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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


martedì, aprile 22, 2008

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La terza voce.
Si parla tanto della necessità che le aziende trovino una loro inconfondibile voce sul web, in particolare nella
"parte abitata della rete" , dove possono dialogare direttamente con i consumatori.
Sul libro Internet P.R. di Marco Massarotto che ho appena finito di leggere ho trovato una bella definizione delle diverse voci aziendali. Cito testualmente:

  • una istituzionale, corporate, quella dei comunicato stampa, dei bilanci, dei convegni. E' una voce che tende a essere abbastanza simile per tutte le aziende, specialmente quelle dello stesso settore.
  • una comunicazionale, astratta, unica. E' la lingua delle pubblicità, degli spot, delle campagne. E' la lingua della marca, una costruzione alchemica per dar voce a un'entità astratta. E' una lingua nata di notte nelle agenzie di pubblicità con un infinito lavoro di cesello di copywriter e direttori creativi che, come orafi, cercano la frase perfetta. E' una voce pensata per essere recitata da attori professionisti che "impersonano" la marca, pensata per sedurre in trenta secondi, per vendere in cinque righe. Una voce importantissima, perché è quella con cui la gente conosce (e riconosce) l'azienda.
  • Su Internet occorre trovare una terza voce, relazionale. Una voce che preveda risposte, dialogo, conversazione. Una voce che non deve essere interpretata, recitata, ma che deve essere come le milioni di voci con cui andrà a conversare: vera, diretta, varia. Potrà essere quella di una persona o di un team, che dovranno saper trovare un tono di voce, saperlo tenere, saper rispondere a domande impreviste sempre con quello stesso tono di voce.
    Solo così si riuscirà a costruire un sistema di relazioni con le persone e a rispettare le esigenze di riconoscibilità, di identità di un'azienda.

Internet P.R. è anche un blog dove la conversazione continua.

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libri, web writing, brand

lunedì, aprile 07, 2008

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Il Gotham di Obama.
Sul New York Times del 2 aprile scorso è stato pubblicato un articolo molto interessante sul lettering usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: To the Letter Born. La sua campagna, secondo Brian Collins, art director intervistato dal quotidiano, è un capolavoro di attenzione e accuratezza visiva.
Proprio perché quella di Obama è la prima vera campagna transmediale - che corre sui cellulari, device mobili, siti web, email, social network, iPod, portatili, così come sui media più tradizionali - il suo staff di comunicatori ha puntato fortemente sul visual design come elemento unificante.
Il font è il
Gotham, dalle qualità ossimoriche e per questo così popolare. Ha una semplicità squadrata e geometrica, eppure è caldo. Solido, ma amichevole. Moderno, ma familiare. 
Un font, come il logo rosso e blu, scelto per disegnare un orizzonte
che possa includere più persone possibili.

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brand, forme e colori

venerdì, febbraio 01, 2008

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Chi complica, sbaglia.
Lo afferma Mafe nel suo No Logo della settimana su Punto Informatico. E io condivido.

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brand

sabato, gennaio 12, 2008

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Minuscolo rosso.
Mentre i siti e le brochure nostrane ancora pullulano di parole con l'iniziale maiuscola (Cliente, Prodotto, Servizio, Valori, Gennaio...) senza alcuna buona ragione per la loro "capitalizzazione", il minuscolo viene sempre più visto come una delle chiavi per rendere testi e soprattutto marche più amichevoli e vicine.
Esemplare è il caso di Xerox, la più famosa azienda di macchine fotocopiatrici al mondo. Talmente famosa che to xerox in inglese è ormai sinonimo di fotocopiare, come to google di fare ricerche sul web.
Il problema, negli ultimi tempi, stava proprio qui: nel cambiare la percezione dell'azienda, staccarla dalla pesantezza delle macchine e farla librare nei cieli più leggeri dei servizi, del web, della televisione digitale.
Tutta questione di forme, di colori, di sguardi.
Interbrand, il colosso mondiale del branding, lungo due anni e con un budget stratosferico, ha intervistato 5.000 persone in tutto il mondo sulle loro associazioni con l'immagine di xerox.
Il risultato è il nuovo logo, svelato solennemente qualche giorno fa:

Tutto minuscolo, un font proprietario morbido e tondeggiante, un rosso più acceso (nei mercati asiatici il rosso è colore della fortuna e della prosperità), una pallina che riporta la famosa X in un giocoso gomitolo.

Ne ha parlato anche il NYT >>

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brand

domenica, dicembre 16, 2007

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Cosa sprigiona un semplice nome.
Come tutti, in questi giorni prenatalizi ho meno tempo per leggere, navigare e scrivere sul blog.
Vi do comunque qualcosa da leggere: il capitolo sul naming che ho scritto per Scrivere di De Agostini.
Un tema che mi ha sempre affascinata e che sta diventando importante anche per gli scrittori professionali.

PS Ho anche aggiunto un po' di libri alla mia libreria su Anobii (tutta dedicata alla scrittura e alla comunicazione).

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ferri del mestiere, brand

giovedì, novembre 15, 2007

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Va' dove ti porta il titolo.
Solo qualche giorno fa, quando ho visto una pila di libri che faceva concorrenza alla mia modesta altezza, ho saputo che uno dei libri più venduti in Italia in questo periodo si intitola Il metodo antistronzi.
Sfogliandolo mi è venuto da ridere perché a una prima occhiata il contenuto mi è sembrato più serio del titolo. Ma senza quel titolo, il libro probabilmente se ne starebbe rintanato nello scaffale Management e non troneggerebbe sulla colonna da centinaia di copie.
La cosa mi è tornata in mente poco fa leggendo l'ultimo post di Bad Language. L'autore, il copy londinese Matthew Stibbe, vorrebbe scrivere un libro, ma a modo suo, mentre tutti gli editori vogliono il cosiddetto libro Big Idea. Cos'è? Lo racconta uno spassosissimo articolo di Wired.
Il libro Big Idea è quello che lancia una nuova idea, un nuovo modo di vedere le cose. Per esempio Il mondo è piatto, The long tail, La mucca viola, A whole new mind, Naked Conversations, The tipping point, Made to stick, Wikinomics, Everything is miscellaneous.
Sono libri quasi sempre ottimi e interessanti, ma devono la loro fortuna anche a titoli, sottotitoli e copertine azzeccatissimi.
I redattori di Wired propongono il gioco di inventarsi la confezione del libro Big Idea senza il contenuto. Con la combinazione anche casuale di elementi trendy e preconfezionati.
Per esempio, il titolo, che deve combinare l'idea-teoria con un nuovo termine: Meta-Money, Folksmeme, Community of Multitudes.
Il sottotitolo è fondamentale per spiegare un po' meglio la Big Idea: il generatore casuale a me ha dato How hidden wisdom transforms the marketplace.
Un paio di esempi veri, dai sottotitoli ritmici e geniali: Why some ideas survive and others die (Made to stick dei fratelli Heath), A little book that teaches you when to quit and when to stick (The dip, di Seth Godin).
E infine la quarta di copertina, l'abstract per i giornalisti: Permanent changes driven by profound ideas and desires remade everything è quello toccato a me.

PS Un libro Big Idea ha sempre l'autore in fondo, mai banalmente in cima.

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libri, brand

sabato, ottobre 20, 2007

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Dalle figlie alle stelle.
Seguo sempre con enorme interesse il ruolo delle parole scritte nel branding delle grandi aziende, soprattutto attraverso il blog Name Wire, la mia enciclopedia quotidiana sul naming.
Le ultime novità riguardano Mercedes Benz, che il prossimo 1 novembre, dopo 18 anni, cambia la propria brand identity.
La stella, che da sempre identifica la Mercedes, rimane l'elemento forte di continuità: il payoff diventa infatti The Star always shines from above, la stella splende sempre dall'alto. Un testo che si richiama direttamente al visual, che allarga la l'orizzonte sia attraverso un verbo caldo, espansivo, illuminante, sia alzando quella stella direttamente nel cielo a indicare il posizionamento dell'azienda sul mercato, sia i vantaggi sui clienti.
Tutto quel bel susseguirsi di S asseconda inoltre il senso di leggerezza, velocità ed energia.
La cosa interessante - come sottolinea nel comunicato stampa la casa automobilistica tedesca - è che marchio e payoff non saranno mai fisicamente contigui, ma la stella dovrà sempre dominare "dall'alto" su tutti i messaggi, sia testuali sia visuali nella successione stella > messaggio > payoff.
La nuova brand identity riguarderà tutta la comunicazione, che anche visivamente non avrà come oggetto soltanto le automobili, ma anche architetture, persone e paesaggi.

PS Oggi nomi e payoff sono il risultato di raffinatissime strategie. Invece alla fine dell'800 a battezzare la Mercedes fu uno dei più entusiasti rappresentanti della neonata azienda, che commercializzò in tutta Europa la prima automobile con il nome della sua bambina, Mercedes.

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brand

martedì, ottobre 16, 2007

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Radio Famiglia meglio del blog. 
Si parla oggi quasi eclusivamente del corporate blog come strumento di relazione più personale, caldo e coinvolgente tra le aziende e i clienti.
Ma c'è anche chi percorre altre strade, e con molto successo.
E' il caso di Whirlpool, che ormai da tre anni produce e distribuisce online sul suo sito i podcast della serie The American Family. Vere e proprie trasmissioni radiofoniche, una alla settimana, condotte da un noto giornalista, con interviste a persone reali ed esperti.
I temi sono quelli della quotidianità della famiglia, il target dei prodotti Whirlpool: muoversi nel labirinto delle polizze assicurative, organizzare una riunione di famiglia, i pannelli solari, le spese al rientro a scuola, suggerimenti per le vacanze, gestione del tempo.
Non si parla mai dei prodotti, il nome dell'azienda viene ricordato solo all'inizio e alla fine. Si avvicina il cliente senza stargli addosso.
I download sono moltissimi e si capisce: il blog aziendale te lo devi leggere al pc, il podcast - se ti interessa - lo scarichi e lo ascolti quando vuoi, anche in metropolitana.
A cominciare è stata la responsabile della comunicazione, che all'inizio li registrava a casa sua. "In theory, you only need a high-quality microphone, an MP3 recorder and a connection to your phone (to record interviews) to create a podcast." afferma il responsabile del servizio in un articolo uscito sul sito di Ragan.
Molto in teoria, perché produrre un buon podcast di oltre mezz'ora come quelli di Whirlpool ci vogliono tanta progettazione e tanta buona scrittura, piena di ritmo, con uno stile semplice, diretto e coinvolgente.
A proposito di scrittura: gioverebbe molto ai podcast di The American Family un bel abstract e delle note sul contenuto. I titoli sono belli, i tempi lunghi: sarebbe bello anche avere un assaggio su cosa si va ad ascoltare.

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web writing, brand

lunedì, luglio 16, 2007

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Vostro.
Siamo ormai abituati all'onnipresenza dell'inglese, soprattutto nel settore delle tecnologie. Invece uno dei maggiori produttori di computer d'oltreoceano, Dell, ha scelto l'italiano per battezzare la sua nuova linea di pc portatili. Si chiama Vostro.
Così spiega la scelta
Namewire, bellissimo blog sul naming:

  • come molte parole italiane, suona energico e di qualità
  • in italiano, sai sempre qual è la pronuncia giusta
  • il significato si lega con grazia alla attuale tendenza verso i pronomi possessivi, come MySpace and YouTube
  • è in perfetta sintonia con l'approccio di vendita di Dell: assemblati da solo il tuo computer.

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lingua italiana, brand

lunedì, aprile 16, 2007

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La giornata del brand.
Il lunedì per me è la giornata del brand. Mi arrivano infatti puntualissime -spaccano l'ora - due ottime newsletter su questo tema.
La
prima arriverà ad altre decine di migliaia di persone, perché la manda la più grande azienda di branding a livello mondiale, Interbrand.
La seconda mi arriva da Bucarest: è più semplice della prima, niente documenti, solo pochi link, ma di grandissima qualità, ai migliori siti e articoli a livello mondiale. Dimenticavo: i rumeni di Grapefruit ogni settimana la scrivono in inglese. Non conosco ancora un'azienda italiana (patria del design, della moda, eccetera eccetera) che faccia altrettanto (a parte Benettontalk, che però è altra cosa).
Su Brandchannel ho trovato un articolo molto interessante sul
branding delle aziende di tecnologia, quelle famose aziende B2B le cui tecnologie sono tutte uguali (commodities, se si vuole parlare marketing-forbito). 
Il consiglio n°1: non solo vendere prodotti, ma condividere idee, ricerche, opinioni sul mercato (la famosa "economia del dono" arriva anche qui"). Come? Con la promozione di community su particolari temi, corporate blog, partecipazione alle fiere specializzate dove si va ormai non per comprare ma per sniffare l'aria e prendere contatti, comunicando bene e di continuo con le proprie persone, elaborando uno stile unico e inconfondibile quando si parla (o si scrive) con i clienti.

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brand

mercoledì, febbraio 21, 2007

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A caldo.
(Loghi che lasciano il segno).

Il brand dei luoghi e dei paesi è un tema che mi ha sempre presa molto, tanto che ne ho scritto qualche volta anche in questo blog. Aspettavo quindi con parecchia curiosità l'annunciato nuovo logo dell'Italia, realizzato dal colosso del branding Landor.
Ora finalmente c'è e ho voluto vedere subito che effetto mi facesse, al di là delle mille spiegazioni e interpretazioni che seguiranno.
Difficile e delicato giudicare un logo così, su due piedi. Perché c'è una prima impressione, ma c'è anche una sua tenuta, durata e maturazione nel tempo, man mano che si diffonde ed entra in relazione con noi. Sarà quindi il tempo a dirci se, al di là dei gusti personali, si tratta di un logo "riuscito".
Per ora, i commenti negativi e anche un po' volgarucci si sprecano, cosa inevitabile e probabilmente messa in conto dai creativi di Landor, vista la scelta abbastanza decisa verso quella buffa bananina verde, che catalizza immediatamente lo sguardo (mi aspetto a breve anche il commento "il paese delle banane".)
A me, il logo è sembrato soprattutto algido. Nitore, ordine, pulizia... ma non ti scalda.
Non ci avranno voluto mettere dentro troppe cose, come sembra confermare la breve spiegazione sul sito di Palazzo Chigi?
Un simbolo duplice, dove convivono maschile e femminile, passato e futuro, serietà e ironia, stabilità e movimento, razionalità e fantasia, dovere e piacere.
Con questa operazione si vuole trasmettere il progetto di un Paese più affidabile e responsabile, ma sempre connotato da eleganza, creatività, flessibilità e vitalità.
Un Paese capace di evolvere e guardare al futuro senza cancellare i tratti migliori della sua identità.

Insomma tutto.
E' pur vero che il logo di una nazione deve in qualche modo contenerla tutta, però in genere c'è uno spunto, una piccola fascinazione, un minuscolo varco creativo che ti fa sentire il tutto: Incredible !ndia, l'invito-nostalgia del Nepal, il trifoglio irlandese, la pennellata di Mirò o il neologismo di Seattle...
Ma è pur vero che con un brand bisogna prima fare amicizia. Diamoci il tempo.

PS
Se il tema del country branding vi interessa, sfogliate l'album che Futurebrand ha dedicato al Country Brand Index 2006. Una bellissima pubblicazione, con la carrellata dei loghi dei paesi del mondo.

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brand

martedì, febbraio 20, 2007

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Soluzioni: ne abbiamo abbastanza.
Dieci o quindici anni fa, potevi ancora affermare il tuo brand puntando sulla parola "soluzione". Allora, "soluzione" era un modo fresco e inedito per rivolgersi direttamente alle esigenze del cliente.
Nel 2000, il termine cominciava a usurarsi. Oggi è morto, deprivato di ogni capacità di rappresentare e differenziare minimamente un brand.
Inizia così un articolo di Mike Stefaniak, appena pubblicato su BtoB Magazine, dedicato alla comunicazione delle aziende business-to-business.
Così, mentre andiamo velocemente verso l'economia delle soluzioni, anche questa parola se ne va in soffitta, dopo aver perso tutta la sua forza.
Stefaniak fa l'esempio di un campione del branding, il colosso della logistica UPS, che non parla né di logistica, né di consegna, né di pacchi, ma si differenzia per quello che visivamente salta agli occhi di tutti:
"What can brown do for you?"
Brown come gli inconfondibili camioncini.

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brand

martedì, gennaio 16, 2007

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Battesimi.
Francesca Benvenuto, autrice di Cosa fai? Copy! ha ripreso a bloggare e lo fa alla grande con una delle sue interviste, la sesta, dedicata a un tema che mi affascina da sempre,
il naming. L'intervistato è il copywriter Alberto Cellotto.
E proprio stasera su uno dei miei
blog preferiti è apparso un post sui programmi di naming automatico, quelli in cui inserisci un po' di parole chiave e ti vengono fuori, randomicamente e come in frullatore, delle proposte piuttosto folli, che a volte riescono però a darti una suggestione, uno spunto di suono, un matrimonio riuscito tra parole impossibili. 
Tentar non nuoce, e il generatore di nomi per il web.2 ha il pregio di snocciolarvi quelle che sono oggi le tendenze del naming, dalle parole con le vocali al minimo (vedi Flickr) a quelle che giocano sulle lettere notoriamente difficili, il trio Y-Q-Z per esempio.

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web writing, brand

giovedì, novembre 09, 2006

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I confini delle parole difficili.
In questi giorni sto studiando e riflettendo sul tema della scrittura in rapporto al brand.
Considero "brand" un termine per niente semplice e mi sto impegnando a capire come spiegarlo in un contesto molto divulgativo, al di fuori del mondo della comunicazione.
Un esercizio che trovo sempre utilissimo: come lo spiegheresti a un bambino di 5 anni? e a tua nonna (le nonne di una volta ovviamente, non quelle internettiane di oggi)?
In genere mi aiuta a sbrogliare matasse, a superare impasse, a vedere le cose da un altro punto di vista e quindi - quasi sempre - a trovare un linguaggio più fresco e meno scontato.
Nel mezzo delle mie elucubrazioni, faccio una puntata su un famoso sito che vende elettronica di consumo. Alla ricerca della macchina digitale che mi è stata consigliata, incontro la parola "brand" dove meno me l'aspetto. "Seleziona il brand", cioè scegli tra Canon, Sony, ecc. Insomma, la marca.
Capirà il navigatore medio, mi sono chiesta? Sarà una raffinatezza del webmaster o webcopy, per scrivere qualcosa di più trendy? O sono io che sono rimasta indietro, e "brand" è entrato nel linguaggio comune?
Non ho sciolto il mio dubbio, ma dove stai portando il navigatore verso una scelta d'acquisto, penso che più sei chiaro e semplice, meglio è.
Tanto più dove vendi phon, computer e macchine digitali, non un abito di Armani o una lampada di Artemide.

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web writing, brand

martedì, novembre 07, 2006

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La vita di ogni impresa è una storia.
Ci mettiamo la faccia tutti i giorni!Il titolo di questo post è il sottotitolo del libro Ci mettiamo la faccia tutti i giorni! (Apogeo, 10 euro), che racconta in parole e immagini la storia vera di un'azienda e delle persone che ci lavorano. E' Tele Sistemi Ferroviari, un'azienda che conosco bene, fin dalle sue origini, più di dieci anni fa. E' per questo che scrivo "vera".
Non saprei definire questo libro, che si sfoglia come un libro, ma si legge e si guarda come un sito web. Che parla di tutto, tranne che di mercato dei trasporti e dei prodotti aziendali: ci sono il cinema, il teatro, la musica, i graffiti, la filosofia e la letteratura, la montagna e persino l'agricoltura.
Forse è una brochure, forse un album, di sicuro è un racconto di ciò che le persone hanno vissuto, fatto, scritto, pensato (cantato e danzato) negli ultimi anni.
La rivoluzione del linguaggio è immediata ed evidente, ma altrettanto evidente è il suo essere solo una conseguenza di una rivoluzione che ha coinvolto l'azienda in maniera profonda e a tutti i livelli. Rivoluzione che può avvenire davvero solo se si parte non dalle grandi strategie di comunicazione e di motivazione del personale, dalle mission e dalle vision, ma dal contributo di idee che ognuno può dare. Non dall'ordine dei piani, ma dalle crisi, dal caos e dal disordine, scomodi e difficili ma veri e vitali.
Solo allora, l'azienda parla "naturalmente" il linguaggio delle persone: dentro e fuori, dipendenti e clienti, non c'è più tutta questa differenza.
Guardo questo libro allegro e coloratissimo, con le sue ben 150 pagine, e mi rendo conto di quanto siano ormai anacronistiche e vuote tutte le elucubrazioni di noi comunicatori su brevità e lunghezze, stili di carta e stili di web.
Viviamo un bellissimo momento di contaminazioni: la parola scritta può diventare rarefatta sullo schermo, e poi espandersi, riprendere fiato e ricchezza sulle pagine di un libro.
Per chi voglia conoscere la storia piuttosto unica di Tele Sistemi Ferroviari, l'appuntamento è a Roma alla
libreria Mondadori di via Piave, lunedì prossimo 13 novembre alle 18. A raccontarla ci saranno anche l'AD Beppe Carrella e le curatrici del libro Barbara Parmeggiani e Carmela De Michele.

I musical di TSF >>

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libri, brand

martedì, ottobre 24, 2006

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Scivolose e costose parole.
Venerdì scorso è stato reso pubblico il nuovo brand turistico di Seattle, costato 16
www.metronatural.commesi di lavoro e 200.000 dollari (altri 300.000 verranno spesi nei prossimi mesi in operazioni di marketing).
Una sola parola, che ha deluso moltissimo le aspettative, stando alle polemiche che si sono scatenate sui blog: metronatural.
"Un aeroporto dove acquistare banane biologiche."
"Un campo nudisti in piena città."
"Metro che? Metrosexual?"
sono solo alcuni dei commenti.
L'idea alla base di metronatural, cioè che Seattle offra il meglio di due mondi, quello della metropoli e quello della natura, non sembra essere passata.
Peccato, perché questa costosa operazione voleva superare un altro flop, il SayWa dello stato di Washington, di cui Seattle è la capitale.
Tutte lezioni utili per il nostro brand Italia, in preparazione.

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brand

lunedì, settembre 25, 2006

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Venghino signori, venghino in Regione.

Valle d'Aosta
E' bella sempre.
Piemonte
ll Piemonte scopritelo adesso.
Lombardia
Lombardia: attrazione fatale.
Trentino
Sopra le aspettative.
Alto Adige
Alto Adige... tante vacanze in una.
Veneto
Tra la terra e il cielo.
Friuli Venezia Giulia
Ospiti di gente unica.
Liguria
Liguria terradamare.
Umbria
Il cuore verde dell'Italia.
Lazio
Duemila anni di vacanze.
Marche
L'Italia in una regione.
Abruzzo
Tutta la tua natura.
Molise
Cuore verde dell'Italia.
Campania
Una terra alla luce del sole.
Basilicata
Qualità e natura.
Sardegna
Quasi un continente.
Sicilia
Una terra che racconta.
 

Sono i payoff dei portali turistici delle Regioni italiane, riportati ieri dal Sole 24 Ore a integrazione di una ricerca appena conclusa da Studio Ambrosetti.
Mentre il portale nazionale è "in fase di realizzazione" e tutti i paesi del mondo - anche i più poveri e piccoli - si attrezzano per dare forma ed espressione al loro brand, l'Italia fa di tutto per scoraggiare i turisti. Anche con le parole.
Ognuno parla per sé: molti con inviti di una genericità sconcertante, due con un payoff praticamente simile, pochi davvero belli.


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brand

mercoledì, settembre 13, 2006

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Vocali perse in corsa.
Sarà l'influsso della lingua degli SMS, così siglata e sincopata, sarà che nomi di dominio liberi non ce ne sono proprio più, ma crescono i nomi di prodotti, servizi e aziende che fanno a meno delle vocali, anche a costo di arrivare a esiti impronunciabili.
Eppure hanno successo. Anzi, sembrano catturare lo spirito dei tempi e regalare per magia un'aura di velocità, ubiquità e dinamismo.
Ha cominciato anni fa Reebok proponendosi come RBK, ha proseguito Levi's con il jeans DLX (Delux, con taschino per iPod), poi Motorola con i cellulari PEBL (pebble, ciottolo, per un telefonino tondo), RAZR (razor, sottile come una lama), ROKR (rocker, ci ascolti iTunes).
Poi è arrivato
Flickr.

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brand

giovedì, settembre 07, 2006

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Riflessioni alla ripresa.
Tra i molti manifesti sfornati da ChangeThis in questi primi giorni di settembre, due hanno attirato particolarmente la mia attenzione, sia perché sono i più utili a chi si occupa di scrittura professionale, sia perché entrambi si incrociano con riflessioni e filoni di studio che sto seguendo in questo periodo.
We need a new word for brand analizza lo stato traballante dei brand tradizionali: tra i tanti interlocutori cui possono fare affidamento, la voce ufficiale delle aziende è per i consumatori la meno affidabile.
L'invito dell'autrice Michel Hogan è a scoprire il "brand autentico", l'insieme di valori che l'azienda già ha in sé. Ogni azienda - e di questi tempi anche ogni professionista, mi viene da dire - ha un brand, bisogna scoprirlo e solo dopo trovare i linguaggi per esprimerlo.
Il tema è di gran moda, le ricette interessanti e di difficilissima applicazione, ma il testo è molto ben scritto e un esempio efficace di come si possa "conversare" in rete con semplicità e originalità, senza necessariamente ricorrere a frasi smozzicate, ok e puntini puntini.
Il secondo è di pochissime pagine, Call all designers: learn to write!, un pressante invito ai designer perché imparino a scrivere.
Nella mia cartellina Scrittura e professioni, ho appena inserito anche un altro articolo, questa volta sul brutto rapporto che i tecnici hanno con la scrittura. Ho lavorato sedici anni in un'azienda di informatica, e ne so qualcosa.
Se il tema mi sta a cuore è perché sono sempre stata convinta che diffondere una cultura della scrittura non serve a riempire le redazioni, ma a fare meglio il proprio lavoro, qualunque esso sia. L'insegnante, l'avvocato, il dirigente pubblico, l'imprenditore, l'infermiere, e naturalmente anche il comunicatore.
Ma comunicatore non significa necessariamente giornalista, preferibilmente televisivo: ci sono tante altre specializzazioni, ruoli meno in vista, competenze necessarie alle organizzazioni. Per molti di essi ci vuole una certa vocazione non al protagonismo, ma all'oscurità, una certa attitudine al ruolo di ghost.
In ogni caso, chi si abitua a organizzare in parole pensieri, idee, progetti, riesce molto più facilmente a persuadere gli altri, ad avere influenza, e quindi a crescere di più professionalmente (The corporate ladder si intitola un bel libro sulla scrittura professionale).

In questi giorni di ripresa delle attività, si moltiplicano le pubblicità dei più costosi master in giornalismo. Saranno ottimi, ma sono troppi per le reali possibilità di impiego.
Mi si stringe un po' il cuore pensando a quali forche caudine e delusioni attendono i giovani studenti.
Vittorio Zambardino questa estate li ha messi in guardia, e la maggior parte di loro se l'è presa moltissimo. Lui non è stato diplomatico e certe sue affermazioni non le condivido, ma il senso del suo appello sì.
I giornali sono in crisi e almeno per il momento tendono più a licenziare che ad assumere. L'Economist lo raccontava magistralmente qualche settimana fa in un'