homepage
Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
martedì, ottobre 28, 2008



F come flag, come first, come front. Come free

Ne aveva già parlato Nielsen tempo fa, ci è tornato sopra Gerry McGovern e da poco ho letto una vera teorizzazione del modello di lettura e scrittura a F, quello che funzionerebbe meglio sul web.

Il modello a F ci consiglia di mettere tutti i contenuti più importanti sulla sinistra, come lungo l'asta di una bandiera: titolo, sottotitoli, link. E di organizzare il testo con tanti capoversi staccati, sempre sventolanti dall'asta a sinistra. Leggiamo a blocchi, quindi scriviamo a blocchi.
Tutte cose giuste e condivisibili, se non si esagera. Un'esagerazione, per esempio, mi sembra quella dei link. I link attirano lo sguardo, che stiamo a sinistra o a destra. Anzi spesso è meglio metterli a destra, cioè alla fine di una frase, dove costituiscono lo sbocco naturale della lettura e dove la call to action può essere più incisiva. Se vogliamo che i nostri lettori-clienti clicchino, quasi sempre è meglio spiegar loro prima perché.
F anche come first e come front, da cui l'invito a scrivere subito le parole più importanti, assecondando così la rilevanza che assegnano loro i motori, massima a sinistra e minima a destra.


Giusto e condivisibile anche questo, ma il gioco delle simmetrie rischia di diventare una gabbia se applicato tout court e non interpretato di volta in volta, altrimenti rischiamo di avere tutte le pagine ugualmente sbilanciate a sinistra.
Il bello, ma questo vale sulla carta e sul web, è aggirare gli ostacoli inventandosi una soluzione nuova e creativa che funziona. Per esempio, mettere sulla negletta parte destra qualcosa di così interessante e visivamente ineludibile che il tuo sguardo deve andar lì per forza.
Per fortuna per F comincia anche free. E per fortuna, oltre ai guru, esistono anche i  bravi designer.

sabato, ottobre 25, 2008



Travolti da una oscura storia

Mi ero comprata Storytelling, la fabbrica delle storie di Christian Salmon (Fazi 2008) un po' alla leggera, attirata soprattutto dal titolo e dallo sconto del 20% che Feltrinelli praticava su tutti i libri lo scorso weekend. Me lo sono portato dietro a Venezia e ieri me lo sono aperto sul treno del ritorno.
Ero stanca morta dopo aver parlato ininterrottamente per svariate ore, ma il libro mi ha sorpresa e incollata alle 180 pagine fino alla stazione Tiburtina.
Il libro parla della faccia oscura dello storytelling, il dilagare delle storie e dei racconti che io conoscevo (molto superficialmente) soprattutto nel mondo del management e della comunicazione di impresa.
Salmon racconta in profondità e con molti esempi la "svolta narrativa" a partire dagli anni 90 nel marketing, nell'addestramento militare, nella diplomazia e soprattutto nella politica. Le strategie di comunicazione della Casa Bianca - da Reagan a Clinton, a Bush -, elaborate insieme agli sceneggiatori di Hollywood e rifinite giorno per giorno come una qualsiasi soap opera, fanno venire i brividi.
Le narrazioni e le fiabe non servono più a conoscere se stessi e il mondo, a mettersi alla prova, a dominare il futuro e le paure, a costituire un tessuto umano e sociale, ma diventano una gigantesca macchina narrativa organizzata dagli spin doctor che decidono quali storie farci ascoltare pur di non farci pensare.
L'ultimo capitolo sulle presidenziali francesi, ancora così vive, smonta il meccanismo da operetta dei due candidati, ma nessuno è risparmiato, da Berlusconi a Veltroni.
Lo scrittore americano Don DeLillo così ricorda il periodo in cui lavorava per un'agenzia pubblicitaria: "Mi ha insegnato a diffidare della tecnica dello storytelling, usata oggi dai nostri uomini politici: per far ingoiare l'inaccettabile, essi raccontano storie semplici, in cui tutti possono riconoscersi. Forse la mia esperienza come pubblicitario mi ha spinto a scrivere romanzi dall'architettura molto complessa, a non scodellare al lettore la pappa fatta."
E così conclude Salmon a proposito dei forti e occulti poteri narrativi: "La lotta degli uomini per l'emancipazione passa per la fiera riconquista dei mezzi di espressione e di narrazione. Questa lotta è già cominciata, si fa strada nel tumulto di internet e nel disordine delle stories, che sfuggono nella maggior parte dei casi allo sguardo dei media dominanti, ma il cui potere è tuttavia reale."
Il libro è crudo, a me ha dato una bella svegliata.

PS Vi ricordate l'articolo di Berselli del settembre scorso Quando la politica diventa un format? E quello di Michele Serra pochi giorni dopo?

martedì, ottobre 21, 2008



Cose che contano

Seguo ormai da molti anni il sito di E-Write, un'agenzia che si occupa di scrittura e contenuti per il web, soprattutto per le amministrazioni pubbliche.
Le due signore che animano agenzia e sito sono precisissime, i loro articoli sempre  interessanti e utili, dedicati a temi concreti e sostanziosi (punteggiatura, FAQ, guide di stile, email, newsletter, plain language).
Gli aggiornamenti si erano fatti molto rari negli ultimi tempi, ma per fortuna anche E-Write  ha aperto un blog, Writing Matters. Concreti e sostanziosi anche i post.



Web writing, dov'è che stai?

Man mano che procedo con la lettura/studio di Better business writing on the web di Rachel McAlpine metto meglio a fuoco una serie di cose di cui sono sempre più convinta. E soprattutto:

  • Non esiste, o forse non esiste più, la scrittura online o web writing. Mi riferisco ovviamente alla sola scrittura professionale e in particolare ai siti di informazione e servizio di aziende e amminsitrazioni.
    Se il web è ormai il principale canale di pubblicazione e distribuzione di tanti tipi di documenti - pensiamo solo alle intranet -, allora dobbiamo rendere più chiaro e leggibile (che non significa breve-breve!) tutto, non solo i testi sulle pagine html: bilanci aziendali, brochure, case study, ebook, presentazioni, progetti, offerte...
  • Le buone regole della chiarezza e della leggibilità servono soprattutto per scrivere e migliorare quei lunghi e complessi documenti interni che pensiamo siano un mondo a parte, dove ci si deve rassegnare, perché lì non c'è niente da fare. Invece la formattazione, l'abstract ben fatto, i titoli precisi e informativi, il plain language, le caption laterali di testo e i box a fine sezione che riassumono i contenuti più importanti fanno miracoli soprattutto lì.
È vero che i documenti lunghi e complessi offrono meno margini di intervento rispetto a una colorata home page, ma quando ce la fai il gusto è decisamente maggiore.

domenica, ottobre 19, 2008



Vincoli e libertà: da Munari a Giovanni Bellini

Questo fine settimana niente parole, solo immagini.
Ma da punti, linee, forme e colori ho attinto energie e riflessioni che, ne sono sicura, orienteranno anche le mie parole quando domani mi rimetterò al lavoro.
Ieri, seconda puntata del laboratorio sulle mappe mentali.
Sono tornata a disegnare, e anche a scrivere, accompagnata dal gusto e dalla fisicità di grandi fogli A3 da riempire, pennarelli colorati per tracciare linee e lettere, pastelli per colorare. Copiando Munari e Picasso come una bambina, ho messo a fuoco svariate cosette sul mio modo di scrivere, compresa quella cosa per me così essenziale che è il ritmo. Anche sulla carta, me lo sono ripreso. Preferisco un'imperfezione, ma non lascerei mai il pennarello che scivola via per correggere con la gomma una linea storta o una lettera più grande di un'altra. Mi tengo le imperfezioni, purché rimangano con me il ritmo e il colore.
Giovanni Bellini, Madonna del Prato 1500-1505. Londra, National Gallery.Stamattina una splendida lezione l'ho avuta da un pittore veneziano di oltre cinque secoli fa, Giovanni Bellini, cui le Scuderie del Quirinale dedicano una mostra imperdibile, perché dell'artista c'è veramente quasi tutto. Tutto, tanto, perché è stato longevo e ha dipinto tutta la vita.
Eppure ha esercitato la sua creatività entro vincoli strettissimi.
Pochi soggetti, quasi esclusivamente religiosi: la sacra conversazione, la madonna con il bambino, la pietà, la crocefissione.
Un campo di azione ristretto: Venezia, con qualche puntata a Padova, Rimini, Urbino.
Una famiglia ingombrante: il padre Iacopo era il dominatore della pittura veneziana del secondo '400; il fratello Gentile il cantore ufficiale della Serenissima; Andrea Mantegna suo cognato. Persino i suoi allievi diventarono dei giganti della pittura: Giorgione e Tiziano.
I programmi delle sue opere li dettavano spesso i filosofi della vicina università di Padova: allusioni e simbologie difficili da decodificare oggi.
Altri vincoli se li imponeva da solo, e li imponeva ai suoi committenti: non amava le "historie" profane, tanto care al cognato Mantegna, e non dipingeva per principio ciò che non conosceva, nemmeno se a chiederglielo era Isabella d'Este. Alla fascinosa e influente duchessa di Mantova disse di non poter dipingere una veduta di Parigi, perché non c'era mai stato.
Se ci si stupisce a ogni sala, a ogni nuova opera, è perché entro quei vincoli così ristretti Giovanni Bellini innova in continuazione. Variazioni sottili di composizione, di colori, di architetture, di paesaggio.
Prendiamo le madonne col bambino. Giovanni ne ha dipinte circa ottanta lungo tutta la sua vita.
Tutte si rifanno alla tradizione dell'icona bizantina: sono piccoli altari privati, pensati per la preghiera e la meditazione, con la vergine consapevole del destino del suo bambino e il piccolo interrogante su quello stesso destino. Rientrano quindi in pieno nella categoria "pittura devozionale". Ma nulla è più lontano dal santino: nessuna è uguale all'altra e ognuna diventa il luogo di una nuova invenzione.
Tanto più originale perché si esercita sempre sullo stesso semplice tema.

Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio (1465-1470). Venezia, Fondazione Querini Stampalia.

venerdì, ottobre 17, 2008



A lezione dall'Economist

Internet è tante cose diverse per ognuno di noi.
Per me è anche il più straordinario luogo di autoformazione. Ogni giorno.
Imparo pure dai semplici oggetti delle email.
Quelli dell'Economist riescono a sorprendermi sempre, anche quando ti stanno chiedendo per l'ennesima volta di abbonarti. Sempre diversi, legatissimi all'attualità.
Ecco quello di ieri:
The world is crazy. But at least it's getting regular analysis.
E una volta aperta, l'email ti accoglie così:
Receive regular analysis of this crazy world for as little
as €2 per week.

Non male per il più rigoroso e puntiglioso settimanale economico del mondo.

lunedì, ottobre 13, 2008



L'esperto e il cittadino


"Quindi parliamo di riscaldamento globale" dice il cittadino all'esperto.
"No, in realtà parliamo di cambiamento climatico" risponde l'esperto.
"Scusa, ma il clima non sta diventando più caldo?" chiede ancora il cittadino.
"Sì." risponde l'esperto.
"Allora è riscaldamento globale." conclude il cittadino.


Rovescio la piramide dell'ultima newsletter di Gerry McGovern, il quale come noi si domanda:
"Sul web, dobbiamo usare le parole e le espressioni più corrette o quelle che le persone usano davvero nella loro quotidianità (che sono poi anche quelle che usano quando fanno le loro ricerche su Google)?"
Il buon senso ci dice di usare le parole che le persone usano, ma le aziende e le istituzioni hanno ancora molte remore a uscire dalle certezze dell'ufficialità.
Eppure, ci ricorda McGovern, ogni mese su Google ci sono 40.000 ricerche per "low fares" e 25 milioni per "cheap flights".

domenica, ottobre 12, 2008



Stamattina




Stamattina la mia scrivania era così: niente pc, tante matite e pennarelli colorati, una gomma, un taccuino fatto a mano, il catalogo della mostra La parola nell'arte
(grazie Giò!), la prima mappa mentale ideata, disegnata e colorata da me medesima, dal titolo "Buoni Propositi".
Da sempre progetto e comincio lontana dal pc, con blocchi, blocchetti, post-it, righello, matite e pennarelli di tutti i colori. Ultimamente tante letture mi hanno definitivamente convinta che cincischiare come un bambino non è affatto perdere tempo, ma un utilissimo e produttivo modo di arrivare a un'idea, una parola, un nome nuovo.
Così mi sono decisa a cincischiare con metodo e serietà e ieri ero allo Spazio dell'Anima, a lezione di mappe mentali sotto la guida di Roberta.
In otto, intorno a un tavolo, abbiamo disegnato tutto il giorno in un'atmosfera rilassata e tranquilla, sorseggiando tisane, accompagnati dalle musiche di Allevi. Ma sotto la superficie ci deve essere stata una vera tempesta energetica.
La sera ero stanca morta, come se avessi spostato dei mobili (e qualche ingombrante mobile nella mia mente razionale lo devo avere sicuramente spostato), ma non ho potuto fare a meno di confezionarmi il mio taccuino personale, con la copertina di carta turchese stampata a mano, rilegato con l'elastico e rifinito con un nastro dello stesso colore.
Il Mappe Mentali Lab riprende e si chiude sabato prossimo.
Intanto me ne torno al pc, a preparare i miei prossimi impegni veneziani: nei prossimi giorni sono alla Settimana Web organizzata dalla Provincia e tra una decina di giorni al seminario Ferpi.


venerdì, ottobre 10, 2008



Il No Logo di Mafe

A proposito di signore del web pazienti e intelligenti, andatevi a leggere il No Logo di Mafe pubblicato su Punto Informatico stamattina: Esserci e informare, sull'aggiornamento dei siti aziendali (Un'azienda "può" aprire un blog se ha molte informazioni frequenti e interessanti da dare e nessun canale aperto per farlo. Se ti devi sbattere per inventare dei contenuti da mettere in un blog, non ne hai bisogno.)
E già che ci siete, linkatevi l'intera collezione dei No Logo, leggetevela e tornateci quando avete bisogno di tornare con i piedi per terra.




La velocità e la lentezza

Ieri mi è arrivato dalla Nuova Zelanda il libro Better business writing on the web.
L'autrice è Rachel McAlpine, una mia omologa degli antipodi con la quale, senza averla mai vista, mi sento in profonda sintornia da circa dieci anni.
Fa dall'altra parte del mondo un lavoro molto simile al mio, ha pubblicato due libri sulla scrittura sul web più o meno quando li ho pubblicati io, ha un sito e un blog come me. Abbiamo idee molto simili e, ormai lo so, un modo molto vicino di sentire e comunicare.
Il suo primo libro Web Word Wizardry era sicuramente uno dei migliori sulla scrittura per il web, così quando qualche mese fa ha pubblicato il secondo mi sono affrettata a cercarlo sulle grandi librerie online, ma senza alcun successo.
Rachel lo ha pubblicato con una casa editrice locale e se lo vuoi comprare lo paghi con PayPal e te lo manda lei personalmente. Il mio è arrivato dopo pochi giorni con il suo biglietto da visita e su scritto a mano: Thanks for your order, Rachel.
Il libro è costoso, ma ordinandolo ho capito cosa è la fiducia. Ho comprato apparentemente a scatola chiusa, senza recensioni dei lettori di Amazon, senza dare una sbirciata al Search Inside. Eppure ero certa di rivolgermi a una persona affidabile e competente, che non barava. Perché? Semplicemente perché la leggo e la "frequento" da dieci anni.
Costruire relazioni è esattamente questo.
Ne parlava qualche tempo fa anche un guru del marketing e della comunicazione in rete come Seth Godin nel suo post How often should you publish?, tradotto in italiano da Internazionale con il titolo Il ritmo paziente delle retrovie.
Su questo medium così veloce, che sforna un'applicazione 2.0 dietro l'altra, quello che alla lunga paga davvero sono la tenacia, la pazienza, il lavoro quotidiano e certosino sulla qualità dei contenuti.
Il libro di Rchel McAlpine è corposo, ricco di esempi, concreto e promettente. Finisce con un capitolo sulle guide di stile. Ho sorriso: proprio come il mio. Le sintonie continuano.



Dilemma

Informativi o misteriosi? Precisi o allusivi? Per il lettore o il motore?
Il dilemma dei titoli sul web può avere una sola risposta: dipende.
Ma se parliamo di blog, propendo decisamente per il mistero, la curiosità, l'allusione.
E così mi ricordo di segnalare il post di Mantellini di qualche giorno fa: I titoli sono importanti.
E i suoi ne sono un esempio, compreso l'ultimo: Tu dem, io fesso.

mercoledì, ottobre 08, 2008



Buon vecchio Krug

La via verso la soluzione più semplice ed efficace può essere molto lunga e tortuosa, pensavo stamattina, mentre preparavo alcune slide con pochissime parole sopra. Pochissime, ma cruciali, visto che si trattava del labelling e della tagline di un sito che deve parlare ai professionisti e agli studiosi come al lavoratore immigrato.
Ho filtrato da tantissime scartoffie in cui avevo scritto, scarabocchiato e variato di tutto per giorni.
Alla fine, devi scegliere (non dimenticherò mai quando la più famosa agenzia di naming al mondo presentò alla mia azienda circa 100! proposte di nuovi nomi).
Ho fatto l'avvocato del diavolo su ogni parola, ma alla fine mi ha salvata la copertina di un libro sull'usabilità piuttosto vecchiotto, ma che ogni tanto mi illumina: Don't make me think, un approccio di buon senso all'usabilità web (Tecniche Nuove).
Al di là di tutte le elucubrazioni e le raffinatezze sull'usabilità, "non costringermi a pensare" mi appare un test perfetto, soprattutto per quanto riguarda le parole che ti servono a muoverti, a cercare e a trovare nel web. Per gli altri testi, ho delle idee un po' diverse e molto ma molto meno nette e lineari.

martedì, ottobre 07, 2008



Vi racconto un video

Non ho mai inserito video in questo blog, sia perché ne vedo pochissimi, sia perché questo è un blog di scrittura e a me serve anche per scrivere (quasi) tutti i giorni.
Per scaldarmi se le le parole non scorrono, per appuntarmi e condividere un link o un pensiero, o semplicemente perché voglio che qualcosa diventi proprio mio e allora non c'è miglior modo che scriverselo.
Ogni giorno verso quest'ora mi arrivano almeno due newsletter di Ragan.com, una delle maggiori società di comunicazione al mondo. Pilucco sempre qua e là, spesso trovo delle cose interessanti.
I video non li guardo quasi mai, ma quello di oggi mi ha colpito, perché parla di titoli (in particolare: perché le pubblicazioni aziendali hanno titoli così monotoni e noiosi?), un tema che in questo momento mi interessa molto.
Beh, i video devo guardarli più spesso, e quelli di Ragan sono davvero bravi.
Ve lo racconto, poi ve lo andate a vedere, se vi va.
Mark Ragan, il boss di un impero della comunicazione, e Jim Ylisela, il senior editor - uno in maniche di camicia, l'altro con un'orrenda maglietta rossa - se ne stanno in un grande magazzino. Dietro un megadistributore di Coca Cola, davanti una parete piena di riviste.
Pescano le riviste sulla base dei titoli che tirano di più, chiacchierano, scherzano e fanno a gara a chi pesca la copertina che attira e si vende meglio. C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Cambio scena. I due sono in ufficio, ognuno nel suo cubicle, ma si parlano dalla paretina divisoria e sempre da lì si scambiano esempi di costose pubblicazioni aziendali con titoli tremendi, tipo "Il tempo del cambiamento" (alzi la mano chi non è mai stato costretto a scriverlo, o a cambiarlo). Ce li fanno vedere pure a noi, insieme a newsletter e house organ.
L'invito finale è scontato: prendete esempio da chi le notizie e le riviste le deve vendere e se proprio non sapete come fare ve lo insegnamo noi (i loro corsi sono costosissimi).
Anzi, vi insegneremo a fare del Refrigerator Journalism* anche nelle vostre aziende.
Io non farò il corso da Ragan, neanche il più povero dei webseminar, ma ho assistito a un esempio piacevole e riuscito di buona comunicazione video, che mi ha intrattenuto e fatto vedere delle cose interessanti in soli 5 minuti e 56 secondi.


* Valeva la pena di vedere il video se non altro per imparare l'indovinatissima espressione Refrigerator Journalism, quei pezzi così carini che d'istinto ti strappi la pagina e te la attacchi con un magnete al frigo, così ce l'hai sotto gli occhi anche quando peli le patate.

domenica, ottobre 05, 2008



Lezione in cortile

Tullio De Mauro l'ho ascoltato in diverse occasioni, una volta in una scuola elementare con davanti decine di bambini seduti per terra, un'altra nell'ambiente più solenne dell'Auditorium di Roma dove facendo su e giù sul palcoscenico rispondeva alla domanda "che cos'è una lingua?".
Venerdì pomeriggio l'ho ascoltato all'aperto, nel cortile della Biblioteca Ariostea di Ferrara: nell'atmosfera informale e festosa del Festival di Internazionale, il nostro professore ci ha intrattenuto e fatto divertire, e sembrava divertirsi parecchio pure lui.
Lo spunto era la sua rubrica sul settimanale, una finestrina che si chiama La parola, in cui De Mauro mette sotto la lente del linguista una parola nuova, che circola da poco o da tanto, uscita dagli ambiti specialistici, ma non (ancora) accolta nei vocabolari delle principali lingue europee. Molte di esse non ci entreranno probabilmente mai.
Queste parole nuove sono interessanti ma - ci ha ricordato il professore - sono solo una parte infinitesimale di una lingua. Praticamente tutto quello che abbiamo da dire, anche cose molto complicate, possiamo dirle con le 2.000 parole del vocabolario fondamentale o, se ci vogliamo proprio allargare, con le altre 5.000 parole del vocabolario di base. Con queste parole Dante ci ha scritto quasi tutta la Divina Commedia.
Intorno a questo nucleo di cui ci serviamo tutti per circa il 97% delle nostre espressioni, ci sono le 40.000 parole del vocabolario comune, quelle che conosciamo se abbiamo fatto gli studi superiori.
Naturalmente non è finita qui: ci sono i linguaggi specialistici, centinaia di migliaia di parole, soprattutto delle scienze, che solo gli specialisti appunto conoscono.
Eppure le parole nuove continuano a nascere. Nascono quando si sente la necessità di esprimere con una sola semplice parola un processo lungo, una realtà complicata, come nel caso di connettomica, la futura possibile mappa dei neuroni del cervello. Per designare un nuovo fenomeno, come blog. Oppure per dare un nome accettabile a qualcosa di difficilmente accettabile, come GWOT, l'acronimo di Global War On Terrorism, l'etichetta per la guerra in Iraq ideata dall'amministrazione Bush.
Molte di più, rispetto alle parole nuove, sono le parole il cui significante resta uguale, mentre il significato cambia nel corso del tempo, ma lì è più difficile accorgersene.
Ci vuole il linguista per farti notare che criticità oggi significa soprattutto problema, difficoltà, che leggerezza prima delle "lezioni" di Calvino era soprattutto superficialità e frivolezza, che per parole come artista, arte, storia, democrazia, liberale, l'accezione positiva è qualcosa di molto recente.
A chi leva gli scudi contro l'invasione delle parole inglesi nella nostra lingua, il professore ricorda che questo avviene anche per la straordinaria capacità dell'italiano di inglobare, adattare e digerire non solo nuove parole, ma anche nuove espressioni ("è la stampa, baby!" di Humphrey Bogart, o "la madre di tutte le battaglie" di Saddam Hussein).
Le parole nuove l'italiano le produce anche, e le diffonde nel mondo: novitismo (ostentazione vacua di novità), cronoprogramma (linea del tempo) o il nuovo significato di criticità, appunto.
Quando all'inglese, dà e prende, perché è la più latinizzata tra le lingue europee. E non si strappa i capelli per questo, anzi.


PS
Anche le note dolenti sono arrivate con il sorriso. "Siamo leader in dealfabetizzazione!" ha esordito De Mauro nel ricordarci che quel che sappiamo alla fine del corso di studi lo perdiamo poi quando entriamo e ci inoltriamo nel mondo del lavoro. Perdiamo l'abitudine alla lettura, e quindi perdiamo anche tante parole.
Peggio di noi fa solo la Sierra Leone.




Regalo mattutino

Appena un paio di post fa raccontavo del mio imbarazzo quando mi chiedono della mia professione e della differenza tra scrittura creativa e scrittura funzionale o professionale.
E stamattina trovo tra gli aggiornamenti di Nuovo e Utile un articolo in cui Annamaria Testa si occupa proprio di questo tema: A proposito di scrittura creativa.
In sole sei pagine riesce a demolire luoghi comuni duri a morire e a offrirci non so quanti spunti ed esempi su cui riflettere.
Quindi d'ora in poi, invece di esprimere le mie farfugliose argomentazioni in materia, spedirò direttamente a questo testo, lo citerò, lo metterò nelle mie webliografie e lo raccomanderò a tutti gli editor e scrittori professionali. Gli aspiranti e gli stagionati. I loro docenti e pure i loro capi.
Solo un assaggio:

Se davvero si riuscisse a far capire già a scuola la meraviglia connessa con il gesto creativo di scrivere e di parlare, e se si riuscisse a spiegare che di fronte alla parola scritta o parlata possiamo, qualsiasi sia l'argomento, fare delle scelte, e attraverso queste esprimere noi stessi e un frammento di visione del mondo, forse sarebbe più facile insegnare a scrivere e a parlare bene. Spiegare che le regole sono strumenti per essere creativi e non gabbie che impediscono di esprimersi. Dire che saper impiegare le parole significa saper usare il pensiero, e che scegliere le parole piegandole creativamente vuol dire saper articolare un pensiero che serve, che non è ovvio, che accende la mente, che si anima di implicazioni inaspettate, che sa andare oltre, che sa raccontarsi, che sa motivare, che genera cambiamento.

venerdì, ottobre 03, 2008


Un weekend con i giornalisti di tutto il mondo

Tra i miei buoni propositi della ripresa post-vacanze, il più fermo era quello di non farmi fagocitare troppo, e soprattutto non da subito, da attività immediatamente produttive e di dedicare più tempo allo studio e agli eventi interessanti.
Lo sto mantenendo, visto che in pieno giorno lavorativo sono in treno, filando verso Ferrara, dove oggi e domani sarò al Festival di Internazionale con Giovanna.
Date un'occhiata al programma e se siete da quelle parti, fate un salto.

PS
È la prima volta che posto dal treno e ancora mi sembra una specie di stregoneria.

going social

fili di post

link

blog

friends

sto leggendo

mi aspettano

words&images

kiosk

rassegne stampa

indiana

body & soul

insegno qui

blog archivio