Il bulino al posto della spada

La settimana scorsa avevo già avuto un assaggio dell'arte di Hiroshige al Museo Chiossone di Genova, ma ieri alla mostra romana è stato un sontuoso banchetto.
Oltre 200 incisioni dell'artista samurai delle "figure fluttuanti", cioè dell'impermanenza di tutte le cose, colte in un attimo unico e irripetibile: flora, fauna, paesaggi, storia e umanità del Giappone dell'ottocento, ritratte appena prima dell'apertura all'occidente.
Se tutti quegli attimi ti rapiscono così è anche perché Hiroshige indaga e restituisce tutto con precisione millimetrica: le piume delle oche selvatiche, il rosso della peonia e il giallo dell'ibisco, gli aghi dei pini, le squame dei pesci rossi, un ombrellino sotto le folate di vento, la goccia di pioggia e il fiocco di neve.
Ma poi ricompone tutte queste cose secondo il massimo dello studio e dell'artificio, come i fiori di un ikebana.
Chi ha messo quel gufo sul rametto d'acero che attraversa tutta l'incisione proprio contro la luna piena?
Lo stesso artista che contro il cielo notturno ha dipinto i versi di un haiku.
Maestri, i miei
La solitudine del giovane comunicatore si intitola il bel pezzo di Mariella Governo sul sito della Ferpi. Sono davvero, i ragazzi di oggi, “senza un Maestro accanto”? Soli, nonostante i mille master, i tanti libri e la rete dei social media?
Un po’ sì, mi sa, almeno a giudicare dalle quantità di email che ricevo da loro e da come ti aspettano con pazienza alla fine di una lezione per chiederti un consiglio o solo scambiare due parole.
La generazione di Mariella e mia era pure sola, ma in modo diverso. Avevamo poco e niente cui fare riferimento, ma abbiamo avuto dei maestri.
Il mio personale "master di comunicazione" l’ho fatto nella redazione della più gloriosa trasmissione della radio, la mitica Radiodue 3131, dove regnava incontrastato il più bravo e burbero maestro che si possa immaginare, l’allora direttore di Radiodue e conduttore del programma, Corrado Guerzoni.
Accanto a lui, dietro le quinte, la capostruttura Lidia Motta, una donna che faceva tremare le vene ai polsi, ma una talent scout come non ne ho più conosciute: nella mia annata seppe selezionare una squadra di ragazzini appena laureati, senza né arte né parte, né troppo belli né troppo raccomandati, con i quali ho vissuto una stagione unica e bellissima della mia vita e che oggi sono nelle redazioni di importanti giornali e trasmissioni.
Quella coppia professionale autorevole e temutissima seppe vedere in noi potenzialità
che non sapevamo nemmeno di avere e ci diede un’opportunità. Ognuno di noi l’ha colta a suo modo. Io in quella redazione ho capito che potevo imparare a scrivere e soprattutto che mi piaceva, e che si può anche essere un’inguaribile timida eppure trovare le parole giuste davanti a un microfono con tantissime persone che in quel momento ti stanno ascoltando.
Ogni giorno, per tre anni, le interminabili riunioni di redazione sono state altrettante lezioni di comunicazione e di vita. Alla fine dei miei cinque anni radiofonici ero ormai una persona diversa dalla ragazzina che voleva lavorare dietro le quinte di un museo.
Tutto questo mi è tornato in mente oggi, perché quella trasmissione – con tutti noi dentro – è raccontata in un libro con dvd che ho appena sfogliato, La prima volta del telefono, La storia del 3131 dal 1969 al 1995, pubblicato dalle edizioni Eri, collana Teche RAI. L’autore è Raffaele Vincenti, il nostro tecnico di allora che ha poi scoperto anche lui il suo “mestiere di scrivere”.
L’altro maestro l’ho avuto al mio ingresso in azienda. Molto meno burbero di Guerzoni, ma altrettanto colto e originale: Franco Maria Fontana.
Senza di loro tutto sarebbe andato in maniera molto diversa.
Ah, dimenticavo. Anche senza Mariella tutto sarebbe stato diverso: mi contattò nell’inverno del 2000 per il primo seminario italiano sulla scrittura per il web. Il mio nome glielo aveva suggerito Franco Carlini. Lei finalmente non era burbera, ma allegra e solare come la sua zazzera bionda.
Dal giornale al sito al blog
La home page di Internazionale da qualche giorno è diventata blog: aggiornato in continuazione, utile e piuttosto effervescente. Vi consiglio vivamente una puntata: io mi ci distraggo tra un testo e l'altro senza il senso di colpa e la sensazione di fare la perditempo.
L'aggiornamento di oggi dell'oroscopo di Rob Brezsny mi ha appena tirato su il morale:
Quando sei in forma, Toro, sei abitudinario ma non ti fossilizzi. Ribolli di efficienza creativa e non ripeti mai gli stessi movimenti e atteggiamenti. Raggiungi il massimo quando ti circondi di stimoli che ti fanno sentire sereno. Ci sono persone che lavorano bene sotto pressione e ottengono i risultati migliori nei momenti di stress. Tu no: per essere brillante devi sentirti a tuo agio. Per quanto ne so, è quello che succederà nelle prossime settimane.
Non è vero niente: io do sempre il meglio sotto pressione e con i minuti contati, ribollo di efficienza creativa quando mi sento senza speranza, so tornare a galla solo dopo aver toccato il fondo... ma mi piace sempre pensare che il mio oroscopo preferito non è "predittivo", come dicono gli astrologi, bensì augurale.
Quindi sono felicissima di sapere che nelle prossime settimane sarò meno brillante, ma perfettamente a mio agio e senza stress.
Tecnica, talento e creativitÃ
L'elmo di don Chisciotte. Contro la mitologia della creatività di Stefano Bartezzaghi è un librino un po' dispersivo, lo ammette anche il suo autore. Ha parti noiosette, dove ho saltarellato, e altre più felici, soprattutto verso la fine, dove il libro decisamente prende quota.
La tesi non è certo nuova, anzi ormai ampiamente condivisa: la creatività si coltiva, non arriva all'improvviso dalla musa ispiratrice. I tanti esempi invece sono freschi e Bartezzaghi sa intrattenere: stamattina, in un treno pieno di chiacchieroni e di telefonini squillanti, è riuscito a isolarmi per un paio d'ore da tutto quello che avevo intorno.
Ho chiosato parecchio, ma una delle cose che più mi sono piaciute è l'idea che "qualsiasi abilità tecnica è di per sé una fonte autonoma di creatività".
Se Geppetto non fosse stato un bravo falegname non gli sarebbe neppure venuto in mente di costruire un burattino che sapesse muoversi e parlare. Non penso che Leonardo da Vinci abbia acquisito le sue capacità tecniche perché avesse in mente la Gioconda e non sapesse come dipingerla, né che Leopardi avesse in qualche modo in mente "L'infinito" prima di sapere come comporlo. Penso piuttosto a quella frase che ho sentito attribuire a Vittorio De Sica: "La differenza fra chi è e chi non è italiano è che un italiano può mangiare un piatto di spaghetti pensando ad altro".
Fino a quando l'espletamento di una pratica ci impegna a fondo non possiamo uscirne: siamo dentro a un discorso che ha un senso solo, e inesorabile. Siamo Geppetto che pialla con attenzione per fare un mobile; siamo Leopardi che sta attento alla consecutio temporum; siamo John Coltrane che cerca di non sbagliare a leggere le note sul primo spartito che gli ha fornito il direttore della band; siamo un tedesco alle prese con il suo primo piatto di spaghetti. Quando la tecnica non ci dà più alcuna preoccupazione, possiamo pensare ad altro. A costruire un burattino fenomenale, a scrivere in rima, a usare note che sino a quel momento sono state considerate dissonanti, a cosa ordinare come secondo piatto.
La creatività, quindi, è una funzione diretta non del nostro inconscio bensì delle nostre capacità tecniche. Non va confusa con il talento, che è ciò che fa sì che Leopardi abbia impiegato pochissimi anni per diventare un grande scrittore o che Giotto da bambino disegnasse, secondo la leggenda, cerchi perfetti. Nella nostra era non c'è una forte retorica del talento perché il talento è considerato innato e non si può acquisire; bensì c'è una retorica della creatività proprio perché la creatività si può vendere come surrogato a coloro che sanno o temono di non avere talento.
La differenza è che senza tecnica il talento c'è ma non va avanti; senza tecnica la creatività non incomincia neppure, proprio non c'è.
Editing corale
Leggere ad alta voce ci fa riscoprire la fisicità delle parole. Leggere con i polmoni e col diaframma, con la lingua e con le labbra è ben diverso dal leggere con i soli occhi. Il linguaggio diventa una parte del corpo, e forse è per questo che c’è sempre una strana tenerezza, quasi una qualità erotica, in quelle scene di lettura ad alta voce, in compagnia, che incontriamo spesso nei romanzi di fine settecento. Le parole non sono solo parole. Sono mente e respiro della persona che legge, la sua anima persino.
L’articolo del New York Times di qualche giorno fa (Some Thoughts on the Lost Art of Reading Aloud), da cui è tratto questo brano, metteva a confronto l’ascolto solitario di oggi – musica, podcast e audiolibri – con due auricolari che ci separano dal mondo e le letture collettive che si sono fatte per secoli, schierandosi naturalmente per le seconde.
In realtà che la lettura ad alta voce sia qualcosa di magico lo sappiamo e lo sperimentiamo benissimo anche oggi, altrimenti noi romani non ci sobbarcheremmo della fatica di correre alla Basilica di Massenzio due ore prima, metterci in fila con pazienza e poi trovarci un posticino per terra pur di ascoltare uno scrittore che legge, magari pure in un’altra lingua.
Per uno scrittore professionale la lettura ad alta voce non sarà proprio magica, ma utilissima sì. Ci pensavo in questi giorni, in cui ho passato molte ore in aula, sia a scrivere sia a leggere.
Quando ho cominciato a tenere laboratori di scrittura consideravo la lettura ad alta voce una specie di ripiego: stampare i testi di tutti per rivederli e correggerli era troppo laborioso e faceva perdere un sacco di tempo. Così ho optato per la lettura ad alta voce, che considero oggi la forma più bella e coinvolgente di editing collettivo. Da sola l’ho sempre adottata, ma in gruppo è tutta un’altra cosa. Estenuante ma formativa, anche per chi insegna.
Ci accorgiamo non tanto e non solo degli errori più grossolani come la sintassi complicata, ma soprattutto di quelli sottili, che così facilmente sfuggono all’occhio: le allitterazioni e le ripetizioni fastidiose, l’ordine goffo delle parole, l’inciso che si può spostare, i cliché e le ovvietà da eliminare, le parole ridicole da pronunciare, la rigidità dello stile. Se il testo corre e fluisce come un fiume tranquillo, precipita come una cascata, saltella come un ruscello, è contenuto nei muri di una diga o si esaurisce in un povero rivoletto, è soprattutto il suono a dirtelo.
Il comunicato stampa in tv
A due settimane dal suo pezzo sulle email kamikaze, Beppe Severgnini passa al comunicato stampa.
Domani, giovedì 21 maggio alle 15, su Corriere TV appuntamento in diretta per discutere su Come scrivere un pessimo comunicato stampa.
I comunicati stampa sono morti, vivi, diversi da qualche anno fa? Dopo tanto parlare di rich media press release, social media news release, nuovi template, online writing, la verità è che nelle nostre caselle di posta ogni giorno continuano ad arrivare dei mostri pronti per il cestino.
In studio con Severgnini, due amiche del MdS: Annamaria Testa e Mariella Governo. Non perdiamocele.
Angelico polimaterico
Tutta l'arte mi interessa, ma il mio amore va soprattutto alla pittura. L'ho sempre saputo, ma scorrendo i post di Forme e colori di questi sei anni di blog mi accorgo di aver scritto esclusivamente di pittori.
Ad affascinarmi credo sia sempre quel miracolo di riuscire a schiacciare in uno spessore di pochi millimetri interi mondi e visioni del mondo. Ti affacci alla cornice e in quella superficie bidimensionale c'è di tutto. Stamattina, ai Musei Capitolini, affacciarmi dentro le cornici dorate dei quadri del Beato Angelico è stata un'emozione forte e un po' inaspettata.
La sua opera la conosco bene e l'ho amata fin da bambina, quando ho visitato una dopo l'altra le celle affrescate del convento di San Marco a Firenze. Ma oggi i quadri del frate domenicano mi sono sembrati contenere talmente tante cose, che ogni tappa della piccola ma imperdibile mostra è diventata lunghissima.
La più lunga di fronte all'Annunciazione di San Giovanni Valdarno.

(cliccate sull'immagine per un'immagine grande, tutta da esplorare)
L'oro del tardogotico e le lesene di marmo dell'arte classica.
Lo spazio celeste della volta e lo spazio umano di una casa fiorentina del quattrocento con la sua cassapanca e la pelle di vaio attaccata alla parete a mo' di riscaldamento.
L'architettura contemporanea e lo spazio denso di natura e di verde che si apre sulla sinistra.
Il peccato dell'umanità con la cacciata di Adamo ed Eva in alto a sinistra e la sua salvezza con l'annuncio della nascita di Cristo.
Il soprannaturale dello spirito santo e l'umanità profonda della vergine ragazza che incrocia lo sguardo dell'angelo e le braccia sul petto in segno di saluto, mentre il libretto che stava leggendo le cade in grembo.
Un inedito (per me) Angelico polimaterico: lo smalto lucente della pittura a olio nelle foglie e nei fiori, le ali dell'angelo dove le pennellate sembrano sollevarsi come piume, il rilievo dell'oro sull'abito dell'angelo, i peli della pelliccia dietro la vergine e soprattutto lo sfumato dei pannelli di marmo che tappezzano tutta la stanza, un incanto informale di colore e luce che avrebbe incantato un grande astrattista del novecento, Mark Rothko.
La mostra Beato Angelico. L'alba del rinascimento su Flickr >>
Leva e metti
Uno degli esercizi di editing che impongo sempre a me stessa (e agli altri) è quello di imparare a togliere in un testo tutto quello che non serve e che si scrive per puro automatismo.
Un esempio classico è quello che riguarda tempi e date:
- nel corso del corrente anno > nel 2009
- durante l'anno appena trascorso > nel 2008
- l'evento si svolgerà nel giorni 20-21-22 giugno p.v. dalle ore 9.00 alle ore 17.30 > l'evento si svolgerà dal 20 al 22 giugno, dalle 9 alle 17.30
- vi aspettiamo il giorno 31 maggio p.v. > vi aspettiamo il 31 maggio
Delle parole "giorno", "ora", "mese", "anno" possiamo spesso - quasi sempre - fare a meno -.
Le date in questione, liberate da parole a contorno e dagli orrendi p.v. (se la data è prossima e imminente non ce n'è bisogno, altrimenti meglio l'anno), si vedranno molto meglio, cosa utilissima nel caso di scadenze e date importanti da cogliere al primo sguardo e ricordare.
Ma togliere non serve solo a far risaltare quello che resta. Ci permette anche di aggiungere qualcosa in più. Io ho imparato a mettere il giorno della settimana, elemento trascuratissimo ma molto utile quando bisogna decidere al volo se siamo liberi per una certa data:
- il convegno si svolgerà martedì 26 maggio, dalle 9 alle 17.30.
Genova per me
Dopo un'intensa maratona formativa, sono in attesa in aeroporto e come ogni volta che lascio questa città mi chiedo perché mi dispiace così tanto andar via.
Forse perché devo a Genova - io viaggiatrice superpianificata - l'aver finalmente imparato a perdermi, come ho poi fatto anche in altre città.
La mia prima esplorazione dei carrugi - senza cartina, senza guida e senza orologio - mi ha lasciato dentro una nostalgia strana, come quei sogni dai quali al mattino ti svegli con la certezza di aver vissuto qualcosa di importante e di unico, da annotare subito per non dimenticare.
Se il mondo fosse un villaggio di 100 persone...
... solo 52 sarebbero libere. Le altre 48 non potrebbero parlare o agire a causa della loro religione o delle loro idee.

Il graphic designer londinese Toby Ng Kwong To di poster come questo ne ha realizzati 20, tutti su temi cruciali del nostro tempo. Paura, acqua, cibo, energia, computer...
Da 6 miliardi a 100 persone, un'immagine semplice, due numeri e tre righe di testo. Basta.
(Grazie a Dan Heath che lo ha segnalato).
Sul tappeto volante
Quando abbordo progetti testuali nuovi, su temi che conosco poco o per i quali devo leggere e studiare tante cose diverse, disegnare una mappa mentale mi aiuta.
Passare un bel po' di tempo davanti un foglio A3 a organizzare i contenuti pian piano e a delinearli uno per uno, scegliendo non solo le parole ma anche le forme e i colori, significa digerirli e farli davvero miei. Abbracciare tutto con lo sguardo rende poi la complessità molto più semplice ai miei occhi. Scrivere segue con naturalezza.
Quando qualche mese fa ho dovuto scrivere il breve testo di presentazione di NODUS, sono partita da molti materiali eterogenei: appunti e discorsi del mio committente Andrea Galimberti, bio di designer, e soprattutto tantissime immagini da guardare. Il testo finale però non poteva superare le due cartelle.
Avevo appena fatto il mio laboratorio di mappe mentali, per cui un pomeriggio mi sono messa con santa pazienza a disegnare quello che man mano leggevo e imparavo su questo innovativo progetto di tappeti unici ideati dai maggiori designer e architetti italiani e tessuti in sei diversi paesi asiatici.
Ora che il progetto è stato lanciato al Salone del Mobile di Milano ho chiesto ad Andrea il permesso di condividere la mappa sul blog. Eccola (se ci cliccate su potete scaricarla in formato più grande):

Ed ecco il testo di presentazione di NODUS scritto a partire dalla mappa.
Quando poco fa l'ho riletto, ho riflettuto a come sia importante partire dall'abbondanza, soprattutto per scrivere testi brevi.
Almeno per me, a più contenuti, suggestioni e idee posso attingere, migliori le sintesi.
Poco appropriato
Vabbè che la RAI vuole far sentire sommamente colpevole chi non paga il canone, ma la pagina del sito dedicata agli abbonamenti che mi ha segnalato Mariella Governo fa venire i brividi.
L'abbonamento riguarda la "detenzione" nell’ambito familiare (abitazione privata) di uno
o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive.
"Detenzione" come quella delle sostanze stupefacenti e delle armi da fuoco. Strani scherzi delle nominalizzazioni (sostantivi al posto di verbi per esprimere azioni, usati soprattutto nel linguaggio burocratico, quali "espletamento", "svolgimento", "invio", "stipulazione").
Questo mi ha ricordato quante parole ho trovato ultimamente in siti e brochure aziendali che non sono sbagliate in sé, ma lo sono rispetto al contesto, soprattutto perché evocano qualcosa d'altro, quasi sempre qualcosa di negativo. Eppure gli autori sembrano non accorgersene.
Sono abbastanza per farne un post, anche perché così non me ne dimentico.
L'escalation del fatturato per esempio, come quella del terrorismo.
Le avvertenze sulla home page di una pregevole e utile banca dati, come se si trattasse di un posto pieno di pericoli ed effetti collaterali.
Al posto del coinvolgimento, l'ingaggio, termine - mi sono accorta - sempre più caro alle direzioni Risorse Umane, ma che sui giornali ricorre soprattutto nelle nuove guerre e soprattutto quando per sbaglio si spara a qualcuno.
Incombenza invece del tradizionale e semplice "compito" (le incombenze assegnate): in genere sono i pericoli e le ombre a incombere...
... per non parlare dell'onnipresente sfruttamento (lo sfruttamento di tutte le potenzialità dei nuovi media) e dell'arsenale bellicoso del linguaggio del marketing che ancora non molla la presa, dal fronte al concorrenza o all'approccio aggressivi.
PS Mentre cercavo una buona definizione di "nominalizzazione" mi sono imbattuta in questa ottima pagina del sito della casa editrice Il Pensiero Scientifico. Tutta la sezione Scrivere si riferisce all'inglese medico, ma contiene osservazioni e consigli molto ben formulati e utili a tutti, qualsiasi cosa si scriva in ambito professionale.



Rss