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Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
giovedì, aprile 30, 2009

Segni di gioia



Anche se mi sento chiamata in causa tra i funless e i fastidious, l'articolo di ieri sul Guardian dedicato al rinascimento del punto esclamativo - The joy of exclamation marks! - è veramente carino.
I pedanti e noiosi sono quelli che non apprezzano il dilagare dei punti esclamativi dappertutto e nelle email in particolare.
Io lo apprezzo, ma mi piace spendermelo quando sono davvero contenta ed entusiasta, non come un intercalare qualunque.
E mi dà francamente fastidio quando qualcuno vuole fare di me un'entusiasta a tutti i costi: Una sorpresa per te! Scarica la tua copia! Iscriviti alla newsletter gratuita!
In barba a tutti i manuali di stile e agli inviti alla sobrietà da parte di grandi scrittori, il punto esclamativo è il prezzemolo di ogni comunicazione online. Perché mai stiamo diventando tutti così sovraeccitati? si chiede nel sottotitolo del pezzo il brillante Stuart Jeffries?
Una risposta la danno l'editorialista del New York Times David Shipley e il caporedattore di Hyperion Books Will Schwalbe nel loro Send: The essential guide to email for office and home: il punto esclamativo aggiunge umanità e calore in una comunicazione solo verbale, altrimenti fredda e distante.
Eppure le persone hanno scritto lettere per secoli, comunicando con le sole parole le sfumature più sottili dei loro sentimenti, dalla malinconia all'entusiasmo. Ma avevano tanto più tempo di oggi e sapevano che il destinatario non era bombardato di messaggi, e aspettava quelle parole a volte per settimane per poi rileggerle mille volte e conservarle con cura per una vita.
Per Lynn Truss, autrice del best seller sulla punteggiatura Eats, Shoots and Leaves, abbondiamo con i punti esclamativi soprattutto per adeguarci allo stile di internet che ci vuole tutti amichevoli e allegri, finché diventa un automatismo come tanti altri.
Tra le ipotesi sull'origine del punto esclamativo, comparso intorno al 1400, quella che derivi dal latino Io, cioè viva, evviva.
Non sarà che qualcuno un giorno si è divertito a far scivolare la o sotto la I? E non sarebbe bello se recuperassimo lo spirito e la forma della gioiosa versione originale Io? si chiede Stuart Jeffries alla fine del suo lungo pezzo sul punto esclamativo.


mercoledì, aprile 29, 2009

Un giornale per maestro



Jakob Nielsen, nelle sue Alertbox, è tornato a occuparsi molto di scrittura. Non mi meraviglio: nel nostro web sempre più multimediale e affollato il testo è il carburante dei motori di ricerca. Senza parole scritte non vai da nessuna parte.
Il suo ultimo articolo riguarda ancora i titoli, e in particolare quelli di BBC News, secondo Nielsen esemplari per concisione e funzionalità sul web:

  • brevi, perché online si legge meno che sulla carta
  • densi di contenuto, perché concentrano alla perfezione l'articolo
  • con le parole più importanti all'inizio, perché sono quelle decisive sia per i lettori sia per i motori
  • comprensibili fuori contesto, per esempio nei risultati dei motori di ricerca
  • indicativi, così gli utenti sanno se l'articolo è di loro interesse e utilità o meno ancor prima di cliccarci su.

Il titolo medio di BBC News ha 34 caratteri e 5 parole, nota Nielsen, che  va pazzo per i numeri (asta ricordare il suo recente articolo sulle prime 2 parole e 11 battute). Io non vado pazza per i titoli minimali, perché trovo che lunghezza e un po' di mistero funzionino molto più spesso di quanto pensiamo, ma considero un esercizio prezioso quello di lavorare in economia e tagliare, tagliare, salvando a ogni taglio la comprensibilità. E solo su quella soglia fermarsi.
Trovo altrettanto utile avere un sito o un giornale per maestro di riferimento, cui dare almeno un'occhiata tutti i giorni. Il mio è senz'altro l'Economist. Il fatto che sia scritto in una lingua diversa da quella in cui scrivo io non compromette affatto l'efficacia delle lezioni.
Quello che mi piace di più
è soprattutto la capacità dei redattori di creare coppie titolo + sottotitolo brevi, originali, informative, misteriose quel che basta, curatissime dal punto di vista sonoro:
  • Pedal to the metal il ritratto odierno di Sergio Marchionne
  • Down down deeper and down un articolo sulla crisi dei mercati
  • Easier for the camel un dossier sui ricchi.

D'altra parte l'Economist, anche nella sua versione cartacea ha saputo cogliere le novità del web, ma rimanendo se stesso
e valorizzando i suoi lunghi e densi articoli. All'inizio di ogni sezione interna c'è ora un indice con i contenuti di quella sezione, proprio come la sezione di un sito. Guidati di titolo in titolo, è impossibile perdersi.

martedì, aprile 28, 2009

384 x 9,80














Il Nuovo Manuale di Stile di Roberto Lesina, pubblicato da Zanichelli, un classico della redazione, è ora in edizione economica.
Veramente economica: 384 pagine a 9,80 euro.


lunedì, aprile 27, 2009

Sani repulisti





La parola leader ha esaurito la sua funzione?
È arrivato il momento di buttarla via?
Perché ci dà fastidio?
È diventata una zavorra per la nostra crescita?
Collaborazione, networking, partecipazione di massa ci spingono a lavorare creativamente, ci chiedono di trovare parole e concetti nuovi.
Freeing space for new concepts.
È ora di lanciare nuovi spunti di riflessione che ci aiutino a rimpiazzare una vecchia parola tanto abusata.
Organizzazioni, aziende, business school, politica, sociale e diversamente profittevole, scuola e relazioni quotidiane, generazioni, new media, ambiti dove è necessario fare spazio a nuove parole in grado di liberare un nuovo potenziale.
Un nuovo alfabeto che rappresenti la contemporaneità di idee che inspired by inspire vuole proporre.

The no manifesto on Leadership.


Anche se della parola Leadership sono pieni i cataloghi corsi, c'è chi propone di buttarla al cestino. È il mio amico Andrea Vitullo. Dopo il libro Leadership riflessive, ora lancia Leadershit, blog completo di no manifesto on leadership e già ricco di post.
Andate, leggete, buttate, contribuite.

sabato, aprile 25, 2009

The India Tube



So già quanti affetti da "Mal d'India" ci sono tra i lettori di questo blog, e immagino altri ci saranno.
Vi segnalo allora che sta per partire il portale The India Tube,
a cura di Wieden+Kennedy Delhi, l'agenzia che cura il famosissimo Incredible India!: "Cerchiamo storie o immagini che parlino dell’India in modo personale e nuovo. Vorremmo creare un portale che contenga tutte le informazioni 'insolite' che chi è stato in India condividerebbe con un amico, e non il genere di materiali che si trovano in una guida turistica."
The brief is simple – we’re looking musicians, artists, designers, fashion professional, we want it ALL.
The India Tube parte i primi di maggio, ma chi desidera inviare consigli e materiali può già farlo (annalisachiocciolatheindiatube.com).
Io approfitto del post indiano per chiedere consigli di libri belli sull'India. Premetto che ho già letto Indiana di Mariella Gramaglia, Il grande viaggio di Giuseppe Cederna, i libri di Rampini e di Terzani, nonché il recente L'India, l'elefante e me di Giancarlo De Cataldo dal quale vi consiglio di stare molto alla larga. Sono in attesa da IBS del carnet di viaggio indiano di Stefano Favarelli e sto leggendo Storia dell'India nei tascabili del Mulino.
Grazie :-)

lunedì, aprile 20, 2009

I fatti sono sacri



Sarà perché quest'anno sto lavorando quasi esclusivamente in campo bancario, finanziario e assicurativo, ma la mia idiosincrasia verso la matematica e afffini sta lasciando il posto a interesse e curiosità per la comunicazione dei numeri e dei dati.
Di fronte a lunghi discorsi zeppi di cifre, sempre più spesso mi chiedo come evidenziare, confrontare, dare un senso ai numeri, cosa affidare loro e cosa invece al testo, come organizzare al meglio nello spazio parole e dati.
Abbozzare tabelle e schemi tra un capoverso e l'altro sta diventando una piacevole abitudine, che mi aiuta prima di tutto a capire cose per me abbastanza complicate. Siccome sono sicura lo siano anche per chi leggerà i testi, faccio da cavia, oltre che da autrice ed editor.
Ero quindi molto contenta, poco fa, quando ho scoperto in un nuovo blog del Guardian una vera miniera di idee: Data Blog, Facts are sacred.
Guardate un po' l'ultimo post... la pallocchia dell'Italia vale davvero più di mille parole, ahimé:



PS Qualcosa ho già scritto in questo post... quando avrò le idee più chiare e un po' di tempo, spero di riuscire a condividere con voi qualcosa di più organico su questo tema.

sabato, aprile 18, 2009

Il linguaggio, palestra di creatività



Fronte
, come quella che abbiamo sulla sommità della faccia. O come quello della guerra.
Occhio, per vedere. Oppure quello del ciclone. O come quello di bue dell'uovo al tegamino.
Ciglio, come la protezione dell'occhio. O come quello della strada. O del precipizio.
Molare, come il dente. O come rifinire il vetro.
Incisivo, ancora un dente. O qualcosa che resta impresso.
Bocca. Per mangiare, sbadigliare, sorridere. O bocca di rosa, o bocca del fiume.
Labbro che bacia o labbro di ferita.
Mento: estremità del viso o dico bugie.

Stamattina, durante la sua master lecture all'università di San Marino, Annamaria Testa ha invitato tutti noi che stavamo lì ad ascoltarla a esplorare quella piccola e familiare superficie che è la nostra faccia.
E' bastato per farci toccare con mano quanto è importante il contesto per dare il giusto significato alle parole più semplici.
Da lì il cerchio del contesto si allarga: dalle parole alla frase, dalla frase al periodo, dal periodo al testo completo, dal testo al suo supporto, alla situazione comunicativa.
E se passiamo dal testo al discorso, il cerchio si allarga ancora ai gesti, alla faccia e all'abbigliamento di chi lo pronuncia.

La lezione riguardava la creatività, anzi "due o tre cose che so di lei", titolo della prima slide.
Creatività che non è prerogativa di artisti, pubblicitari e stilisti ispirati, ma appartiene a ognuno di noi quando ci esprimiamo con le parole. Parlando e scrivendo.
Possiamo quindi esercitarla anche nel quotidiano scegliendo e ordinando le parole con cura e consapevolezza, in funzione del nostro interlocutore, della situazione e dell'obiettivo che abbiamo in mente.
Più parole conosciamo, maggiore la nostra possibilità di scelta, più raffinata e sottile la nostra espressione.

La creatività del linguaggio si esercita in economia: bastano piccoli spostamenti, un segno di interpunzione al posto di un altro, un font, un colore, uno sfondo, l'accostamento di un'immagine a dare una nuova tonalità espressiva, a cambiare il significato o a rivoluzionare il senso di una frase.
Chi ha letto Le vie del senso di Annamaria Testa ne ha un'idea: una frase semplicissima come "Bella giornata oggi" può esprimere gioia, tristezza, rabbia, incredulità e mille altre cose a seconda delle piccole trasformazioni che subisce al suo interno o nello spazio della pagina.

PS Il sito sulla creatività di Annamaria Testa è Nuovo e Utile.

venerdì, aprile 17, 2009

Del ppt e di alcune altre cose



Non so quanto riuscirò a postare nei prossimi due giorni, perché sarò a insegnare al Master in Comunicazione dell'università di San Marino, ma intanto vi consiglio la lettura del No Logo di Mafe uscito stamattina su Punto Informatico: Questa non è una presentazione.
Io l'ho appena letto e lo condivido a pieno.


martedì, aprile 14, 2009

Te lo spiego con poche parole (e molte immagini)





Questo è un poster sulla crisi economica globale disegnato da Nigel Holmes. Sarà distribuito gratuitamente da Starbucks a partire da dopodomani, così tutti potranno farsi un'idea di cosa sta succedendo, comprese cause ed effetti, mentre sorseggiano un cappuccino.
Chi fosse Nigel Holmes, lo ignoravo fino a stamattina, quando l'ho visto citato sia da Nuovo e Utile, sia da Verox Brain Blog. Rimando quindi ad Annamaria Testa per tutti gli interessanti link a contorno e a Elena Veronesi per i consigli di Holmes su come rendere chiare e più semplici le questioni complesse attraverso quell'equilibrio sapiente di parole, microcontenuti, disegni, mappe, grafici e simboli che si chiama infografica.
Infografica di cui sono ormai pieni tutti i nostri quotidiani, ma che continuiamo a ignorare quando siamo noi a scrivere o a progettare una brochure o una pagina web.
Ci ostiniamo a rimanere attaccati ai nostri testi "discorsivi" - dalla premessa alla conclusione - mentre a volte anche solo una semplice e ordinata tabella (per non parlare di qualche simbolo grafico in più) potrebbe aiutarci a trovare un senso, confrontare fatti e concetti, far emergere vantaggi.
Ecco un esempio italiano semplicissimo, ma efficace:



Come nel poster di Holmes, un titolo un po' eccentrico per un tema serio, in questo caso la garanzia di poter recedere dall'acquisto. Ma è il confronto diretto, in senso orizzontale e non verticale, a evidenziare la differenza della "Garanzia Totale" Esperya rispetto a quella imposta per legge.

PS A Elena lo spunto per il suo post lo ha offerto un'intervista a Holmes pubblicata in questi giorni da Poynter.org. Interessantissima e solo la prima di una serie dedicata.
Stay tuned.

giovedì, aprile 09, 2009

A martedì



Dopo gli ultimi giorni, difficili e tristi, sono nella dolce campagna marchigiana.
Tra poco stacco tutto, anche questo blog.
Passate una pasqua serena e in pace.
Ci risentiamo intorno a martedì.

mercoledì, aprile 08, 2009

Il profumo dell'informazione



Nanocontent, ovvero una porzione del microcontent, anzi 11 caratteri spazi inclusi.
Nella sua ultima Alertbox, First 2 words: a signal for the scanning eye, Jakob Nielsen analizza l'impatto di link e titoli, i microcontenuti più soggetti all'esplorazione veloce. Esplorazione che avviene quasi sempre attraverso il "modello a F", cioè la lettura più attenta all'inizio (titolo e sottotitolo) e sulla parte sinistra del testo (soprattutto nelle liste).
Il nostro occhio e la nostra mente impazienti si concentrano sulle prime due parole, poi la concentrazione scema e il meccanismo è quello di tirare a indovinare.
Lo stesso avviene in verticale: rimaniamo più a lungo sulla parte sinistra dello schermo.
La questione ha il suo peso se si considera quanto testo ha oggi la forma dell'elenco (risultati dei motori di ricerca, archivi di articoli e comunicati stampa, liste di prodotti, indici, faq, check list...), soprattutto ai primi decisivi livelli di consultazione di un sito.
Così Nielsen, nel suo test di usabilità sui nanocontent, ha chiesto agli utenti proprio di indovinare, sulla base delle 11 prime battute di un link, il contenuto della pagina di destinazione.
Ne sono usciti al meglio i siti dove la pressione sul consumatore è fortissima, cioè quelli di e-commerce.
Qui le prime parole sono decisive e l'economia delle battute va curata fino all'ossessione.
Ecco le raccomandazioni di Nielsen per scrivere dei buoni testi di link:

  • scegliere parole precise, brevi e semplici
  • seguire i codici lessicali del web e non inventare parole per essere originali a tutti i costi
  • iniziare con le parole chiave o con verbi che fanno appello ai bisogni degli utenti.

11 battute sono pochissime, ma non devono dire tutto, solo contenere il "profumo dell'informazione", cioè:
  • far immaginare all'utente il contenuto della pagina di destinazione
  • differenziare con chiarezza un link da un altro
  • non disorientare o promettere troppo.

Qualcuno a questo punto dirà che l'inglese è lingua ben più adatta dell'italiano per queste sintesi... eccetera eccetera, ma quella della lingua è spesso una scusa.
Anche noi possiamo cesellare con cura i nostri link con qualche attenzione in più. Per esempio:
  • eliminiamo gli articoli, quando è possibile
  • non iniziamo l'elenco sempre con la stessa parola (occhio alle preposizioni)
  • sostituiamo i numeri in lettere con quelli in cifre
  • usiamo i due punti per eliminare preposizioni (Non "Guida al corretto uso dei link", ma "Link: istruzioni per l'uso").

Va da sé che le poche battute di "Clicca qui" sono comunque sprecate, soprattutto all'inizio della frase, quando l'utente non ha ancora la più pallida idea del perché mai dovrebbe cliccare.
Va altrettanto da sé che leggiamo spesso ben oltre le 11 battute, ma troncare lì un link è un test utile e pure divertente.
I titoli dei post di questo blog ne escono malissimo, quelli del sito decisamente meglio, ma in fondo mi danno la conferma di quello che questi due luoghi sono per me e credo anche per chi li legge: diario divagatorio l'uno, reference ordinata l'altro.


PS L'articolo è utile purché non si prenda il Nielsen-pensiero come oro colato. Ho ormai imparato che per ogni regola di scrittura per il web ci sono mille creative eccezioni.


lunedì, aprile 06, 2009

La terra trema



Fin da molto piccola, durante i miei soggiorni estivi, sapevo che la terra dell'Aquila poteva mettersi a tremare da un momento all'altro. In realtà, in tanti anni, non è mai capitata neanche una piccola scossa, ma il mito pauroso del terremoto mi ha sempre accompagnata, dissolvendosi solo in questi ultimi tempi. Eppure la casetta a due piani tra la Villa Comunale e Porta Napoli, fu costruita negli anni venti osservando tutte le norme antisismiche e i miei nonni, provati dal terribile terremoto del 1915, la acquistarono proprio per questo. I muri spessissimi, gli architravi profondi e quella sua aria così solida da cubo inelegante mi rassicuravano, ma provare i brividi di una modesta scossa, da raccontare a scuola al mio ritorno a Roma, in fondo mi sarebbe piaciuto.

Comincia così uno dei capitoli del mio personale memoir, oltre un centinaio di pagine scritte alcuni anni fa per la mia numerosa famiglia aquilana.
Nella città che stanotte ha tremato talmente tanto da averla sentita tremare fin qui, ho trascorso gran parte delle estati della mia infanzia.
Ai miei occhi di bambina i palazzi barocchi, con i loro bastioncini laterali, sembravano la quintessenza della solidità, a partire da quello della zia Dolores, che dal "capopiazza" dominava tutto il centro. Eppure fu proprio dopo il terremoto più devastante, quello del 3 febbraio 1703, che rase al suolo la città e fece diecimila morti, che L'Aquila 
mobilitò tutte le sue energie e le sue pietre per costruire lo splendore e la solidità della città barocca.
I racconti di mia nonna erano particolareggiatissimi, non solo perché si erano tramandati in famiglia, ma anche perché lei - tra le prime ragazze aquilane a laurearsi nel 1926 - ci aveva scritto la sua tesi di laurea.
L'altro terribile terremoto l'aveva vissuto lei stessa bambina, nell'inverno del 1915. Le scosse di assestamento durarono fino all'estate, ma mia nonna novantenne aveva dimenticato tutto il dolore e la paura e ricordava quei mesi come un periodo bellissimo.
Per quell'anno nessuno andò più a scuola e, di fronte ai pericoli e alle difficoltà, le rigidità educative si allentarono. Per di più, il terremoto fu seguito da una lunga e fortissima nevicata, che il 3 febbraio coprì la processione in ricordo del cataclisma del 1703. Nei giorni seguenti i bambini si sbizzarrirono con i pupazzi e le palle di neve, certi che gli adulti avessero di meglio da fare che stare dietro a loro.
I bambini si scatenavano nella città in miniatura delle baracchette di legno, che  si sovrapponeva e si confondeva con quella monumentale e pesante di pietra. Nella grande piazza del mercato la vita ferveva di giorno e di notte tra le tende, le carrozze e le baracche. Di baracche, ve ne erano di tutti i tipi, ma nonna ricordava soprattutto quella della famiglia Nurzia: di latta, con tutte le tegole nuove, completamente tappezzata con i manifesti del suo famoso torrone, che già allora mostravano un girotondo di Grazie liberty che danzano con gli abiti al vento.

Memoir



Credo di non aver mai comprato un libro di un conduttore o un giornalista televisivo.
Ho fatto un'eccezione per Daria Bignardi e per il suo Non vi lascerò orfani. E ho fatto benissimo.


domenica, aprile 05, 2009

Futurismo dell'anima



"Cosa c'è di più sostanzioso ed espressivo della forma?" mi sono chiesta qualche sera fa, probabilmente esagerando un po', di fronte al trittico laico Stati d'animo di Umberto Boccioni.

U. Boccioni, Quelli che restano (1911)
Me lo sono trovato di fronte all'improvviso alla strepitosa mostra sul Futurismo a Palazzo Reale a Milano.
Il giovanissimo Boccioni ha ventinove anni e ancora solo cinque da viverne. Eppure ha già bruciato e digerito tutto: simbolismo, art nouveau, divisionismo, cubismo. L'altra domanda che mi sono fatta è cosa avrebbe pensato e creato se fosse vissuto quanto Tiziano (86) o Picasso (92).
Dopo aver messo in moto automobili, cavalli, stanze e un'intera città, ora tocca all'interiorità, all'intreccio di sentimenti e sensazioni delle persone che si lasciano e si dicono addìo in una stazione ferroviaria.

Se Gli Addii e Quelli che vanno sono tumulti espressionisti e cubisti, Quelli che restano mi è sembrato impalpabile, puro spirito.
il geniale e disgraziato Vincent ci aveva già mostrato come forma e colore possano esprimere tutto: una semplice stanza si illumina di un giallo accecante, il cielo notturno si popola di astri che girano a un ritmo vertiginoso come le rotelle di un ingranaggio che non è di questa terra.
Ma Quelli che restano di Boccioni è rarefatto come l'assenza e liquido come un mare di lacrime.

sabato, aprile 04, 2009

Ritmi



Vinyas
, in sanscrito distribuire, organizzare, dirigere verso.
Nella pratica dello yoga vinyasa è la sequenza fluida di una serie di posizioni, eseguite l'una dopo l'altra senza interruzioni, con l'unico legame del respiro.
Di solito ci si concentra su una posizione alla volta, anzi sulle sue tre fasi: si entra, si sistemano tutte le parti del corpo fino a raggiungere la stabilità e la calma, e alla fine si esce con ordine e con il massimo controllo. Un po' quello che succede quando costruiamo una frase, dall'inizio alla fine, mettendo a punto al suo interno la corretta collocazione delle parole e della punteggiatura.
Come una posizione yoga, anche una buona frase deve avere la sua tenuta.
La precisione anatomica è la precisione grammaticale del corpo.
Si perfeziona, e poi si passa a un'altra frase-posizione. E così il testo-pratica cresce.
L'ordine delle posizioni è la sintassi dello yoga.
Alla fine, anche il testo yogico ha la sua revisione: così come con la lettura finale ad alta voce godiamo del ritmo del testo che abbiamo appena scritto, così con il vinyasa ripercorriamo tutto quello che abbiamo imparato e scritto con il corpo, lo esploriamo da un'altra prospettiva, più alta e più veloce.
Nella scrittura e nello yoga, il ritmo è dato dal respiro, dalle pause, ma soprattutto dall'uso consapevole della ripetizione. Nell'una di una parola, un suono, un tema. Nell'altro di una posizione, un allineamento o, ancora, un tema.

PS Sul MdS il quaderno su Yoga e scrittura: scoperte ed emozioni della pratica.


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