Il sogno realizzato di Zaha
Finora l'ho solo visto da fuori passandoci sotto in motorino, ma l'articolo che il Guardian dedica al MAXXI di Roma è entusiasmante. Il museo dell'arte del XXI secolo dell'architetta iracheno-londinese Zaha Hadid è veramente "una scalinata verso il futuro", la sua opera migliore a detta di tutti i critici, paragonabile solo al Guggenheim di Frank Lloyd Wright.
Nato dove sorgevano delle vecchie caserme, è stato sognato, disegnato e dipinto infinite volte dalla Hadid prima di passare al progetto nel suo studio. Sembra una creatura viva, con tanti occhi. Sembra fuori del tempo e forse per questo si inserisce così bene nel tessuto romano, come il vicino Auditorium di Renzo Piano.
Entrate nella galleria fotografica del Guardian e cominciate a darci un'occhiata dentro.
E se volete conoscere meglio Zaha Hadid c'è il ritratto che le dedica oggi l'inserto domenicale di Repubblica (ultima pagina).
Il giro del mondo in cento taccuini
See the world one drawing at a time è la splendida tagline di Urban Sketchers, blog collettivo cui contribuiscono 100 artisti che da tutto il mondo disegnano giorno per giorno le città in cui vivono, lavorano e viaggiano.
Per chi, come me, la mattina accende insieme il pc e il fornello sotto la macchinetta del caffé affacciarsi su Urban Sketchers è uno dei modi più piacevoli di cominciare a mettere il naso fuori casa.
Lo scultore e il vento
Alexander Calder era un omone. Le fotografie che Ugo Mulas gli scattò negli anni sessanta
ce lo mostrano intento al lavoro negli immensi spazi del suo laboratorio con grandi lastre metalliche davanti e rotoloni di fil di ferro agganciati al braccio, oppure mentre monta un'opera in piena campagna insieme agli operai o in una pausa con un fiasco di vino davanti.
Un artigiano dall'inizio alla fine, che in pochi anni con stupore e allegria è riuscito a rivoluzionare la scultura così come la conoscevamo da millenni. Il segno invece del volume. Il colore invece del monocromo. Il movimento invece dell'immobilità.
Era qualche decennio che gli artisti provavano a rompere i confini della scultura: Degas con le sue ballerine in cui l'aria sembra modellare il bronzo, Medardo Rosso con
la morbidezza della cera, Boccioni con le sue forme uniche nella continuità dello spazio, e soprattutto Picasso, che componeva le sculture con quello che trovava.
L'omone prende le mosse proprio dalla leggerezza di Picasso, ma il grande balzo verso le sculture che si muovono insieme al vento lo fa tutto da solo.
Era cresciuto in una famiglia creativa, con il padre scultore e la madre pittrice, che lo avevano incoraggiato a costruirsi i giocattoli con materiali poveri e la forza
dell'immaginazione.
A soli undici anni in occasione del Natale del 1922 crea un piccolo capolavoro, Dog and Duck, un cane e un'anatra fatti di una sottile sfoglia di ottone piegata. Continua con il filo di ferro: nascono un zoo, una galleria di ritratti, un intero circo. Un unico filo per sculture di aria.
L'aria è il grande collaboratore di Calder, il più fidato. Presto la leggerezza di quel filo non gli basterà più e comincerà ad appenderci frutti, stelle, pesci, palle di neve, foglie, tralci, fiori e i mille dettagli di una natura reinventata. A quel punto basta una brezza, un refolino per far muovere l'intero albero, che
cambia continuamente forma e proietta il suo teatro di ombre contro la parete che c'è dietro. Per chi ci gira intorno, uno spettacolo che non finisce più.
Stamattina, mentre giravo intorno ai mobile di Calder (fu il dadaista Duchamps a battezzarli così) nel Palazzo delle Esposizioni di Roma mi sembravano le versioni aeree dei giardini incantati di Klee.
Anche lo svizzero aveva reinventato la natura e fuso in nuove creature flora, fauna e minerali, ma lo aveva fatto in quadri minuscoli, come esperimenti d'avanguardia portati a termine in cantina. L'americano disseppellisce tutto, lo porta alla luce, lo fa grande grande e cantare a squarciagola. I suoi spazi sono i giardini, gli orizzonti della campagna francese, le piazze cittadine. Nel 1962 montò il suo immenso Teodelapio in pieno centro di Spoleto: architettura
o sogno di un grande animale preistorico piombato tra noi? Gli artisti e i critici italiani non si fecero troppe domande, si innamorarono perdutamente di lui.
Ci si innamora anche in questa ricchissima mostra romana, da cui non andresti più via. Perché documenta l'intera opera di Calder attraverso disegni, sculture e gioielli che difficilmente si trovano riprodotti sui libri.
Perché è un mondo intero, dove ti ritrovi di fronte all'essenza delle cose, come il ritmo di un tralcio di vite, una grande lenticchia di bronzo, un pesce con tutti i colori dell'acquario più bello che si possa immaginare.
Perché quel mondo cambia in continuazione, e fiori e foglie sussurrano un inno alla vita e alla bellezza del momento presente.
E infine, perché le fotografie di Ugo Mulas sono una mostra nella mostra, uno sguardo che a ogni foto rende più acuto il nostro.

La mostra di Alexander Calder al Palazzo delle Esposizioni di Roma >>
Calder su Wikipedia >>
Calder Foundation >>
Calder al MOMA >>
Iris e ninfee per i nostri soldati
“Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare."
Tra le tante, belle e brevi, citazioni che accompagnano il visitatore lungo il giardino dipinto della mostra milanese dedicata alle Ninfee di Monet, questa mi ha dato la chiave per la mia visita di qualche giorno fa.
Mi sono semplicemente lasciata andare e mi sono seduta per tutto il tempo che ho voluto di fronte alle 40 tele provenienti dal Museo Marmottan di Parigi, le incisioni dei maestri giapponesi Hiroshige e Hokusai, le prime fotografie di giardini, parchi, strade e montagne del Giappone che si era appena aperto all'occidente.
Se non lo sapessimo, probabilmente non riconosceremmo subito le forme dei fiori, dei ponticelli e degli alberi. Il tuo sguardo sprofonda in colate di glicine, intrichi di liane di ogni sfumatura di verde, improvvise illuminazioni di carminio e di giallo accecante. Non ci sono confini, se non quelli fisici della tela.
Eppure il giardino di Giverny dove il padre dell’impressionismo si ritirò nella seconda parte della sua vita era ordinato e studiatissimo, nella sua scansione vialetti, file di alberi, aiuole fiorite.
Il famoso stagno delle ninfee era solo l’ultima aggiunta, al di là della ferrovia, di un intero microcosmo fatto di casa, studio, orto e giardino. Non pretesto alla pittura, ma luogo autentico della vita, dove ogni particolare era curato in prima persona, come le piante fatte venire appositamente dai vivai giapponesi.
L’ispirazione di questo orizzonte vicino veniva infatti da un mondo lontanissimo. Eppure il Giappone fu per Monet, come per Van Gogh, il varco verso la rivoluzione, la chiave dell’arte non rappresentativa, ma espressiva. Come la Polinesia per Gauguin, l’Africa per Picasso.

Ma se nelle loro stampe Hokusai e Hiroshige andavano per sottrazione, Monet va per esplosioni. I maestri giapponesi tolgono, limano, ritagliano e soprattutto definiscono anatre, peonie, foglie d’acero, crisantemi e glicini fino a estrarne l’essenza e a far affiorare l’universale da un unico particolare.
Monet disfa le ninfee nello stagno, le confonde contro le altre tante quinte del giardino, le frantuma nella luce che cambia in ogni momento del giorno. “I capricci del cielo sono i semi dell’arte” aveva scritto Basho, il grande poeta seicentesco di haiku.
Siamo nell’impermanenza di tutte le cose, nella pupilla del pittore, nel cuore della sua tavolozza, trasportati dritti dritti dentro la pittura informale del novecento.
Quella pittura anticipatrice fu amatissima dai contemporanei, e soprattutto dal primo ministro francese Clemenceau che ci scrisse un memorabile saggio e le spalancò le porte dell’Orangerie quando Monet, alla fine della prima guerra mondiale, per onorare la vittoria, donò alla Francia i 22 pannelli delle Ninfee per una lunghezza totale di 90 metri.

PS In questo blog qualche volta me la prendo con i corredi testuali delle mostre, ma questa merita veramente un plauso.
A partire dalla perfetta "linea del tempo" che inquadra le Ninfee nel contesto cronologico della vita di Monet e degli avvenimenti dell'epoca alle didascalie dalla sintassi semplice, le parole giuste, la giusta grandezza per la lettura a distanza. Fino alla pianta del giardino di Giverny e alla semplice ma ottima idea di mettere a disposizione di tutti, su un grande tavolo (in mezzo, non alla fine del percorso), la rassegna stampa della mostra su dei bei fogli staccati e plastificati che ti puoi leggere lì o portarti appresso durante la visita.
Tanto impegno divulgativo ha i suoi effetti: la mostra era piena di bambini, anche molto piccoli.
Se fossi un font...
... sarei un Helvetica. Almeno questo è il risultato del test che ho appena fatto: What font are you?
Non è che il commento sia proprio il massimo:
Sei un vero standard di mercato. Classica. Affidabile. Ok, anche un tantino noiosetta. Ma non permetti mai che i tuoi detrattori ti deprimano. In fondo, sei piena di amici che ti dicono sei la migliore.
Il test e parecchie altre cose sfiziose sul sito dedicato all'unico font che è stato anche il protagonista di un film, Helvetica appunto.

PS Intanto IKEA ha cambiato il suo font: da Futura a Verdana. Un cambio che ha provocato un'ondata di proteste sul web. L'accusa: aver adottato il font più inflazionato che c'è. La difesa: il font più inflazionato è anche quello che permette di avere un'immagine uniforme e coerente in tutto il mondo.
Se la questione vi interessa, un lungo articolo su Time.
Senza parole
Due link che per mancanza di tempo mi sono tenuta fin troppo a lungo nel cassetto.
- Fucktorymuseum 2.0, il blog su "progetti, idee, soluzioni web per enti culturali" di Simone Strozzi.
Simone è l'autore di un bellissimo ebook sui social media per le istituzioni culturali, che potete scaricare anche dal blog.
I suoi frequenti post selezionano esempi di come gli strumenti collaborativi sono utilizzati per comunicare nei più grandi musei del mondo. L'ultimo linka allo slideshow del Moma su Flickr. Una presentazione che vale mille brochure.
- MI Master di Illustrazione Editoriale, un sito che prima ancora di essere una proposta formativa è una splendida galleria di link e lavori della faculty, composta da alcuni tra i maggiori illustratori italiani.
Può sembrare strano, nel mondo della fotografia digitale a portata di tutti e dell'editoria fai da te, ma l'illustrazione d'autore, originale e raffinata, è una delle costanti delle riviste cartacee che nel terremoto editoriale di questi tempi tengono bene. Il New Yorker, l'Economist, Internazionale. E anche di alcune bellissime testate online come A List Apart.
Il bulino al posto della spada

La settimana scorsa avevo già avuto un assaggio dell'arte di Hiroshige al Museo Chiossone di Genova, ma ieri alla mostra romana è stato un sontuoso banchetto.
Oltre 200 incisioni dell'artista samurai delle "figure fluttuanti", cioè dell'impermanenza di tutte le cose, colte in un attimo unico e irripetibile: flora, fauna, paesaggi, storia e umanità del Giappone dell'ottocento, ritratte appena prima dell'apertura all'occidente.
Se tutti quegli attimi ti rapiscono così è anche perché Hiroshige indaga e restituisce tutto con precisione millimetrica: le piume delle oche selvatiche, il rosso della peonia e il giallo dell'ibisco, gli aghi dei pini, le squame dei pesci rossi, un ombrellino sotto le folate di vento, la goccia di pioggia e il fiocco di neve.
Ma poi ricompone tutte queste cose secondo il massimo dello studio e dell'artificio, come i fiori di un ikebana.
Chi ha messo quel gufo sul rametto d'acero che attraversa tutta l'incisione proprio contro la luna piena?
Lo stesso artista che contro il cielo notturno ha dipinto i versi di un haiku.
Angelico polimaterico
Tutta l'arte mi interessa, ma il mio amore va soprattutto alla pittura. L'ho sempre saputo, ma scorrendo i post di Forme e colori di questi sei anni di blog mi accorgo di aver scritto esclusivamente di pittori.
Ad affascinarmi credo sia sempre quel miracolo di riuscire a schiacciare in uno spessore di pochi millimetri interi mondi e visioni del mondo. Ti affacci alla cornice e in quella superficie bidimensionale c'è di tutto. Stamattina, ai Musei Capitolini, affacciarmi dentro le cornici dorate dei quadri del Beato Angelico è stata un'emozione forte e un po' inaspettata.
La sua opera la conosco bene e l'ho amata fin da bambina, quando ho visitato una dopo l'altra le celle affrescate del convento di San Marco a Firenze. Ma oggi i quadri del frate domenicano mi sono sembrati contenere talmente tante cose, che ogni tappa della piccola ma imperdibile mostra è diventata lunghissima.
La più lunga di fronte all'Annunciazione di San Giovanni Valdarno.

(cliccate sull'immagine per un'immagine grande, tutta da esplorare)
L'oro del tardogotico e le lesene di marmo dell'arte classica.
Lo spazio celeste della volta e lo spazio umano di una casa fiorentina del quattrocento con la sua cassapanca e la pelle di vaio attaccata alla parete a mo' di riscaldamento.
L'architettura contemporanea e lo spazio denso di natura e di verde che si apre sulla sinistra.
Il peccato dell'umanità con la cacciata di Adamo ed Eva in alto a sinistra e la sua salvezza con l'annuncio della nascita di Cristo.
Il soprannaturale dello spirito santo e l'umanità profonda della vergine ragazza che incrocia lo sguardo dell'angelo e le braccia sul petto in segno di saluto, mentre il libretto che stava leggendo le cade in grembo.
Un inedito (per me) Angelico polimaterico: lo smalto lucente della pittura a olio nelle foglie e nei fiori, le ali dell'angelo dove le pennellate sembrano sollevarsi come piume, il rilievo dell'oro sull'abito dell'angelo, i peli della pelliccia dietro la vergine e soprattutto lo sfumato dei pannelli di marmo che tappezzano tutta la stanza, un incanto informale di colore e luce che avrebbe incantato un grande astrattista del novecento, Mark Rothko.
La mostra Beato Angelico. L'alba del rinascimento su Flickr >>
Se il mondo fosse un villaggio di 100 persone...
... solo 52 sarebbero libere. Le altre 48 non potrebbero parlare o agire a causa della loro religione o delle loro idee.

Il graphic designer londinese Toby Ng Kwong To di poster come questo ne ha realizzati 20, tutti su temi cruciali del nostro tempo. Paura, acqua, cibo, energia, computer...
Da 6 miliardi a 100 persone, un'immagine semplice, due numeri e tre righe di testo. Basta.
(Grazie a Dan Heath che lo ha segnalato).
Futurismo dell'anima
"Cosa c'è di più sostanzioso ed espressivo della forma?" mi sono chiesta qualche sera fa, probabilmente esagerando un po', di fronte al trittico laico Stati d'animo di Umberto Boccioni.

Me lo sono trovato di fronte all'improvviso alla strepitosa mostra sul Futurismo a Palazzo Reale a Milano.
Il giovanissimo Boccioni ha ventinove anni e ancora solo cinque da viverne. Eppure ha già bruciato e digerito tutto: simbolismo, art nouveau, divisionismo, cubismo. L'altra domanda che mi sono fatta è cosa avrebbe pensato e creato se fosse vissuto quanto Tiziano (86) o Picasso (92).
Dopo aver messo in moto automobili, cavalli, stanze e un'intera città, ora tocca all'interiorità, all'intreccio di sentimenti e sensazioni delle persone che si lasciano e si dicono addìo in una stazione ferroviaria.
Se Gli Addii e Quelli che vanno sono tumulti espressionisti e cubisti, Quelli che restano mi è sembrato impalpabile, puro spirito.
il geniale e disgraziato Vincent ci aveva già mostrato come forma e colore possano esprimere tutto: una semplice stanza si illumina di un giallo accecante, il cielo notturno si popola di astri che girano a un ritmo vertiginoso come le rotelle di un ingranaggio che non è di questa terra.
Ma Quelli che restano di Boccioni è rarefatto come l'assenza e liquido come un mare di lacrime.
Vedo, dunque scrivo

Nei miei primi tempi in azienda, il direttore dell'ufficio grafico, appena portavo i miei testi e cercavo di spiegare meglio di cosa si trattava, mi apostrofava in maniera perentoria: "Non voglio sapere cosa c'è scritto." Si informava molto sommariamente, impaginava e poi mi chiedeva di tagliare i testi perché entrassero nel suo layout. Non potevo obiettare niente, solo tagliare. Una riga qua, due parole là.
Quelle contrattazioni estenuanti e quella totale separatezza tra chi scriveva e chi sceglieva forme e colori delle parole mi sono tornate in mente oggi mentre leggevo Writing for visual thinkers, a guide for artists and designers di Andrea Marks, un ebook di 115 pagine pubblicato da Peacock Press (un consistente assaggio è scaricabile anche gratuitamente).
Se noi scrittori ci siamo ripresi in parte anche la forma delle parole, loro, i designer, si sono messi a scrivere. E scrivono tanto: libri, articoli, bellissimi blog.
Come tutti i professionisti, anche per loro la parola scritta è diventata forndamentale. Per spiegare il loro lavoro, distinguersi, farsi conoscere.
A dire il vero questo ebook mi ha conquistata prima di tutto per la splendida copertina e poi perché, anche se non sono una designer, mi sono sentita chiamata in causa. Anche io sono una visual thinker, e sempre di più lo divento.
Come tutti gli ebook "formato paesaggio", anche questo largheggia molto in spazi e immagini e non contiene tanto testo quanto farebbero pensare le oltre 100 pagine.
Ci sono molte cose che già sapevo, ma non rimpiango affatto i miei 12 euro (l'iscrizione gratuita comporta uno sconto).
Il libro è rivolto ad artisti e designer, ma la panoramica iniziale sui tanti modi per progettare un testo è ricca e utile a tutti: mappe mentali, mappe concettuali, liste, freewriting, taccuini, outline, storytelling... Scorrendo l'intera rassegna mi sono improvvisamente resa conto che quella che ho ormai non uso proprio più è la classica scaletta. Mi esercito invece, e tanto, in quella che l'autrice chiama reflective writing, cioè la scrittura per capire, per chiarirsi le idee. Solo che la mia esce dal privato e diventa quasi sempre pubblica: sito, blog, libri, un post come questo.
Niente mi ha aiutato a crescere professionalmente quanto questo esercizio quotidiano di spiegare il mio lavoro agli altri, raccontare quello che incontro, che leggo, su cui rifletto.
Ciò che resta privato sono i miei personalissimi brief all'inizio di ogni lavoro, grande o piccolo, in cui scrivo e ricordo a me stessa obiettivi, attenzioni, difficoltà. A volte è solo un post-it, a volte una grande mappa disegnata appesa alla parete a vegliare su di me. Appunti per me, ma anche un aiuto provvidenziale quando devo spiegare e argomentare le mie scelte a un cliente.
Questo vale per me che scrivo, ma anche per un designer, un consulente, qualsiasi professionista.
La seconda parte del libro è dedicata ai tanti tipi di testo che un designer, un illustratore, un artista, si trova oggi a dover scrivere (quanti, è stata un'interessante scoperta anche per me): lettere di presentazione, curricula, biografie, comunicati stampa, recensioni di mostre, portfolio, design statement, blog, richieste di finanziamento, proposte, progetti, brief, saggi, ricerche, interviste. Ognuno con consigli concreti, esempi, tabelle Good and Bad, più naturalmente tantissimi link incorporati.
Sono riemersa dal viaggio tra immagini e parole con la conferma che oggi "alfabetizzazione" è qualcosa di diverso e molto più ricco del tradizionale saper leggere e scrivere.
Una cornice dorata per Street View
In questi giorni sto preparando una lezione sulla scrittura per il web per la redazione del sito di un museo, quindi sono molto curiosa e attenta alle nuove soluzioni comunicative che riguardano l'arte e la cultura.
Così poco fa, appena ho letto il titolo The Tate and Google sul sito del Guardian, ci ho cliccato subito su e ho trovato una bellissima galleria, che comincia così:


Le due immagini rappresentano lo stesso posto dalla stessa distanza e angolazione, il Parlamento londinese, solo che la prima l'ha dipinta William Turner nel 1834, la seconda l'ha catturata Street View nel 2009. Il confronto tra com'è e come era prosegue per altri quindici capolavori del museo.
Muri e spazi aperti

Agli storici dell'arte il maiuscolo piace un sacco, soprattutto se ci possono riempire interi pannelli esplicativi nel buio di un museo, possibilmente in bianco su fondo bordeaux o nero. Ne ho viste a decine, ultimamente, di cose così e non può essere un caso. Ora ci fanno pure le riviste.
Ho appena aperto il primo quaderno della collana Officine Internazionali, frutto della collaborazione tra i Ministeri degli Esteri e delle Attività Culturali, dedicato alla Galleria Sabauda di Torino. Mi è preso un colpo: sono 46 pagine scritte tutte in maiuscolo, praticamente illeggibili, soprattutto se si pensa che sono solo online. Mi sono consolata con le immagini, veramente molto belle.
In compenso, A List Apart celebra lo spazio bianco e omaggia il lettore.
In pagina, aggiornamento
Qualche post fa segnalavo la nuova rubrica In pagina di Internazionale, dedicata alla grafica editoriale. I testi di Mark Porter sono pubblicati solo sull'edizione cartacea della rivista, ma la settimana dopo lo stesso Porter li posta in inglese sul suo blog Notebook. Ecco il primo sui font. Il secondo, su Internazionale in edicola, è dedicato alle ultime novità grafiche dei grandi quotidiani.
Ricordando Salvador
Il Guardian ricorda il ventesimo anniversario della morte di Salvador Dalì con una raffinata galleria fotografica e un quiz intelligente sul pittore surrealista spagnolo.
Quel che non si vede
Parlavo di audioguide museali qualche post fa e di divulgazione dell'arte attraverso le parole. Scrittura professionale anch'essa, anzi professionalissima.
Quando non lo è te ne accorgi subito perché invece di guidarti nella comprensione di un'opera ti porta fuori strada.
Così stamattina, alla mostra romana Da Rembrandt a Vermeer, mi sono levata la cuffia dalla testa più di una volta. Di descrizioni piene zeppe di aggettivi ne potevo più.
Gli interni misteriosi e sospesi della pittura olandese del Seicento sono pieni di cose, rappresentate in ogni minimo particolare, dalla coda del gattino alla buccia di limone caduta da una tavola imbandita, fino al riflesso di una brocca piena d'acqua. Ti incanti a scrutare questi microcosmi di una ventina di centimetri per lato. Ma se non riesci a staccartene è perché intuisci che non finisce affatto lì. Quello che cerchi di cogliere è ciò che non vedi e non saprai mai.
In questo, Gerard ter Borch è maestro persino più di Vermeer. I quadri in mostra li avevo già visti più volte a Berlino, ma sono caduta nuovamente nell'incanto.
Quale sarà l'espressione del volto della fanciulla che ci gira le spalle, avvolta nella scultura d'argento del suo abito? China la testa pentita di fronte all'ammonimento dell'uomo? O distoglie lo sguardo di fronte alle sue proposte? Il conflitto e il dilemma sono anche nei colori: un corpo chiuso nei riflessi freddi della seta sullo sfondo di un letto a baldacchino, rosso come la passione.
Anche un piccolo interno borghese con una mamma che ha appena finito di allattare il suo bambino sembra celare un mistero. E' La madre, di Pieter de Hooch. Sulla destra, proprio nella stanza accanto, una luce calda e avvolgente attrae fuori lo sguardo della bambina che vediamo solo di spalle. Deve essere qualcosa di irresistibile perché alza pure il piedino per vedere meglio.


In pagina
Scriviamo con un pc da più di
trent’anni vent’anni
Eppure le regole editoriali di base e di buon senso che rendono un testo leggibile e chiaro da un punto di vista visivo sono ancora in gran parte ignorate. Soprattutto nel mondo del lavoro, che è quello che io frequento di più.
Non parlo solo dei siti web e delle newsletter, ma anche e semplicemente di un report, una lettera, una ricerca, persino un'email. Grassetti, corsivi, sottolineature, titolazioni, capoversi, margini, impaginazione,font vengono spesso scelti a caso, o secondo criteri che hanno a che fare soprattutto con le preferenze personali.
Un minimo di alfabetizzazione editoriale visiva dovrebbe far parte del bagaglio di chiunque comunichi sul lavoro attraverso la scrittura, cioè praticamente tutti.
Sono temi appassionanti e lo vedi quando tieni un corso di scrittura o fai un lavoro di editing e spieghi al cliente il perché di certe scelte di formattazione. Tutti si incuriosiscono, ti chiedono mille cose e si mettono subito a cambiare titoli, font e stili del carattere.
Sono quindi davvero contenta che Internazionale, tra le tante piccole innovazioni che sta facendo scivolare tra le pagine della rivista in questi ultimi tempi, abbia inaugurato la rubrica quindicinale In pagina, dedicata alla grafica editoriale. La tiene Mark Porter, direttore creativo del Guardian. Il primo articolo, questa settimana: Il tempo dei caratteri, dedicato ai font.
Carta canta. E a Napoli canta a squarciagola
Sono alcuni anni ormai che non uso più palmari e agende elettroniche. Dopo i primi tecnoentusiasmi sono tornata alla carta.
Quando nei miei ultimi mesi in azienda vinsi un fantastico palmare in un concorso interno di idee, lo cedetti a un amico che mi ricambiò con una bella agenda di carta.
Da allora, è tradizione che mi regali l'agenda a fine anno. In genere è sempre diversa: ho avuto la Moleskine, un'agendina etnica piena di ricette... quest'anno l'ho sollecitata perché gli impegni per il nuovo anno chiedevano a gran voce di essere incasellati, e mi è arrivata un'agenda Paperblanks, di un'eleganza e comodità strepitosa.
Dentro è come le agende di una volta, senza fronzoli, con tutte le possibili combinazioni di calendari: annuale, settimanale, giorno per giorno, e ogni giorno ha a piè di pagina un mini intero mese, così vedi a che punto sei; ben due segnalibri di seta di colori diversi, il calendario 2010, la rubrica sfilabile e pure la taschina a soffietto, una calamita che la chiude come un piccolo scrigno.
Fuori sembra di seta, con sobri sbrilluccichini.
Sul sito di Paperblanks e da Feltrinelli ho visto e sfogliato le collezioni intere e sono da svenimento per quanto sono belle.
D'altra parte, la carta impazza.
Scritture a mano, schizzi, appunti e disegni pure, per fortuna.
Non mi perdo nemmeno per un giorno le novità di Notebookism e ho un intero raccoglitore di Ikea pieno di blocchi, blocchetti e taccuini.
I più belli, tanto che non ho ancora osato scriverci sopra, li ha realizzati un ente pubblico italiano nel quale quest'anno ho fatto una lunga e felice esperienza di formazione, l'Inail. Quattro taccuini di diversi colori e formati: Scripta, blu a righe; Signa,color sabbia in formato orizzontale come un album per schizzi e mappe; Numeralia, verde a quadretti; Miscellanea, rosso con fogli bianchi. "Ma che carta vogliamo per non perderci un progetto, un'idea, un'intuizione, una qualunque elaborazione emotiva e razionale?" scrive sul primo foglio il direttore comunicazione Marco Stancati.
I bit non bastano alla creatività e alle emozioni, all'attimo fuggente e al bisogno di guardare e toccare per non dimenticare.
Ma dobbiamo alla rete se oggi riusciamo a sfogliare tanti taccuini, a leggere e guardare storie e mondi personali, città vicine o lontanissime, disegnati e annotati da artisti, architetti, fotografi, poeti o normalissime persone come noi.
Negli ultimi tre anni io ho visto Napoli soprattutto attraverso i taccuini di Simonetta Capecchi. Ci sono anche stata, due o tre volte, ma ci vado regolarmente cliccando sul blog In viaggio col taccuino sul mio blogroll. I cumuli di spazzatura, lo zoo, i panorami, Castel dell'Ovo li ho visti col tratto delicato di Simonetta.
E ho colto tanti altri sguardi e conosciuto altri artisti, perché da tre anni Simonetta cura la mostra di taccuini su Napoli a Galassia Gutenberg. Ora una selezione dei taccuini di trenta artisti è diventata un libro: Sguardi su Napoli. Giro della città in 30 taccuini di viaggio, pubblicato da Liguori. Un album orizzontale, come un taccuino aperto. Potete cominciare a sfogliarlo su In viaggio col taccuino.
È il primo libro collettivo di taccuini italiano, un genere già affermato negli Stati Uniti e in altri paesi.

Simonetta ha curato anche un'agenda 2009 su Napoli, anzi l'Agendo Napul'è: ogni mese è introdotto da uno scritto e da una doppia pagina illustrata, tratta dai taccuini Moleskine su Napoli creati per la mostra di Galassia Gutenberg. Hanno contribuito ventiquattro scrittori, poeti, cantanti, giornalisti e disegnatori che raccontano Napoli, tra i quali Erri De Luca, Peppe Lanzetta, Roberto Saviano, Daniele Sepe, Michele Serra, Gian Antonio Stella.
Design.
Uno dei libri forse non più belli ma sicuramente più ispiratori che ho letto nel 2007 è stato A Whole New Mind di Daniel H. Pink. Sottotitolo (tradotto da me, perché il libro non è stato tradotto in italiano): Perché il futuro appartiene a chi pensa con la parte destra del cervello.
Il tema è dei più trendy e come tanti ottimi ma abbastanza ruffiani libri americani, anche A Whole New Mind non è originalissimo, capta cose che sono già nell'aria, ma è organizzato e scritto benissimo e a me ha dato non poche idee per il mio, di libro.
L'idea di fondo è che dopo l'information age, che ha spremuto come un limone la parte sinistra e razionale del nostro cervello, è arrivato il momento di riequilibrare le cose e di fare appello anche alla parte destra, quella che associa, disegna, sogna.
Nella nuova era, la conceptual age, Pink individua sei nuovi sensi: design, narrazione, sinfonia, empatia, gioco, significato. Una formula efficace, anche dal punto di vista della comunicazione, ispirata di certo al nostro Italo Calvino.
Al primo dei sei sensi, il design, è dedicato il primo capitolo, senz'altro il migliore. Forse perché nel design, inteso come progetto, davvero si fondono in parti uguali ragione ed emozione.
E il design ha anche dominato questo mio anno che tra poco si chiude.
Di design ho scritto, il design ha guidato molte mie letture e ricerche e mai come negli ultimi mesi ho considerato la scrittura anche come forme, colori, spazi. Forse perché mi sembra che in quella che pomposamente chiamiamo la "società dell'immagine" stiamo vivendo una vera dealfabetizzazione visiva.
Non molto tempo fa ho corretto in pochi giorni molte tesine di un master di comunicazione. Un master post-specialistica, quindi non studentelli alle prime prove. Beh, praticamente a tutti ho dovuto correggere e raccomandare cose che davo per scontate: introduci un indice, metti i numeri di pagina, spezza il testo in capoversi, cura titoli e sottotitoli, le immagini devono avere la didascalia. Insomma prima ancora che fatti di stile, fatti organizzativi, di progettazione, di design.
Come nume tutelare mi sono presa Bruno Munari, anche sull'onda dell'emozione della mostra milanese. Ora quella mostra è a Roma, anche se in edizione un po' ridotta, ed è una mostra che vi invito caldamente a vedere, perché il design di Munari ispira tutti, qualsiasi professione si faccia, ci fa vedere la realtà quotidiana da altri punti di vista, proprio come è nello spirito del libro di Pink. Un valore, un senso-guida adatto ai tempi che viviamo.
Se volete intanto curiosare tra le vetrine della mostra al Museo dell'Ara Pacis, potete farlo in questo bel post di Officina Creativa o sul blog di Musei in Comune.
È tanto che volevo segnalare questo blog e ora ne ho l'occasione. La bravissima Marina Bellini, che non conosco se non attraverso le sue parole, ha un modo di raccontare l'attualità artistica così fresco e personale che ti far venir voglia di mollare tutto e andare solo per mostre. Tutto il contrario del beniculturalese.
Che bello sarebbe, pensavo ieri leggendo i post su Munari di questi blog, mettere in comune, in un vero spirito Web 2.0, anche le nostre personali visioni di una bella mostra.
Il museo, oltre alle solite tirate ufficiali in stile catalogo, potrebbe mettere a disposizione un kit di immagini, che ognuno può usare per costruire e condividere il suo percorso emozionale. Avremmo la sezione Giovanni Bellini visto da Luisa, Francesco, Tiziana, Giulio... anziani e bambini, esperti e non esperti.
Noteremmo tutti delle cose diverse. Come il mio accompagnatore di otto anni alla mostra romana di Munari: "Certo, che fortuna hanno avuto tutti quei bambini che hanno fatto lezione di disegno con il professor Munari prima che morisse!" Seguiva gran sospirone.
Mappe
Pensavo di non avere troppo tempo per esercitarmi e sperimentare, ma le mappe mentali stanno entrando in modo molto naturale nel mio lavoro quotidiano. Praticamente ogni giorno della settimana che sta per finire ne ho realizzata una: un brief telefonico su un evento da comunicare attraverso una presentazione e diverse email, i progetti per il MdS, due lunghe pratiche di yoga, un progetto molto innovativo di design di interni sul quale scriverò prossimamente, un prodotto per il quale trovare il giusto tono di voce, alcune letture... sono grandi, coloratissime, e mi presentano tutto in un foglio solo, invece che frammentarmi le parole sullo schermo del computer.
In più, le ho disegnate e colorate io e quelle parole e forme su cui ho passato le mani e gli occhi tante volte, chi se le scorda più?
I lavori in corso non posso pubblicarli naturalmente, ma ecco la mappa sul modello a F, che ha ispirato un post di qualche giorno fa:

e questa la mappa della mia pratica di yoga di lunedì, dedicata alla posizione del loto:

Sto osservando con molta pazienza quali effetti ha sul testo finale il fatto di girare il foglio, usarne uno grandissimo, scrivere tutto a mano e a colori.
Prime osservazioni: la fase di progettazione si allunga, ma è più divertente; quella di stesura è più rapida... sulla qualità vi dirò :-)
Vincoli e libertà: da Munari a Giovanni Bellini
Questo fine settimana niente parole, solo immagini.
Ma da punti, linee, forme e colori ho attinto energie e riflessioni che, ne sono sicura, orienteranno anche le mie parole quando domani mi rimetterò al lavoro.
Ieri, seconda puntata del laboratorio sulle mappe mentali.
Sono tornata a disegnare, e anche a scrivere, accompagnata dal gusto e dalla fisicità di grandi fogli A3 da riempire, pennarelli colorati per tracciare linee e lettere, pastelli per colorare. Copiando Munari e Picasso come una bambina, ho messo a fuoco svariate cosette sul mio modo di scrivere, compresa quella cosa per me così essenziale che è il ritmo. Anche sulla carta, me lo sono ripreso. Preferisco un'imperfezione, ma non lascerei mai il pennarello che scivola via per correggere con la gomma una linea storta o una lettera più grande di un'altra. Mi tengo le imperfezioni, purché rimangano con me il ritmo e il colore.
Stamattina una splendida lezione l'ho avuta da un pittore veneziano di oltre cinque secoli fa, Giovanni Bellini, cui le Scuderie del Quirinale dedicano una mostra imperdibile, perché dell'artista c'è veramente quasi tutto. Tutto, tanto, perché è stato longevo e ha dipinto tutta la vita.
Eppure ha esercitato la sua creatività entro vincoli strettissimi.
Pochi soggetti, quasi esclusivamente religiosi: la sacra conversazione, la madonna con il bambino, la pietà, la crocefissione.
Un campo di azione ristretto: Venezia, con qualche puntata a Padova, Rimini, Urbino.
Una famiglia ingombrante: il padre Iacopo era il dominatore della pittura veneziana del secondo '400; il fratello Gentile il cantore ufficiale della Serenissima; Andrea Mantegna suo cognato. Persino i suoi allievi diventarono dei giganti della pittura: Giorgione e Tiziano.
I programmi delle sue opere li dettavano spesso i filosofi della vicina università di Padova: allusioni e simbologie difficili da decodificare oggi.
Altri vincoli se li imponeva da solo, e li imponeva ai suoi committenti: non amava le "historie" profane, tanto care al cognato Mantegna, e non dipingeva per principio ciò che non conosceva, nemmeno se a chiederglielo era Isabella d'Este. Alla fascinosa e influente duchessa di Mantova disse di non poter dipingere una veduta di Parigi, perché non c'era mai stato.
Se ci si stupisce a ogni sala, a ogni nuova opera, è perché entro quei vincoli così ristretti Giovanni Bellini innova in continuazione. Variazioni sottili di composizione, di colori, di architetture, di paesaggio.
Prendiamo le madonne col bambino. Giovanni ne ha dipinte circa ottanta lungo tutta la sua vita.
Tutte si rifanno alla tradizione dell'icona bizantina: sono piccoli altari privati, pensati per la preghiera e la meditazione, con la vergine consapevole del destino del suo bambino e il piccolo interrogante su quello stesso destino. Rientrano quindi in pieno nella categoria "pittura devozionale". Ma nulla è più lontano dal santino: nessuna è uguale all'altra e ognuna diventa il luogo di una nuova invenzione.
Tanto più originale perché si esercita sempre sullo stesso semplice tema.

Stamattina

Stamattina la mia scrivania era così: niente pc, tante matite e pennarelli colorati, una gomma, un taccuino fatto a mano, il catalogo della mostra La parola nell'arte (grazie Giò!), la prima mappa mentale ideata, disegnata e colorata da me medesima, dal titolo "Buoni Propositi".
Da sempre progetto e comincio lontana dal pc, con blocchi, blocchetti, post-it, righello, matite e pennarelli di tutti i colori. Ultimamente tante letture mi hanno definitivamente convinta che cincischiare come un bambino non è affatto perdere tempo, ma un utilissimo e produttivo modo di arrivare a un'idea, una parola, un nome nuovo.
Così mi sono decisa a cincischiare con metodo e serietà e ieri ero allo Spazio dell'Anima, a lezione di mappe mentali sotto la guida di Roberta.
In otto, intorno a un tavolo, abbiamo disegnato tutto il giorno in un'atmosfera rilassata e tranquilla, sorseggiando tisane, accompagnati dalle musiche di Allevi. Ma sotto la superficie ci deve essere stata una vera tempesta energetica.
La sera ero stanca morta, come se avessi spostato dei mobili (e qualche ingombrante mobile nella mia mente razionale lo devo avere sicuramente spostato), ma non ho potuto fare a meno di confezionarmi il mio taccuino personale, con la copertina di carta turchese stampata a mano, rilegato con l'elastico e rifinito con un nastro dello stesso colore.
Il Mappe Mentali Lab riprende e si chiude sabato prossimo.
Intanto me ne torno al pc, a preparare i miei prossimi impegni veneziani: nei prossimi giorni sono alla Settimana Web organizzata dalla Provincia e tra una decina di giorni al seminario Ferpi.
Carta, penna e pennarelli.
Sto cercando di avviare in maniera morbida la mia ripresa delle attività e di cominciare a mettere in pratica da subito i miei buoni propositi.
Al primo posto c’è quello di dedicare più tempo allo studio sui temi che in questo periodo mi interessano di più.
Così, tra ieri e oggi, ho finito di leggere due libri che riguardano il pensiero visivo e in cui le immagini la fanno da padrone rispetto al testo. Due libri belli prima di tutto da guardare, sfogliare, tenere tra le mani.
I libri belli però – mi rendo sempre più conto – alzano notevolmente le aspettative sui
contenuti, per cui le parole devono essere eccellenti, le idee originali.
The Back of the Napkin, invece, tradisce decisamente la promessa di “risolvere i problemi e vendere le idee con le immagini”. La lettura è stata piacevole, ma quel che mi rimane è solo una maggiore capacità di fare decenti disegnini, non certo per vendere ma forse per rappresentare e chiarire a me stessa le mie idee. Utile, ma un po’ poco.
Bellissimo e ispiratore Graphic Design, the New Basics. Ellen Lupton e Jennifer Cole Phillips ripartono dalle origini del moderno graphic design, da quel Bauhaus che negli anni venti del secolo scorso si proponeva di analizzare la forma in termini di elementi geometrici di base e di insegnare un linguaggio visivo universale che fosse comprensibile da tutti e che a tutti permettesse di vivere in un ambiente fatto di cose belle e funzionali.
Ora che i programmi informatici ci permettono di fare tutto con pochi clic – testi in movimento, forme di ogni tipo e colore, pagine belle e pronte con parole e immagini – l’invito è tornare a guardare cosa c’è dietro un’immagine o un layout complesso attraverso gli elementi di base del linguaggio visivo: punto, linea, superficie, ritmo ed equilibrio, proporzioni, colore, fondo, contesto, ordine, trasparenza, modularità, griglia, mappe, tempo e movimento, regole e sregolatezza… tutte cose fondamentali anche per chi scrive, e innumerevoli sono le suggestioni che il redattore può cogliere dalle immagini e gli esperimenti visivi delle autrici e dei loro studenti, dalle regole sulla ripetizione e la sorpresa fino alle infinite possibilità per rappresentare le idee nello spazio attraverso le mappe (vedi anche l’uso che ne ha fatto Roberta nel suo nuovo taccuino).
Due mi sembrano oggi i principali filoni di utilità del linguaggio visivo per chi scrive:
- “vedere” le proprie parole e idee in un ordine diverso da quello sequenziale e gerarchico della scaletta aiuta a far emergere assonanze e connessioni che altrimenti non coglieremmo, soprattutto se il lavoro lo facciamo a mano e non al pc, collegando in maniera più diretta il corpo e la mente
- leggiamo e scriviamo sempre più spesso testi frammentati e modulari, che vivono nello spazio insieme alle immagini: abituarsi a progettare direttamente sul foglio anche questi tipi di testi aiuta, oltre a divertire (in Graphic Design ci sono alcuni splendidi esperimenti di biografie visive).
Un'attualissima comunicatrice del secolo scorso. Immaginate di avere davanti a voi una caraffa di vino. Scegliete pure l'annata che preferite per questa dimostrazione di fantasia, che sia di un bel rubino intenso. Avete due calici: uno è d'oro massiccio, riccamente cesellato; l'altro è di puro cristallo, esile e trasparente come una bolla. Versate il vino e bevete.
Ditemi quale calice scegliete e vi dirò se siete o meno degli intenditori. Perché se del vino vi curate poco, vorrete provare la sensazione di bere da un oggetto costato probabilmente una fortuna; se invece fate parte di quella razza in via di estinzione, amante di annate pregiate, sceglierete il cristallo, giacché tutto di quel calice è calcolato per rivelare, anziché nascondere, la bellezza della bevanda che contiene.
Cominciava così una delle conferenze che Beatrice Warde tenne a Londra nel 1955. La signora, di cui ignoravo tutto fino a qualche giorno fa, non era un'enologa, ma una esperta dell'arte tipografica, una sacerdotessa e instancabile divulgatrice dei font, ma soprattutto una "comunicatrice", come amava lei stessa definirsi. Progettava e scriveva infatti libri, articoli e anche brochure per aziende.
La fragrante metafora introduceva il rapporto tra il testo inteso come contenuto, il vino, e la sua forma sulla pagina, il calice di cristallo, che la Warde auspicava il più trasparente possibile, per far apprezzare e gustare in pieno parole e idee, senza la minima distrazione. Quando il testo del Calice di cristallo fu pubblicato, il sottititolo era infatti "la tipografia invisibile". Il massimo dell'orgoglio professionale e il massimo dell'umiltà.
In italiano, questo saggio breve e prezioso, che sembra scritto oggi e che ha molto da insegnare anche agli scrittori professionali, è stato pubblicato nel 2006 dall'AIAP e oggi è introvabile (grazie ad Antonella per la segnalazione e a Roberta per le fotocopie), ma potete sempre leggerlo in inglese.
La Warde era nata nel 1900 negli Stati Uniti, ma ha passato quasi tutta la sua vita in Gran Bretagna. Una vita bellissima e appassionata, che vale la pena di conoscere e che si compendia tutta nel testo che scrisse per accogliere i visitatori alla porta del suo ufficio:
QUESTA E' UNA TIPOGRAFIA
CROCEVIA DI CIVILTA'
RIFUGIO DI OGNI ARTE
CONTRO LE OFFESE DEL TEMPO
ARSENALE DELLA VERITA' CHE NON HA PAURA
CONTRO LE FALSITA' SUSSURRATE
INCESSANTE FANFARA DEL COMMERCIO
PER NON MORIRE CON LE ONDE SONORE
NON CAMBIARE SOTTO LA PENNA DELLO SCRITTORE
QUI OGNI PAROLA E' CONTROLLATA E FISSATA PER DURARE NEL TEMPO
AMICO, SEI IN UN LUOGO SACRO
La grazia e le grazie di Correggio.
Le opere d'arte, come i libri, dovresti rileggerle in diversi momenti della vita, perché ogni volta ti sveleranno qualcosa di diverso. Qualcuna non ti piacerà più. Altre, che ti avevano lasciato indifferente, ti entusiasmeranno.
Correggio, il pittore cinquecentesco che prese il nome dal suo paese vicino Parma, a me è piaciuto sempre ma dopo aver visto ieri la splendida mostra che gli dedica a Roma la Galleria Borghese, so meglio perché.
Il suo vero nome era Antonio Allegri, ma secondo il biografo degli artisti Giorgio Vasari, non fece molto onore al suo nome, essendo anzi persona molto schiva e malinconica.
Di tutt'altro segno la sua pittura: che dipinga una Madonna con il bambino, un'amorosa dea o un tripudio di angeli e santi, Correggio sa infondervi gioia, allegria, serenità. Una quotidianità avvolta da una luce dorata.
Non era facile muoversi tra i grandi mostri sacri contemporanei. In Correggio, c'è qualcosa di ognuno: la prospettiva aerea e i volti pieni di sentimento di Leonardo, le figure avvitate come serpenti di Michelangelo, la passione per l'antico di Raffaello. Eppure Correggio non assomiglia a nessuno, prende e rielabora nella sua solitudine provinciale per esplodere con opere uniche che si alzano su su a bucare di infinito le volte delle chiese e anticipano di un secolo la
grande pittura barocca.
Il bello è che porta nei cieli la quotidianità della terra.
La Vergine assunta in cielo è una ridente ragazza parmigiana che per sostenersi si appoggia con il piede a un indispettito puttino.
La giovane Madonna degli Uffizi, finalmente sola con il suo bambino, esplode in grida e gesti di tenerezza, come una mamma qualunque. Ci sarà pure dietro l'altissima colonna che allude alla Chiesa e alla fede, ma a lei sembra non importare proprio nulla.
Il pittore delle madonne e della grazia non si tirò affatto indietro quando, alla fine della sua breve vita, Federico Gonzaga e Isabella d'Este gli commissionarono una serie di quadri dal tema assai difficile: gli amori di Giove, il quale adorava sedurre dee, ninfe e ragazzetti ricorrendo a qualunque stratagemma pur di non farsi scoprire dalla moglie. L'incarico era importante: il duca di Mantova intendeva regalare i quadri all'imperatore Carlo V.
Quegli stratagemmi olimpici divennero per Correggio gli spunti per soluzioni compositive e tematiche inedite e audacissime, che gli fecero scalare le vette dell'erotismo in quadri talmente belli e delicati che anche il bacchettonissimo Filippo II di Spagna non trovava niente di male nel rimirarli di tanto in tanto.
Della sacerdotessa Io non vediamo nulla se non quella schiena bianchissima che pare precipitare verso di noi e il viso estatico. Il seduttore Giove è quella nuvolona nera che la avvolge completamente per non lasciare spazio a niente altro; solo vicino al viso della ragazza scorgiamo in trasparenza il bacio appassionato del re degli dei.
Per Danae, invece, Giove prese le sembianze di una pioggia dorata che le cade dritta dritta in grembo. L'evento portentoso si svolge in una semplice camera da letto al tramonto, tra candide lenzuola e amorini che giocano. Nessuno sguardo malizioso, come in Tiziano, niente rossi infuocati di passione, solo una sinfonia di bianchi, grigi e oro.

Sulla soglia del libro.
Ci sono temi affascinanti nel mondo della comunicazione - non temi specialistici ma quasi popolari - che stranamente sono oggetto di pochissimi siti, blog, articoli, studi.
Uno di questi è la copertina del libro, quella "soglia" magica che ha il potere di farci comprare un libro di impulso solo perché ha una gran bella porta. Fatta sì del titolo dato dall'autore, ma anche di forme, immagini e colori.
Una libreria è prima di tutto una grande città piena di queste porte colorate, aggregate in quartieri tematici o in piccoli villaggi d'autore. Spesso sono loro a determinare le nostre passeggiate tra gli scaffali.
Così quando Alessia Rapone mi propose di scrivere un quaderno sulle copertine dei libri ne fui entusiasta: ne nacque La porta dei desideri: la copertina.
Proprio in virtù di quel quaderno un'altra appassionata di copertine, Sonia Boselli, mi ha segnalato il sito Libriecopertine, nato dalla sua tesi di laurea.
Un sito pieno di copertine, aggregate secondo interessantissimi criteri, per esempio i "titoli proliferanti" oppure "lo scrittore che non è d'accordo".
In ogni categoria si possono suggerire nuove copertine e contribuire con una propria descrizione. Volete partecipare?
PS Ora possiamo mettere su un tradizionale scaffale di legno anche i nostri libri schedati su Anobii. Non fa tutto un altro effetto? Ecco uno dei miei scaffali sulla scrittura professionale:

La freddezza dei numeri e il calore delle emozioni.

Solo i graphic editor dell'Economist sanno creare, in un rettangolo orizzontale, un tale concentrato di potenza informativa, unendo la precisione dei numeri alla forza dell'emozione.
Oggi hanno fatto un vero capolavoro, denso ma leggibilissimo.
Titolo chiaro, contrasto cromatico perfetto giocato sul fondo nero e l'azzurro delle barre e della felpa della Betancourt. E poi quel taglio particolare della foto, che concentra lo sguardo sugli occhi chiusi e le nocche delle mani.
Chiunque - ormai tutti noi - realizza presentazioni con le slide dovrebbe ricordarsi di dare un'occhiata al "grafico del giorno" dell'Economist. Io cercherò di ricordarmene.
Gioco.
Sarà pure solo un giochino, Wordle, però è divertente e rivelatore: trasforma il testo in un'immagine con la grandezza delle parole proporzionale alla loro frequenza. Il principio è quello delle tag cloud dei blog, ma con un'enorme scelta tra colori, font, orientamenti. Ecco come ho giocato con il post Ciò che insegna la passione:

Le nuove forme del testo.
Mappe e disegni anche all'evento NewsTools che si è svolto in California a fine aprile, dedicato ai nuovi strumenti per giornalisti ed educatori.
Gli organizzatori hanno deciso di rinunciare ai classici handout (il materiale che si lascia come documentazione) fatti di stampe di powerpoint e di dare invece ai 150 partecipanti solo tre pagine con due grandi mappe visive e un breve testo di accompagnamento, considerando evidentemente la mappa lo strumento ideale per orientarsi in nuovi territori.
Le mappe rappresentano The old news story e The new news ecology. Il territorio che si lascia alle spalle e quello che si ha davanti.

PS Le mappe mentali o concettuali disegnate e colorate a mano sono bellissime da guardare, ma ovviamente il meglio di sé lo danno quando impariamo noi stessi a farle.
Il Gotham di Obama.
Sul New York Times del 2 aprile scorso è stato pubblicato un articolo molto
interessante sul lettering usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: To the Letter Born. La sua campagna, secondo Brian Collins, art director intervistato dal quotidiano, è un capolavoro di attenzione e accuratezza visiva.
Proprio perché quella di Obama è la prima vera campagna transmediale - che corre sui cellulari, device mobili, siti web, email, social network, iPod, portatili, così come sui media più tradizionali - il suo staff di comunicatori ha puntato fortemente sul visual design come elemento unificante.
Il font è il Gotham, dalle qualità ossimoriche e per questo così popolare. Ha
una semplicità squadrata e geometrica, eppure è caldo. Solido, ma amichevole. Moderno, ma familiare.
Un font, come il logo rosso e blu, scelto per disegnare un orizzonte che possa includere più persone possibili.
Omaggio al font.

Mai avevo visto in un libro, dopo i ringraziamenti, l'indice analitico e la bibliografia, una pagina dedicata unicamente al font usato, e l'ho trovata una cosa semplice, elegante e geniale. Un omaggio alla forma del testo.
Un font d'autore per un modernissimo libro di comunicazione.
Jean-Marc Hardy, autore di Redaction, ha pubblicato uno dei suoi dossier sulla comunicazione web.
Questa volta il tema è la "leggibilità visiva" di un sito.
La formula è quella consueta, efficacissima: l'analisi di 8 siti web, 4 positivi e 4 negativi.
Screenshot, più una decina di righe di testo per ciascuno.
Come ormai ben sa chi segue questo blog, io credo che anche per il testo la forma sia sempre di più "anche" sostanza.
Una bella forma non salva un brutto testo, ma esalta al massimo un testo buono perché ne asseconda i contenuti e lo stile.
Prestare una giusta attenzione alla forma nella quale si trasmettono i testi, ed essere capaci di leggere le scelte - o le sciocchezze - formali fatte da chi li produce potrebbe (dovrebbe?) essere il segno di un'altrettanto giusta attenzione alla sostanza.
A volte, invece, si tende a considerare la forma tanto più disprezzabile o irrilevante quanto più i contenuti sono, o vogliono essere, fondamentali. E' un'ingenuità che si può pagare cara.
Prestare attenzione alla forma non significa nemmeno sopravvalutarla fino a costruire un universo di finzione, un "dover essere" che si tramuta in dover apparire. Certi testi appaiono molto più credibili e congruenti composti in un onesto Helvetica, nero su bianco, che in un nobile Bembo oro su fondo color visone.
...
Il grado superiore del leggere, forse, oggi potrebbe coincidere con il saper leggere sia i testi che la forma dei testi. Il grado superiore dello scrivere potrebbe coincidere con il saper concepire testi che per quanto è possibile comunicano, nella sostanza e nella forma, secondo le intenzioni di chi li ha progettati.
Questo significa leggere e scrivere - e anche parlare e ascoltare - esplorando un universo del senso in cui le parole non sono sempre e necessariamente centrali, e soprattutto non sono più "solo" parole.
E' l'ultima pagina di Le vie del senso, di Annamaria Testa.
Aguzzare la vista prima di svoltare.

Oggi l'inserto domenicale di Repubblica ha chiesto all'ottuagenario ma lucidissimo designer Bob Noorda (il papà del cane a sei zampe dell'Eni e della F di Feltrinelli) di analizzare giocosamente il guazzabuglio dei segnali stradali italiani (vedi le pgg. 8-9).
Leggete l'intervista: è una gustosa ed efficacissima lezione sui font e sull'equilibrio tra testo e immagine per chiunque scrive.
Tra l'altro, Noorda taglia definitivamente la testa al toro sulla questione dell'uso del TUTTO MAIUSCOLO, che renderebbe più difficile da leggere persino il singolo nome di città sul cartello stradale. Figuriamoci il testo di un articolo, l'oggetto di un'email, il lungo titolo di una pagina web.
Provare per credere... proprio su una pagina web dedicata a Noorda ;-)
Il progetto Metropolitana di Milano di Noorda >>
Pittate d'ogni giorno.
Questo blog si occupa di parole, ma è noto l'amore della sua autrice nei confronti delle immagini che qualche volta, è vero, possono più di mille parole.
Rientrano in questa categoria quelle che il mio amico Attilio Del Giudice dipinge al computer e che proprio per la fruizione sullo schermo sono fatte.
Racconti veloci, che stanno in un rettangolo pieno di colori, di emozioni, di meraviglia e di rabbia.
Come quello dedicato ai Rifiuti emergenti di questi giorni:

O lo Scorcio iracheno:

O il mio preferito Pensieri notturni:

Sono quindi molto contenta di aver convinto Attilio ad aprirsi un blog, una finestra dalla quale guardare le sue Pittate d'ogni giorno.
Italie.
Che strano immergersi per un paio d'ore, in uno dei luoghi espositivi più raccolti e silenziosi di Roma, nelle idee, i quadri e i colori di un gruppo di artisti che circa 150 anni fa voleva fare l'Italia a partire dall'arte e dalla creatività.
Fuori, impazza l'Italia natalizia euforica nelle spese e depressa nell'animo, almeno a quanto scrivono un paio di autorevolissimi giornali anglosassoni. I giornalisti nostrani si interrogano, gli editorialisti ci/si fustigano, mentre i siti web dei loro giornali lanciano
sondaggi in proposito. Intanto La Casta ha raggiunto il milione di copie.
Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e gli altri pittori macchiaioli avevano in mente tutta un'altra Italia, ancor prima che nascesse.
Ne avevano un'idea molto precisa e ne discutevano al Caffé Michelangiolo di Firenze intorno al 1850. Venivano da tutta Italia e avevano contatti continui con Parigi e con Londra dall'unica regione, la Toscana, che allora consentisse una certa libertà di espressione.
Quella nuova Italia, per la quale quasi tutti loro combatterono e in alcuni casi morirono giovanissimi, era già nella loro pittura. Spiriti diversissimi, si ritrovarono in un'arte vicina il più possibile al vero - la natura, ma soprattutto il lavoro nei campi, l'orto, i bambini, gli animali - e in uno stile solido, costruttivo, in cui si incontrassero la pittura tonale di Giorgione e Tiziano, la luce del primo rinascimento umbro e toscano, la monumentalità di Piero della Francesca.
Tutto questo trovò espressione nella "macchia", campiture decise di colore piatto, senza contorno e senza chiaroscuro, incastri perfetti così diversi dalle svirgolature luminose dei contemporanei impressionisti francesi. Sarà per questo che la maggior
parte dei quadri macchiaioli sono minuscoli, ma nel loro formato orizzontale sembrano contenere il mondo intero: persone, case e animali vi giganteggiano dentro.
Se la maggior parte degli impressionisti nutriva per il soggetto una suprema indifferenza, per i macchiaioli era il contrario. Volevano rappresentare e attraverso la pittura scoprire e sentirsi vicini alla realtà contemporanea, quella dei grandi avvenimenti - le guerre di indipendenza, la spedizione dei Mille - e quella della vita quotidiana, della città e la campagna.
In un'Italia che ancora non aveva conosciuto l'industrializzazione il lavoro era soprattutto quello dei campi, dove Fattori rappresenta contadini e buoi come eroi del
proprio tempo, uniti dalla stessa fatica. Provate a confrontare un covone di fieno di Monet e uno di Fattori. Il primo vi rivelerà un occhio, per quanto sublime, il secondo un uomo che guarda e racconta.
Lo stesso processo unitario, che vide impegnati anche con il fucile in mano tutti i pittori macchiaioli, non è mai raccontato in maniera trionfale. Di una battaglia, Fattori preferisce ritrarre la ritirata, con i soldati feriti e stanchi, Borrani un gruppo di fanciulle intente a cucire camicie rosse.
Fare l'Italia, per loro, era prima di tutto raccontarla con la verità della pittura, indagarla in tutte le sue realtà. E così, i macchiaioli videro e dipinsero pr la prima volta quello che la pittura classica e romantica
non aveva voluto e saputo vedere.
La natura, con le libecciate sulla spiaggia di Castiglioncello, l'asprezza della Maremma, la placidità di Piagentina, un quartiere campagnolo di Firenze oggi del tutto cementificato.
I bambini, e le donne che all'interno delle case borghesi cominciavano a scoprire la propria creatività. Sono donne che suonano, cantano, leggono e soprattutto dipingono. Come la misteriosa Scolarina di Fattori, un trionfo di macchie rosa, bianche e azzurre che costruiscono una fanciulla senza volto interamente assorbita nella sua pittura di orizzonti marini.
La mostra I macchiaioli, il sentimento del vero è a Roma, al Chiostro del Bramante, fino al 6 gennaio.
PS Ho sempre amato molto i macchiaioli e Fattori in particolare.
Stamattina mi sono ricordata di averne già scritto parecchi anni fa in Oltre la cornice, un libro sull'arte italiana che scrissi insieme a Cecilia Narducci, amica, complice e coautrice della trasmissione radiofonica di Radiodue che ispirò il libro. Se volete leggere il capitolo su Fattori è qui e si intitola Butteri e soldati.
Una mappa è... un territorio creativo.

Il quaderno di Roberta Buzzacchino dedicato a Scrivere una metafora organizzativa, lo confesso, l'ho pubblicato con molta convinzione ma anche con un po' di incertezza rispetto all'accoglienza da parte dei lettori del MdS.
Un testo bello e interessante, ma scritto tutto come una poesia, senza maiuscole e senza punteggiatura. Invece è da mesi tra i più scaricati, insieme a quello dedicato alle mappe mentali di Umberto Santucci.
Il tema delle mappe evidentemente piace e incuriosisce. Quelle di Roberta, poi, sono tutte disegnate e colorate e raccontano pensieri, incontri e persone. Bellissime anche solo da vedere.
Gli appassionati di mappe saranno felici di sapere che Roberta ha aperto il suo mappementaliblog, dove non solo si possono vedere i suoi disegni, ma anche conoscerne la storia e l'occasione, nonché avere tanti altri link e spunti sui temi delle mappe mentali e della creatività.
Postilla al post su Munari.
Nei racconti di Munari che accompagnavano la mostra milanese di un paio di post fa, il designer dà delle definizioni semplicissime ma precise come il taglio di un diamante di quattro parole vicine, confinanti e spesso confuse, soprattutto nel mondo della comunicazione. Non sono riuscita ad annotarle, ma le ho ritrovate in rete.
Eccole:
invenzione
produce qualcosa che prima non c'era, ma senza problemi estetici: la cosa inventata deve funzionare bene, ma non deve essere necessariamente bella
fantasia
permette di pensare a qualcosa che prima non c'era senza nessun limite, cioè anche qualcosa che non è realizzabile, per esempio un animale fantastico
creatività
usa sia la fantasia sia l'invenzione per ideare qualcosa che prima non c'era, ma che sia realizzabile e funzionante
immaginazione
permette di immaginare i prodotti dell'invenzione, della creatività e della fantasia.
La fonte: la fantastica lezione che Munari a 84 anni tenne presso la facoltà di Architettura di Venezia, disponibile sul sito del corso di laurea in Disegno Industriale dell'Università di San Marino.
Di grande ispirazione anche per copy e scrittori in crisi e a corto di idee.
I mille occhi del bambino Bruno.
"L'uomo di Munari è costretto ad avere mille occhi, sul naso, sulla nuca, sulle spalle, sulle dita, sul sedere..." ha scritto Umberto Eco del nostro più grande designer del novecento.
E in effetti passare un paio d'ore tra le creazioni di Bruno Munari, come sono riuscita a fare domenica pomeriggio, significa moltiplicare i punti di vista, avere la sensazione di affondare lo sguardo - come un periscopio - dentro i volumi chiusi delle cose, oltre la superficie dei materiali e gli orizzonti delle stanze e delle case, oltre il tempo,
scambiando preistoria e futuro.
Quello che si riesce a vedere e che improvvisamente appare così chiaro, sono forme e verità semplicissime, talmente semplici che la prima cosa che ci si domanda è: "Ma come ho fatto a non pensarci anch'io, a non vederlo prima?"
Tanto più che gli oggetti di Munari - un libro, un quadro, una forchetta, una lampada, una porta o un portapenne - non sono sogni o visioni, ma oggetti funzionalissimi, di cui sentiamo immediatamente il bisogno.
Tanto più che questi oggetti rispondono a bisogni molto speciali: essere sereni, riuscire a sorridere e a meravigliarsi, vivere momenti di bellezza e felicità nella vita di tutti i giorni.
Un libro, quindi, può anche essere illeggibile, fatto solo di fogli colorati e di fili e palline. Ma che importa? Non deve trasmettere informazioni, ma anticipare ai bambini - prima ancora che siano in grado di leggere - che nei libri troveranno tantissime sorprese. Una funzione da poco?
Un libro può anche avere le dimensioni e la morbidezza di un materasso, ma un materasso colorato da sfogliare e in cui il bambino può fare un pisolino e un breve sogno.
Una scultura può essere bidimensionale, fatta di un cartoncino colorato formato A4, stare tra le pagine di un libro e prendere vita solo quando la si piega. La sua funzione? Rallegrare un'anonima stanza di albergo durante un viaggio.
Anche le scritture impossibili di popoli sconosciuti formano interi alfabeti completi e coerenti, assolutamente plausibili come le più azzardate ma credibili realtà della fantascienza.
Nella porta di ingresso di una casa possono essere integrati oggetti che parlano degli
abitanti in maniera ancora più esplicita del campanello con il nome, come le corde tese di un violino per la porta di un musicista.
Per vedere tutte queste belle e semplici cose, ci vogliono tanti occhi come ricordava Eco, ma occhi che abbiano saputo conservare stupore e candore da bambini.
Per questo Munari ha dedicato ai bambini tutta la sua vita e in tutta la sua vita non ha mai smesso di giocare con rigore e leggerezza.
Ascoltarne la voce mentre racconta la sua vita e le sue creazioni nell'audioguida della mostra che il Comune di Milano gli dedica in occasione del centenario della nascita è un'esperienza e una lezione di comunicazione davvero unica.
MunArt, il miglior posto in rete per conoscere Bruno Munari >>
Il linguaggio come appare.
Chiudo la serie di post sull'aspetto visivo del testo segnalando un libro che mi è arrivato oggi: Thinking with type, di Ellen Lupton (Princeton Architectural Press 2004).
Un libro che adocchiavo da tempo, anche attraverso la sua sontuosa appendice web.
Il libro è una piccola meraviglia dal costo contenuto, un manuale di tipografia per "designer, scrittori, editor e studenti".
Si apre con una frase che noi scrittori professionali faremmo bene a ricordare e ad appuntarci su un post-it da attaccare al pc: Typography is what language looks like, la tipografia è il linguaggio come appare (quindi qualcosa che ci riguarda molto direttamente).
E prosegue con 180 pagine a sorpresa, una diversa dall'altra, ma con un rigore e un ordine che ne fanno un "oggetto libro" di grande coerenza.
Ci sono la storia della tipografia e dei font più famosi, l'anatomia delle lettere dalla carta allo schermo, le regole per l'impaginazione del testo e per la costruzione della gabbia grafica, esercizi, perle di saggezza editoriale, consigli per l'editing e la correzione delle bozze.
Tutte cose che ci sono in tanti ottimi libri, ma che qui non sono solo descritte, predicate, consigliate, bensì dimostrate in ogni pagina attraverso una varietà di soluzioni grafiche e testuali che sembra infinita e che è anche una riserva di spunti e ispirazioni per dare vita, dinamismo ed espressione ai nostri testi di ogni giorno.
Soprattutto per quelli che crediamo ne abbiano meno bisogno, quali report, memo, documenti di progetto, business plan.
Post-post.
Ieri pomeriggio ho pubblicato il post su Giovanni Lussu e la tipografia, e stamattina mi trovo in posta il link al sito del grafico Stefano Simonetti.
Un mondo abitato unicamente da lettere, che formano labirinti, oggetti, persone, case e strade.
Scopri, osservi, giochi, e intanto impari.

Scrivere è un po' dipingere.
Se fosse possibile mettere un'intestazione, una breve introduzione, una dedica a un post, a quello che sto scrivendo premetterei un foglietto sul quale nel 1925 il pittore catalano Joan Mirò stese una piccola pennellata, un batuffolo azzurro, e sotto scrisse una breve frase: questo è il colore dei miei sogni.
Come tanti artisti delle avanguardie del novecento, dai futuristi a Klee, anche Mirò amava mescolare continuamente la parola e l'immagine.
Senza alcuna opposizione, senza conflitti, anzi in una pacifica convivenza nello spazio.

Vi è mai capitato di leggere qualcosa, anche molto breve, che ne illumina molte altre, infila pensieri sparsi uno dietro l'altro, dà improvvisamente un senso a comportamenti e predilezioni apparentemente irrazionali e un po' blislacchi? A me è successo, proprio questa settimana, e l'illuminazione riguarda appunto la relazione tra parola e immagine.
Io le parole, le mie e quelle altrui, prima di leggerle le guardo. Anzi, mi piace assaporare quel momento in cui un testo ha una forma che puoi cogliere con gli occhi ma non ne conosci ancora il contenuto, il significato, il messaggio. Poi, mi piace confrontare l'impressione della sola forma con quella del contenuto. Qualche volta è un gioco divertente, quasi sempre interessante.
L'ho sempre considerata una mia personale mania, dovuta ai miei studi storico-artistici, così come la mia collezione di capilettera, il mio amore per la tipografia e l'interesse per i font, la mia fame di immagini quando sono stanca di parole.
Quando ho scritto tanto e mi sento esaurita, non attingo mai spunti e carica da altri testi, ma sempre da quadri. Per me staccare davvero è andare a vedere una mostra, visitare un museo.
Per ricordarmi delle potenzialità infinite del linguaggio, mi basta ricordare e rivedere quante decine di quadri e disegni - dalle impercettibili ma innumerevoli variazioni - Picasso sia riuscito a fare a partire da un capolavoro di qualcun altro, per esempio Las Meninas di Velasquez.
Quindi leggere nelle pagine di un grande grafico contemporaneo che la scrittura ha molto più a che fare con le immagini che con il linguaggio parlato ha avuto davvero il potere di un'illuminazione.
Il libro in questione è La lettera uccide, e il grafico è il suo autore, Giovanni Lussu.
Non lo conoscevo, anche se conoscevo senza saperlo molte sue realizzazioni. Per esempio la grafica della rivista Internazionale, i famosi libretti dell'Unità di parecchi anni fa, la linea grafica di Roma Multietnica.
Lussu è figlio dell'uomo politico e scrittore Emilio e di Joyce, la poetessa traduttrice in italiano delle poesie del turco Hikmet.
E' solo il nostro eurocentrico "pregiudizio alfabetico" - scrive Lussu - a opporre scrittura e immagini come due mondi separati, a fare quasi sempre delle seconde le "illustrazioni" e le ancelle della prima.
Ogni scrittura è anche e prima di tutto forma e immagine, e non c'è immagine che non sia anche discorso e scrittura.
La scrittura non è un sofisticato sistema inventato per trascrivere la lingua parlata, ma si è sviluppata in maniera indipendente e parallela a questa. Lo provano la complessità e l'efficacia di lingue che non identificano fonema e grafema, ma anzi si sviluppano a partire dall'immagine, come le lingue dell'estremo oriente. Nella cultura cinese, pittura e scrittura si incontrano nell'arte calligrafica.
La scrittura non è un lungo nastro sequenziale di parole, come il parlato, ma organizza le parole e le frasi nella complessità spaziale della pagina. Come un pittore o un architetto.
E' ovvio che un carme figurato barocco o una composizione verbo-visiva futurista,
come un calligramma di Apollinaire o la Ursonate di Schwitters, sono indissolubili dalla forma; ma questo vale per qualunque testo scritto in alfabeto latino.
Il romanzo ottocentesco può forse dare l'illusione di una qualche indifferenza della forma rispetto al contenuto del testo; in realtà è esso stesso una specifica forma, la "forma romanzo", applicazione del principio di linearità, fatta di righe tutte uguali, legata alla specifica modalità di lettura "in automatico".
Ma già una poesia, qualunque poesia, sia stata intenzionalmente scritta e non soltanto trasmessa oralmente, non è definibile senza riferimento alla sua immagine visiva.
Si immagini di leggere la Divina Commedia su un display elettronico a scorrimento orizzontale continuo: quanto può esserne fruito, se non si vedono la lunghezza dell'endecasillabo e la struttura delle terzine e se non si ha la possibilità di scorrere verticalmente il testo per rileggere un verso o per confrontare le rime?
Con l'arte della stampa, l'autore perde la sua presa sull'aspetto visivo del testo: sarà qualcun altro a sceglierne la forma e il carattere.
Con le tecnologie informatiche e la possibilità di scegliere in prima persona spazi, forme, colori - persino inventare e usare direttamente nuovi font - l'autore può riprendersi tutto all'improvviso, ridiventare padrone della forma come del significato. Solo che spesso gli mancano la cultura, la storia, le conoscenze di quel mondo ricchissimo e decisivo per la fruizione e la leggibilità di un testo che è la tipografia. Cioè l'insieme dei caratteri e delle loro famiglie. Allora ci si abbandona a quanto i programmi di word processing ci propongono bello e pronto. Senza pensiero, consapevolezza, creatività, sperimentazione.
Tutte lacune che la scuola e la formazione sono chiamate oggi a colmare attraverso una nuova alfabetizzazione visiva, ma che quasi sempre ignorano.
Riscoprire la natura profonda e ancestrale del legame tra immagine e scrittura significa anche ridare senso alla parola "creatività" di cui a tutto il mondo della comunicazione piace così tanto riempirsi la bocca.

In rete sono disponibili molti scritti di e su Giovanni Lussu:
Le dispense del suo corso sul Type Design al Politecnico di Milano >>
Il trionfo di Gutenberg, dal sito Treccani >>
Regole e creatività, dal sito Treccani >>
Lussu, l'eleganza del carattere (dal Tuttolibri della Stampa) >>
PS Grazie ad Antonella, che un giorno di un paio di mesi fa mi ha detto "Ma tu devi assolutamente leggere Lussu!".
Occhi di ragazza.

Come sono diversi i Girasoli di Gauguin da quelli di Van Gogh!
Per l'artista olandese sono una presenza assoluta, che impregna di sé tutto lo spazio. Come nelle nature morte di Caravaggio e in quelle di Morandi, non c'è spazio per altro: fiori, frutta e bottiglie sono lì a rappresentare tutto, anche noi che guardiamo. 
I fiori a forma di sole di Gauguin, invece, se ne stanno dentro una cesta, che a sua volta se ne sta su una sedia in una stanza dalle pareti blu. Di presenze, qui, ce ne sono fin troppe: un solo occhio misterioso che guarda tutto dall'alto e la ragazza dallo sguardo sognante che si intravede dalla piccola finestra di lato.
Una delle tante che popolano il mondo di Gauguin, ben prima dei paradisi tahitiani.
Lui, Paul, di uomini ne frequentava parecchi, ma non li dipingeva mai: i pittori impressionisti con i quali esporrà a più riprese, i giovani artisti che dipingevano nella foresta bretone di Pont Aven e pendevano dalle sue labbra, gli amici che lo soccorrevano quando finiva i soldi, i mercanti che vendevano i quadri che riportava dalle isole del pacifico, i fratelli Van Gogh.
Le ragazze, invece, rappresentavano il varco verso il mondo primitivo, la natura incontaminata e piena di simboli, i recessi del sogno. Tutte: dalla parigina che dorme silenziosa sul divano in una stanza vuota in una delle sue prime prove alle contadine bretoni con i grembiuloni neri e le cuffie bianche, fino alle tahitiane silenziose.
Tutte sembrano in contatto con un mondo altro, quello che Gauguin cercò in un andirivieni senza sosta tra il Perù della sua infanzia, Parigi, la Danimarca della moglie, la Bretagna, e infine le isole del Pacifico.
Forse è per questo che sono sempre rappresentate in una condizione di confine: il sonno, il sogno, l'abbandono, l'introspezione, un rito di iniziazione.
Attraversato e assaggiato di corsa tutto il movimento impressionista, questo artista senza alcuna formazione accademica, che si mise a dipingere dopo i trent'anni, cerca anche lui la strada per andare "oltre". Si appoggia a Cezanne e ne prende in prestito la pennellata solida e costruttiva, i volumi certi delle sue mele rosse. Guarda a Degas, l'impressionista più curioso del mondo e dell'intimità femminile, che lo ricambiò acquistando i suoi quadri in uno dei momenti di maggiore bisogno.
A Tahiti, tutti i fermenti, i tentativi, le curiosità degli anni della ricerca trovano il loro
posto e si acquietano nelle grandi tele dai colori vivacissimi e piatti, dove le donne, il mare, il fuoco e la natura trovano un ritmo che è quasi una musica. Concentrati potenti di tanta arte che verrà dopo: il colore dei Fauves, il primitivismo di Picasso, la gioia di vivere di Matisse, la decorazione struggente e invasiva dell'art nouveau.
Il concentrato esploderà nel 1906 - Gauguin è morto in solitudine alle Isole Marchesi solo tre anni prima - alla grandiosa retrospettiva che gli dedicherà a Parigi il Salon d'Automne: le nuove leve delle avanguardie del '900 sono tutte lì, davanti alle sue 250 opere.
Paul Gauguin all'Ermitage >>
PS La mostra Paul Gauguin. Artista di mito e sogno al Vittoriano a Roma è aperta fino al 3 febbraio 2008.
150 opere che coprono tutta la sua attività, dalle prime prove impressioniste alle grandi tele tahitiane, più lettere, taccuini (ci sono due schermi che li sfogliano pagina per pagina) e la novità (per me) di alcuni strepitosi vasi di ceramica, tra l'arte giapponese e le trasparenze artificialmente naturali dei vetri di Tiffany.
Una stanza tutta per sé.
Via Notebookism sono approdata all'album fotografico che il Guardian dedica alle stanze dei grandi scrittori contemporanei, complete di un breve testo dell'autore che le illustra nei dettagli e racconta le sue abitudini quotidiane.
Words & images.
Ho aggiunto la rubrichetta words & images alla colonnina dei link sulla destra di questo blog: ci sono tre blog bellissimi, tutti da guardare.
Taccuini d'artista.

Credo di aver già segnalato Notebookism, il bellissimo blog che segnala taccuini, matite, penne, illustratori, mostre, e tutto ciò che ha a che fare con gli appunti che si prendono su un piccolo quaderno da tenere in tasca, visuali o testuali che siano.
Uno degli ultimi post riguarda una mostra che si terrà da agosto a novembre al Fogg Art Museum presso l'Università di Harvard: UnderCover, 150 taccuini d'artista.
Fin d'ora - tre mesi prima- il sito companion della mostra ne pubblica per intero ben 15: da Burne-Jones a David, da Fragonard a Grosz, copertine comprese, più un podcast della curatrice.
Date una sfogliata: è una meraviglia.
D'arte, e soprattutto di comunicazione.
La felicità in un gran mazzo di fiori.
Purtroppo sono di natura maliconica, ma per fortuna mi consolo facilmente, ho pensato stamattina quando ho lasciato le pozzanghere del centro di Roma per entrare nel mondo colorato e gioioso di Chagall.
Il pittore della cittadina russa di Vitebsk, presto diventato cittadino del mondo, mi ha
davvero consolata e mi ha regalato una carica di ottimismo che mi piacerebbe conservare.
Alla prima botta depressiva, mi farebbe bene aprire gli occhi su un quadro di Chagall.
Credo che tanta felice sorpresa sia dovuta al fatto che di questo pittore, che ho studiato e che sui libri conosco bene, avevo visto fino a stamattina ben poche opere vis-à-vis. O forse ne avevo viste troppe su cartoline, manifesti e libri. Invece oggi di meraviglie chagalliane ne ho viste circa 180.
Lui, Marc Chagall, avrebbe avuto i suoi motivi di tristezza.
Era nato in un villaggio poverissimo, in una famiglia di nove figli, lontano dai grandi centri dell'arte.
Arrivato a Parigi nel 1910, senza mezzi, trovò casa alla Ruche, l'alveare degli artisti più miseri.
Visse due guerre mondiali e conobbe le conseguenze delle due peggiori dittature del Novecento, che spazzarono via per sempre il suo shetl ebraico e tutto il suo mondo. Il nazismo proclamò "degenerata" la sua arte, il comunismo lo deluse da subito.
Perse in pochi giorni il suo grande amore, e rimase dieci mesi nella più assoluta disperazione, senza toccare un pennello.
Eppure, la sua arte è un continuo inno alla vita.
Nei temi: l'infanzia, la famiglia, il villaggio, il mondo ebraico, gli animali e la natura, ma sopra ogni cosa l'amore. Atteso, vissuto, perduto, e infine ritrovato.
Marc non si accontenta di dipingere la donna amata, da viva e poi come angelo custode che veglia sempre sul suo destino. E' talmente felice da confondersi con lei in una sola figura, condividendo una volta il viso, un'altra le mani, un'altra ancora il corpo.
E non basta: è talmente felice, che con lei può solo volare alto alto nel cielo, e lassù donarle il più bel mazzo di fiori che si sia mai visto.
Per raccontare con la pittura il suo sogno di felicità, Marc si appropria di tutti i linguaggi.
Il cubismo orfico e luminoso di Delaunay, molto più congeniale di quello analitico di Picasso e Braque: lui scompone le forme per ricreare il suo mondo poetico, delle "pere triangolari" non sa che farsene.
Il surrealismo, ma senza manifesti e dogmi, solo come naturale porta sul mondo del sogno. I mostri animali di Max Erst sono gli animali familiari del villaggio della sua infanzia.
L'esplosione di colore e l'espressionsmo dei Fauves gli passano il messaggio di Van Gogh: il colore, da solo, parla direttamente al cuore.
La "gioia di vivere" di Matisse, con i suoi atelier pieni di cose, e una natura che arriva a danzare.
Ma lui gli "ismi" del '900 li scavalca tutti, con il suo sorriso, sempre meravigliato e un po' sornione. Quello che ritrovi in tutte le fotografie, insieme a un enorme mazzo di fiori freschi. Anche nei periodi più bui, nell'atelier più povero, quei mazzi non mancano mai.
PS Mentre scrivevo questo post ho pensato a come è strana la quasi assenza di blog sull'arte nella blogosfera italiana.
Parole e immagini: teoricamente il web e i blog sembrano fatti apposta.
E tu, di che font sei?
Via Bad Language sono approdata all'inchiesta di Slate sui font che usano giornalisti e scrittori.
Gli intervistati sono piuttosto tradizionalisti: in gran parte prediligono Courier, Courier New, Times. Insomma, typeface che ricordano la macchina da scrivere e il libro.
Io ho avuto per anni un'insana passione per il Verdana - il font di questo blog - da cui sto in parte rinsavendo.
Ho imparato a usare font diversi, a seconda di quello che sto scrivendo, e devo dire che mi aiuta.
I Quaderni del MdS sono in Trebuchet, i miei file in word si suddividono tra Verdana, Garamond e Palatino.
In genere Verdana per i testi più lunghi, Garamond e Palatino per quelli più brevi, per esempio le lettere. Spesso scelgo per scrivere il font in cui io mi sento più a mio agio, ma per presentare il testo scelgo quello che mi sembra più in sintonia con chi lo leggerà o ci si deve riconoscere.
Funziona.
PS A Helvetica, che quest'anno compie 50 anni, è dedicato un documentario che ha già vinto molti premi e che in questi giorni è in programma nei più importanti musei del mondo, dal MoMA al Palais de Tokyo. E in Italia?
Sul sito dedicato, del nostro paese non c'è traccia.
Tessuti.

Il libro di Sabadin che citavo qualche post più in giù definisce viewspaper i giornali che, sull'onda del web, sono più - o forse prima - da vedere che da leggere. Con grandi immagini che costeggiano e corteggiano il testo, e poi box, menu e pop up.
Il mio viewspaper preferito è l'inserto domenicale di Repubblica, in cui trovo sempre qualcosa che mi piace.
Oggi c'è una doppia pagina dedicata ai tappeti persiani.
Giardini incantati, luoghi della preghiera e soglie verso il paradiso, lo sfondo di Sherazade mentre raccontava sfidando ogni notte la morte, magia per fuggire lontano e sorvolare immensi tempi e spazi, ambasciatore degli scambi tra oriente e occidente.
Nelle loro sacre conversazioni i pittori veneziani del quattrocento collocavano il tappeto persiano al confine tra lo spazio sacro della vergine con il bambino e quello dei santi e dei committenti. Tralci, rami, intrecci e calligrafie dei tappeti ispirarono anche Matisse e Paul Klee.
E il tappeto è anche tra le più belle metafore della scrittura: è la diversa combinazione di elementi semplici, con il loro colore, il loro spessore, la loro opacità o lucentezza a dare vita, intrecciandosi, a immagini e storie sempre diverse. Ogni nodo, un bivio, una decisione.
Fa bene ricordarsi ogni tanto che testo deriva proprio da tessuto, intreccio.
Ci riporta alla dimensione artigianale della scrittura. All'attenzione e alla pazienza.
Il genio che ti guarda negli occhi.
Riferita agli artisti, la parola "genio" spesso serve ad allontanarli e a renderceli un po' antipatici, tanto l'arte degli ultimi due secoli ci ha abituati a identificare verità e bellezza con l'irregolarità e lo scarto dalla norma. Se poi alla parola "genio" uniamo "rinascimento", cioè il periodo che più associamo alle vette della perfezione, l'artista sale sull'olimpo, ma si stacca da noi.
Forse è per questo che per tutta la mia adolescenza, e poi durante i miei studi, non sono riuscita a sopportare Raffaello e le sue placide e quiete madonne, oppure quelle summae di conoscenza passata e presente che sono gli affreschi vaticani.
Quel genio perfetto, morto a soli 37 anni, aveva poco da dirmi: vuoi mettere con le indagini leonardesche o i tormenti e la poesia di Michelangelo?
Il tempo che passa mi ha riconciliata con i genii apparentemente perfetti, e ora amo moltissimo il mare calmo della pittura raffaellesca.
Anche a proposito di Albrecht Dürer si parla di "genio rinascimentale".
Scienziato eclettico come Leonardo, usa il pennello e la punta d'argento per indagare prima ancora che per rappresentare il mondo.
Conosce tutte le tecniche. Con la matita morbida ridà vita ai puttini della scultura romana, che diventano paffuti e vivaci bambini. Con l'incisione illustra i primi libri a stampa, racconta le storie sacre, recupera l'antichità degli archetipi nelle misteriose figure della melanconia, del cavaliere con la morte e il diavolo, o la fortuna che
vola e regna sui nostri destini dall'alto del cielo di una carta di tarocco.
Con l'olio fiammingo e lucido racconta la storia sacra o si rappresenta in tutte le tappe della sua vita, dall'età di tredici anni in poi. Ritratti di sguardi diretti e profondi, senza mediazioni, come Leonardo e poi Rembradt e Caravaggio. Consapevole del suo valore e della sua autonomia di artista, ribaditi dall'inconfondibile e onnipresente monogramma AD.
In più, Dürer è il ponte e la cerniera tra due culture, quella italiana e quella tedesca: viaggiatore tra Norimberga e Venezia, dove conobbe i fratelli Bellini, Giorgione e Mantegna, portò al nord la classicità e la prospettiva, ma ricambiò la civiltà mediterranea con le sue incisioni, che continuarono a ispirare gli artisti italiani dal primo cinquecento su su fino a Caravaggio, i Carracci, Guido Reni.
Genio rinascimentale, ma genio vicino e quasi familiare, il Dürer che ho ammirato per più di due ore questa mattina alle Scuderie del Quirinale. Non solo per le dimensioni domestiche della maggioranza delle opere, ma per gli sguardi così vicini permessi dalla mostra e per lo sguardo così vicino alla natura e alle cose dello stesso Albrecht.
Un iris dal lunghissimo stelo sembra appena uscito da un erbario: vero e simbolico al tempo stesso, perché l'artista ne ha fatto l'emblema del trascorrere del tempo, dal fulgore della piena fioritura al momento in cui comincia ad appassire.
Acquarelli, tecnica impressionista e veloce, per gli appunti di viaggio, mentre scendeva in Italia: Innsbruck, i castelli di Arco e di Trento, un mulino ad acqua in rovina sul ciglio della strada.
E gli animali: il famoso leprotto, i levrieri che ritrovi dappertutto, a far compagnia a una
dama contemporanea come agli dei, i cavalieri e i cavalli a rappresentare la gloria terrena ma anche la forza domata delle passioni, come sarà per altri tedeschi di quattro secoli dopo, quelli del Cavaliere Azzurro.
Ma su tutto le persone. Niente compiacimenti, niente simboli del potere né della professione, niente adulazione. Solo volti ravvicinati in uno spazio vuoto, con le ciocche e le rughe indagate una per una, lo sguardo dritto verso un orizzonte che non vediamo, che sia il potentissimo mercante Jakob Fugger o un'anonima ragazzetta veneziana.
Ma se tra i tanti, cogliete uno sguardo diretto senza esitazione su di voi, potete star certi: è un autoritratto, Albrecht che non rinuncia mai a indagare e interrogare con gli occhi.
Schizofrenie. E sintonie.
Quando scrivo meno sul blog è perché scrivo troppo per lavoro, cosa che mi sta succedendo in questi giorni.
Sono momenti in cui mi ritempro più facilmente con la narrativa, o con le immagini. Ho visto delle belle mostre, con gran corredo di parole, più o meno belle, qualche volta schizofreniche.
La mostra milanese di Kandinsky, per esempio, di cui ho scritto nel post precedente. Stupisce come tanto impegno di risorse, attenzione ed energie non sia stato minimamente dirottato verso i testi che illustravano le opere nelle diverse sale. Non tanto nelle prime sale dedicate all'artista russo, quanto nelle numerose altre che ospitavano le opere degli astrattisti italiani, meno conosciuti al grande pubblico.
Testi noiosissimi, fitti fitti di dettagli biografici inessenziali per la comprensione delle opere, tagliati male, con un linguaggio vecchio, una sintassi da tema liceale e una paura talmente ossessiva della ripetizione da indurre a sostituire più volte il nome della città di Como con il criptico "capoluogo lariano". Ci ho messo un bel po' a capire che volesse dire.
Eppure, per la stessa mostra, sono state ideate anche soluzioni abbastanza innovative di coinvolgimento dei visitatori: l'audioguida di Sgarbi via mms, o la possibilità di inviare una recensione e di vederla pubblicata sul sito.
Tra i tanti gerghi duri a morire, quasi mai si cita il beniculturalese, spesso una cortina fumogena di frasi fatte, che sfuma i contorni, diluisce i colori, allontana dalle opere, qualche volta per sempre. Tipo:
"Un'opera che suggerisce una riflessione sulla fruibilità dello spazio e sul confine che esso rappresenta, semplice convenzione o barriera da sfondare con prepotenza. Il percorso proposto vuole quindi porre l’accento su una dimensione percettiva, in cui un approccio ludico e uno più riflessivo dialogano, nutrendosi dell’invisibile strato di ricordi che intride le pareti del museo."
Domenica mattina, altra mostra, altre parole. Al Chiostro del Bramante, a Roma, fino ai primi di maggio è di scena Annibale Carracci. Mostra superba anche questa, per quantità e qualità delle opere.
Eppure, parole semplicissime per raccontare un pittore difficile: sono le parole di Eugenio Riccomini, storico dell'arte allievo di Roberto Longhi, che nel lungo filmato conversa con noi spiegandoci le immagini che intanto scorrono sotto i nostri occhi.
Questa volta ho voluto farci caso: credo che per quasi mezz'ora il professore sia riuscito a non pronunciare nemmeno una volta una parola che non fosse tra le 7.000 del famoso vocabolario di base di Tullio De Mauro. Eppure, mai nessuno mi aveva spiegato con tanta chiarezza e profondità l'italianità della pittura di Annibale, la sua inquietudine di uomo moderno, la convergenza anziché l'opposizione con l'altro grande contemporaneo, Caravaggio.
Tutta la comunicazione della mostra riprende quel taglio e quelle parole, senza sbavature: dai brevi testi di accompagnamento nelle sale fino al sito web, che serve davvero da introduzione prima della visita, e poi per ricordare quanto si è visto.
Un libro: A caccia di farfalle. Manuale semplice e breve per guardar quadri e sculture senza complessi di inferiorità, di Eugenio Riccomini (Zanichelli 2005) >>
Un podcast: il servizio che la Radiotelevisione della Svizzera italiana ha dedicato alla mostra milanese di Kandinsky >>
PS giuro che col prossimo post la pianto con l'arte e torno alla scrittura professionale.
Wassily, il musicista.

Composizione VII: un enorme quadro dipinto da Kandinsky in soli tre giorni nell'ottobre del 1913. La sua compagna di allora, la pittrice Gabriele Münter, fotografò i vari stadi della realizzazione dell'opera.
E' un'esplosione di forme e di colori, in cui si disintegrano tutti i temi fino ad allora cari a Kandinsky: le campagne di Murnau, i treni neri, i cavalieri azzurri, le cupole a cipolla delle chiese russe.
"Composizione", come quelle musicali. E proprio a questo aspirava il pittore: a sprigionare la musica e il ritmo anche dalle forme e dai colori, a usare i colori come i tasti di quel pianoforte "dalle mille corde" che è l'animo umano.
Per farlo doveva liberarsi di ogni residua schiavitù della realtà, dell'oggetto. Anche se in questo quadro monumentale riusciamo ancora a intravedere delle tracce di mondo: dei tralicci neri, degli archi, una testolina di gatto che sembra uscita da uno dei quadri dei suo amico Franz Marc.
I colori vivacissimi si inseguono in un ritmo vorticoso e in forme che sembrano farsi, disfarsi e aggragarsi sotto i nostri occhi - organiche e geometriche, lacci e fruste -.
Eppure la deflagrazione ha un suo rigoroso ordine e coerenza interna, come una griglia di Mondrian.
Tutti i colori sembrano qui messi alla prova, per sprigionare le loro potenzialità di "suono" cromatico: il giallo espansivo, con la sua vocazione a illuminare tutto ciò che lo circonda; il blu spirituale perfetto, voce del cielo e del violoncello; il rosso pieno di energia in cui risuonano le fanfare; il verde, il colore più fermo e più calmo che esista; e il viola, dal suono profondo come quello della
zampogna.
Dopo l'esplosione, Kandinsky riprende i colori uno per uno, in quadri più piccoli per studiare i loro rapporti con le forme. Ognuno ha quella che lo esalta: il giallo il triangolo, il blu il cerchio, in cui si rinchiude e contrae come "una tartaruga nel suo guscio". Nascono composizioni quasi monocrome: rosa carichi e profondi, verdi sereni, ma pieni di ritmo, neri di buio con qualche falce di luna, giallo pallido con pochi elementi come in un deserto, una tavola di 30 ideogrammi danzanti in bianco e nero, come un nuovo alfabeto.
Se i colori cantano, infatti, le forme danzano. Fino al vero balletto celeste in un azzurro che acceca: c'è Mirò, ci sono Arp, i surrealisti e i dadaisti negli angioletti di Kandinsky, Beato Angelico novecentesco.
Le schegge delle esplosioni di Kandinsky arrivano anche nel chiuso dell'Italia fascista, incendiano menti e sensibilità dei giovani artisti, anche se alla mostra organizzata nel 1934 alla Galleria Il Milione di Milano vengono vendute solo due piccole opere. Ma il varco sul nuovo mondo senza oggetti ormai è aperto: vi passano Prampolini, Fontana, Licini, Melotti, Munari e tanti altri fino agli anni Cinquanta.
Il mondo senza oggetti trova i suoi esploratori italiani e si popola rapidamente, ma Kandinsky ha illuminato l'ingresso, ha indicato la botola.
Niente sarà più come prima. Come sempre succede dopo le grandi "rivelazioni": la Sistina di Michelangelo, la Cappella Contarelli di Caravaggio, Les Demoiselles di Picasso.
Kandinsky e l'astrattismo in Italia >>
Kandinsky e la musica >>
Qualche post fa parlavo dei titoli poetici dei quadri di Paul Klee.
I pittori poetano, i poeti disegnano.
Ieri nell'inserto domenicale di Repubblica c'era una doppia pagina dedicata ai disegni dei poeti e degli scrittori conservati presso il Centro Manoscritti dell'Università di Pavia fondato da Maria Corti. Da non perdere: Montale, Buzzati, Calvino, Gatto, Flaiano.
Occhi nuovi.
Born into brothels è un film documentario girato nel quartiere a luci rosse di Calcutta da una giovane fotografa americana. Capitata lì per un servizio veloce, ci è rimasta per mesi: ha distribuito ai bambini venti macchine fotografiche, ha insegnato loro come usarle, li ha seguiti nei loro reportage per il quartiere e la città, ha analizzato con loro le foto, una per una, in una improvvisata scuola di fotografia sui pianerottoli di case sovraffollate.
Il film racconta i piccoli ma veri miracoli che può compiere l'esercizio di una nuova attenzione e di un nuovo sguardo sul mondo che ci circonda, anche quando è un mondo disperato e degradato, apparentemente senza speranza. Gli scatti dei bambini scandiscono i racconti delle loro vite precarie, ma sono concentrati di sogni, speranze e allegria.
Qualche giorno fa Mafe de Baggis ha scritto sul suo Maestrini per caso uno splendido post sulle cose inaspettate che accadono quando si comincia a osservare il quotidiano attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica. Questo strano e piccolo film me lo ha ricordato.
Il titolo è una porta da aprire.

Ho visto nella mia vita almeno quattro grandi mostre su Paul Klee, la prima a nove anni l'ultima ieri, e ho visto centinaia di sue opere in molti musei. Ma ogni volta è un incontro magico, che mi apre la mente e gli occhi.
Se da piccola fu la rivelazione che l'arte poteva contenere non solo la realtà visibile ma anche quella invisibile e persino inventare una nuova realtà trascinandomi dritta dritta lì dentro, ieri ho riflettuto soprattutto sulla natura poetica delle minuscole opere di Klee.
Come nella poesia, un'estrema economia di mezzi.
Una linea sottile e vibrante, che non delimita e contiene, ma conduce e dà la direzione come le frecce che si trovano in tanti suoi quadri.
Il ritmo, dato soprattutto dal colore, che si alza e si placa come la voce del suo amatissimo violino. Ma anche dalla ripetizione - con minute variazioni - di elementi decorativi, come nell'arte orientale.
L'accostamento inedito tra elementi semplici, quotidiani, che fanno scaturire nuove immagini, nuovi oggetti e paesaggi, che non esistono nella realtà che possiamo vedere con gli occhi, ma che abitano la nostra mente e i nostri sogni: pesci, case, barche, persone, città, tappeti volanti. Quando li vediamo, li riconosciamo all'istante.
E soprattutto la presenza delle lettere, delle parole, dei titoli, parte essenziale delle opere, vere e proprie chiavi, codici e porte verso il significato.
Mai trascurare un titolo di una "miniatura" di Klee, come le chiamava il grandioso e monumentale Picasso: Cancellato dalla lista, Canzone d'amore alla luna nuova, Il tappeto del ricordo, Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte..., Villa R, Paesaggio miracoloso, o "112"!, Giardino asciutto e fresco, Separazione di sera, La macchina cinguettante, Pensando al futuro.
Così, Spirito di una lettera.
E' un oggetto, concreto: oggetto-quadro, perché Klee ci fa sempre vedere un pezzetto del supporto di base, cartone o legno; oggetto-lettera, perché di questo si tratta, semplicemente, una busta, con le sue letterine che si vedono un trasparenza attraverso la carta, i due lembi che si incrociano con la precisione e la simmetria di un capitello dell'arte classica.
Ma è una lettera che si anima sotto i nostri occhi, diventa persona, bambino stupito, forse un po' triste, come quello che tutti noi ci portiamo dentro.
Diventa anche l'idea stessa della lettera ancora chiusa, messaggio misterioso, bella o brutta notizia? sembra dirci il segno del punto interrogativo al posto del cuore.
Le opere di Klee sul sito del Zentrum Paul Klee, Berna >>
Le opere di Klee al MoMA >>
Bianco e nero.

Che sul fondo nero i caratteri bianchi non si leggano per niente, soprattutto quando sono piccoli, fitti fitti e con l'impaginazione giustificata sembra far ormai parte dell'abc della comunicazione. Sul web e fuori.
Eppure capita ancora di vedere i pannelli illustrativi dei musei concepiti proprio così, scoraggiando anche il visitatore più volenteroso.
A me è capitato nella riaperta Villa Torlonia a Roma, dove ho passato l'ultima giornata del 2006.
Peccato, perché tutto il resto è davvero perfetto e merita assolutamente una visita. Non mancate di scaricarvi prima le audioguide in mp3 dal sito della Villa sul portale Musei in Comune, dedicate al Casino Nobile, che ospita il nuovo Museo della Scuola Romana, e alla Casina delle Civette, dove la luce filtra nei mille colori delle vetrate liberty di Duilio Cambellotti.
Forca pop.
Ancora per pochi giorni, al Chiostro del Bramante a Roma, si può vedere una mostra bellissima, di quelle da non perdere per noi romani abituati ad ammirare capolavori che ci parlano soprattutto di fama, di vita, di cielo e di eternità. Fin dentro le viscere della città, o perdendoci nei vortici di nuvole barocche.
Nonostante i colori festosi e sgargianti, le enormi dimensioni, l'opulenza e la ricchezza, i personaggi famosi, i quadri di Andy Warhol parlano soprattutto di morte.
Effigi, santini di lusso, pura superficie, dietro le quali non c'è più la persona, solo la
bidimensionalità di un manifesto o di una pagina di giornale cui anche i drammi vengono ridotti in una società che tutto consuma e divora.
Così è per Jacqueline Kennedy: otto variazioni di azzurro per la sua maschera tragica durante i funerali del marito. Immagini viste e riprodotte milioni di volte.
Così è per Marilyn Monroe, anche lei icona pura, sempre uguale ma per l'artista sempre diversa, con la sua bocca rossa che impercettibilmente si sposta di serigrafia in serigrafia.
Così è per la bottiglia di Coca Cola, il barattolo della minestra più consumata dagli americani, il detersivo Brillo, tutte star del consumo dell'american way of life.
Così è per la serie delle Electric Chairs, sedie elettriche solitarie nel mezzo di una stanza vuota: a partire da una fotografia in bianco e nero, ogni volta sfumate con colori e intensità diverse, qualche volta con colori pastello così eleganti e raffinati da finire per depotenziare completamente la forza di quello strumento di morte.
Quella di Warhol, del resto, non era affatto una campagna contro la pena di morte, piuttosto l'ennesima dimostrazione di quanto persino la morte può diventare spettacolo e decorazione, non suscitare alcuna emozione, quando è riprodotta sempre uguale s
otto i nostri occhi.
E star diventano persino i 13 ricercati più famosi d'America, oggetto di una serie nel 1964: in bianco e nero, ci guardano fissi dalle serigrafie dall'ingrandimento sgranato.
Warhol non commenta mai, lascia che siano solo le immagini a parlare, lo spettatore a capire.
Queste immagini in bianco e nero, o coloratissime come un manifesto pop, mi sono tornate in mente oggi di fronte alle mille immagini del
dittatore che rimbalzavano tutte uguali di sito in sito.
Solo che i nostri autorevoli quotidiani commentano eccome: Giustiziato, Impiccato, Gli ultimi istanti di vita del rais (... e parte il video), La fine di Saddam: tutti i video e tutte le foto, Photogallery: dalla cattura alla forca.
Colori per le mie carte.

Ikea Flyt nelle versioni di Attilio, di Dario, e di Giulio (che è ancora troppo piccolo per avere un sito).
Henri, il giocoliere.
"Quando, aprendo la finestra, pensavo che avrei avuto tutti i giorni quella luce davanti agli occhi non potevo credere alla mia felicità."
Sarà stato che oggi a Roma il cielo era triste e grigio, ma stamattina ho sentito forte il bisogno di aprire le finestre di Matisse.
Finestre che danno sul Mediterraneo, una luce calma, e qualche vela sullo sfondo. Siamo anche noi immersi nella stanza, e ne vediamo un pezzo. Quello che non riusciamo a vedere, è spesso riflesso in uno specchio: una tavola apparecchiata, grandi mazzi di fiori, una ragazza sdraiata sul divano come un'odalisca, e tutto intorno coloratissime carte da parati.
La mostra Viva la pittura!, dedicata a due pittori così diversi eppure così simili come Matisse e Bonnard, è un trionfo di colori e di interni. Solo ogni tanto si esce in una strada parigina, su una marina o in un giardino protetto da siepie rampicanti.
All'origine c'è sempre lui, Van Gogh, il maestro dei colori dell'anima, più sentiti e più veri di quelli che si percepiscono con gli occhi. Nei due pittori francesi, però, non servono a gridare l'angoscia, ma a raccontare ricordi ed emozioni minute e quotidiane, quelle suscitate dalle persone amate o da un mattino più luminoso degli altri. Con piccole variazioni, quelle dei giorni che passano.
Entrambi costeggiano le avanguardie del primo novecento, attraversano due guerre mondiali, senza
mai provare la tentazione dell'astrazione o dello smontaggio delle forme, senza che gli echi del mondo e della storia si facciano sentire nelle stanze silenziose.
Quelle di Matisse incastonano oggetti su oggetti in equilibri bidimensionali perfetti, quelle di Bonnard restituiscono atmosfere vibranti in cui l'occhio freddo e oggettivo degli impressionisti si fa occhio interiore, che registra non più quello che vede, ma quello che sente, immagina e ricorda.
Sarà per questo che mi sembrava di guardare poesie in immagini o immagini poetiche? Di cogliere in quelle tele quasi dei grumi sinestetici fatti anche di suoni e di ritmi? O sarà stato l'effetto dei collage di Jazz, il libro ritagliato e incollato da Matisse quando era ormai sulla sedia a rotelle e non poteva più dipingere ma solo ritagliare fogli colorati?
"Non vedo differenza fra la costruzione di un libro e quella di un quadro. Passando dalla tela alla pagina, il sodalizio tra immagine e parola, disegno e colore, si alternano ritmicamente, come gli oggetti scelti da un giocoliere."
Link
Bonnard, Observing nature
Sfoglia le pagine di Jazz, di Matisse
Web.2: come parlano i musei.
Le mie avventure lavorative dell'ultimo anno mi hanno spesso portato verso la comunicazione dell'arte sul web, tema che ho affrontato a modo mio, studiando ed elaborando ogni volta delle soluzioni diverse.
Già l'artese è un gergo niente male, che spesso fa di tutto per allontanare lettori e visitatori. Trovare la chiave, il linguaggio divulgativo giusto, senza sacrificare rigore e precisione, può rivelarsi un'operazione da funamboli.
Oggi mi è sembrato di sognare quando ho scovato sul sito spagnolo Dosdoce uno studio interessantissimo sulla comunicazione dei musei e delle istituzioni artistiche nel Web.2: 180 pagine di schede, screenshot e un mare di soluzioni e idee con le quali i maggiori musei spagnoli "conversano" con i loro visitatori, reali e virtuali. Gratuito e aggiornatissimo, perché appena uscito.
Arte, le mie parole e le mie idee sono anche qui:
>> illy, espressione
>> Lottocult
>> Pocherighe: il mestiere di scrivere dell'arte
Un'estate al mare.
Sul web le fantasie ad occhi aperti, i giochi di libere associazioni, qualche volta prendono consistenza e dal pensiero e dall'immagine la mano corre su Google. Mi è appena successo.
Ho pensato alla spiaggia, ma non alle nostre mediterranee, con gli stereo e le creme. Ho pensato alle spiaggie nordiche, battute dal vento, con le signore imbacuccate. Come Toni Buddenbrook sulla spiaggia di Travemünde dentro i cestoni di vimini.
Ho pensato a quel meraviglioso pittore di spiagge e signore che è il francese Boudin.
Ho cercato Boudin con le Immagini di Google e sono approdata all'istante in un posto meraviglioso: il Balnea Museum, museo virtuale dei bagni di mare e del turismo balneare.
Vi consiglio un tuffo: vi incontrerete le bagnanti di Picasso, Boudin, Courbet, Dudovich, Carrà, De Chirico, libri, articoli, link, foto d'epoca... c'è da bagnarsi e divertirsi per ore.
E tutto da una piccola fantasia di sabbia.
Belle cose, di domenica.
Tra le cose che il sito di Repubblica mette gratuitamente online c'è il supplemento Domenica.
Quasi sempre, vale la pena di sfogliarlo non tanto per i testi, quanto per le immagini.
E' il caso anche del numero di oggi, con i disegni di Umberto Eco quando pensava, immaginava, e "vedeva" prima ancora di scriverli, i luoghi e i personaggi del Nome della rosa.
Un tema, quello del "disegno" dei testi, che non finisce di affascinarmi.
Scrive Eco: "Tutti pensano che il romanzo sia stato scritto al computer, o con la macchina da scrivere, in realtà la prima stesura fu fatta a penna. Però ricordo di aver passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, insomma inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e sui luoghi che visitavo."
Ma in questo numero della Domenica ci sono altre bellissime cose: le vacanze sul Mare del Nord (illustrate da un magnifico pittore), il postino di Rimbaud, i disegni di Erté, nonché proposte di menu liquidi e gelati, inaugurate dal superbo e saporitissimo gazpacho.
cm. 45 × 34,5 
Un quadro poco più grande di una mattonella.
Dentro c'è una ragazza accarezzata dalla luce, che è insieme carne, scultura e architettura.
Un velo azzurro colore del cielo protegge la Vergine Annunciata come una tenda, ma è anche un baldacchino da regina, una piramide che nasconde insondabili segreti. A noi è dato di vedere solo l'ombra che il velo proietta sul collo.
Di fronte, la piccola architettura metafisica del leggio di legno, con i suoi archetti.
Tutto sembra fermo, ma non lo è.
Un vento leggero solleva la pagina del libro.
La mano destra si alza all'improvviso, parla per lei e rompe il confine tra lo spazio del quadro e quello di chi guarda.
Gli occhi sono bassi, ma una corrente passa, e unisce la ragazza e il suo pittore, che di fronte a lei ha preso il posto dell'angelo.
G. A. Sartorio, un trascinante conservatore.
Anche nell'arte, la parola "innovazione" ci incute sempre una certa soggezione e a distanza di ormai un secolo ci misuriamo sempre con i grandi rivoluzionari delle avanguardie dei primi anni del Novecento, che sentiamo ancora nostri contemporanei, perché dobbiamo loro un nuovo sguardo sulle cose, sul mondo e sull'arte stessa. Il valore di un artista spesso lo misuriamo sul grado di innovazione, o di rottura con la tradizione, a seconda del punto di vista.
Stamattina, al Chiostro del Bramante a Roma, in mezzo allo sconfinato mondo pittorico di Giulio Aristide Sartorio, non ho potuto usare il solito metro, perché sono stata davvero rapita dalle forme e dalla vitalità di un artista conservatore, che guardava soprattutto al passato - dai fregi del Partenone agli Ignudi di Michelangelo - e conosceva bene la cultura del suo tempo, ma che del futuro né si preoccupava, né riusciva a intravedere qualcosa. Eppure mi ha fatto passare due ore appaganti e bellissime.
A casa, Google mi ha restituito ben poco di questo artista famosissimo tra Ottocento e Novecento, che viveva nel lusso materiale e intellettuale della sua villa vicino Porta San Sebastiano a Roma, amico di D'Annunzio, per il quale realizzò illustrazioni di libri e splendidi ex-libris.
Un artista cosmopolita, che fece il giro del mondo, vicino ai preraffaelliti inglesi, così come ai tedeschi Böcklin e Klinger.
Eppure non c'è italiano che non abbia visto almeno una volta il capolavoro di Sartorio, il grande fregio dell'aula di Montecitorio a Roma, un grandissimo bassorilievo in pittura in cui donne, uomini, ghirlande e cavalli si annodano in decorazioni liberty a celebrare le virtù e la giovinezza dell'Italia unitaria. 
Era quel mondo da gran virtuoso del pennello e della mitologia che credevo di ritrovare, e invece ho scoperto molto di più nelle decine di opere quasi tutte conservate nel segreto e nel chiuso di case private.
Io che amo molto l'arte del mio tempo, così frammentata e fatta anche di cose e materie di tutti i giorni, ho conosciuto un artista che sembrava da solo dominare tutto: il nudo, la figura, l'impennarsi di un cavallo, l'increspatura del mare, il merletto bianco di un abito; e tutte le tecniche, dall'olio al pastello, dal carboncino all'incisione. Con sicurezza, senza esitazioni, in una produzione di quadri enormi o minuscoli, che sembra non avere fine.
Sartorio era ricco, famoso e omaggiato, ma questo non frenava la sua curiosità del mondo e il suo desiderio di possederlo attraverso lo sguardo e la pittura. E non solo il passato dei miti classici, ma Roma e la sua campagna, l'agro pontino e il promontorio del Circeo. Viaggiò in tutto il mondo, lasciando dei reportage che si snodano di tela in tela: il muro del Pianto a Gerusalemme, re Fuad d'Egitto rappresentato a cavallo come il Carlo V di Tiziano, la pesca dei tonni e la mattanza, le foche e i delfini.
Quando scoppiò la prima guerra mondiale aveva già 55 anni, ma aderì con entusiasmo all'invito che il Governo fece agli artisti perché documentassero la guerra con pennelli o macchina fotografica. Lui andò al fronte, dove dipinse il dolore, la paura e la morte con una solidarietà profonda, ma anche con splendide invenzioni formali: il bombardamento di Venezia sembra un quadro di Folon. Fu anche fatto prigionero e passò, senza minimamente scoraggiarsi, due anni nel campo di Mauthausen. Rilasciato, tornò al fronte a dipingere.
Prendeva appunti velocissimi sul posto, in mezzo al deserto o sulla tolda di una nave con i pastelli e la macchina fotografica, e poi ne ricavava delle diapositive da proiettare sui muri del suo studio, per prepararsi alle grandi composizioni dei quadri a olio.
A guerra finita, visse la sua "penultima giovinezza". Sposò una giovane attrice spagnola ed ebbe due bambini. Nella pace ritrovata dipinse uno splendido ciclo di ritratti della sua famiglia sulla spiaggia di Fregene, un mondo di felicità e di luce, di scialli e ombrellini, onde e sedie a sdraio come un Klimt mediterraneo. 
La mostra si chiude con uno dei suoi ultimi quadri: un enorme acquario scintillante di verde in cui i bambini nuotano felici in mezzo ai pesci e a ghirlande di fiori.
Con il giornale pieno di scandali sotto al braccio, il contatto con questo italiano di un secolo fa, con la sua vitalità e le sue visioni coraggiose e ottimiste mi ha fatto un gran bene.
L'arte narrata.
Io da grande avrei voluto fare la divulgatrice dell'arte e non la business writer per le aziende.
Però questa strana epoca di reti, contaminazioni e trasversalità mi sta riportando, sempre più spesso, verso la mia mai sopita passione per le forme e i colori.
E chissà se il mio sogno non si realizzi davvero, magari in un momento della vita diverso da quello che avevo immaginato.
Qualche giorno fa ho passato una mattinata con il gruppo di lavoro del Centro per i Servizi Educativi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, cioè con le poche e appassionatissime persone che si occupano della divulgazione dell'arte al grande pubblico nei nostri musei.
Così ho saputo di un evento molto interessante per i comunicatori culturali e gli insegnanti.
La mattina di giovedì 18 maggio, alla Chiesa di Santa Marta a Roma (Piazza del Collegio Romano), si svolgerà l'evento Intorno ad Antonello da Messina, dedicato a docenti, storici dell'arte, edicatori museali. La vita e l'opera di Antonello verranno raccontate e indagate "con tecniche non convenzionali", cioè con ballate, scenografie e narrazioni.
L'evento è gratuito, ma bisogna prenotarsi: 06.58434266 - sed@arti.beniculturali.it (oggetto: Intorno ad Antonello).
Un paio di link sulla narrazione dell'arte:
Arte in gioco
Holdenart
Occhi pieni di cielo. Strano che stamattina, alla grande mostra romana di Amedeo Modigliani, più che ai colli abbia fatto attenzione agli occhi. 
Occhi di donna, di vecchio o di bambino quasi tutti senza pupille, ma come fessure aperte su un altro mondo.
Ce n'erano di neri e marrone scuro, chiusi come saracinesche, ma anche di azzurri come il mare e come il cielo. Sembrava di guardare le antiche statue greche e romane, con i loro pezzi di vetro al posto degli occhi, oppure con le orbite completamente vuote. O ancora le maschere africane, così amate da Modigliani e da Picasso.
Del resto Amedeo amava la scultura e quello avrebbe voluto fare. Solo che la pietra costava molto di più di tela, colori e pennelli, e inoltre la polvere che sprigionava durante la lavorazione era micidiale per i suoi polmoni già minati.
Mentre dipinge i suoi ritratti pensa a Brancusi e alle sue forme primigenie e allora un volto diventa un uovo di alabastro e il collo si slancia come un uccello in volo. Pensa alle maschere africane, alla simmetria di quegli occhi vuoti, a quei nasi lunghi e dritti. Pensa alle statuette cicladiche di molti millenni fa, ieratiche, con gli occhi che guardano fisso il Mar Egeo, e anche lui dipinge di azzurro gli occhi di un bimbo. 
Un occhio alla scultura di altri paesi e altri contimenti, e un occhio alla tradizione della pittura italiana, che amava tanto e conosceva così bene. Un lungo collo di donna/cigno come le madonne del Parmigianino, un giovane si avvita nervosamente su una sedia come gli ignudi di Michelangelo, una giovane donna si abbandona nuda e il suo corpo diventa un paesaggio come nella Venere di Urbino di Tiziano.
Ci sono tutti, alla mostra, i personaggi che affollavano il piccolo mondo della Parigi artistica del primo decennio del Novecento: mercanti, artisti
come Picasso e Soutine, giornaliste americane, la poetessa Anna Achmatova, Guillaume Apollinare, la bellissima e tragica moglie Jeanne, ma anche bambini e attricette sconosciute. Tutti immortalati anche in splendide fotografie in bianco e nero, che aprono la mostra.
Ma lo sguardo offerto al fotografo nei ritratti di Modigliani sembra ritrarsi verso l'interno o protrarsi verso un orizzonte lontano. Uno sguardo profondo e puramente interiore.
Bambina surrealista.
Qualche volta il lavoro ti fa stare in buona compagnia. Ho trascorso un'ora con le parole, i disegni e le sculture di Louise Bourgeois, un'artista che conoscevo pochissimo.
Una bambina di 95 anni, che ha attraversato tutto il novecento, ha conosciuto Picasso, Leger, i surrealisti in Francia, per poi stabilirsi negli USA prima della seconda guerra mondiale.
Incise o scolpite, le sue sono forme ancestrali e quindi eterne, colte nel momento in cui si generano. Un Paul Klee femmina, ma molto più smaliziata.
Il bello è che poi tutte queste navigate, informazioni ed emozioni le devo distillare in 1000 battute. Vado.
Tipografia.
Prima del web, i font (o le font?) erano un affare da specialisti. Poi la "tipografia" è diventata per tutti noi sempre meno un luogo di stampe e di inchiostri e sempre
più una questione di grazie e bastoni, funzionalità ed estetica.
Per me, che sono una visiva e le parole prima di tutto le guardo, i "vestiti" delle parole sono fonte di inesauribile curiosità.
Ho molti link e riferimenti su questi temi, ma mai mi ero imbattuta in qualcosa di paragonabile allo straordinario blog francese design et typo, di Peter Gabor.
La materia che piange e canta.
Si possono avere tutti i libri d'arte del mondo, i cataloghi delle mostre più belle, slideshow di qualità digitale, ma non c'è nulla che ti possa dare nemmeno un decimo dell'emozione che ti dà un'opera d'arte quando ti ci trovi davanti. Ogni volta è diverso, ogni volta è una sorpresa, anche nei confronti di artisti che credi di conoscere bene. Per chi, come me, passa tanto tempo davanti allo schermo di un computer, con quei pixel ormai capaci di riprodurre tutto, è un benefico shock.
Ne avevi bisogno, ma finché non l'hai provato di nuovo, non potevi sapere quanto.
Se poi quello che vai a vedere non rappresenta re, regine, madonne con bambini, paesaggi, fiori e frutta, ma solo un piccolo frammento di realtà, allora ti fa ancora più bene.
Usciti dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte e il morale a terra, incapaci di credere che la razionalità e la capacità di indagine dell'uomo potessero alcunché, molti degli artisti degli anni Cinquanta sfiduciarono la forma e si rivolsero alla materia, che della forma era invece sempre stata l'ancella.
I rapporti si capovolsero: legni, sacchi, sabbia, colla, camicie, ferri, oggetti della vita quotidiana - anche i più umili e consumati - insieme al colore, cominciarono ad aggregarsi non più in quadri, ma in plastici di forme, in paesaggi dell'anima.
Alle pareti delle Scuderie del Quirinale, di questi paesaggi ce ne sono moltissimi, elaborati dal 1945 a oggi.
L'informale ha delle forme bellissime, in cui la materia non parla al cervello, ma direttamente al cuore e alle emozioni. I sacchi di Burri sono pieni di slabbrature, ricuciture che non tengono, dolori rossi e cupezze nere che si fanno strada, come la mia memoria e i miei proponimenti in un giorno di un anno che sta finendo. Non sono piatti e lucenti come un olio fiammingo, ma pieni di cicatrici e di escrescenze.
La terra e la pelle si fanno aride nei cretti crepati, mille fessure in una ragnatela di vuoti. A contatto con il fuoco i vecchi legni si sono anneriti, mentre le plastiche rosse esplodono e colano, diventano polmoni, cervelli, cuori aperti.
Ma i cuori e i cervelli sono pronti al sorriso quando Lucio Fontana racconta una notte di luna a Venezia con tanto catrame nero incorniciato d'argento. Notte di stelle in argento bucato, e vetri colorati a fare una festa che sembra organizzata al momento, solo per te.
Lungo le sale si raccolgono gli oggetti della vita quotidiana, i meno considerati, i più facilmente dimenticati: stracci, brandelli di manifesti. Muri sui muri: sbarrati, graffiati e graffitati, vuoti o pieni di piccoli racconti come quelli della metropolitana. Muri divertenti e poetici, come quelli di Schnabel, che ti ci chiuderesti dentro per un po' a pensare e a sognare.
La cura materica ti fa vedere con altri occhi anche un pittore ottocentesco come il veneziano-parigino Zandomeneghi,
disegnatore di moda e ritrattista alla moda. Guardi le sue donne intente al lavoro, immerse nella lettura o abbandonate nel sonno, ma i tuoi occhi sono presi da quei blu e verdi pavone, rosa salmone, viola delle violette che trionfano sui cappelli.
E allora anche i fiori di un vaso in un interno borghese sembrano esplodere come i colori dai tubetti, sono fili che volano o i fuochi di artificio che tra poco bucheranno il cielo.
PS La mostra Burri. Gli artisti e la materia (1945-2004) è alle Scuderie del Quirinale fino al 16 febbraio.
La mostra di Zandomeneghi è al Chiostro del Bramante, sempre a Roma, fino al 5 marzo. Centinaia di opere che ripercorrono l'intera vita dell'artista, quasi tutte provenienti da collezioni private. Un'occasione unica, che vale un viaggio.
Stregata dalle immagini.
Da giorni navigo tra le immagini e rifletto sul rapporto tra parole e immagini in rete.
Tre link, tra i miei tanti bookmark:
- Artmagick, sito inglese dedicato al simbolismo e ai preraffaelliti, "pura intossicazione visuale" come recita il sottotitolo: un felicissimo incontro tra immagini, informazioni e parola poetica, con un imperdibile repertorio di cartoline da inviare
- Imagobox, in italiano e in inglese una scatola piena di sorprese: immagini dei grandi pittori del passato aggregabili per tema attraverso un motore di ricerca, spazi espositivi per pittori contemporanei, un gioco sull'arte per niente facile, le minuzie della natura e le superfici immense di murales cittadini
- British Museum, il sito del museo londinese è di una capacità divulgativa strepitosa, per esperti, appassionati, insegnanti e bambini: tutto ruota intorno alle immagini, ma i brevi testi che le accompagnano e incorniciano sono scritti da veri maestri; fatevi un giro nella mappa delle culture, oppure tornate bambini nella sezione Children's Compass.
Delizie marinettiane.
In questi giorni navigo e sguazzo in siti di musei e biblioteche. Alcuni meravigliosi e usabilissimi, altri vuoti e brutti, altri brutti ma pieni di tesori nascosti. Sono così capitata un po' per caso nella sezione Manoscritti del sito della Biblioteca Estense di Modena. Dietro un'interfaccia un po' triste e burocratica, tesori da guardare quali i Taccuini di Piranesi, la Carta degli Stati Estensi da ingrandire riquadro per riquadro, giardini incantati, la Bibbia di Mattia Corvino, un libro di latta del mio amato Marinetti, che della nostra civiltà delle immagini, dei brand polisensoriali, del web writing aveva poeticamente già intuito tante cose.

Il futurista della Belle Epoque.
Un lungo e bianco braccio di donna, una mano da elegante uccello rapace, un mazzo di crisantemi, un giallo vaso vuoto, due piccoli cavalieri che difficilmente si distinguono in questo strano ambiente di pennellate guizzanti dove nulla è intero. Mi è sembrato il futurismo versione Belle Epoque: fiori recisi ma ancora vivi al posto delle automobili e dei tram e visioni simultanee di salotti borghesi, nudi di donna, paesaggi di solitari galoppi. Era invece il primo quadro della mostra romana dedicata a Giovanni Boldini, l’artista piccolo e tarchiato che seduceva e dipingeva donne dalle braccia e dai colli lunghissimi e dai corpi torti in avvitamenti impossibili.
E’ il Boldini ritrattista dell’alta società europea tra Ottocento e Novecento, quello più conosciuto, cui dobbiamo l’immagine
più famosa di Giuseppe Verdi, il pastello dagli occhi penetranti eseguito in sole tre ore.
Credevo di conoscerlo bene, ma il Boldini con cui ho passato due ore faccia a faccia oggi pomeriggio mi ha riservato più di una sorpresa. Sorprese come quelle che nessun libro, nessuna perfetta stampa digitale ti può mai concedere. Devi trovarti davanti alla materia e alle dimensioni reali, allo spessore visibile delle pennellate.
Il melomane che dipingeva così volentieri i musicisti creava lui stesso sinfonie a tema. Con il solo colore, uno per ogni quadro, dominante su tutti. Sinfonie di rosa leggero e tenue come cipria, di champagne, di rosso, ma soprattutto di bianco abbagliante e di nero vellutato. Il colore, “quel colore” impregna di sé volti, vestiti, braccia, tappezzeria, porte e tavolini. L’ambiente scompare, in un vuoto aperto in tutte le direzioni per fare spazio alle donne che ti guardano fisso.
L’artista apparentemente così legato a un epoca e a un ambiente – l’alta società a cavallo tra i due secoli – è capace di ricordarti la malinconia di uno sguardo di Velasquez, le forme simultanee di Balla e Boccioni ambientate in un salotto, l’action painting di Pollock quando una coppia che danza diventa un groviglio di pennellate senza forma ma pieno di ritmo. E di raccontarti Parigi di giorno descrivendoti ogni particolare di una strada affollata, come di notte, in una sintesi di nero in cui distingui solo le sagome di grandi cavalli e una piccola luna lucente moltiplicata in tanti riflessi.
Le donne di Boldini sono fasciate di seta, coronate da enormi cappelli, confuse di piume che quasi sembrano uccelli. Ma qualche volta sono nude e abbandonate, e allora non ti guardano più trionfanti, ma sembrano guardare solo dentro di sé. 
La mostra dedicata a Giovanni Boldini è aperta alla Galleria d'Arte Moderna di Roma fino al 25 settembre 2005.
Sulla carta la vita che scorre.
Quella meraviglia di servizio pubblico gratuito che è il Centro Virtual Cervantes ha appena messo online una mostra particolare, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Spagna: Ephemera, piccoli capolavori di carta pensati per ospitare parole che passano e scandiscono la vita di tutti i giorni.
Biglietti d'auguri, santini, giochi, calendarietti, inviti, programmi musicali, menu, biglietti di teatro, ventagli, etichette, cartoline. Tutti a misura di schermo.
Incontro metafisico.
Domenica mattina Torino era deserta, assolata e silenziosa. Con i suoi portici profondi, sembrava una città metafisica. Lo scenario adatto per il mio primo e inaspettato incontro, che non è stato affatto con i libri, bensì con un pittore metafisico, Filippo De Pisis.
I grandi manifesti della mostra che si tiene alla GAM - una conchiglia gigantesca su una spiaggia deserta - mi hanno accompagnata dall'aeroporto al centro della città: oltre 100 dipinti di un pittore che ho sempre amato molto, conservati in gran parte nel chiuso di case e collezioni private. Mi sono trovata di fronte alla GAM quasi senza accorgermene e mi sono infilata nelle sale bianche dove mille oggetti mi hanno parlato per almeno un paio d'ore.
Pittore di oggetti, collezionista di cose, assemblatore di misteriose nature morte, Filippo De Pisis. Cose in spiaggia sotto cieli tempestosi, su tavoli sghembi che sembrano aprirsi in tutte le direzioni, stipate in un negozio parigino di bibelot, nello studio di un entomologo. Il suo repertorio è ben diverso da quello delle piazze di De Chirico: pesci di tutte le varietà, uccelli, fagiani, sigarette, quadri nei quadri, farfalle, ma soprattutto fiori, fiori, fiori in mazzi che esplodono di colori come fuochi d'artificio o piuttosto emozioni nel cuore. Oppure isolati nella notte, come una farfalla e una poltrona azzurra. Tante cose che sono lì a rappresentarne una sola, il grande assente: il corpo.
Per questo, credo, in quelle sale silenziose sentivo intorno a me tanto strazio. Grida ed
emozioni trattenute. Come in Montale, che definì la pittura di De Pisis "quella pittura a zampa di mosca", gli oggetti e la natura parlano unicamente il linguaggio delle inquietudini e del dolore umano. Non quello esistenziale, comune a tutti, come nelle nature morte del Seicento, ma quello privato, individuale, vero, percepito giorno per giorno sulla propria carne. Lo dicono alcuni titoli: "Bottiglia tragica", "Gladiolo fulminato". Lo dice la materia, rilevata, stesa a tocchi, così corporea che la accarezzeresti per placarla, ti avvicineresti per sentirne la voce.
Solo alla fine della mostra, il corpo appare. In due piccole sale, la produzione più privata e più minuta è una galleria di disegni di ragazzi, di corpi esili e fragili abbandonati su un letto, solo i calzini infilati, quasi tutti senza volto. Quando sono interi, lo sono sotto mentite spoglie: Isacco, San Sebastiano, uno sconosciuto marinaretto.
PS Una mostra straordinaria, con una introduzione poco generosa, che denuncia ancora una volta la difficoltà di fare una buona divulgazione all'interno di un museo. Solo tre striminzite colonnine di testo fitto fitto, la vita del pittore scandita anno per anno, come nella pagina di un'enciclopedia vecchio stile.
Ma il muro di un museo non è un libro, non lo si legge in poltrona, lo si legge in piedi, con delle aspettative diverse da quelle di chi fa una ricerca in biblioteca. E la vita di un pittore è importante, ma le tappe di un itinerario artistico non sono necessariamente quelle dei traslochi di città in città.
Gli itinerari e le geografie da esplorare e da raccontare sarebbero state ben altre. Invece i quadri erano raggruppati con titoli generici ("La libertà fantastica", o misteriosi per il visitatore normale ("Sublime"), oppure di ingiustificata e un po' ipocrita pruderie ("Il dolce erotismo").
E' vero che gli "apparati didattici" possono essere molto pesanti all'interno delle sale, soprattutto nel caso di una produzione così poetica come quella di De Pisis, ma ci sono oggi mille altre intelligenti soluzioni per preservare l'incanto senza rinunciare all'impegno di informare, far capire, raccontare.
Belle addormentate.
La donna dai capelli gialli di Picasso del Guggenheim Museum di New York la vedo dormire da giorni sul retro di quasi tutti
gli autobus romani. Stai nel traffico, nervosa, e lei è sempre lì - come la bella addormentata - a contagiarti la sua tranquilla placidezza.
Stamattina l'ho vista "di persona" alla mostra Capolavori del Guggenheim che si tiene alle Scuderie del Quirinale. Mostra strana e apparentemente sfilacciata, come tutte le mostre in cui le opere non sono unite dal tema, ma dalla istituzione che presta i quadri. Nel caso di una famiglia di collezionisti, però, il filo c'è e in questo caso è la ricerca delle radici dell'arte moderna, di quelle avanguardie che non volevano più riprodurre il mondo, ma inventare sulla tela nuovi mondi, costruiti secondo le leggi dell'arte, non della verosimiglianza o della realtà. Indagandone al microscopio i meccanismi generativi come Klee, cercando il minimo comun denominatore delle forme come Mondrian, ascoltando le risonanze spirituali dei colori come Kandinsky.
Ma lui, Picasso, riesce sempre a sorprendenti con la chiarezza e l'evidenza del suo discorso, con la sua capacità di sintonizzarti immediatamente con la tragedia collettiva della guerra o con l'atmosfera intima di una stanza dove una donna sta dormendo. E dorme lei, la donna bionda, così verosimilmente mostruosa con il suo collo inesistente e le sue braccione gonfie, così profondamente vera con il suo viso a forma di uovo e le sue braccia che lo chiudono in un abbraccio, facendosi cuscino o gatto arrotolato.
Picasso dipinge un'icona del sonno tranquillo e dell'abbandono in un irrealistico trionfo di forme rotonde. Attinge al linguaggio primigenio e universale della forma, lo stesso della sorella preistorica che dorme al Museo Archeologico della Valletta. Scolpita nella pietra nel IV millennio avanti Cristo, anche lei con i suoi braccioni-cuscino, il suo corpo-uovo, una concreta stoffa a righe.
Effetto neve. 
Il bianco della neve è un colore silenzioso. Non c'è suono nel freddo vuoto e soffice. Non c'è prospettiva, né distanze, se non quella segnata dal volo degli uccelli.
La signora in nero si siede sul bordo del precipizio bianco a contemplare il silenzio mentre la neve si riflette sul suo viso pensoso, e lo illumina. E nel bianco della neve lei riflette la sua anima in cerca di quiete.
Giuseppe De Nittis avvolge di nero le spalle bianche delle sue donne sotto le luci artificiali dei saloni parigini, ma le circonda di bianco quando ci racconta il loro mondo interiore. Una vallata di neve per la donna solitaria e pensosa con cappello e ombrellino, una sinfonia di fiocchi candidi, sete e merletti per la moglie Leontine ritratta nel salotto di casa, un divano-conchiglia per una donna-perla distesa in un bianco abbagliante.
Giuseppe De Nittis. Impressionista italiano. Al Chiostro del Bramante a Roma, fino al 6 marzo.
Caravaggio dolente.
Stamattina a Napoli pioveva, era giorno di festa, ma di prima mattina al Museo di Capodimonte c'era già una fila ordinata e paziente in attesa di vedere una mostra costosa, fatta di sole 18 opere. 
Caravaggio, ultimo tempo,
quei pochissimi anni consumati in fuga tra Napoli, la Sicilia, Malta, la spiaggia di Porto Ercole. Non era il Caravaggio chiaro o possente degli anni romani, popolato di gioventù sacra e profana, di gesti decisi, di liuti e vasi di fiori. Era
invece un Caravaggio dolente e umanissimo, di morte reale, di carne vera, di dolore provato sulla pelle ed espresso con gesti teneri e disperati. Un'umanità parente di quella, tanto lontana nel tempo, di Giotti agli Scrovegni.Dopo la sintesi audace e l'ardito volo degli angeli nelle Sette opere di misericordia, i dipinti si fanno sempre più essenziali: grandi spazi vuoti, pochi personaggi che incrociano sguardi e mani, avvicinano volti affettuosi e sgomenti.
Non dimenticherò facilmente la Madonna distesa per terra con suo
bambino vegliata solo da quattro poverissimi ma attenti pastori e dalle sagome enormi del bue e l'asinello. I volti accostati di Lazzaro e la sorella, e quel corpo
appena svegliatosi, con una mano ancora a terra e l'altra verso il cielo. L'abbandono pesante del corpo bianco di Cristo appena staccato dalla colonna. La disperazione contenuta della vecchia nella decollazione del Battista.
Scrivere col bianco.
Un maestro indù mostrò un giorno ai discepoli un foglio di carta con un puntino nero nel mezzo.
"Che cosa vedete?", chiese. Ed essi: "Un punto nero!". "Come? Nessuno di voi è stato capace di vedere il grande spazio bianco tutt'attorno?".
Questa storiella mi è rivenuta in mente leggendo un breve testo scritto dal copy Mauro Mongarli sulla rivista Pythagoras. Il Biancotesto inizia così: "Ci sono momenti nei quali se leggo una rivista vengo preso dal punto di vista del bianco. In parole più chiare, gli occhi e la mente si fanno trasportare dagli spazi bianchi che separano le colonne del testo e le immagini. C'è tanta varietà , in quel bianco! Socchiudendo gli occhi si può notare come la frontiera tra i caratteri e il bianco sia sempre diversa, frastagliata, irripetibile...
Lo spazio bianco non è un vuoto da riempire a tutti i costi. Sulla carta, sullo schermo del computer, esalta e circoscrive le nostre parole.
Quando scriviamo, ricordiamoci anche del bianco.
Il ritmo della vita in un vortice di tutù. Impressioni dalla mostra Degas classico e moderno, al Vittoriano di Roma, che ho visitato stamattina.
L'arte rinascimentale italiana e la fotografia, Giotto e Parigi, il Louvre e i boulevard pieni di gente, i fregi del Partenone e le corse moderne dei cavalli, un drappeggio bianco su carta azzurra che sembra un disegno di Leonardo e la tela vera e dura di un bronzetto di ballerina, una scuola di ballo dal formato orizzontale di un cassone fiorentino del '400.
Degas faceva incontrare tutte queste cose dipingendo tutù delicati come ali di farfalla, gruppi di ballerine stanche che sembrano boccioli di un bouquet, cappellini che stanno nella vetrina di una modista come bacche su un cespuglio.
Il meno impressionista degli impressionisti non aveva bisogno di piantare il cavalletto su una barca come Renoir, né di osservare lo stesso covone di fieno per ore e per giorni come Monet. La sua era l'impressione della vita
contemporanea, colta con l'inquadratura di una foto rubata, che ferma un particolare o un gesto, che molto lascia fuori facendoci immaginare tutto intorno il ritmo della vita che scorre.
Ma una impressione solida "come l'arte dei musei", come amerà dire Cezanne poco più tardi. E così le tre ballerine senza volto sembrano le tre Grazie di Raffaello, il gran mazzo di crisantemi preso di peso da un quadro di Brueghel il Vecchio... ma cosa ci fa la signora pensosa spinta dal pittore nell'angolo del quadro? Osserva la vita intorno a quel frammento di vita che è il quadro, senza curarsi del trionfo floreale.
Ma, a ben pensarci, nessuno osserva il pittore. Non lei, non le ballerine intente a provare mentre sistemano il loro corpo e i movimenti o si accasciano un momento avvolte in un golfino rosso, non le stiratrici solitarie avvolte in bozzoli bianchi, non la pittrice americana colta mentre legge intenta in un salone del Louvre, non le donne senza volto che si lavano e si distendono dopo una giornata di lavoro.
Il pittore misogino e amante della fotografia le cattura e le sistema nel teatro di posa della memoria, dove tutto ha dignità di esistere: una donna, un contrabbasso, un vaso di fiori. Tutti fatti della stessa materia porosa e sfilacciata del pastello a cera, tessuti in composizioni a zig-zag che seguono palcoscenici, scale a chiocciola, buche di orchestra, o si aprono verso i tetti dei palazzi parigini, tenuti insieme dalle illuminazioni cromatiche dei fiocchi turchesi, rosa e arancio delle ballerine, dagli sfondi di carte da parati di caldi interni borghesi.
E insieme al pastello, la morbidezza, la duttilità e il calore della cera, con la quale il pittore semicieco forgiava con le
mani le piccole ballerine che negli ultimi vent'anni gli fanno compagnia nel suo atelier.
A perdere il contatto con l'arte il vecchio Degas non ci sta e si trova un altro materiale, un'altra tecnica, più adatti alla manualità piuttosto che alla vista.
Come il vecchio Tiziano, che spalmava il colore a olio sulla tela con le sole dita dando vita e sostanza alla passione di Cristo. O come il vecchio Matisse, che non potendo più dipingere sforbiciava immensi fogli di carta colorata.
Blogger moderna sopraffatta dalla grandezza degli antichi.
Qualche anno fa andava di moda la Sindrome di Stendhal, quel malessere fatto di mancamenti di fronte alla grandiosità e alla bellezza delle opere d'arte del passato. Così perfette e così inarrivabili per noi moderni da farci perdere i sensi.
Ho provato qualcosa di simile, o almeno ho misurato la mia piccolezza, qualche giorno fa, quando in uno di quegli struggenti pomeriggi che solo Roma sa regalarti, sono andata per la prima volta nella mia vita ai Mercati Traianei, in pieno centro storico, di fronte al Foro Romano.
L'occasione era una mostra unica: 60 sculture di Igor Mitoraj, artista contemporaneo di origine polacca che, contrariamente a quanto hanno fatto gli scultori dal 1900 in poi, si è appunto misurato con un modello inarrivabile: l'antichità classica. Nei soggetti, nei materiali, nelle dimensioni.
Solo uno dei più grandi centri commerciali dell'antichità poteva ospitare le gigantesche teste di bronzo, gli angeli alati ma acefali, le coppie di busti di marmo bianco, i frammenti di piedi e mani di giganti dimenticati.
Ma passeggiando nelle botteghe, nelle gallerie, affacciandosi sulle terrazze e inerpicandosi per le scale, avvicinandosi alle superfici di marmo e terracotta, quell'antico diventava nostro contemporaneo, quasi un pezzo riconoscibile di noi stessi e del nostro mondo a pezzi: la
schiena perfetta della dea ha un tatuaggio, sul braccio dell'eroe si apre un cassetto pieno di antichi segreti, la testa di bronzo mostra le orbite vuote abbandonata sulla Via Biberatica, la coppia di coniugi non riesce a guardarsi perché una benda stretta avvolge occhi e volti, dietro l'edicola con le sue colonne c'è un graffito di parole misteriose, una poesia sulla spalla di terracotta, le ali pesanti trascinano verso il basso il moderno Icaro e con lui mille altri frammenti di architettura e umanità .
E' tutto lì, fino al 19 settembre, poi la modernità degli antichi e l'antichità dei moderni si separeranno di nuovo.
Miniature novecentesche.
Picasso lo chiamava "pittore di miniature" e in effetti la maggior parte delle sue oltre 10.000 opere sono di formato minuscolo.
Come francobolli, cartoline, foglietti di blocchi per schizzi.
Tante piccole finestre, in qualche caso buchi della serratura attraverso i quali scrutare quello strano paese in cui "il regno vegetale, quello minerale e quello animale si incontrano".
Tre regni, tre foglie di una stessa pianta, come il significato del suo nome in tedesco: Klee, trifoglio.
Mentre il suo amico Kandinsky improvvisava con la tavolozza del colore come sulla tastiera del pianoforte, toccando le corde delle emozioni e del cuore, Klee cercava e si immergeva "nel grembo della natura".
E quale luogo più adatto per un artista del paese segreto in cui le forme germinano, nascono, crescono? Un paese che può essere buio e silenzioso: un vivaio notturno in cui le piante si sviluppano solo a a forza di luce, un mare profondo in cui avviene una pesca miracolosa. Oppure ospitare due grattacieli sfavillanti, che catturano il sole come cristalli, una montagna colore del cielo, un oriente di sogno in cui il giovane acquafortista svizzero esclama "Siamo una cosa sola io e il colore. Sono pittore."
Piccoli mondi ricostruiti in economia, che estraggono l'essenza di quanto ci circonda,
pensiamo di giorno, sognamo di notte, immaginiamo ad occhi aperti. Con linee precarie e sottilissime, graffiti in moderne caverne, un castello si disegna in equlibrio nel cielo, la testa di una donna si riempie di pensieri. Con pochi colori, modulati di piano in piano e di forma in forma, i giardini si popolano di alberi, fiori, padiglioni, pesci dorati. E il cielo di stelle, di luna e di sole, contemporaneamente.
E' difficile uscire dai giardini incantati di Klee, perché sono un luogo della nostalgia che sappiamo esiste da qualche parte, ma che spesso cerchiamo inutilmente per tutta la vita.
Ci vorranno la malattia, il dolore e la guerra per rompere l'incanto. E allora i fili sottili dei tessuti di carta diventano travi nere e pesanti a sostenere un mondo di mostri, di angeli sterminatori, di porte sbarrate, di pesci famelici. I quadri sfondano i piccoli confini, si allargano sulle pareti come quelli di Matisse, il rosso del sangue intinge le tele pesanti come sacchi di Burri.
Alla fine della mostra, che finisce domani a Roma, da un quadro lungo e stretto, come lo spazio di una porta che si chiude, una figura ci guarda e pare congedarsi. Oltre c'è "Il mondo dei morti e dei non nati. Più vicino del solito al centro della creazione, ma non ancora abbastanza vicino", come Klee volle si scrivesse sulla sua tomba, a Berna.
Creative Carla.
Sto visitando, piano piano, i siti finalisti di DONNAèWEB. Mi piace e mi diverte associare ora volti, storie e siti.
Oggi mi sono soffermata sul sito di Carla Della Beffa, bellissimo e un po' misterioso diario di immagini e parole: foto, disegni, calligrafie, finestre ipertestuali, suggestioni, fili rossi di tutti i colori. In tre lingue che si intrecciano e dialogano tra loro.
Carla è discreta e molto simpatica. Piccola, come me. Ma terribilmente più creativa di me.
Una vita intera in un fiore che cade.
Ci sono pittori "pittori", talmente tali, che pur legatissimi al loro tempo per la scelta dei temi, sembrano sorvolare secoli e generazioni e porsi in un limbo e in uno spazio eterno della pittura. Con le loro pennellate tracciano itinerari di forme e colori che creano fratellanze al di là del loro tempo, delle loro città , delle loro corti.
Per me i primi della lista sono Tiziano e Velázquez, due testimoni della loro epoca che hanno dipinto avvenimenti contemporanei e potenti del tempo, ma che mi sembrano vicini e veri come Picasso. E' a questo che pensavo venerdì pomeriggio visitando la mostra dedicata al barocco delle corti alle Scuderie del Quirinale a Roma.
Tiziano ha unito la terra al cielo collegandoli con colonne infinite e aprendo così le porte al barocco. In tarda età ha dipinto le sue meditazioni su Cristo intingendo le dita direttamente nel colore e passandole poi sulla tela, senza progetto, senza disegno, come farà nel '900 Pollock, identificando pensiero, gesto e vita.
Ma Velázquez è riuscito a raccontare la vita, la grandiosità , la tristezza, lo scorrere del tempo, rappresentando piccole e immobili principesse, le Infante di Spagna. Una dietro l'altra, a diverse età , accolgono fisse e altere il visitatore nella prima sala della mostra. Vestiti rigonfi, senza corpo, come gli sfarzosi monumenti funerari dell'epoca. Drappi rossi che scendono dal soffitto, come a teatro. Una scena costruita ad arte con i simboli della ricchezza e del potere: ventagli, pellicce, gioielli. E al centro quei visi veri, pallidi e tristi di bambine, rappresentati quasi senza pietà .
Ma bisogna provare a dimenticare il tempo, le circostanze, i personaggi. Immergersi nel puro tessuto della pittura.
Allora sotto i piedini dell'Infanta Margarita, i motivi del tappeto persiano - puri ghirigori piatti e senza prospettiva - appariranno come quelli di un interno tardo-ottocentesco di Bonnard, modellato sulle stampe giapponesi. Le pennellate bianche che le illuminano tutto il vestito sembreranno sorelle dei paesaggi innevati di Monet. Il blu metallico dello sfondo a sinistra, un fratello di quello di Cezanne.
Mentre il vaso di fiori trasparente è in bilico tra due epoche: corre in avanti verso l'impressionismo con le sue pennellate veloci e abbreviate; è profondamente seicentesco nel suo valore simbolico. Per la piccola principessa, Velázquez non ha scelto di rappresentare il tempo che passa con una clessidra dorata o un sontuoso orologio sulla sommità di una consolle. Ha preferito regalarle un fiore bianco che cade dal vaso, appena staccato, ancora profumato, ma destinato a trascorrere come le tutte le cose e le tutte persone, anche le piccole principesse.
Arte taglia XS.
Mi è sempre piaciuto condividere con altri la mia passione per le arti figurative. Davanti a un quadro devo aprire bocca e raccontare a chi mi sta vicino quello che so e quello che in quel preciso momento mi evocano le linee, le figure e i colori.
Posso fare tutto da sola, tranne andare a una mostra.
Ma quando il tuo interlocutore e accompagnatore ha solo tre anni e mezzo - "quasi quattro" precisa lui -, è tutta un'altra storia. Ti metti alla sua altezza e alla sua età e riscopri le cose sotto un altro punto di vista. O meglio, riscopri le cose e basta.
Lo porti a Fontana di Trevi e ti scordi il barocco romano perché sei tutta occupata a inseguire conchiglie, foglie, sassi e tartarughine lungo le rocce che scoppiano dal palazzo. Percorri via della Pilotta contando solennemente i passi che separano "i ponti di pietra" che collegano palazzi e giardini: il gioco è che siano sempre lo stesso numero esatto, sennò si torna indietro e si ricomincia. Nella Galleria Colonna, insegui i cerchi di marmo sul pavimento, col naso in su per ammirare contemporaneamente "il tetto di vetro". A piazza Navona finalmente ti abbandoni, perché tutto torna: gli animali della Fontana dei Fiumi sono ordinati per continenti e miracolosamente stipati nell'isolotto di pietra in mezzo all'acqua.
Ma quando arriva la sera e il sonno si fa sentire, il piccolo catalogatore non ce la fa più.
"Questo è un disegno astratto!"
"E perché?"
"Perché non ci sono le cose, solo i colori."
Contemporanei, forever.
Per promuovere la nuova collana di volumi dedicata ai pittori del Novecento (domani c'è in regalo il primo volume dedicato a Picasso), Il Corriere della Sera pubblica oggi un breve e bellissimo articolo di Giovanni Raboni dedicato all'eterna contemporaneità dei pittori del Novecento.
Il secolo è finito, ma Picasso, Kandinsky e Klee ci sembrano sempre modernissimi, non nati e vissuti cento anni fa.
Perché? Perché dopo millenni e secoli dedicati alla rappresentazione del mondo, loro si sono impegnati nella "reinvenzione" di mondi. Reinvenzione senza fine di mondi visibili e invisibili, emotivi, interiori, formali, sognati, assurdi, fantastici o solo colorati.
Le previsioni del colore.
Oggi ho scoperto che oltre alle previsioni del tempo, dell'andamento del mercato e dell'economia, esistono anche le previsioni del colore.
Ci sono autorevoli istituti americani che studiano le tendenze del colore e ogni anno o ogni sei mesi pubblicano le previsioni con i colori che andranno nella prossima stagione, le motivazioni e anche i nomi, se si tratta di sapienti mescolanze e inedite nuance.
Alle previsioni attingono stilisti, pubblicitari, esperti di marketing, web designer e comunicatori.
Per le donne il 2004 sarà all'insegna di tutte le sfumature del rosa: ce ne eravamo accorte, solo girando per vetrine, ma ci siamo chieste perché?
Un'occhiata alle previsioni del colore può servire sia alle fashion victim, sia alle web designer più avvertite.
Nel teatro silenzioso dei sogni.
Finalmente ieri mattina ho visto una mostra senza "apparati didattici", senza cartelloni da leggere, senza prosa inutile, senza spiegazioni pretenziose.
Una scelta coraggiosa per la Metafisica, ospitata nei due piani delle Scuderie del Quirinale: solo i titoli, in lingua originale, la data e la provenienza, per le decine di magnifici "teatri" del sogno e della memoria accostati l'uno all'altro unicamente attraverso un gioco di rimandi di oggetti, di colori e di sguardi.
Le piazze sospese di De Chirico, così immobili e fuori dal tempo e dalla storia, avevano forse davvero bisogno di questo silenzio e assenza di parole: palcoscenici lunghissimi, senza aria e senza rumore, in cui la classicità di una dea e la modernità di una ciminiera o di un treno in corsa si incontrano con la strana naturalezza che è propria dei sogni.
E allora neanche noi - come il pittore, del resto - vogliamo sciogliere l'enigma, ma solo ammirare i suoi misteriosi teatri: una piazza stretta tra un castello e un guanto, un altare di "pesci sacri", un sipario a picco su una città di mare, un interno chiuso in alto da un affresco barocco, ma sfondato di lato dalla città moderna. Tutto meticolosamente e pazientemente delimitato, descritto e dipinto, dalle squadre di legno ai mattoncini dei muri che chiudono l'orizzonte. Un pennello preciso come la penna di Kafka, capace di partorire le più credibili assurdità .
E poi le mille stanze e strade aperte da De Chirico con la chiave del sogno: le nature morte calde, immobili ma vive come persone, di Morandi, le foreste primordiali e le enciclopedie naturali di Ernst, i paesaggi liquidi e lunari di Tanguy, fino a Picasso, così diverso da De Chirico, ma così cannibale, così vorace di tutto, da prendere persino un interno metafisico, masticarlo ben bene e restituircelo in un ultimo capolavoro.
Tutti allievi dei futuristi.
Un paio di anni fa a Roma ci fu una splendida mostra sul movimento futurista. Rimasi talmente colpita dalle anticipazioni di Marinetti & Co., soprattutto per quanto riguardava la comunicazione e la scrittura, che ci scrissi un pezzo sul Mestiere Scrivere. Mi presi anche qualche mail di protesta, per aver apprezzato un'avanguardia artistica che "inneggiava alla guerra". Risposi pazientemente, spiegando il mio punto di vista: se eliminassimo dalla storia della cultura tutti i guerrafondai o chi maltrattava la moglie dovremmo fare davvero delle pesanti rinunce, e sarebbe un gran peccato.
Comunque, io per niente al mondo rinuncerei a Balla o a Boccioni, e nemmeno ai manifesti di Marinetti.
Ora, sempre a Roma, ci sarà un grande evento dedicato alla cultura digitale proprio sotto il segno dei futuristi. L'appuntamento con FuturNet: dal futurismo al futuro è dal 4 al 6 dicembre all'ES Hotel, vicino alla Stazione Termini.
E' però un gran peccato che il sito, "filo conduttore della mostra-evento", sia veramente la negazione di quella comunicazione simultanea e veloce che
i futuristi si auspicavano, nonché di ogni principio di usabilità e orientamento al visitatore: la home page è la glorificazione dello sponsor e sfido chunque a capire dove è capitato, la seconda (se uno riesce ad arrivarci) un mero logo, la terza è dedicata prima di tutto agli organizzatori e solo dopo (con caratteri minuscoli su fondo nero) si ha qualche reale informazione. Il comitato scientifico prima della presentazione. Le news a fondo pagina.
Tutto nero e tanto corsivo: illeggibile.
I colori di Depero, i vortici di luce di Boccioni, quei capolavori di impaginazione che sono le poesie visive, non ci hanno davvero insegnato niente?
Pittori misteriosi.
Oggi, grazie a Bloglines, la mia veloce navigata mattutina per scoprire cosa c'è di nuovo sui miei siti e blog preferiti mi ha portato rapidamente sul bel post di Mantellini dedicato a Giorgione.
Mantellini mi piace perché, al contrario di me, dice rapidamente quello che pensa e non la tira tanto per le lunghe. Invece il post su Giorgione e il suo I tre filosofi è particolarmente lungo: ma tanto ci voleva per esprimere la scoperta di quanto può essere profonda e a volte insondabile la bidimensionalità della pittura.
Mentre leggevo sorridevo e pensavo quanto sia stato importante anche per me l'incontro con Giorgione.
Il primo anno di università , vagavo per la facoltà di lettere molto indecisa sulla specializzazione da prendere. Andavo ad "assaggiare" un sacco di lezioni, dalla letteratura alle lingue, dal teatro all'archeologia. Poi un giorno entrai nell'aula buia dell'Istituto di Storia dell'Arte: c'era un docente con un gran barbone - quell'Augusto Gentili che Mantellini cita nel suo post - e dietro di lui la diapositiva di un quadro misterioso e bellissimo, La tempesta di Giorgione.
La lezione durò un paio d'ore, il mistero non fu svelato, ma quel paesaggio umido e tempestoso, abitato da quegli strani personaggi, mi attrasse per sempre nel suo cerchio e in quello della pittura: la pioggia mi rimase addosso, il rumore del tuono rimbombò nella mia testa per giorni, e così la domanda su cosa ci facesse quel soldato rosso così tranquillo in mezzo alla tempesta, e così lo sguardo insistente della donna nuda che allattava il suo bambino in mezzo al prato.
Uno sguardo che avrei ritrovato nei personaggi di un altro pittore misterioso e amato: Vermeer. Paesaggi
aperti in Giorgione, stanze chiuse in Vermeer. Ma lo stesso mistero, la stessa scarsissima e preziosa produzione, la stessa luce che fonde cose e persone, gli stessi protagonisti muti ma interroganti.
"Un quadro può essere meglio di un film", commenta Mantellini, e ha ragione. Può essere anche meglio di un libro, oppure contenerlo. Un quadro di Vermeer, La fanciulla con l'orecchino di perla, ha ispirato un libro dal ritmo lentissimo ma incantatore.
Ma in fondo ho sempre avuto l'impressione che quella fanciulla col turbante, che si volta improvvisamente come se fossimo stati proprio noi a chiamarla, ci guardi così perché ha voglia di raccontarci una storia.
Il gioco degli occhi.
Oggi è il 4 ottobre, giorno di San Francesco.
Quando ero piccola, era una vera e propria vacanza, la prima vacanza a scuola appena cominciata.
Le suore mi davano ogni anno un santino che riproduceva uno degli episodi della vita del santo dipinti da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi.
E' così che ho conosciuto San Francesco e che ho fatto amicizia con Giotto. Un'amicizia nata sui banchi di scuola, che col tempo non ha fatto che approfondirsi e che dura tuttora.
Giotto ha su di me un enorme potere seduttivo, come lo aveva sui suoi contemporanei.
Per loro era soprattutto il fascino di un mondo ritrovato: dopo secoli di pittura bizantina con i suoi limbi dorati - dai quali erano esclusi la storia, il paesaggio, i sentimenti e la quotidianità dell'uomo - Giotto fece loro rivedere in pittura il mondo reale, non come lo avevano rappresentato prima gli altri, ma come lo vedeva lui, con i suoi propri occhi.
Non più sfondi piatti e dorati, ma paesaggi veri, quelli della campagna umbra.
E con la natura, anche gli animali hanno diritto di cittadinanza nel mondo di Francesco: il grande cavallo nel Dono del mantello, almeno una ventina
di piccoli volatili nella Predica agli uccelli.
E Assisi, con le sue case, i suoi balconi, le sue torri, le mura merlate, le strade, il tempio romano della Minerva, la Torre del Popolo, i panni stesi.
Per me, l'incanto di Giotto è soprattutto in quello che chiamo "il gioco degli occhi". A Giotto non bastava riportare il santo tra gli uomini e nella sua città . Voleva anche mostrare le emozioni e i sentimenti dei protagonisti delle sue storie. Ma non sapendo ancora come atteggiare bene le espressioni dei volti, faceva parlare altri particolari, soprattutto gli occhi e le mani.
Il gioco degli occhi è sempre intenso, concentrato e teso. Occhi che si guardano fissi, profondamente, da volti convergenti l'uno verso l'altro, dai quali si potrebbero tracciare decine di linee che attraverserebbero tutte le pareti. Mentre dai gesti nervosi e vivaci delle mani si potrebbero trascrivere interi discorsi, prediche, sermoni e battute.
Caravaggio tra terra e nuvole.
Oggi Il Corriere della Sera ha regalato il volume dedicato a Caravaggio, preceduto ieri da un articolo di Mina Gregori che parlava dell'artista che all'inizio del Seicento ha inaugurato la pittura moderna. Ho intervistato molti anni fa questa bionda studiosa piccolissima, minuscola nella sua grande casa fiorentina piena di mobili neoclassici ed enormi tele seicentesche.
L'articolo si chiudeva con un rimpianto: piacevolmente meravigliata dalla presenza di tanti giovanissimi in fila per ore per vedere una mostra di Caravaggio, la Gregori avrebbe voluto mettere loro in mano un foglietto e chiedere di scrivere "perché siete qui?".
Già , perché? Perché anch'io sono stata accompagnata fin dall'infanzia dalle immagini di Caravaggio, che ha segnato così tanti momenti importanti della mia vita?
La prima: una brutta cartolina conservata a casa con la Canestra di frutta, che mio padre aveva comprato a Milano, alla famosa mostra organizzata da Roberto Longhi nel 1958. Capivo già da piccola che quelle mele lucide, quelle foglie di vite, quei chicchi d'uva, non erano solo oggetti, ma una rappresentazione muta del trascorrere della nostra vita? Sicuramente non lo capivo, ma le immagini ci parlano al di là della razionalità e della comprensione, lavorano dentro di noi, scavano, e comunque comunicano con noi.
Quando studiavo, proponevo l'itinerario caravaggesco a Roma a tutti gli amici e i parenti. S. Maria del Popolo, S. Luigi dei Francesi, S. Agostino, il Museo di Palazzo Barberini, la Galleria Borghese. Guardavo, raccontavo e non mi stancavo mai, scoprendo ogni volta, insieme a una persona diversa, qualcosa di diverso.
Davanti alle grandi tele scure squarciate di luce ho condiviso amicizie, consolidato amori, scoperto persone poi divenutemi care. L'umanità delle storie sacre raccontate da Caravaggio, e i suoi personaggi tirati giù dalle nuvole per vivere a un angolo di strada o al tavolo di un'osteria, mi ha sempre aiutato a scoprire qualcosa della mia.
Quando sono entrata in azienda, il mio primo lavoro fu dedicato a Caravaggio. L'azienda sponsorizzava una mostra e un convegno sulle due versioni
del San Giovannino e io curai il catalogo e scrissi l'introduzione a firma dell'amministratore delegato. Mi lanciai in un arditissimo paragone tra il secolo che si apriva con lo sperimentalismo di Galilei e la pittura di Caravaggio e quello che stava per chiudersi all'insegna dell'informatica. Fui incosciente e terribilmente presuntuosa, ma quel testo azzardato rimane una delle cose cose migliori che io abbia mai scritto. Quando vengo presa dalla sindrome della pagina bianca, rileggerlo mi rincuora e risveglia le idee addormentate.
Il mio rifugio segreto rimane però la prima cappella a sinistra nella chiesa di S. Agostino. Quando il sabato mattina faccio la mia passeggiata nel centro di Roma, spesso preda di un raptus di shopping selvaggio, non posso fare a meno di salire di corsa le scale della chiesa e infilare la moneta per illuminare la Madonna dei Pellegrini. Appoggiata allo stipite di una porta (la modella fu del resto una famosa cortigiana), leggera sulle punte dei piedi scalzi, fasciata dal vestito rosso, protende muta il collo verso i pellegrini, anche loro scalzi, provati, affaticati dal cammino della vita, ma desiderosi di speranza, di pace e di paradiso. Proprio come noi.





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