In altre parole
La questione delle ripetizioni e dei sinonimi è delle più spinose. Non conosco nemmeno una regola che possa veramente definirsi tale, per cui ogni volta decido in maniera diversa. Anzi, in genere decide il mio orecchio: evito la ripetizione se mi dà fastidio mentre rileggo.
Trovare delle buone alternative non è sempre immediato e capisco che i giornalisti, soprattutto quelli che lavorano online, hanno davvero poco tempo per trovare una soluzione elegante al famoso problema di non ripetere la stessa parola nel titolo, nell'occhiello e nel sommario di un articolo. Però scrivere "la polizia lariana" per intendere quella di Como e il "capoluogo felsineo" al posto di Bologna nei titoli di un grande quotidiano nazionale non mi sembra proprio una scelta brillante.
The best of PA
Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di consigliare dei testi e delle guide sulla semplificazione del linguaggio amministrativo, che poi sono perfette anche per le aziende private che devono comunicare con il pubblico. In rete ce ne sono di fantastiche, e io le scarico regolarmente per paura che spariscano da un giorno all'altro.
Mi accingevo adesso a fare l'ennesima colletta quando mi sono accorta che lo ha già fatto qualcuno, e molto bene. Matteo Viale, ricercatore all'università di Padova, ha raccolto sul suo sito il meglio di quanto hanno prodotto le pubbliche amministrazioni - non solo italiane - sul tema della scrittura. Andate direttamente da lui, che c'è tutto e anche qualcosa in più, come la piccola antologia dello scrivere chiaro.
Aggiungo solo il Lexique della pubblica amministrazione francese (ben 4.000 termini spiegati), da abbinare alla guida pratica sulla redazione amministrativa, il quaderno sul Plain Language di Daniele Fortis sul MdS e il manuale pratico di plain language, How to create clear SEC disclosure documents.
Quest'ultimo è un testo favoloso: la SEC è la Securities Exchange Commission degli Stati Uniti e ha redatto e offerto al mondo già nel 1998 uno dei migliori documenti sulla scrittura chiara ed efficace. Tanto per rispondere a chi continua a ripetere che i documenti economici e legali non possono fare a meno del loro gergo tecnico e della loro sintassi contorta. Provate anche solo ad aprire il manuale, e ne ammirete all'istante la chiarezza e l'eleganza. Poi, cominciate a usarlo. In qualunque settore scriviate.
Muri e spazi aperti

Agli storici dell'arte il maiuscolo piace un sacco, soprattutto se ci possono riempire interi pannelli esplicativi nel buio di un museo, possibilmente in bianco su fondo bordeaux o nero. Ne ho viste a decine, ultimamente, di cose così e non può essere un caso. Ora ci fanno pure le riviste.
Ho appena aperto il primo quaderno della collana Officine Internazionali, frutto della collaborazione tra i Ministeri degli Esteri e delle Attività Culturali, dedicato alla Galleria Sabauda di Torino. Mi è preso un colpo: sono 46 pagine scritte tutte in maiuscolo, praticamente illeggibili, soprattutto se si pensa che sono solo online. Mi sono consolata con le immagini, veramente molto belle.
In compenso, A List Apart celebra lo spazio bianco e omaggia il lettore.
Anche le parole danzano
"E-ti-mo-lo-gi-co... è un dizionario speciale?" mi ha chiesto il ragazzino che ha visto sul mio tavolo il mio nuovo acquisto, il DELI di Cortelazzo e Zolli.
"No, è un dizionario che invece di spiegarti il significato delle parole ti racconta la loro storia."
Io me la sono cavata così, ma l'autore dell'introduzione del secondo Glossogramma proposto dalla Treccani se la cava decisamente meglio:
Se è vero che la lingua c’è e si muove, l’etimologia è uno studio ricostruttivo di coreografie: un modo per ricreare la danza antica delle parole dai primi passi mirati fino alle evoluzioni immediatamente individuabili dei nostri giorni. Magari commuovendoci, per quell’antico “muoversi di qua e di là” del francone "dintjan" da cui – è proprio il caso di dirlo – le danze sono cominciate.
PR e media relations: dai blog ai tweet

Shiftcomm, la società di comunicazione che ha ideato il social media news release, ha pubblicato Brink, una guida al marketing e ai rapporti con i media aggiornata su Facebook e Twitter.
40 pagine belle dense di consigli e link a casi concreti.
Tagli
è vero che il primo essenziale passo di un lavoro di editing è cominciare a tagliare, o meglio a disboscare, per poi andare gentilmente verso il taglio e la potatura.
Sarà che di questo lavori negli ultimi tempi ne ho fatti tanti, ma certe volte mi domando se la mia furia distruttiva non sia eccessiva.
In questa tornata me la sono presa soprattutto con le decine di ricorrenti e inutili “eventuale”, “ulteriore” (spesso i due viaggiano accoppiati) e “relativo a” nel senso di “che riguarda” (praticamente sempre sostituibile dalla preposizione “su” o dal pronome possessivo).
Eccessi o no, stamattina ho deciso di mettere l’intera triade definitivamente nella mia black list.
La scrittura ad alta voce del blog
Il blog sta alla scrittura come lo sport estremo sta all'atletica: è più libero, più rischioso, più informale, più vivo. Per molti aspetti, è come scrivere ad alta voce.
L'idea trionfalistica che i blog dovrebbero in qualche modo sostituire la scrittura tradizionale è stupida e pericolosa. In un certo senso, la ricchezza ch i blog aggiungono alla nostra comunicazione valorizza le doti che deve avere di solito un bravo scrittore. Il torrente di intuizioni, idee e argomentazioni che emerge dalla blogosfera rende ancora più apprezzabile la persona che riesce a dargli un senso e a trasformarlo in qualcosa di più solido e definitivo.
I blog sono un po' come il jazz, che è entrato nella nostra vita molto dopo la musica basata su una partitura scritta, ma non l'ha sostituita. E nessun jazzista ha mai pensato che avrebbe potuto farlo. Il jazz richiede semplicemente un modo di suonare e di ascoltare diverso, come il blog richiede un modo diverso di leggere e di scrivere. Il jazz e il blog sono generi intimi, improvvisati, individuali, ma anche collettivi. E il pubblico si sente autorizzato a parlarci sopra.
La blogosfera ha aggiunto una nuova dimensione all'atto di scrivere e ha prodotto una nuova generazione di libri di saggistica. Ha permesso a molte persone di scrivere a voce alta come prima nessuno aveva mai fatto. E al tempo stesso ha messo in evidenza una fame di scrittura che, in quest'epoca, dominata dalla televisione, sembrava scomparsa. Le parole, di qualsiasi genere, non sono mai state così importanti.
Solo poche battute delle oltre 30.000 dell'articolo Come si scrive un blog di Andrew Sullivan, pubblicato in novembre da The Atlantic e tradotto questa settimana da Internazionale.
Un lungo e meditato saggio che racconta questa scrittura rapida, "non legata a un giorno, ma a un'ora", "dai confini estremamente permeabili e dalla verità intrinsecamente transitoria."
Sullivan non ha paura di partire nel modo più tradizionale, la definizione e la spiegazione del blog, per addentrarsi poi nei rapporti con la scrittura giornalistica e quella saggistica, e in quelli tra il blogger e i suoi lettori.
Ma la cosa più interessante per me, perché la vivo e condivido profondamente, è l'analisi di come la scrittura apparentemente frammentata, transitoria, urgente e un po' arruffona del blog sia capace - sui tempi lunghi - di dare solidità, sostanza e struttura alle scritture più tradizionali, quelle dei saggi e dei libri. E questo articolo di Sullivan ne è una splendida prova.
Il pezzo è di quelli da non perdere, anche nella sua versione integrale in inglese su The Atlantic, dove trovate un video con una bella intervista all'autore.
Le scienze raccontate sui blog

"Se Darwin avesse avuto internet, avrebbe aperto un blog": la casa editrice Zanichelli celebra i suoi 150 anni e i 200 di Charles Darwin con un nuovo sito dedicato alle scienze.
Dentro ci sono: i blog Biologia e dintorni e Fisicamente, tenuti dai due autori della casa editrice Lisa Vozza e Paolo Cavallo; l'angolo degli esperti cui porre domande di matematica, chimica e fisica; notizie, immagini e video dal mondo delle scienze, "selezionati dalle fonti scientifiche più autorevoli e spiegati con un linguaggio semplice e accurato."
I primi post sono promettenti, personali, allegri e pieni di passione, a partire da quello dedicato ai... vermi.
PS Anche il premio di scrittura Zanichelli quest'anno è sotto il segno di Darwin. Per i giovanissimi aspiranti giornalisti e divulgatori scientifici.
In pagina, aggiornamento
Qualche post fa segnalavo la nuova rubrica In pagina di Internazionale, dedicata alla grafica editoriale. I testi di Mark Porter sono pubblicati solo sull'edizione cartacea della rivista, ma la settimana dopo lo stesso Porter li posta in inglese sul suo blog Notebook. Ecco il primo sui font. Il secondo, su Internazionale in edicola, è dedicato alle ultime novità grafiche dei grandi quotidiani.
Ricordando Salvador
Il Guardian ricorda il ventesimo anniversario della morte di Salvador Dalì con una raffinata galleria fotografica e un quiz intelligente sul pittore surrealista spagnolo.
25 cose non a caso sulla scrittura breve
Roy Peter Clark, ispirato da 25 cose a caso su 25 cose a caso su Facebook, ha appena pubblicato sul sito del Poynter Institute queste 25 cose non a caso sulla scrittura breve.
Ho cominciato a tradurle davanti al caffè e non sono riuscita a smettere.
Eccole:
- Tieni un diario dove fare pratica di scrittura breve.
- Pratica la scrittura breve su piccole superfici: post-it, schede, il palmo della mano.
- Una lista di 25 punti NON è un esempio di scrittura breve. E' una scrittura lunga fatta di 25 brevi parti. Il bello è questo.
- I brevi punti rendono più leggibile una lunga lista anche perché generano spazio bianco, una cosa che i nostri occhi apprezzano molto.
- Obbedisci a Strunk & White: "Lascia perdere tutte le parole che non servono."
- Fai attenzione: su internet lo spazio infinito crea una prosa gonfia d'aria.
- Più breve il testo, maggiore il valore di ogni parola.
- Obbedisci a Sir Arthur Quiller-Couch: "Fai fuori tutto quello che più ti piace."
- Detto questo, ogni breve brano dovrebbe contenere una moneta d'oro, un premio per il lettore.
- Obbedisci a Donald Murray: "La brevità viene dalla selezione, non dalla compressione."
- Obbedisci a Chip Scanlan: "Focus, focus, focus."
- Immagina un testo breve fin dall'inizio. Progetta un sonetto, non un'opera epica.
- Taglia gli elementi deboli: avverbi, costruzioni passive, pezzi di frasi preposizionali, gonfie parole latine.
- Più forte il messaggio, più breve la frase: "E Gesù pianse."
- Non tagliare qua e là: rivedi, lima, lucida e controlla ogni cosa.
- Mettiti alla prova con forme letterarie brevi: l'haiku o il distico.
- Leggi, studia e raccogli grandi esempi di scrittura breve, qualsiasi cosa dai diari di Samuel Pepys ai tuoi tweet preferiti.
- In un brano breve la posizione migliore per la parola più importante è alla FINE.
- Comincia una storia il più vicino possibile alla fine.
- Cibo per la mente: studia la prosa dei bigliettini dei Baci Perugina e dei dolcetti di San Valentino.
- Taglia il grosso, poi rifinisci. Pota i rami secchi prima di scuotere via le foglie.
- Obbedisci a Mark Twain: "Potresti aver bisogno di più tempo, non di meno, per scrivere qualcosa di breve e di buono."
- Studia e rifletti su questa frase: "Dicono che solo i buoni muoiono giovani. Il dittatore spagnolo Francisco Franco è morto ieri sera a all'età di 83 anni. Evidentemente hanno ragione."
- Scrivi la tua mission per la tua scritttura breve. Che sia breve.
- Considera tutte le forme brevi di giornalismo –- titolo, caption, blurb, post dei blog –- come generi letterari.
Seguo Clark da anni e so bene che non scrive niente a caso, tantomeno quando scrive i suoi famosissimi elenchi.
Il suo libro Writing Tools (Look Inside!) è una delle rare cose sulla scrittura - professionale, giornalistica, narrativa - che vale la pena di studiare riga per riga
E non è la prima volta che mi diverto a tradurlo.
PS Come sempre, ogni miglioramento della mia traduzione mattutina è benvenuto. E anche dritte su come far rientrare l'elenco nei margini del resto del testo, grazie ;-)
Metaphor party
Questa settimana su NeU è di scena la metafora. Passateci e lasciate la vostra.
Quel che non si vede
Parlavo di audioguide museali qualche post fa e di divulgazione dell'arte attraverso le parole. Scrittura professionale anch'essa, anzi professionalissima.
Quando non lo è te ne accorgi subito perché invece di guidarti nella comprensione di un'opera ti porta fuori strada.
Così stamattina, alla mostra romana Da Rembrandt a Vermeer, mi sono levata la cuffia dalla testa più di una volta. Di descrizioni piene zeppe di aggettivi ne potevo più.
Gli interni misteriosi e sospesi della pittura olandese del Seicento sono pieni di cose, rappresentate in ogni minimo particolare, dalla coda del gattino alla buccia di limone caduta da una tavola imbandita, fino al riflesso di una brocca piena d'acqua. Ti incanti a scrutare questi microcosmi di una ventina di centimetri per lato. Ma se non riesci a staccartene è perché intuisci che non finisce affatto lì. Quello che cerchi di cogliere è ciò che non vedi e non saprai mai.
In questo, Gerard ter Borch è maestro persino più di Vermeer. I quadri in mostra li avevo già visti più volte a Berlino, ma sono caduta nuovamente nell'incanto.
Quale sarà l'espressione del volto della fanciulla che ci gira le spalle, avvolta nella scultura d'argento del suo abito? China la testa pentita di fronte all'ammonimento dell'uomo? O distoglie lo sguardo di fronte alle sue proposte? Il conflitto e il dilemma sono anche nei colori: un corpo chiuso nei riflessi freddi della seta sullo sfondo di un letto a baldacchino, rosso come la passione.
Anche un piccolo interno borghese con una mamma che ha appena finito di allattare il suo bambino sembra celare un mistero. E' La madre, di Pieter de Hooch. Sulla destra, proprio nella stanza accanto, una luce calda e avvolgente attrae fuori lo sguardo della bambina che vediamo solo di spalle. Deve essere qualcosa di irresistibile perché alza pure il piedino per vedere meglio.


I Glossogrammi della Treccani
L'impagabile sito della Treccani inaugura una nuova rubrica, i Glossogrammi.
"Affrontati dieci alla volta due volte al mese, liberano dai rischi di un eccessivo dimagrimento linguistico; evitano - se assunti con il giusto tono – che la familiarità con l’uso della lingua italiana deperisca giorno dopo giorno. Servono, in sostanza, a tenere sotto controllo per iscritto il peso della vostra attenzione grammaticale."
Il primo serissimo gioco è dedicato agli accenti. Non ne sono uscita al massimo, lo ammetto, ma le deliziose spiegazioni degli errori mi hanno subito consolata.
Costruire ponti tra le isole
"Niente più pagine bianche" si intitola il post sul blog di Internazionale in cui Steven Johnson racconta come affronta il blocco della pagina bianca, soprattutto di fronte a un compito lungo e complesso come scrivere un libro.
Suggerisce un software che permette di archiviare e collegare tanti spunti diversi - pdf, ritagli di testo, pagine web, immagini - ma al di là del software è interessante il metodo, che condivido in pieno.
Anche io, quando ho avuto voglia di scrivere Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro tra carta e web, ho aperto un file per ogni capitolo e per mesi e mesi ho solo buttato dentro in maniera anche disordinata, uno dopo l'altro, spunti, idee, link, pezzi di testo. Tutto questo funziona bene soprattutto se hai le idee chiare sulla struttura portante e sul punto di arrivo del libro. Io le avevo, tanto che i titoli iniziali del progetto che mandai ad Apogeo sono rimasti identici fino alla fine, ma non posso dire lo stesso di quello che avrei scritto dentro ogni capitolo.
Quando però dopo molti mesi mi misi concretamente a scrivere quei file giganteschi e caotici mi aiutarono molto, proprio perché non mi trovai praticamente mai di fronte alla pagina bianca. Anzi, il primo lavoro fu soprattutto di taglio, scrematura, collegamento. Apparentemente un lavoro di editing, in realtà preparavo il terreno su cui far crescere le mie idee e scegliere le mie parole.
Proprio come scrive Johnson, "i capitoli presero forma da un arcipelago di citazioni ispiratrici e cominciai a costruire ponti tra le isole."
Album di famiglia

Accanto al classico annual report e al bilancio di sostenibilità, ora c'è anche l'employee annual report, il bilancio dedicato ai dipendenti che fa il punto sulle politiche e i risultati su temi quali la salute e la sicurezza sul lavoro, il benessere organizzativo, i benefit, la formazione, l'etica.
In Italia non ne conosco (e voi?), ma sui siti di comunicazione statunitensi se ne parla molto. Ieri Ragan.com citava l'employee annual report di Expedia, la maggiore agenzia di viaggi online al mondo, spin off di Microsoft.
Expedia ha 6.000 dipendenti in cinque continenti ed è a loro che ha chiesto di inviare foto, racconti, curiosità della loro vita lavorativa e dei viaggi dei loro clienti. La società di comunicazione visiva Parallax ha elaborato tutti questi materiali nel primo employee annual report di Expedia, GO, un album coloratissimo di immagini e pochissimo testo che viaggia lungo le pagine come un aeroplano.
GO è un po' l'album di famiglia dei dipendenti di Expedia sparsi in tutto il mondo, nella sezione Job del sito un'efficace brochure per il recruitment, nelle sedi della società è diventato una serie di grandi manifesti che già all'ingresso accolgono chi arriva.
Tutta la storia di GO è in uno degli ultimi numeri di Communication World.
Scrittura popcorn?
Il post di sabato Stanchezze e traslochi, come quasi tutti i miei post (compreso questo) è nato da un impulso del momento. Non volevo affatto opporre i blog a Facebook o al microblogging tipo Twitter. Ci mancherebbe altro!
Il bello dei social media è che sono talmente tanti che ognuno sceglie quello che vuole.
Notavo solo che io continuo a stare molto bene in un blog, mentre molte altre persone che si occupano di scrittura professionale si sono stufate. Una di queste è Nick Usborne, web writer della prima ora che anni fa ha scritto uno dei migliori libri sul copywriting online. Ora ha annunciato a tutti che l'unica cosa che gli interessa al momento è il microblogging e ha aperto un blog proprio su questo: Popcorn Content. L'obiettivo è raccogliere spunti per scriverci su un libro. Carino il titolo, carina l'allitterazione. Meno carino mi sembra l'appello: Please help me write this guide to writing popocorn content.
Lo seguirò, ma penso che tutto questo saltarellare di qua e di là, questo cinguettare continuo, questo chiedere consigli e contributi di ogni tipo al primo che passa, agli scrittori professionali non è che faccia poi tanto bene.
Dà l'illusione e soprattutto la dà ai più giovani - cosa che mi dispiace molto - che i nuovissimi media rendano il lavoro molto più facile.
Rendono più facile tenere i contatti, confrontarsi, documentarsi, imparare cose nuove, che è tanto, tantissimo.
Ma non rendono più facile il cuore del lavoro di chi progetta, organizza, scrive un testo.
Ci pensavo stamattina, in cui mi sono dedicata a una materia pesante e complicata, da restituire con le parole più semplici e immediate. L'essenza del nostro lavoro è quasi sempre dare chiarezza, ordine, struttura, voce, stile a realtà e contenuti eterogenei, disordinati, complessi, che possono stare in documenti ma più spesso sono ancora nella testa di qualcuno.
Per scrivere due cartelle come si deve te ne devi leggere prima ottanta, devi parlare con dieci persone, ci devi riflettere su, metterti dalla parte di chi leggerà, farti tutte le obiezioni possibili, chiarire i dubbi, chiederti come il cittadino o cliente utilizzerà quelle informazioni, organizzarle di conseguenza, domandarti quali parole mettere da parte, quali scartare. Solo alla fine, scrivere.
Per tutto questo non puoi svolazzare e disperderti, devi soprattutto imparare a "stare".



Rss