, a soli trentadue anni, vi ritroverà tutta la delicatezza della scrittura e dell’espressione delle emozioni.

PS Mariella Gramaglia ha anche un blog: orditoetrama.wordpress.com. Da vedere anche il sito di Laura Salvinelli, autrice delle foto di Indiana, tra le quali quella che accompagna questo post.

sabato, agosto 09, 2008



Stacco la spina anche io.

La stacco letteralmente: intanto, per almeno una settimana, dalla rete starò lontanissima. Poi vediamo. Ciao a tutti :-)

venerdì, agosto 08, 2008

Indispensabile blurb.
Così si intitola un articolo del MdS. Blurb, è in inglese, la fascetta intorno a un libro di successo: 100.000 copie vendute, Il libro da cui è tratto l'indimenticabile film di Pinco Pallino... eccetera.
Ma non sapevo quanto la mitica fascetta può essere indispensabile, almeno per alcuni. Almeno fino a stamattina, quando da Feltrinelli ho assistito alla seguente scenetta:
C'è un giovin signore abbronzatissimo con in mano una copia de La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.
"Scusi, c'è con la fascetta... Vincitore del Premio Strega?" fa al commesso.
"No, ce li hanno portati così" risponde questo.
"Almeno uno, me lo cerca? Sa, è per un regalo..." insiste il signore.
"Mi dispiace, sono tutti senza" spiega ancora il commesso.
"Ah, peccato. Grazie lo stesso, ma era per un regalo" e rimette il libro a posto.
"Prego" conclude il commesso.
Faceva un caldo pazzesco e mi sono immaginata l'abbronzato e ganzo signore in sella al suo scooterone in giro per altre librerie alla ricerca della fascetta.
Ero allibita e mi sono pentita di non aver avuto la presenza di spirito di abbordare il signore e dirgli che sarebbe stato tanto più ganzo se avesse regalato il libro nudo e crudo, aggiungendo en passant "... il libro che quest'anno ha vinto lo Strega...".

giovedì, agosto 07, 2008



A lezione di inglese.
Giancarlo Livraghi
ha aggiornato e pubblicato in pdf il suo testo Ambiguità di alcune parole inglesi (sottotitolo: Trecentottanta esempi di errori di traduzione, difficoltà, incomprensioni, sciocchezze e bizzarrie). Un utilissimo ebbok di 120 pagine.
A chi volesse approfittare dell'estate per rinfrescare in rete il suo inglese, consiglio Newsroom 101: quasi 2.000 esercizi interattivi per giornalisti, scrittori, editor e studenti che desiderano controllare la loro proprietà di linguaggio secondo le linee guida del manuale di stile dell'Associated Press. In realtà, ottimo per chiunque.

martedì, agosto 05, 2008



Partecipare.

L'indagine annuale The survey for people who make websites del mitico A List Apart è una fonte interessantissima di informazioni professionali per chi pensa, crea e scrive contenuti per il web.
Lo scorso anno vi hanno partecipato 33.000 persone, di tutto il mondo.
E' in linea il questionario per l'edizione 2008. Non sarebbe male far sentire più forte la voce dei professionisti italiani del web, anche per poi poterci confrontare sui risultati.
Io lo farò.





Storie, appunto...

Stavo già pregustando l'immersione nella Casa del sonno di Jonathan Coe, quando inaspettatamente mi sono arrivati a tempo di record (e come al solito gravati dalle spese doganali) tre libri che avevo ordinato da Amazon. Libri non proprio di lavoro, ma su temi vicini alla scrittura che in questo momento mi interessano molto.
Eccoli:

  • The back of the napkin, di Dan Roam (Portfolio 2008), su come pensare e progettare per immagini nelle organizzazioni
  • Building findable websites, di Aaron Walter (New Riders 2008), con molto SEO e technicality, ma anche con un capitolo sui contenuti che mi sembra promettente
  • Graphic Design, the new basics, di Ellen Lupton e Jennifer Cole Phillips (Princeton Architectural Press 2008). Ho amato troppo Thinking with type della Lupton, per cui ho preso subito il suo nuovo libro sul graphic design: pochi concetti chiave, maledettamente bello anche solo da sfogliare.



Trasporti narrativi.
Sul potere delle storie sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto negli ultimi tempi. Meno scontato è che ora se ne occupi una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo. Sul numero di settembre 2008 di Scientific American, l'articolo The secrets of storytelling: Why we love a good yarn va più a fondo e spiega perché anche tanti scienziati si stiano occupando di storie e narrativa.
Studiare le storie che ci tramandiamo da millenni significa studiare il funzionamento della nostra mente e del nostro comportamento sociale, come indicano le numerose e soprattutto recenti ricerche citate nell'articolo.
Le storie sono i nostri "simulatori di volo" nella transvolata della vita, il modo più istintivo di affrontare la paura ed evitare brutte cadute. Non solo da piccoli, quando ascoltiamo le più tragiche e drammatiche fiabe, ma anche da grandi, nel nostro lavoro e nei rapporti con gli altri.
Nulla ha il potere persuasivo di una buona storia: il "trasporto narrativo" può farci cambiare idea e prospettiva,
provare empatia e attingere coraggio, assumere un comportamento positivo, oppure desiderare e acquistare un prodotto.
Una ragione in più per abbandonare, almeno d'estate, i manuali di comunicazione e darsi senza remore a romanzi e racconti.

domenica, agosto 03, 2008

Un'attualissima comunicatrice del secolo scorso.

Immaginate di avere davanti a voi una caraffa di vino. Scegliete pure l'annata che preferite per questa dimostrazione di fantasia, che sia di un bel rubino intenso. Avete due calici: uno è d'oro massiccio, riccamente cesellato; l'altro è di puro cristallo, esile e trasparente come una bolla. Versate il vino e bevete.
Ditemi quale calice scegliete e vi dirò se siete o meno degli intenditori. Perché se del vino vi curate poco, vorrete provare la sensazione di bere da un oggetto costato probabilmente una fortuna; se invece fate parte di quella razza in via di estinzione, amante di annate pregiate, sceglierete il cristallo, giacché tutto di quel calice è calcolato per rivelare, anziché nascondere, la bellezza della bevanda che contiene.

Cominciava così una delle conferenze che Beatrice Warde tenne a Londra nel 1955. La signora, di cui ignoravo tutto fino a qualche giorno fa, non era un'enologa, ma una esperta dell'arte tipografica, una sacerdotessa e instancabile divulgatrice dei font, ma soprattutto una "comunicatrice", come amava lei stessa definirsi. Progettava e scriveva infatti libri, articoli e anche brochure per aziende.
La fragrante metafora introduceva il rapporto tra il testo inteso come contenuto, il vino, e la sua forma sulla pagina, il calice di cristallo, che la Warde auspicava il più trasparente possibile, per far apprezzare e gustare in pieno parole e idee, senza la minima distrazione. Quando il testo del Calice di cristallo fu pubblicato, il sottititolo era infatti "la tipografia invisibile". Il massimo dell'orgoglio professionale e il massimo dell'umiltà.
In italiano, questo saggio breve e prezioso, che sembra scritto oggi e che ha molto da insegnare anche agli scrittori professionali, è stato pubblicato nel 2006 dall'AIAP e oggi è introvabile (grazie ad Antonella per la segnalazione e a Roberta per le fotocopie), ma potete sempre leggerlo in inglese.
La Warde era nata nel 1900 negli Stati Uniti, ma ha passato quasi tutta la sua vita in Gran Bretagna. Una vita bellissima e appassionata, che vale la pena di conoscere e che si compendia tutta nel testo che scrisse per accogliere i visitatori alla porta del suo ufficio:

QUESTA E' UNA TIPOGRAFIA

CROCEVIA  DI CIVILTA'
RIFUGIO DI OGNI ARTE
CONTRO LE OFFESE DEL TEMPO
ARSENALE DELLA VERITA' CHE NON HA PAURA
CONTRO LE FALSITA' SUSSURRATE
INCESSANTE FANFARA DEL COMMERCIO

DA QUESTO LUOGO LE PAROLE POSSONO VOLARE LONTANO
PER NON MORIRE CON LE ONDE SONORE
NON CAMBIARE SOTTO LA PENNA DELLO SCRITTORE
QUI OGNI PAROLA E' CONTROLLATA E FISSATA PER DURARE NEL TEMPO
AMICO, SEI IN UN LUOGO SACRO
QUESTA E' UNA TIPOGRAFIA

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