link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
mercoledì, febbraio 02, 2005
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Citando Citati. "Malgrado le apparenze, gli italiani non usano parole come pane, vino, religione, laicismo, tasse, zucchero, terrorismo, tram, sciopero, padre, madre, carciofo, pomodoro, panettone, maremoto, Dio, amore, malinconia, morte. Non credete alle vostre orecchie ingannevoli: queste parole non si ascoltano mai. Gli italiani amano (o amavano) soltanto due locuzioni avverbiali: E QUANT'ALTRO e IN QUALCHE MODO." E' l'incipit dell'articolo di Pietro Citati sulla pagina culturale centrale di Repubblica di oggi. Un articolo profondo e arguto sulle nostre cattive abitudini di parlanti che si innamorano delle espressioni vuote e lunghe, ma non sanno più - o hanno paura di - usare le parole semplici della vita. Da quelle concrete e quotidiane a quelle delle emozioni e dei sentimenti. E' un tema che mi oggi mi tocca particolarmente, come passare il succo di limone sulla mia pelle graffiata di editor aziendale che in questi giorni non vede che documenti in cui le parole rappresentano solo se stesse, con labili legami alle cose e alle idee. E se nella lingua parlata le espressioni "estenuate e livide dalla noia" possono costituire stampelle per procedere oltre, nei testi scritti - che si possono rivedere, tagliare e correggere - sono un peccato mortale, commesso per ignoranza od omissione, ma qualche volta anche con lucida consapevolezza.