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link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)


domenica, maggio 11, 2008

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Le nuove forme del testo.
Mappe e disegni anche all'evento NewsTools che si è svolto in California a fine aprile, dedicato ai nuovi strumenti per giornalisti ed educatori.
Gli organizzatori hanno deciso di rinunciare ai classici handout (il materiale che si lascia come documentazione) fatti di stampe di powerpoint e di dare invece ai 150 partecipanti solo tre pagine con due grandi mappe visive e un breve testo di accompagnamento, considerando evidentemente la mappa lo strumento ideale per orientarsi in nuovi territori.
Le mappe rappresentano The old news story e The new news ecology. Il territorio che si lascia alle spalle e quello che si ha davanti.

PS Le mappe mentali o concettuali disegnate e colorate a mano sono bellissime da guardare, ma ovviamente il meglio di sé lo danno quando impariamo noi stessi a farle.

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lunedì, aprile 07, 2008

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Il Gotham di Obama.
Sul New York Times del 2 aprile scorso è stato pubblicato un articolo molto interessante sul lettering usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: To the Letter Born. La sua campagna, secondo Brian Collins, art director intervistato dal quotidiano, è un capolavoro di attenzione e accuratezza visiva.
Proprio perché quella di Obama è la prima vera campagna transmediale - che corre sui cellulari, device mobili, siti web, email, social network, iPod, portatili, così come sui media più tradizionali - il suo staff di comunicatori ha puntato fortemente sul visual design come elemento unificante.
Il font è il
Gotham, dalle qualità ossimoriche e per questo così popolare. Ha una semplicità squadrata e geometrica, eppure è caldo. Solido, ma amichevole. Moderno, ma familiare. 
Un font, come il logo rosso e blu, scelto per disegnare un orizzonte
che possa includere più persone possibili.

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venerdì, febbraio 22, 2008

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Omaggio al font.

Mai avevo visto in un libro, dopo i ringraziamenti, l'indice analitico e la bibliografia, una pagina dedicata unicamente al font usato, e l'ho trovata una cosa semplice, elegante e geniale. Un omaggio alla forma del testo.
Un font d'autore per un modernissimo libro di comunicazione.

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martedì, febbraio 19, 2008

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Jean-Marc Hardy, autore di Redaction, ha pubblicato uno dei suoi dossier sulla comunicazione web.
Questa volta il tema è la "leggibilità visiva" di un sito.
La formula è quella consueta, efficacissima: l'analisi di 8 siti web, 4 positivi e 4 negativi.
Screenshot, più una decina di righe di testo per ciascuno.
Come ormai ben sa chi segue questo blog, io credo che anche per il testo la forma sia sempre di più "anche" sostanza.
Una bella forma non salva un brutto testo, ma esalta al massimo un testo buono perché ne asseconda i contenuti e lo stile.

Prestare una giusta attenzione alla forma nella quale si trasmettono i testi, ed essere capaci di leggere le scelte - o le sciocchezze - formali fatte da chi li produce potrebbe (dovrebbe?) essere il segno di un'altrettanto giusta attenzione alla sostanza.
A volte, invece, si tende a considerare la forma tanto più disprezzabile o irrilevante quanto più i contenuti sono, o vogliono essere, fondamentali. E' un'ingenuità che si può pagare cara.
Prestare attenzione alla forma non significa nemmeno sopravvalutarla fino a costruire un universo di finzione, un "dover essere" che si tramuta in dover apparire. Certi testi appaiono molto più credibili e congruenti composti in un onesto Helvetica, nero su bianco, che in un nobile Bembo oro su fondo color visone.
...

Il grado superiore del leggere, forse, oggi potrebbe coincidere con il saper leggere sia i testi che la forma dei testi. Il grado superiore dello scrivere potrebbe coincidere con il saper concepire testi che per quanto è possibile comunicano, nella sostanza e nella forma, secondo le intenzioni di chi li ha progettati.
Questo significa leggere e scrivere - e anche parlare e ascoltare - esplorando un universo del senso in cui le parole non sono sempre e necessariamente centrali, e soprattutto non sono più "solo" parole.

E' l'ultima pagina di Le vie del senso, di Annamaria Testa.

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domenica, gennaio 13, 2008

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Aguzzare la vista prima di svoltare.

Oggi l'inserto domenicale di Repubblica ha chiesto all'ottuagenario ma lucidissimo designer Bob Noorda (il papà del cane a sei zampe dell'Eni e della F di Feltrinelli) di analizzare giocosamente il guazzabuglio dei
segnali stradali italiani (vedi le pgg. 8-9).
Leggete l'intervista: è una gustosa ed efficacissima lezione sui font e sull'equilibrio tra testo e immagine per chiunque scrive.
Tra l'altro, Noorda taglia definitivamente la testa al toro sulla questione dell'uso del TUTTO MAIUSCOLO, che renderebbe più difficile da leggere persino il singolo nome di città sul cartello stradale. Figuriamoci il testo di un articolo, l'oggetto di un'email, il lungo titolo di una pagina web.
Provare per
credere... proprio su una pagina web dedicata a Noorda ;-)

Il progetto Metropolitana di Milano di Noorda >>

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domenica, gennaio 06, 2008

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Pittate d'ogni giorno.
Questo blog si occupa di parole, ma è noto l'amore della sua autrice nei confronti delle immagini che qualche volta, è vero, possono più di mille parole.
Rientrano in questa categoria quelle che il mio amico Attilio Del Giudice dipinge al computer e che proprio per la fruizione sullo schermo sono fatte.
Racconti veloci, che stanno in un rettangolo pieno di colori, di emozioni, di meraviglia e di rabbia.
Come quello dedicato ai Rifiuti emergenti di questi giorni:

O lo Scorcio iracheno:

O il mio preferito Pensieri notturni:

Sono quindi molto contenta di aver convinto Attilio ad aprirsi un blog, una finestra dalla quale guardare le sue Pittate d'ogni giorno.

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giovedì, dicembre 27, 2007

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Italie.
Che strano immergersi per un paio d'ore, in uno dei luoghi espositivi più raccolti e silenziosi di Roma, nelle idee, i quadri e i colori di un gruppo di artisti che circa 150 anni fa voleva fare l'Italia a partire dall'arte e dalla creatività.
Fuori, impazza l'Italia natalizia euforica nelle spese e depressa nell'animo, almeno a quanto scrivono un paio di autorevolissimi giornali anglosassoni. I giornalisti nostrani si interrogano, gli editorialisti ci/si fustigano, mentre i siti web dei loro giornali lanciano Odoardo Borrani, Cucitrici di camicie rosse, 1863.sondaggi in proposito. Intanto La Casta ha raggiunto il milione di copie.
Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e gli altri pittori macchiaioli avevano in mente tutta un'altra Italia, ancor prima che nascesse.
Ne avevano un'idea molto precisa e ne discutevano al Caffé Michelangiolo di Firenze intorno al 1850. Venivano da tutta Italia e avevano contatti continui con Parigi e con Londra dall'unica regione, la Toscana, che allora consentisse una certa libertà di espressione.
Quella nuova Italia, per la quale quasi tutti loro combatterono e in alcuni casi morirono giovanissimi, era già nella loro pittura. Spiriti diversissimi, si ritrovarono in un'arte vicina il più possibile al vero - la natura, ma soprattutto il lavoro nei campi, l'orto, i bambini, gli animali - e in uno stile solido, costruttivo, in cui si incontrassero la pittura tonale di Giorgione e Tiziano, la luce del primo rinascimento umbro e toscano, la monumentalità di Piero della Francesca.
Tutto questo trovò espressione nella "macchia", campiture decise di colore piatto, senza contorno e senza chiaroscuro, incastri perfetti così diversi dalle svirgolature luminose dei contemporanei impressionisti francesi. Sarà per questo che la maggior Giovanni Fattori, Criniere al vento.parte dei quadri macchiaioli sono minuscoli, ma nel loro formato orizzontale sembrano contenere il mondo intero: persone, case e animali vi giganteggiano dentro.
Se la maggior parte degli impressionisti nutriva per il soggetto una suprema indifferenza, per i macchiaioli era il contrario. Volevano rappresentare e attraverso la pittura scoprire e sentirsi vicini alla realtà contemporanea, quella dei grandi avvenimenti - le guerre di indipendenza, la spedizione dei Mille - e quella della vita quotidiana, della città e la campagna.
In un'Italia che ancora non aveva conosciuto l'industrializzazione il lavoro era soprattutto quello dei campi, dove Fattori rappresenta contadini e buoi come eroi del Giovanni Fattori, Soldati francesi, 1859.proprio tempo, uniti dalla stessa fatica. Provate a confrontare un covone di fieno di Monet e uno di Fattori. Il primo vi rivelerà un occhio, per quanto sublime, il secondo un uomo che guarda e racconta.
Lo stesso processo unitario, che vide impegnati anche con il fucile in mano tutti i pittori macchiaioli, non è mai raccontato in maniera trionfale. Di una battaglia, Fattori preferisce ritrarre la ritirata, con i soldati feriti e stanchi, Borrani un gruppo di fanciulle intente a cucire camicie rosse. 
Fare l'Italia, per loro, era prima di tutto raccontarla con la verità della pittura, indagarla in tutte le sue realtà. E così, i macchiaioli videro e dipinsero pr la prima volta quello che la pittura classica e romanticaGiovanni Fattori, La scolarina, 1893 non aveva voluto e saputo vedere.
La natura, con le libecciate sulla spiaggia di Castiglioncello, l'asprezza della Maremma, la placidità di Piagentina, un quartiere campagnolo di Firenze oggi del tutto cementificato.
I bambini, e le donne che all'interno delle case borghesi cominciavano a scoprire la propria creatività. Sono donne che suonano, cantano, leggono e soprattutto dipingono. Come la misteriosa Scolarina di Fattori, un trionfo di macchie rosa, bianche e azzurre che costruiscono una fanciulla senza volto interamente assorbita nella sua pittura di orizzonti marini.

La mostra I macchiaioli, il sentimento del vero è a Roma, al Chiostro del Bramante, fino al 6 gennaio.

PS Ho sempre amato molto i macchiaioli e Fattori in particolare.
Stamattina mi sono ricordata di averne già scritto parecchi anni fa in Oltre la cornice, un libro sull'arte italiana che scrissi insieme a Cecilia Narducci, amica, complice e coautrice della trasmissione radiofonica di Radiodue che ispirò il libro. Se volete leggere il capitolo su Fattori è qui e si intitola Butteri e soldati.

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forme e colori

sabato, novembre 24, 2007

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Una mappa è... un territorio creativo.

Il quaderno di Roberta Buzzacchino dedicato a Scrivere una metafora organizzativa, lo confesso, l'ho pubblicato con molta convinzione ma anche con un po' di incertezza rispetto all'accoglienza da parte dei lettori del
MdS.
Un testo bello e interessante, ma scritto tutto come una poesia, senza maiuscole e senza punteggiatura. Invece è da mesi tra i più scaricati, insieme a quello dedicato alle mappe mentali di Umberto Santucci.
Il tema delle mappe evidentemente piace e incuriosisce. Quelle di Roberta, poi, sono tutte disegnate e colorate e raccontano pensieri, incontri e persone. Bellissime anche solo da vedere.
Gli appassionati di mappe saranno felici di sapere che Roberta ha aperto il suo mappementaliblog, dove non solo si possono vedere i suoi disegni, ma anche conoscerne la storia e l'occasione, nonché avere tanti altri link e spunti sui temi delle mappe mentali e della creatività.


giovedì, novembre 15, 2007

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Postilla al post su Munari.

Nei racconti di Munari che accompagnavano la mostra milanese di un paio di post fa, il designer dà delle definizioni semplicissime ma precise come il taglio di un diamante di quattro parole vicine, confinanti e spesso confuse, soprattutto nel mondo della comunicazione. Non sono riuscita ad annotarle, ma le ho ritrovate in rete.
Eccole:

invenzione
produce qualcosa che prima non c'era, ma senza problemi estetici: la cosa inventata deve funzionare bene, ma non deve essere necessariamente bella

fantasia
permette di pensare a qualcosa che prima non c'era senza nessun limite, cioè anche qualcosa che non è realizzabile, per esempio un animale fantastico

creatività
usa sia la fantasia sia l'invenzione per ideare qualcosa che prima non c'era, ma che sia realizzabile e funzionante

immaginazione
permette di immaginare i prodotti dell'invenzione, della creatività e della fantasia.

La fonte: la fantastica lezione che Munari a 84 anni tenne presso la facoltà di Architettura di Venezia, disponibile sul sito del corso di laurea in Disegno Industriale dell'Università di San Marino.
Di grande ispirazione anche per copy e scrittori in crisi e a corto di idee.

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martedì, novembre 13, 2007

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I mille occhi del bambino Bruno.
"L'uomo di Munari è costretto ad avere mille occhi, sul naso, sulla nuca, sulle spalle, sulle dita, sul sedere..." ha scritto Umberto Eco del nostro più grande designer del novecento.
E in effetti passare un paio d'ore tra le creazioni di Bruno Munari, come sono riuscita a fare domenica pomeriggio, significa moltiplicare i punti di vista, avere la sensazione di affondare lo sguardo - come un periscopio - dentro i volumi chiusi delle cose, oltre la superficie dei materiali e gli orizzonti delle stanze e delle case, oltre il tempo, Bruno Munariscambiando preistoria e futuro.
Quello che si riesce a vedere e che improvvisamente appare così chiaro, sono forme e verità semplicissime, talmente semplici che la prima cosa che ci si domanda è: "Ma come ho fatto a non pensarci anch'io, a non vederlo prima?"
Tanto più che gli oggetti di Munari - un libro, un quadro, una forchetta, una lampada, una porta o un portapenne - non sono sogni o visioni, ma oggetti funzionalissimi, di cui sentiamo immediatamente il bisogno.
Tanto più che questi oggetti rispondono a bisogni molto speciali: essere sereni, riuscire a sorridere e a meravigliarsi, vivere momenti di bellezza e felicità nella vita di tutti i giorni.
Un libro, quindi, può anche essere illeggibile, fatto solo di fogli colorati e di fili e palline. Ma che importa? Non deve trasmettere informazioni, ma anticipare ai bambini - prima ancora che siano in grado di leggere - che nei libri troveranno tantissime sorprese. Una funzione da poco?
B. Munari, Libro illeggibile, 1951.Un libro può anche avere le dimensioni e la morbidezza di un materasso, ma un materasso colorato da sfogliare e in cui il bambino può fare un pisolino e un breve sogno.
Una scultura può essere bidimensionale, fatta di un cartoncino colorato formato A4, stare tra le pagine di un libro e prendere vita solo quando la si piega. La sua funzione? Rallegrare un'anonima stanza di albergo durante un viaggio.
Anche le scritture impossibili di popoli sconosciuti formano interi alfabeti completi e coerenti, assolutamente plausibili come le più azzardate ma credibili realtà della fantascienza.
Nella porta di ingresso di una casa possono essere integrati oggetti che parlano degliB. Munari, Guardiamoci negli occhi. abitanti in maniera ancora più esplicita del campanello con il nome, come le corde tese di un violino per la porta di un musicista.
Per vedere tutte queste belle e semplici cose, ci vogliono tanti occhi come ricordava Eco, ma occhi che abbiano saputo conservare stupore e candore da bambini.
Per questo Munari ha dedicato ai bambini tutta la sua vita e in tutta la sua vita non ha mai smesso di giocare con rigore e leggerezza.
Ascoltarne la voce mentre racconta la sua vita e le sue creazioni nell'audioguida della mostra che il Comune di Milano gli dedica in occasione del centenario della nascita è un'esperienza e una lezione di comunicazione davvero unica.

MunArt, il miglior posto in rete per conoscere Bruno Munari >>

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martedì, novembre 06, 2007

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Il linguaggio come appare.
Chiudo la serie di post sull'aspetto visivo del testo segnalando un libro che mi è arrivato oggi: Thinking with type, di Ellen Lupton (Princeton Architectural Press 2004).
Un libro che adocchiavo da tempo, anche attraverso la sua sontuosa appendice web.
Il libro è una piccola meraviglia dal costo contenuto, un manuale di tipografia per "designer, scrittori, editor e studenti".
Si apre con una frase che noi scrittori professionali faremmo bene a ricordare e ad appuntarci su un post-it da attaccare al pc: Typography is what language looks like, la tipografia è il linguaggio come appare (quindi qualcosa che ci riguarda molto direttamente).
E prosegue con 180 pagine a sorpresa, una diversa dall'altra, ma con un rigore e un ordine che ne fanno un "oggetto libro" di grande coerenza.
Ci sono la storia della tipografia e dei font più famosi, l'anatomia delle lettere dalla carta allo schermo, le regole per l'impaginazione del testo e per la costruzione della gabbia grafica, esercizi, perle di saggezza editoriale, consigli per l'editing e la correzione delle bozze.
Tutte cose che ci sono in tanti ottimi libri, ma che qui non sono solo descritte, predicate, consigliate, bensì dimostrate in ogni pagina attraverso una varietà di soluzioni grafiche e testuali che sembra infinita e che è anche una riserva di spunti e ispirazioni per dare vita, dinamismo ed espressione ai nostri testi di ogni giorno.
Soprattutto per quelli che crediamo ne abbiano meno bisogno, quali report, memo, documenti di progetto, business plan.


sabato, novembre 03, 2007

--> Post-post.
Ieri pomeriggio ho pubblicato il post su Giovanni Lussu e la tipografia, e stamattina mi trovo in posta il link al sito del grafico Stefano Simonetti.
Un mondo abitato unicamente da lettere, che formano labirinti, oggetti, persone, case e strade.
Scopri, osservi, giochi, e intanto impari.



venerdì, novembre 02, 2007

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Scrivere è un po' dipingere.
Se fosse possibile mettere un'intestazione, una breve introduzione, una dedica a un post, a quello che sto scrivendo premetterei un foglietto sul quale nel 1925 il pittore catalano Joan Mirò stese una piccola pennellata, un batuffolo azzurro, e sotto scrisse una breve frase: questo è il colore dei miei sogni.
Come tanti artisti delle avanguardie del novecento, dai
futuristi a Klee, anche Mirò amava mescolare continuamente la parola e l'immagine.
Senza alcuna opposizione, senza conflitti, anzi in una pacifica convivenza nello spazio.
J. Mirò, Il colore dei miei sogni, 1925.

Vi è mai capitato di leggere qualcosa, anche molto breve, che ne illumina molte altre, infila pensieri sparsi uno dietro l'altro, dà improvvisamente un senso a comportamenti e predilezioni apparentemente irrazionali e un po' blislacchi? A me è successo, proprio questa settimana, e l'illuminazione riguarda appunto la relazione tra parola e immagine.
Io le parole, le mie e quelle altrui, prima di leggerle le guardo. Anzi, mi piace assaporare quel momento in cui un testo ha una forma che puoi cogliere con gli occhi ma non ne conosci ancora il contenuto, il significato, il messaggio. Poi, mi piace confrontare l'impressione della sola forma con quella del contenuto. Qualche volta è un gioco divertente, quasi sempre interessante.
L'ho sempre considerata una mia personale mania, dovuta ai miei studi storico-artistici, così come la mia collezione di capilettera, il mio amore per la tipografia e l'interesse per i font, la mia fame di immagini quando sono stanca di parole.
Quando ho scritto tanto e mi sento esaurita, non attingo mai spunti e carica da altri testi, ma sempre da quadri. Per me staccare davvero è andare a vedere una mostra, visitare un museo.
Per ricordarmi delle potenzialità infinite del linguaggio, mi basta ricordare e rivedere quante decine di quadri e disegni - dalle impercettibili ma innumerevoli variazioni - Picasso sia  riuscito a fare a partire da un capolavoro di qualcun altro, per esempio
Las Meninas di Velasquez.
Quindi leggere nelle pagine di un grande grafico contemporaneo che la scrittura ha molto più a che fare con le immagini che con il linguaggio parlato ha avuto davvero il potere di un'illuminazione.
Il libro in questione è La lettera uccide, e il grafico è il suo autore, Giovanni Lussu.
Non lo conoscevo, anche se conoscevo senza saperlo molte sue realizzazioni. Per esempio la grafica della rivista
Internazionale, i famosi libretti dell'Unità di parecchi anni fa, la linea grafica di Roma Multietnica.
Lussu è figlio dell'uomo politico e scrittore Emilio e di Joyce, la poetessa traduttrice in italiano delle poesie del turco Hikmet.
E' solo il nostro eurocentrico "pregiudizio alfabetico" - scrive Lussu - a opporre scrittura e immagini come due mondi separati, a fare quasi sempre delle seconde le "illustrazioni" e le ancelle della prima.
Ogni scrittura è anche e prima di tutto forma e immagine, e non c'è immagine che non sia anche discorso e scrittura.
La scrittura non è un sofisticato sistema inventato per trascrivere la lingua parlata, ma si è sviluppata in maniera indipendente e parallela a questa. Lo provano la complessità e l'efficacia di lingue che non identificano fonema e grafema, ma anzi si sviluppano a partire dall'immagine, come le lingue dell'estremo oriente. Nella cultura cinese, pittura e scrittura si incontrano nell'arte calligrafica.
La scrittura non è un lungo nastro sequenziale di parole, come il parlato, ma organizza le parole e le frasi nella complessità spaziale della pagina. Come un pittore o un architetto.

E' ovvio che un carme figurato barocco o una composizione verbo-visiva futurista, G. Apollinaire, Getto d'acqua (calligramma), come un calligramma di Apollinaire o la Ursonate di Schwitters, sono indissolubili dalla forma; ma questo vale per qualunque testo scritto in alfabeto latino.
Il romanzo ottocentesco può forse dare l'illusione di una qualche indifferenza della forma rispetto al contenuto del testo; in realtà è esso stesso una specifica forma, la "forma romanzo", applicazione del principio di linearità, fatta di righe tutte uguali, legata alla specifica modalità di lettura "in automatico".
Ma già una poesia, qualunque poesia, sia stata intenzionalmente scritta e non soltanto trasmessa oralmente, non è definibile senza riferimento alla sua immagine visiva.
Si immagini di leggere la Divina Commedia su un display elettronico a scorrimento orizzontale continuo: quanto può esserne fruito, se non si vedono la lunghezza dell'endecasillabo e la struttura delle terzine e se non si ha la possibilità di scorrere verticalmente il testo per rileggere un verso o per confrontare le rime?


Con l'arte della stampa, l'autore perde la sua presa sull'aspetto visivo del testo: sarà qualcun altro a sceglierne la forma e il carattere.
Con le tecnologie informatiche e la possibilità di scegliere in prima persona spazi, forme, colori - persino inventare e usare direttamente nuovi font - l'autore può riprendersi tutto all'improvviso, ridiventare padrone della forma come del significato. Solo che spesso gli mancano la cultura, la storia, le conoscenze di quel mondo ricchissimo e decisivo per la fruizione e la leggibilità di un testo che è la tipografia. Cioè l'insieme dei caratteri e delle loro famiglie. Allora ci si abbandona a quanto i programmi di word processing ci propongono bello e pronto. Senza pensiero, consapevolezza, creatività, sperimentazione.
Tutte lacune che la scuola e la formazione sono chiamate oggi a colmare attraverso una nuova alfabetizzazione visiva, ma che quasi sempre ignorano.
Riscoprire la natura profonda e ancestrale del legame tra immagine e scrittura significa anche ridare senso alla parola "creatività" di cui a tutto il mondo della comunicazione piace così tanto riempirsi la bocca.

Laboratorio di poesia disegnata, Comune di Roma, 1982. Da "La lettera uccide".

In rete sono disponibili molti scritti di e su Giovanni Lussu:
Le dispense del suo corso sul Type Design al Politecnico di Milano >>
Il trionfo di Gutenberg, dal sito Treccani >>
Regole e creatività, dal sito Treccani >>
Lussu, l'eleganza del carattere (dal Tuttolibri della Stampa) >>

PS Grazie ad Antonella, che un giorno di un paio di mesi fa mi ha detto "Ma tu devi assolutamente leggere Lussu!".

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sabato, ottobre 13, 2007

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Occhi di ragazza.
Paul Gauguin, Girasoli (1901)

Come sono diversi i Girasoli di Gauguin da quelli di Van Gogh!
Per l'artista olandese sono una presenza assoluta, che impregna di sé tutto lo spazio. Come nelle nature morte di Caravaggio e in quelle di Morandi, non c'è spazio per altro: fiori, frutta e bottiglie sono lì a rappresentare tutto, anche noi che guardiamo. Vincent Van Gogh, Natura morta con girasoli (1888)
I fiori a forma di sole di Gauguin, invece, se ne stanno dentro una cesta, che a sua volta se ne sta su una sedia in una stanza dalle pareti blu. Di presenze, qui, ce ne sono fin troppe: un solo occhio misterioso che guarda tutto dall'alto e la ragazza dallo sguardo sognante che si intravede dalla piccola finestra di lato.
Una delle tante che popolano il mondo di Gauguin, ben prima dei paradisi tahitiani.
Lui, Paul, di uomini ne frequentava parecchi, ma non li dipingeva mai: i pittori impressionisti con i quali esporrà a più riprese, i giovani artisti che dipingevano nella foresta bretone di Pont Aven e pendevano dalle sue labbra, gli amici che lo soccorrevano quando finiva i soldi, i mercanti che vendevano i quadri che riportava dalle isole del pacifico, i fratelli Van Gogh.
Paul Gauguin, Te Avae No Maria, Il mese di Maria (1899)Le ragazze, invece, rappresentavano il varco verso il mondo primitivo, la natura incontaminata e piena di simboli, i recessi del sogno. Tutte: dalla parigina che dorme silenziosa sul divano in una stanza vuota in una delle sue prime prove alle contadine bretoni con i grembiuloni neri e le cuffie bianche, fino alle tahitiane silenziose.
Tutte sembrano in contatto con un mondo altro, quello che Gauguin cercò in un andirivieni senza sosta tra il Perù della sua infanzia, Parigi, la Danimarca della moglie, la Bretagna, e infine le isole del Pacifico.
Forse è per questo che sono sempre rappresentate in una condizione di confine: il sonno, il sogno, l'abbandono, l'introspezione, un rito di iniziazione.
Attraversato e assaggiato di corsa tutto il movimento impressionista, questo artista senza alcuna formazione accademica, che si mise a dipingere dopo i trent'anni, cerca anche lui la strada per andare "oltre". Si appoggia a Cezanne e ne prende in prestito la pennellata solida e costruttiva, i volumi certi delle sue mele rosse. Guarda a Degas, l'impressionista più curioso del mondo e dell'intimità femminile, che lo ricambiò acquistando i suoi quadri in uno dei momenti di maggiore bisogno.
A Tahiti, tutti i fermenti, i tentativi, le curiosità degli anni della ricerca trovano il loro Paul Gauguin, La conversazione (1891)posto e si acquietano nelle grandi tele dai colori vivacissimi e piatti, dove le donne, il mare, il fuoco e la natura trovano un ritmo che è quasi una musica. Concentrati potenti di tanta arte che verrà dopo: il colore dei Fauves, il primitivismo di Picasso, la gioia di vivere di Matisse, la decorazione struggente e invasiva dell'art nouveau.
Il concentrato esploderà nel 1906 - Gauguin è morto in solitudine alle Isole Marchesi solo tre anni prima - alla grandiosa retrospettiva che gli dedicherà a Parigi il Salon d'Automne: le nuove leve delle avanguardie del '900 sono tutte lì, davanti alle sue 250 opere.

Paul Gauguin all'Ermitage >>

PS La mostra Paul Gauguin. Artista di mito e sogno al Vittoriano a Roma è aperta fino al 3 febbraio 2008.
150 opere che coprono tutta la sua attività, dalle prime prove impressioniste alle grandi tele tahitiane, più lettere, taccuini (ci sono due schermi che li sfogliano pagina per pagina) e la novità (per me) di alcuni strepitosi vasi di ceramica, tra l'arte giapponese e le trasparenze artificialmente naturali dei vetri di
Tiffany.

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mercoledì, settembre 19, 2007

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Una stanza tutta per sé.
Via Notebookism sono approdata all'album fotografico che il Guardian dedica alle stanze dei grandi scrittori contemporanei, complete di un breve testo dell'autore che le illustra nei dettagli e racconta le sue abitudini quotidiane.


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venerdì, luglio 06, 2007

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Words & images.
Ho aggiunto la rubrichetta words & images alla colonnina dei link sulla destra di questo blog: ci sono tre blog bellissimi, tutti da guardare.

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martedì, giugno 05, 2007

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Taccuini d'artista.

Credo di aver già segnalato Notebookism, il bellissimo blog che segnala taccuini, matite, penne, illustratori, mostre, e tutto ciò che ha a che fare con gli appunti che si prendono su un piccolo quaderno da tenere in tasca, visuali o testuali che siano.
Uno degli ultimi post riguarda una mostra che si terrà da agosto a novembre al Fogg Art Museum presso l'Università di Harvard: UnderCover, 150 taccuini d'artista.
Fin d'ora - tre mesi prima- il
sito companion della mostra ne pubblica per intero ben 15: da Burne-Jones a David, da Fragonard a Grosz, copertine comprese, più un podcast della curatrice.
Date una sfogliata: è una meraviglia.
D'arte, e soprattutto di comunicazione.

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domenica, giugno 03, 2007

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La felicità in un gran mazzo di fiori.
Purtroppo sono di natura maliconica, ma per fortuna mi consolo facilmente, ho pensato stamattina quando ho lasciato le pozzanghere del centro di Roma per entrare nel mondo colorato e gioioso di Chagall.
Il pittore della cittadina russa di Vitebsk, presto diventato cittadino del mondo, mi ha M. Chagall, La passeggiata, 1917-18davvero consolata e mi ha regalato una carica di ottimismo che mi piacerebbe conservare.
Alla prima botta depressiva, mi farebbe bene aprire gli occhi su un quadro di Chagall.
Credo che tanta felice sorpresa sia dovuta al fatto che di questo pittore, che ho studiato e che sui libri conosco bene, avevo visto fino a stamattina ben poche opere vis-à-vis. O forse ne avevo viste troppe su cartoline, manifesti e libri. Invece oggi di meraviglie chagalliane ne ho viste circa 180.
Lui, Marc Chagall, avrebbe avuto i suoi motivi di tristezza.
Era nato in un villaggio poverissimo, in una famiglia di nove figli, lontano dai grandi centri dell'arte.
Arrivato a Parigi nel 1910, senza mezzi, trovò casa alla Ruche, l'alveare degli artisti più miseri.
Visse due guerre mondiali e conobbe le conseguenze delle due peggiori dittature del Novecento, che spazzarono via per sempre il suo shetl ebraico e tutto il suo mondo. Il nazismo proclamò "degenerata" la sua arte, il comunismo lo deluse da subito.
M. Chagall, La fidanzata dl volto blu, 1932-1960Perse in pochi giorni il suo grande amore, e rimase dieci mesi nella più assoluta disperazione, senza toccare un pennello.
Eppure, la sua arte è un continuo inno alla vita.
Nei temi: l'infanzia, la famiglia, il villaggio, il mondo ebraico, gli animali e la natura, ma sopra ogni cosa l'amore. Atteso, vissuto, perduto, e infine ritrovato.
Marc non si accontenta di dipingere la donna amata, da viva e poi come angelo custode che veglia sempre sul suo destino. E' talmente felice da confondersi con lei in una sola figura, condividendo una volta il viso, un'altra le mani, un'altra ancora il corpo.
E non basta: è talmente felice, che con lei può solo volare alto alto nel cielo, e lassù donarle il più bel mazzo di fiori che si sia mai visto.
Per raccontare con la pittura il suo sogno di felicità, Marc si appropria di tutti i linguaggi.
Il cubismo orfico e luminoso di Delaunay, molto più congeniale di quello analitico di Picasso e Braque: lui scompone le forme per ricreare il suo mondo poetico, delle "pere triangolari" non sa che farsene.
Il surrealismo, ma senza manifesti e dogmi, solo come naturale porta sul mondo del sogno. I mostri animali di Max Erst sono gli animali familiari del villaggio della sua infanzia.
L'esplosione di colore e l'espressionsmo dei Fauves gli passano il messaggio di Van Gogh: il colore, da solo, parla direttamente al cuore.