In ottima compagnia
Ho scoperto che questo blog è candidato tra i 100 blog di Language Professional nel concorso bandito da Lexiophiles, sito tedesco ma multilingue che ha come tagline "Love your words".
Se vi va potete votarlo, ma vi raccomando una visita alla lunga lista di candidati perché potrete scoprire dei blog interessantissimi, dedicati a tante lingue (ci sono anche le sezioni Learning, Teaching, Technology).
La strana storia di Slinky e Portly
La corrispondenza tra suoni e significati delle parole mi affascina, anche se non ho mai studiato nulla di serio in proposito.
Però faccio sempre più caso alla presenza delle i nelle parole che indicano velocità, esilità, snellezza, leggerezza delle o nelle parole che indicano "la rotondità giocosa", come si intitola il capitolo dedicato a questa vocale nel libro Le parole dell'incanto.
Oggi the word of the day di Zanichelli sembrava fatta apposta per rinfocolare questa mia passione per i suoni delle parole:
slinky
a.
1 furtivo
2 flessuoso: her s. little figure, la sua figurina flessuosa
3 (fam.: di vestito) attillato; aderente; provocante
| -ily avv.
| -iness n. .
portly
a.
1 corpulento; grasso
2 (arc.) dignitoso; imponente; maestoso; prestante
|| portliness
n.
corpulenza; grassezza.
Web content: questione di dettagli / 2
La qualità di un sito web la si costruisce soprattutto attraverso la cura di tanti piccoli dettagli, soprattutto per quel che riguarda la parola scritta.
L'effetto di una grafica strepitosa può facilmente essere annientato da un paio di refusi: se non hai avuto attenzione per i particolari e se non hai avuto il tempo di rileggere il sito come si deve, mi posso davvero fidare dei tuoi servizi, dei tuoi prodotti?
La domanda magari non è esplicita, ma comincia a serpeggiare nei retropensieri del lettore e possibile cliente.
Uno di questi particolari riguarda l'inglese e la scelta di "quale inglese" adottare per la versione internazionale di un italianissimo sito.
L'ultima Alertbox di Jakob Nielsen, American English vs. British English for Web Content, parla proprio di questo e vedrete le cose sono un tantino più complicate di quello che possiamo pensare. Interessante, mette un po' di pulci nell'orecchio e ci renderà più accorti e consapevoli quando dovremo commissionare la traduzione.
Biopic!

Mi sono veramente rotta la testa oggi di fronte a questo titolo del Corriere della Sera. Oddìo, cos'è un biopic? Una punturina che non fa male? Un flop?
No, la spiegazione arriva dentro una parentesi dentro il secondo capoverso: significa biographic picture.
Le parole dei candidati
Sull'utilità di quel divertente giochetto che è Wordle ho già scritto un paio di mesi fa.
Ora Dasar mi segnala il blog di Thomas Hawk, il quale ha passato al vaglio di Wordle i discorsi di accettazione della candidatura di McCain (sopra) e Obama (sotto).
Ecco gli eloquenti risultati:

E ancora più interessante è il confronto tra i candidati vicepresidenti.
Potremmo provare a fare qualche esperimento anche a casa nostra.
A lezione di inglese.
Giancarlo Livraghi ha aggiornato e pubblicato in pdf il suo testo Ambiguità di alcune parole inglesi (sottotitolo: Trecentottanta esempi di errori di traduzione, difficoltà, incomprensioni, sciocchezze e bizzarrie). Un utilissimo ebbok di 120 pagine.
A chi volesse approfittare dell'estate per rinfrescare in rete il suo inglese, consiglio Newsroom 101: quasi 2.000 esercizi interattivi per giornalisti, scrittori, editor e studenti che desiderano controllare la loro proprietà di linguaggio secondo le linee guida del manuale di stile dell'Associated Press. In realtà, ottimo per chiunque.
Grammatica in festa.
Scopro che oggi, 4 marzo, è National Grammar Day.
Elogio della parolaccia.
Sul numero in edicola di Internazionale c'è un lungo e dottissimo articolo sulle parolacce, Tutti dicono fuck you, scritto da Steven Pinker, professore di psicologia alla Harvard university, e pubblicato negli Stati Uniti da The New Republic.
Così conlude il professore:
... se l'abuso di parole tabù finirà per attenuarne la carica emotiva, resteremo privi di uno strumento linguistico che a volte può essere molto efficace.
Quando sono usate con acume, possono essere esilaranti, incisive e straordinariamente efficaci. Più di qualsiasi altra forma di linguaggio, sfruttano al massimo le nostre capacità espressive: il potere combinatorio della sintassi, il fascino evocativo della metafora, il piacere dell'allitterazione, della metrica e della rima, la carica emotiva della nostra aggressività.Coinvolgono tutto il cervello: destro e sinistro, alto e basso, antico e moderno.
Nella commedia "La tempesta", Shakespeare, che non era certo estraneo al lunguaggio scurrile, fa parlare Calibano per l'intera razza umana quando dice: "Mi hai insegnato a parlare, e ne ho tratto l'unico vantaggio di poter maledire".
La parola che non c'è. La scrittrice la inventa.
Non so quante parole abbia l'italiano. "Oltre 135.000 voci con 370.000 significati" è scritto sulla quarta di copertina del mio Zingarelli 2006.
Ne usiamo così poche, eppure sembra che non ci bastino mai. Per quanto mi riguarda, credo che la molla ad apprendere altre lingue sia stata proprio l'ansia di espansione, il desiderio di poter disporre di più parole per esprimere anche le sfumature più sottili. E poi la scoperta di poterlo fare davvero.
Ci sono per me stati d'animo e momenti tedeschi, francesi, spagnoli. Meno momenti inglesi, forse perché è una lingua in cui leggo tutti i giorni per lavoro.
Dalle differenze, dai confronti, ho imparato a scrivere e a ragionare sulla mia, di lingua.
Gli autori del libro Punteggiatura hanno invece immaginato i segni di interpunzione che non ci sono, quelli che ci piacerebbe avere insieme ai punti e alle virgole. E una volta ho trovato in rete i segni di correzione di bozze che non ci sono.
Renata, la protagonista di Giochi d'infanzia, è una bibliotecaria che sa interpretare le lingue più diverse e sconosciute, lontane da noi nel tempo e nello spazio.
Per dare un senso a ciò che prova, ricorda e immagina, la soccorrrono le lingue di isolette in mezzo all'oceano o di innevate regioni del nord.
Le frasi che la colpiscono le appende alle pareti della sua casa, dove vive circondata di parole.
Il Bliondico, una lingua oscura della Lapponia, ricca di quasi-sinonimi, abbonda di termini prashmensti, bugie bianche, non vere menzogne, ma menzogne dette per convenienza e per non ferire i sentimenti altrui, e anche le parole usate in modo impreciso o insincero, per confondere (prashmenosi), distrarre (prashimina) e forviare l'interlocutore, evitando così verità pericolose (prashmial), o parole usate per pura stupidità, o per riempire un vuoto quando c'è bisogno...
L'Etinoi, invece, distingue con parole diverse tutti i tipi di zio e cognato, e tutti i più diversi tipi di perdita. Ogni perdita può essere modificata con dei suffissi che indicano se la cosa perduta può essere riconquistata o se è persa per sempre.
E' con questa presa possibile su migliaia di parole che Renata riesce a fare i conti con le perdite della sua infanzia e con l'inafferrabilità degli amori, che vanno, vengono e mai stanno.
E con il dramma collettivo che accompagna il racconto personale. Giochi d'infanzia comincia con uno sguardo al ponte di Brooklyn, "un mattino di settembre così perfetto". Esattamente l'11, dell'anno 2001.
PS.1 Giochi d'infanzia mi è stato regalato, anche se l'ho comprato. E' arrivato in un messaggio email di qualche mese fa, all'interno di una lista di libri "che probabilmente mi sarebbero piaciuti".
Di solito diffido dei consigli di chi non conosco di persona, e i libri me li scelgo rigorosamente da me. Questa volta però il primo della lista me lo sono comprato, e ho fatto bene, perché era davvero un libro per me. Un libro bellissimo.
Un grazie di cuore alla professoressa napoletana di cui non riesco più a ritrovare l'email.
PS.2 Lynne Sharon Schwartz, l'autrice di Giochi d'infanzia, ha tradotto in inglese molti scrittori italiani, tra i quali Natalia Ginzburg.
Le tante sfaccettature del divertimento.
Com'è difficile tradurre o rendere in italiano parole inglesi che ormai fanno parte del nostro comune linguaggio, soprattutto nel campo del costume e della moda! Parlo di termini come entertainment, lifestyle, o stylish.
Stile di vita, o alla moda? Ma c'è un'espressione meno alla moda di "alla moda"?
Quanto a entertainment, ultimamente, mi ha dato parecchio filo da torcere.
Divertimento? Non solo.
Intrattenimento? Mi ricorda invariabilmente la figura dell'entraineuse, termine desueto e così definito dallo Zingarelli: "giovane donna che ha il compito d'intrattenere i clienti nei locali notturni".
Sempre lo Zingarelli così definisce entertainment: "genere di spettacolo leggero diretto a intrattenere piacevolmente il pubblico". Eh, no! Ci sono dentro anche la tv, la musica, il gossip, i videogiochi, le musichette del cellulare...
Che però le idee siano abbastanza confuse, e non solo le mie, me lo ha dimostrato un giro sul web. Sotto la voce Divertimento, probabilmente ispirata da Entertainment, il sito di una grande azienda di elettrodomestici propone le istruzioni per il dimensionamento dei condizionatori, con un'utile tabellina, stanza per stanza, e con le diverse esposizioni al sole.
CVC.
Tre segnalazioni dalla newsletter di aprile di quella meraviglia che è il CVC, Centro Virtual Cervantes, il portale della lingua e della cultura spagnola.
Non oso nemmeno pensare a cosa sarebbe il corrispettivo sulla lingua e la cultura italiana. Sicuramente qualcosa di molto più sensato e utile di Italia.it.
- Claroscuro: la raccolta di brevi testi scritti de manera amena sui capolavori del Prado, usciti da dieci anni a questa parte, uno ogni martedì (una bellissima idea da blog, quello che vorrei fare io se solo ne avessi il tempo).
- Lo speciale dedicato a Gabriel García Márquez.
- La mostra online Pintar palabras: una splendida antologia di parole dipinte.
La semplicità delle parole e la forza della passione.
Uno dei guru mondiali delle presentazioni, Guy Kawasaki Garr Reynolds di Presentation Zen, dedica una serie di post alla presentazione che ha dominato la rete in questi giorni, quella di Steve Jobs.
L'ultimo, dedicato alle parole di Jobs, ha come punto di partenza un post del blogger di Seattle Todd Bishop, che si è tolto lo sfizio di sottoporre il testo del discorso a vari indici di leggibilità, simili al nostro Gulpease, e poi di confrontare i risultati con quelli dei discorsi che sempre in questi giorni hanno tenuto Bill Gates e Michael Dell.
Jobs vince per la semplicità della sintassi e il ricorso a un lessico di base che tutti possono capire, parametri che per l'efficacia della comunicazione sono considerati vincenti da sempre, da Ippocrate a Cicerone, da Einstein ai linguisti contemporanei.
Eppure il discorso dei discorsi, quello che tutti gli aspiranti public speaker studiano e mandano a memoria - I have a dream di Martin Luther King - se analizzato dagli indici di leggibilità dà un risultato medio, così come il solo testo prende e interessa, ma non commuove né trascina.
Le parole sono importanti - conclude Guy Kawasaki Reynolds -, ma per entrare nella leggenda servono anche sincerità, capacità di empatia e sconfinata passione.
PS/1 nei post trovate tutti i link ai testi e ai video dei discorsi, da Jobs a King.
PS/2 oggi ricorre l'anniversario della nascita di M. L. King, compirebbe 78 anni.
Gli essenziali di Kerouac
1. Scribbled secret notebooks, and wild typewritten pages, for your own joy.
2. Submissive to everything, open, listening.
3. Try never get drunk outside your own house.
4. Be in love with your life.
5. Something that you feel will find its own form.
6. Be crazy dumbsaint of the mind.
7. Blow as deep as you want to blow.
8. Write what you want bottomless from bottom of the mind.
9. The unspeakable visions of the individual.
10. No time for poetry but exactly what is.
11. Visionary tics shivering in the chest.
12. In tranced fixation dreaming upon object before you.
13. Remove literary, grammatical and syntactical inhibition.
14. Like Proust be an old teahead of time.
15. Telling the true story of the world in interior monologue.
16. The jewel center of interest is the eye within the eye.
17. Write in recollection and amazement for yourself.
18. Work from pithy middle eye out, swimming in language sea.
19. Accept loss forever.
20. Believe in the holy contour of life.
21. Struggle to sketch the flow that already exists intact in mind.
22. Don't think of words when you stop but to see picture better.
23. Keep track of every day the date emblazoned in your morning.
24. No fear or shame in the dignity of your experience, language and knowledge.
25. Write for the world to read and see your exact pictures of it.
26. Bookmovie is the movie in words, the visual American form.
27. In praise of Character in the Bleak inhuman Loneliness.
28. Composing wild, undisciplined, pure, coming in from under, crazier the better.
29. You're a Genius all the time.
30. Writer-Director of Earthly movies Sponsored & Angeled in Heaven.
Jack Kerouac, Belief & Technique For Modern Prose: List of Essentials, da una lettera Don Allen, in Heaven & Other Poems, 1958
PS Mi piacerebbe molto - e mi farebbe un gran bene - tradurre questo manifesto portatile di Kerouac, magari una al giorno. Qualcuno lo avrà già fatto magnificamente, ma queste 30 frasi sono così belle, intense e piene di risonanze che le metto tra i miei esercizi di traduzione. Insieme ad altri piccoli brani, poesie, canzoni.
Parole su commissione.
I francesi, nella loro ossessione di protezionismo linguistico, hanno istituito una apposita Commission générale de terminologie et de néologie, che mese per mese stila una lista dei termini stranieri (vedi inglesi), con la loro brava traduzione, ordinati per settori.
Gli esiti sono spesso buffi e comunque quasi sempre parole efficaci e brevissime vengono sostituite con espressioni lunghe e complicate.
Così podcast diventa diffusion pour baladeur, letteralmente "trasmissione per walkman", e siccome non si può dire nemmeno walkman, allora il tutto diventa più o meno "trasmissione per apparecchio da sentire mentre si cammina" o "da ascolto portatile".
Solo in un caso il francese mi sembra molto più efficace dell'inglese: il post dei blog è billet. Semplicemente biglietto.
American-ese.
L'articolo sull'ultimo numero di E-writing Bulletin è dedicato alle aziende americane che danno in outsourcing le risposte per email ai loro clienti: Teaching offshore agents to write American email. Ma penso sia utile anche a noi italiani quando corrispondiamo con interlocutori statunitensi.
Lost in translation.
Nel mondo globale i nomi dei prodotti passano con disinvoltura mille confini, a volte con esiti disastrosi, a volte divertenti.
Un produttore tedesco di zaini, li chiama bodybags, come i sacchi che avvolgono i cadaveri.
Una famosa azienda di omogeneizzati, Gerber, non vende in Francia perché in francese gerber significa vomitare.
Il modello Volkswagen Jetta in Italia ricorda lo jettatore.
In Irlanda l'arancio è bandito perché l'Ordine Orange è una fazione di oltranzisti protestanti. I cattolici non comprerebbero facilmente un prodotto dal nome Orange.
Godetevi una ricca e gustosissima rassegna delle traduzioni che imbarazzano i direttori marketing.
Una rivista, tante lingue.
Sul sito della British Association of Communicators in Business, un articolo con alcuni consigli ai redattori di riviste multilingua. Molto pratici, molto utili.
Il sito stesso, che non conoscevo, è una miniera: soprattutto la newsletter mensile e la knowledge bank.
Chi chiude, chi apre.
E mentre la Crusca si appella al buon cuore dei cittadini per sopravvivere, lo splendido sito dell'Instituto Cervantes, dedicato alla conoscenza e alla diffusione della lingua spagnola nel mondo, si arricchisce di una nuova sezione, Morderse la lengua, una rassegna delle distorsioni e degli errori linguistici nei media. Ricca, approfondita e anche divertente, come tutte le innumerevoli sezioni di questo portale sul quale si possono passare giornate intere. Anche facendo giocare i bambini piccoli.
My grab bag.
Sono una scrittrice professionale italiana, che in italiano scrive, comunica e insegna. Non farmi trascinare dall'inglese, riflettere sempre sull'opportunità di ricorrere a una parola straniera, fa ormai parte dei miei automatismi professionali.
La home page del MdS fu faticosissima, proprio perché decisi che, tranne link, dovevano esserci solo parole italiane. Il blog in questo senso è stata una vera liberazione, perché qui posso concedermi più libertà, per esempio usando l'inglese nel titolare i post.
Ma conosco bene altre quattro lingue oltre la mia, e in queste lingue leggo per gran parte della mia giornata, prendo appunti, e qualche volta penso.
Per questo il mio "vocabolario interno" è uno strano guazzabuglio: ci sono parole ed espressioni intraducibili, cui sono molto affezionata e che dentro di me utilizzo a volontà.
Alcune sento il bisogno di tradurle, ma non ci riesco.
Tra le ultime elencate sul post-it verde attaccato al pc: grab bag e wizard, che ho dovuto utilizzare anche per lavoro. Ma per nessuna delle due sono riuscita a trovare una traduzione accettabile.
Grab bag è il termine che utilizza la web writer americana Amy Gahran quando sul suo blog elenca i link e le cose interessanti che ha trovato sul web. Una parola perfetta, perché ha in sé il senso della sorpresa, insieme alla dimensione quotidiana del sacchetto della spesa. Quindi questo post si tiene il titolo che ha.
Dopo questa lunga digressione, la mia grab bag di questa settimana contiene:
>> l'ultimo numero del Latore della presente, newsletter mensile dell'ADCI
>> un bel testo in pdf su Le forme della scrittura nella relazione educativa, di Roberto Fioravanti
>> il Diario di Repubblica, dedicato al movimento Dada
>> l'ultimo articolo di Jean Marc Hardy, sui blog.
Il mestiere del traduttore 2 e i veri podcast
Dopo la bellissima prima serie di trasmissioni che Radio3 ha dedicato in aprile ai traduttori letterari, Il mestiere del traduttore, una specie di follia, scopro ora che è appena andata in onda la seconda serie, tutta da ascoltare. Racconti bellissimi di quel corpo a corpo quotidiano che i traduttori intraprendono con le parole di autori come Freud, Conrad, McEwan, Auster.
Racconti che mi piacerebbe portare con me, ma che non possono essere scaricati. Diversa la scelta che ha fatto in questa fine d'anno un gigante editoriale come The Economist, che sa modulare da maestro contenuti a pagamento e contenuti gratuiti, testo e audio, senza in realtà mai scontentare nessuno: 15 interessanti interviste audio sui temi più attuali della politica e dell'economia per il 2006. Così mi sono ascoltata gratis, tra le altre, le parole semplici e intelligenti del premio Nobel Amartya Sen sul ruolo dell'India nell'economia globale.
Provinciali, oh yeah!
"Stiamo esagerando. Siamo più inglesi degli inglesi." scriveva ieri Gian Luigi Beccaria sul Tuttolibri della Stampa.
Ed elencava una serie di falsi anglismi e di parole che ormai usiamo tutti i giorni e che "in America o in Inghilterra nessuno userebbe mai".
Per esempio:
devolution > in inglese decentralization
autogrill, autostop, camper, spider > esistono solo da noi
cargo > in inglese è il carico trasportato, non il mezzo di trasporto
vamp > in inglese è un verbo, non un sostantivo
hacker > in inglese cracker
replay > in italiano si dovrebbe dire "moviola"
dialect > in inglese non è "dialetto" (vernacular), ma "varietà linguistica"
consistente > ormai usato in italiano per "coerente"
abilità > ormai usato in italiano per "capacità".
Parole più lunghe, più pesanti, più pure.
L'attaccamento dei francesi alla loro lingua è noto, con esiti anche buffi, come sanno tutti coloro che navigano sui siti d'oltralpe.
Difficile trovarvi i termini inglesi che tutti noi siamo ormai abituati a utilizzare. Non sapevo però che il Journal Officiel (la loro Gazzetta Ufficiale) pubblica periodicamente le linee guida linguistiche emanate dalla Commission Générale de Terminologie et de Néologie.
Le ultime riguardano:
- la parola coach, che si consiglia di sostituire con entraîneur (per lo sport), mentor (per l'azienda), tuteur (per l'università), moniteur de santé (in medicina)
- il prefisso e- ("porteur de difficultés de tous ordres"... mamma mia!), che si consiglia di sostituire con il prefisso télé- o l'espressione en ligne.
Tra la nostra mania anglofila e la loro mania purista pare proprio non esserci una sana via di mezzo.
Giù nei fondali del testo.
"Sub" in inglese, anzi in british English - scopro ora - significa "svolgere il lavoro di copy editor", quindi The simple subs book, sul quale mi sono rotta la testa negli ultimi dieci minuti, è un manuale di copy editing e il subbed text è il testo revisionato.
L'albero genealogico delle parole.
Per molto tempo non ho badato all'origine delle parole che pronunciavo e scrivevo ogni giorno.
Ora invece l'origine delle parole mi incuriosisce e mi diverte.
Così, dal mio Glossario Sanscrito apprendo che il guru è "colui che "elimina l'oscurità": da "gu" che significa "oscurità, ignoranza", e "ru" che significa "rimozione" (e mi viene da pensare alla gru, che solleva e si porta via di tutto).
E da un libro che sto leggendo - La felicità di questa vita, di Salvatore Natoli - che la radice sanscrita "sva" ("proprio, che appartiene a se stesso") dà vita sia al possessivo latino suus, sia al sé riflessivo, soi, self, selbst...
Traducendo, dolcemente impazzire.
Ieri in macchina ho ascoltato un brandello di una trasmissione di rara bellezza: la traduttrice dall'ebraico Elena Loewenthal parlava del suo lavoro, dell'amore per la lingua, degli scrittori che ha incontrato attraverso la traduzione. Abbandonare la radio per andare al mio appuntamento è stata una vera sofferenza.
Ora la sto riascoltando via internet, per intero, mentre scrivo questo post. La trasmissione si chiama Una specie di follia. Il mestiere del traduttore, va in onda su Radiotre dal lunedì al venerdì, dalle 14 alle 14.30. Ogni giorno un incontro con un traduttore letterario e una lingua diversa. 10 incontri imperdibili, dall'inglese al russo, da Carver a Pushkin.
Lingua in salsa piccante.
Azzeccatissimo il titolo del blog di due copy editor de Le Monde, che registrano giorno per giorno tesori, notazioni ed errori della lingua francese.
In Italia non conosco blog di copy editor e, a dire il vero, nemmeno copy editor.
Per quanto ne so, c'è solo una rivista che dà al suo copy editor la stessa visibilità che dà al direttore e ai giornalisti: è Internazionale.
Lingue immaginate.
Ho sempre amato le lingue straniere, fin da piccola. Uno dei miei primi libri veniva dalla Germania, era un album con i fogli spessi di cartone e illustrava con immagini dettagliatissime la casa, la fattoria, la stazione, la scuola e molti altri luoghi della vita quotidiana. Oggi oggetto, ogni persona, aveva la sua parolina tedesca accanto. Io non sapevo ancora leggere, ma le parole mi venivano lette, con una pronuncia più o meno attendibile.
Più grande, oltre al tedesco, ho studiato altre lingue e le studio tuttora.
Questa settimana ho incontrato da vicino due lingue che non conoscerò mai, ma che mi piace immaginare. Due lingue in cui sono state scritti i libri più importanti per la religione e il pensiero di oriente e occidente.
In sanscrito sono stati scritti i Veda, i più antichi testi indiani, forse i primi testi letterari che siano mai stati scritti. In ebraico è stata scritta gran parte della Bibbia.
Il sanscrito è una lingua indoeuropea sorella del greco e del latino, ma non immaginavo che fosse una sorella così stretta. L'ho scoperto sabato pomeriggio, passando due ore a sentir parlare di una lingua sconosciuta, ma che mi sembrava di "vedere" e immaginare mentre ascoltavo.
Una lingua che non si impara dalla madre, ma a scuola, nel corso di moltissimi anni. E' la lingua della cultura, della comunicazione "alta", affidata solo ai bramini - "i parlanti ideali" - e quindi unicamente ai maschi. Una lingua quasi perfetta, una cattedrale costruita a tavolino da architetti, dal potere linguistico assoluto, talmente complessa da essere definita una “grammatica senza lingua”. Talmente ricca, ambigua e metaforica da aver dato origine a una letteratura, quella indiana, fatta al 90% da commenti a testi originali. Testi che possono essere letti e interpretati in maniera completamente diversa, addirittura opposta.
Una lingua i cui testi scritti 2000 anni fa sono comprensibili ancora oggi e che è cambiata pochissimo nei secoli. Nel sanscrito non nascono nuove parole, sono quelle che già esistono che nel tempo assumono sempre più significati.
Se in sanscrito ho ascoltato soltanto le parole che definiscono le posizioni yoga o i mantra, come chiunque pratichi e studi questa disciplina, in ebraico ho ascoltato interi e lunghi discorsi, pur non capendo nulla. In Israele, in sinagoga, in libreria.
Negli ultimi giorni ho letto un piccolo libretto, molto interessante, che raccoglie una serie di interviste di Philip Roth ad altri scrittori soprattutto ebrei, israeliani e non. Famosi come Primo Levi, Singer e Saul Bellow, altri a me sconosciuti come Aharon Appelfeld e Ivan Klima. Il libro si intitola Chiacchiere di bottega ed è pubblicato da Einaudi nella serie dei Tascabili.
Aharon Appelfeld, nato in Bucovina e vissuto come un piccolo nomade nei boschi sopravvivendo all'Olocausto, arrivò in Palestina a quattordici anni. Solo allora imparò l'ebraico, la sua lingua di scrittore: "Ho imparato l'ebraico con grande fatica. E' una lingua difficile, austera e ascetica. Il suo antico fondamento sta nel proverbio della Mishnà: 'Il silenzio è il recinto della saggezza'. La lingua ebraica mi ha insegnato a pensare, a essere parco con le parole, a non usare troppi aggettivi, a non intervenire troppo, a non interpretare. Dico, 'Mi ha insegnato'. Di fatto ti obbliga a farlo".
La festa alla lingua.
In questi giorni due importanti istituzioni culturali hanno fatto la festa alla loro lingua.
Il British Council ha stilato la classifica delle 70 parole più amate della lingua inglese. Il Goethe Institut ha reso noti i risultati del concorso "la più bella parola tedesca" durante una cerimonia trasmessa da una delle principali reti televisive della Germania.
La classifica del British Council, che si basa sui giudizi di oltre 40.000 persone appartenenti a 102 paesi non anglofoni, vede al primo posto mother seguita da passion, smile, love ed eternity. Tutte parole corte e semplici, che riguardano la sfera affettiva, sentimenti che tutti capiscono e condividono.
Più sofisticato e interessante il concorso tedesco, che sceglieva la parola più bella soprattutto sulla base della motivazione fornita.
In tre mesi hanno risposto 23.000 persone, da 111 paesi. Ha vinto Habseligkeiten - "beni", "ciò che si possiede" - formato (come spesso succede in questa lingua) da due radici dal significato quasi opposto, e la bellezza della parola viene proprio da questa tensione: haben (avere) e Seligkeit (la beatitudine celeste). Non si tratta quindi dei grandi possedimenti, ma delle piccole cose preziose nella tasca di un bambino, di ciò che è importante per ciascuno di noi. Una parola, insomma, che dà dignità e valore anche a cose apparentemente di poca importanza.
Al secondo posto una parola che tutti gli stranieri imparano subito e non scordano mai più, perché non esiste in altre lingue: Geborgenheit, il sentirsi bene e protetti, tranquilli e al sicuro.
Al terzo, Lieben (amore) perché "solo una I la distingue dalla vita (Leben)". E al quarto, Augenblick (attimo, momento), letteralmente "lo sguardo di un occhio", quindi il tempo di sbattere una palpebra, veloce e leggera come l'ala di una farfalla.
Mentre la più bella parola tedesca per i bambini è Libelle, libellula, dolce di "e" e di "i", scivolosa sulle sue quattro "l".
Chissà che belle cose verrebbero fuori se facessimo una festa internazionale anche all'italiano. Probabilmente riscopriremmo parole cui non facciamo più troppo caso, ma il cui suono sprigiona magie per chi impara e ama la nostra lingua in un altro paese.
Alla lingua tedesca.
Lunedì scorso stata dodici ore fuori casa per fare una riunione di due ore e mezza.
Il resto delle ore le ho passate in taxi, in aeroporto, in aereo.
Ma queste ore mi sono servite per leggere per intero un gran bel libro che mi trascinavo nello zaino da giorni: Piccolo viaggio nell'anima tedesca, delle due corrispondenti italiane in Germania Vanna Vannuccini e Francesca Predazzi (Feltrinelli, 10 euro).
Le due autrici parlano dell'anima tedesca di ieri e di oggi a partire da una serie di parole, esattissime nella loro aderenza al significato, intraducibili e inesistenti in altre lingue.
Sono quelle parole che rendono il tedesco una lingua unica, quasi una lingua "di riserva", una miniera cui non finisce mai di attingere anche chi la conosce solo un po'.
Io il tedesco l'ho studiato a lungo e con passione, lo leggo molto, non lo parlo mai. Eppure è l'unica lingua, oltre l'italiano, in cui mi capita di pensare. E succede proprio perché ci sono quelle parole ed espressioni che non hanno un equivalente nella nostra lingua, ma che sono precisissime e insostituibili, soprattutto nell'esprimere i sentimenti. Come "parlare dall'anima" (aus der Seele sprechen), l'intraducibile gemütlich (caldo, intimo, affettuoso, confortevole, tranquillo, piacevole, tutto insieme), le tante sfumature di nostalgia (Sehnsucht, Wehmut, Heimweh, Nostalgie) a seconda di cosa ci manca e come.
L'italiano è una lingua ricca: ha circa 300.000 parole. Il tedesco ne ha 400.000, molte lunghissime e apparentemente impossibili da pronunciare. Sono le parole composte, che all'inizio sembrano una aberrazione linguistica e che dopo un po' di studio affascinano per quel mettere i mattoncini in fila l'uno dopo l'altro, perfettamente allineati a esprimere concetti sempre più astratti ma di grandissimo potere evocativo.
Il tedesco non ti si appiccica addosso come lo spagnolo, lingua a torto considerata facile da noi italiani ma più vicina nei ritmi. Il tedesco te lo devi andare a prendere un po' alla vecchia maniera, con la grammatica, ripetendo le declinazioni, imparando a memoria i verbi forti, scrivendo a mano su un quaderno i vocaboli.
Borges ha dedicato allo studio del tedesco dei versi bellissimi:
Pero a ti, dulce lengua de Alemania,
Te he elegido y buscado, solitario.
A través de vigilias y gramáticas,
De la jungla de las declinaciones,
Del diccionario, que no acierta nunca
Con el matiz preciso, fui acercándome.
Anche un grande scrittore di lingua tedesca ha raccontato in un romanzo questa conquista faticosa ma gratificante come poche altre. E' Elias Canetti, nel primo volume della sua autobiografia La lingua salvata.
Il piccolo Elias, che scrivendo in tedesco avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, ha imparato questa lingua a otto anni, in un tour de force di pochi mesi a Vienna, che avrebbe stroncato ogni velleità letteraria in chiunque. Prima di allora, era solo la "lingua dell'amore", perché la parlavano tra loro i suoi genitori.
Il metodo didattico della giovane signora Canetti era quello di leggere da un libro una frase in tedesco e di farla ripetere al figlio infinite volte, fino al raggiungimento della pronuncia perfetta. Solo allora spiegava il significato, mai prima. E il libro lo teneva lei, senza mostrarne al figlio nemmeno una pagina.
"La mamma mi aveva costretto in un tempo brevissimo a un compito che andava al di là delle possibilità di qualsiasi bambino; il fatto che poi sia riuscita nel suo intento ha determinato la natura molto profonda del mio tedesco, che fu per me una lingua madre imparata con ritardo e veramente nata con dolore. Ma non restammo al dolore, ad esso seguì subito dopo un periodo di felicità che mi ha legato indissolubilmente a questa lingua."
E io sono indissolubilmente legata a questo libro bellissimo, il primo che ho letto in tedesco. Quando arrivai alla fine delle quasi 400 pagine, capii che ce l'avevo fatta, che avevo scalato la vetta di questa lingua difficile, ma in cui "ogni cosa ha il suo posto e ogni posto ha la sua cosa", come scrivono nell'introduzione le due autrici del libro che ha dato l'avvio a questo ormai lunghissimo post.
Il tedesco non conosce l'approssimazione: per questo devo a questa lingua non tanto l'aver imparato a scrivere, quanto l'aver imparato a riflettere sul linguaggio e quindi ad essere riuscita a fare della scrittura un mestiere.
Una lingua è una pat...
Una lingua è una patria.
Ieri sera in treno leggevo le ultime pagine del libro-conversazione tra Arpaia e Sepúlveda. Dopo la letteratura e la politica, lo scrittore cileno parlava del suo rapporto con i diversi paesi in cui si è trovato a vivere e con le diverse lingue in cui parla e legge.
Mi sono molto riconosciuta nella sua valutazione della Germania e dei tedeschi, un paese tutto da scoprire e un popolo su cui pesano troppi pregiudizi e luoghi comuni.
E mi è piaciuto quel suo trovare la patria non in un paese, ma in una lingua: lo spagnolo. Lingua nata tra le montagne della Castiglia, ma vincente nel mondo perché non difensiva, ma "inclusiva", accogliente, capace di adattarsi, di raccogliere mille varianti, di farsi sempre diversa restando se stessa. Pensavo a questo quando mi sono accorta di colpo che quella lingua inclusiva e dinamica mi stava circondando e cullando, e nella sua dolce versione latino-americana. Nel vagone silenzioso si erano creati due capannelli vocianti: da una parte una vecchia signora che raccontava della Bolivia a una mamma circondata da bel po' di bambini da zittire con infiniti cállate cállate, dall'altra un gruppo di ragazzi con la chitarra, che dalla conversazione sono pian piano passati al canto.
Ci siamo messi tutti a sentire quel concerto improvvisato mentre il treno correva nel buio lungo la via Flaminia.
Sull'inglese, again.
Interessante, vivace, ampiamente condivisibile l'articolo di Gian Antonio Stella sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi. Domanda legittima: possibile che dobbiamo usare l'inglese anche per la gastronomia e la moda, gli unici due settori in cui l'italiano è davvero la "lingua dei vincitori"?
Un articolo che fa il paio con quello di Gianluigi Beccaria sulla Stampa del 13 settembre, dedicato all'influenza dell'inglese sul lessico italiano.
Sempre dal Corriere, vi segnalo la rubrica di Giorgio De Rienzo Scioglilingua. Devo andarci più spesso.
Cade la metà dei trattini.
Ricambio il link di Isabella Massardo, autrice del prezioso Taccuino di traduzione, non per un mero fatto di cortesia, ma perché il suo blog ieri riportava una notizia interessante per tutti coloro che scrivono per lavoro.
La nuova edizione dell'Oxford Dictionary of English accoglie 3.000 nuovi termini informatici e inoltre decreta la fine dell'uso del trattino in parecchi casi: online, tutto intero e senza trattino, proprio come email e cooperate.
Complessivamente, rispetto all'edizione del dizionario di dieci anni fa, il trattino viene usato nella metà dei casi.
Bene: tutto in favore di una scrittura più semplice e pulita, anche visivamente.
Mi adeguerò nel caso dell'email e lo scriverò nella guida di stile che sto preparando.
Elogio del traduttore.
"Il traduttore è un messaggero e un mediatore: fa comprendere persone così differenti che lasciate sole sarebbero condannate all'incomunicabilità. Vive in bilico su una frontiera e coltiva da sempre la curiosità e la tolleranza perché ha dedicato la sua vita a chi è straniero, diverso, altro da sé".
Da una bellissima intervista di Alice a Ilide Carmignani, traduttrice di grandi scrittori spagnoli contemporanei.
Don't miss it.
Tornerò sulle lingue... quelle di servizio e quelle del cuore :-)
Intanto vi segnalo un bel blog: Taccuino di traduzione.
Suoni di velluto rosso.
Ho appena letto il commento al post precedente... una bella traduzione dei versi di Roberto Carlos non la so fare, perché io non so il portoghese. Però è una lingua che amo.
Due anni fa, cominciai a leggere il blog della Pizia perché fui conquistata da una sua frase: "ah, che lingua il portoghese ... un velluto di un rosso intenso che scivola via da un fianco". "Sì, è proprio così" pensai, evocando insieme suoni e colori.
Per me il portoghese è questo: suoni che mi avvolgono, rivelando significati ogni volta che leggo e che ascolto. E così, ho imparato solo il portoghese dei sentimenti ascoltando canzoni. La prima volta non capisco niente, ma ad ogni ascolto un drappo rosso scivola via, associando suoni a parole. Alla fine, la canzone la so e la capisco anche.
E' così per As flores do jardim, i fiori del giardino. Non vi so fornire una bella traduzione, ma posso raccontarvi che cosa racconta.
C'era una volta una casa con un giardino pieno di fiori. Fiori profumatissimi.
Lui (o lei) se ne andò via, e tutto morì di nostalgia nell'assenza: la casa, i fiori, lei (o lui).
Persino le stelle nel cielo si spensero, il vento forte dell'inverno strappò via tutti i fiori. Tutto morì per lei (o per lui).
Ma un altro giardino rifiorirà, un giorno. Dopo una bella pioggia.
As flores do jardim As flores do jardim da nossa casa
da nossa casa
(Roberto Carlos - Erasmo Carlos)
Morreram todas de saudade de você
E as rosas que cobriam nossa estrada
Perderam a vontade de viver
Eu já não posso mais olhar nosso jardim
Lá não existem flores
Tudo morreu pra mim.
As coisas que eram nossas se acabaram
Tristeza e solidão é o que restou
As luzes das estrelas se apagaram
E o inverno da saudade começou
As nuvens brancas escureceram
E o nosso céu azul se transformou
O vento carregou todas as flores
E em nós a tempestade desabou.
Eu já não posso mais olhar nosso jardim
Lá não existem flores
Tudo morreu pra mim.
Mas não faz mal, depois que chuva cair
Outro jardim um dia há de reflorir.



Rss