Romantico Zingarelli
Tra le novità di questo Zingarelli 2010 spicca l'apertura a un cospicuo patrimonio di belle parole “da salvare”. Contrassegnate da un'icona di una semplicità elementare ma dal profondo valore simbolico, un fiore, ♣, – cosa c'è di più struggente e disarmante? –, sono quelle tante, preziose parole dell'italiano delle quali può sfuggire a molti il senso e di cui si deve tuttavia dire: “eppur ci sono”. Profumate in molti casi d'antico, non saranno proprie dell'uso corrente o correntissimo ma sono pronte a prestare la loro opera per chiunque voglia ancora disporne: parole carezzevoli e degne di rispetto, che valgono un nodo al fazzoletto perché non siano spedite in soffitta prima del tempo. (Tratto dall'Osservatorio della lingua italiana di Massimo Arcangeli)Dalla "parola del giorno" Zanichelli di questa mattina.
Più parole conosciamo, più articolati e sfumati riescono a essere i nostri pensieri ;-)
Osservando anche i commenti di questo blog negli anni mi sono accorta - prima con un certo stupore, ma ora comincio a farci caso - che spesso le incomprensioni nascono dal fatto che le persone non conoscono il significato preciso delle parole. E magari se la prendono quando non ce n'è alcun motivo.
Resilienti
Prima di comprare un libro, oggi faccio sempre una visita alle recensioni di IBS e di Anobii.
Su IBS il nuovo libro di Mario Calabresi, La fortuna non esiste, ha tutte recensioni al massimo, 5/5. Caso davvero raro.
Ho quindi inserito anche questo libro nel mio carrello.
Avevo già letto Spingendo la notte più in là, libro commovente e bellissimo, chiaramente un libro che Calabresi aveva dentro da tanti anni, che aveva scritto, rifinito e riletto infinite volte dentro di sé.
Difficile ripetere quel piccolo miracolo a così breve distanza, mi ero detta ed ero persino un po' delusa che l'autore avesse ceduto così presto alle nuove lusinghe della Mondadori.
Mi sbagliavo, e mi accingo a contribuire anche io alla pagina di recensioni con il mio
5/5.
La fortuna non esiste è tutta un'altra cosa, ma non è da meno. Calabresi si conferma quello che mi era parso al suo primo libro: un bravissimo giornalista e una persona curiosa e sensibile.
Il suo nuovo libro è un silenzioso reportage sugli Stati Uniti di oggi, spazzati dalla crisi economica eppure più speranzosi e vitali di noi.
L'aggettivo "silenzioso" mi è venuto spontaneo, ora che scrivevo.
È silenzioso perché la penna di Calabresi non è una voce, ma uno sguardo, che fa parlare soprattutto le cose. Interi quartieri deserti, dove ogni casa è stata abbandonata da un giorno all'altro da chi non poteva più pagare il mutuo. Il contenuto degli scatoloni dei manager che abbandonano i loro uffici nei grattacieli di Manhattan. La bacheca di una biblioteca in una città fantasma. Una piscina vuota. Un aereo dell'esercito italiano, che trasporta verso un nuovo mondo un bambino afgano. Il semplice buffet di biscottini fatti in casa che accoglie Michelle Obama all'inizio della campagna elettorale. Un villaggio di camper in riva all'oceano.
È la famosa resilienza, quel nucleo indistruttibile di forza e di energia che ci fa resistere a tutto e rialzare la testa, e che ognuno di noi ha dentro di sé anche quando non lo sa.
Un nucleo - Calabresi non lo dice ma credo lo pensi - che hanno anche i gruppi, le società, i paesi.
Per il neo-crusc che è in noi
"Piena di imperfezioni, non le si può chiedere troppo, ma è meno spigolosa di come la si dipinge e di come, in un certo senso, la gente vorrebbe che fosse. Al contrario, ha un'indole relativamente mite e un'intima - e apprezzabile - vocazione al dubbio."
Non è la descrizione di una ragazza scontrosa, ma quella della grammatica nel primo capitolo di Val più la pratica di Andrea De Benedetti, che mi sono letta in questi giorni.
Sottotitolo: Piccola grammatica immorale della lingua italiana.
In realtà, di immorale non c'è proprio niente, di istruttivo e divertente moltissimo.
Il bersaglio - o l'interlocutore - di De Benedetti è il neo-crusc, il pedante che piange la decadenza del congiuntivo, lamenta che nessuno sa più scrivere, si aggrappa alla grammatica come all'ultima scialuppa in un mare in tempesta e soprattutto pretende da lei risposte precise e definitive.
Il neo-crusc a tutto tondo non esiste, ma un pezzetto alberga sicuramente in ognuno di noi, anche in me che della lingua sono una gran praticona e che sarei sonoramente bocciata se mi presentassi a sostenere l'esame di grammatica italiana. "Val più la pratica" potrebbe essere il mio slogan, eppure anche io adoravo la rubrica La Crusca per voi e mi sono dispiaciuta moltissimo quando l'hanno sospesa. Un pezzetto alberga pure nell'autore del libro, che però ci sa giocare come con un dispettoso alter ego.
Ogni capitolo è dedicato a un tema controverso o a un cavallo di battaglia dei neo-crusc: il congiuntivo, la congiunzione dopo il punto fermo, il raddoppio dei pronomi (il famoso "a me mi"), la posizione delle parole all'interno della frase, il "che" tuttofare, la punteggiatura, la ripetizione.
De Benedetti, da linguista scherzoso, spiega, argomenta, convince.
Due cose mi sono piaciute tantissimo, tra le tante.
La varietà e la (relativa) libertà della punteggiatura, che come sistema fisso e immutabile era già stato mirabilmente picconato nel suo Prontuario di punteggiatura da Bice Mortara Garavelli, nume tutelare di De Benedetti insieme a Luca Serianni.
Ci sono almeno tre punteggiature: per l'occhio, che agevola la lettura silenziosa; per l'orecchio, per dare un determinato tono alla lettura ad alta voce; per il cuore, che comunica emozioni e stati d'animo di chi scrive.
E poi (sdoganata la congiunzione dopo il punto) la dolente questione della ripetizione: "Ripetizione e ridondanza sono garanzia di precisione e, almeno in teoria, di trasparenza". E' vero molto più spesso si quanto si crede, soprattutto nella scrittura professionale.
Tra il blog e il libro
Per i fan di Hugh MacLeod e delle sue vignette su Gapingvoid, oggi è uscito il suo libro sulla creatività Ignore Everybody. Questa è la copertina:

Ho il forte sospetto che sia una ricucinatura su carta dei suoi post della serie How to be creative, del periodo d'oro di Hugh, quando disegnava un post geniale al giorno, mentre oggi ci propone soprattutto la sua oggettistica, dalle stampe firmate ai portachiavi.
Spesso il libro finisce per diventare una specie di punto di arrivo e di esaurimento del blogger. Mi sembra stia succedendo a un altro bravissimo, Garr Raynolds di Presentation Zen, i cui post si fanno sempre più rari e parlano soprattutto delle presentazioni e delle varie edizioni del suo libro.
Peccato, perché il blog è uno splendido incubatore di (nuovi) libri.
Lo sa bene Seth Godin, che scrive con ferrea disciplina un post al giorno e un libro l'anno. E non sgarra mai.
Farsi capire, otto anni dopo
Mi ero riproposta di scrivere della nuova edizione di Farsi capire di Annamaria Testa
dopo aver letto il libro per benino, riga per riga, capitolo per capitolo, matita alla mano.
La prima edizione, quella del 2000, l'avevo letta così, anzi l'avevo proprio "studiata". Del resto il libro nasceva dall'esperienza di Annamaria nelle aule universitarie.
Avevo già letto La parola immaginata e i racconti di Leggere e amare, due libri che mi erano piaciuti moltissimo.
Il primo, soprattutto, era stato una specie di faro nella mia affannosa e fino ad allora infruttuosa ricerca di riferimenti nel campo della scrittura. Imparai un sacco di cose ma la vera lezione fu capire che forse anche il mio strano ed evanescente mestiere lo si poteva raccontare agli altri, in maniera semplice e appassionata. Con la mia decisione di raccontarlo poi in un sito quella lettura ci entrò parecchio e mi servì da sprone. Non avrei mai avuto il coraggio di farlo in un libro, ma le pagine del web mi sembrarono il luogo giusto per i miei primi tentativi.
Quindi divorai anche Farsi capire, più tradizionale nella scansione (dalla teoria alla pratica della comunicazione), più ampio (c'era proprio tutto dentro: teoria della comunicazione, creatività, storia della retorica, consigli pratici), ma anche un po' meno compatto rispetto a La parola immaginata e poi a Le vie del senso. Ricordo che nella prima parte saltai qualche pezzetto e mi concentrai soprattutto sulla seconda, terreno evidentemente allora più sicuro per la copywriter consumata che aveva già prodotto il passaparola di Perlana e Liscia, gassata o Ferrarelle?
Quando ho aperto la nuova edizione non ho potuto fare a meno di aprire anche la prima e il divertente gioco del confronto mi ha preso la mano, per cui eccomi qui a scriverne subito.
Prima di tutto, è un vero nuovo libro nel senso che l'autrice non ha furbescamente aggiunto uno o due capitoli alla fine, come sempre più spesso si fa oggi, ma lo ha riscritto otto anni dopo. Otto anni in cui ha approfondito i temi della creatività e del web e in cui lei stessa ha ideato e realizzato un sito.
Il nuovo libro è più coerente, sicuro e leggero: meno citazioni dai teorici della comunicazione, teoria più stringata nell'esposizione ma non nei contenuti, più immagini, e soprattutto tanti più esempi dal lavoro e dalle letture di questi anni, da Kapuscinski a Obama.
Tutte le novità si innestano sul solidissimo e indovinato impianto della prima edizione: ogni capitolo con la presenza forte della voce narrante di Annamaria e gli schematici ed efficaci Riassumendo finali, più il ricco capitolo Testi e siti: qualche suggerimento (ben dieci pagine di indicazioni, molte inedite per me).
Questa volta il libro esce in edizione economica, una scelta che apprezzo tantissimo: oltre 400 pagine costano 11 euro, e le parole non appaiono stipate ma sono leggibilissime.
Ho letto e continuo a leggere quasi tutti i libri che riguardano la scrittura professionale, sia italiani sia stranieri. I più utili, tanti, li trovate nel mio scaffale. Ma se devo fare la famosa rosa di tre da consigliare agli studenti, a chi comincia, a chi vuole leggere libri che non solo informano ma sono anche scritti come predicano, consiglio Farsi capire di Annamaria Testa, Italiano, lo stile di Massimo Birattari e Fifty Writing Tools di Roy Peter Clark. Aggiungo, sulla comunicazione più in generale, Made to stick di Chip e Dan Heath.
PS Con l'arrivo dell'estate sto invertendo il rapporto dei miei tempi di lavoro, cioè meno produzione più studio. Ho una vagonata di nuovi libri da leggere: man mano vi terrò aggiornati.
Un'arte sovversiva
Vero, gentile, necessario. Sono i tre principi su cui, secondo i Sufi, dovrebbe essere incentrata la comunicazione fra le persone.
Carol Fisher Saller, autrice di un breve ma necessario manualetto dal titolo The Subversive Copy Editor, si è indubbiamente ispirata a questi principi per formulare le regole che un bravo redattore (e nel mucchio ci mettiamo anche i correttori di traduzioni) dovrebbe seguire.
Vero, gentile, necessario: comincia con questa bella triade di aggettivi semplici e quotidiani il post che Beba Manno ha dedicato a un nuovo libro sul copyediting sul suo blog Taccuino di traduzione.
Il libro promette molto bene e dei consigli bibliografici di Beba Manno mi fido ciecamente. Quindi per approfondire vi rimando al suo post.
Di mio ci aggiungo la raccomandazione di andare al sito del libro dove si può ascoltare un bel podcast con la voce dell'autrice, scaricare l'indice e l'introduzione, e la considerazione di quanto l'uso dei multimedia si faccia sempre più raffinato per far conoscere, promuovere, far acquistare un libro che non si può sfogliare in libreria. I libri professionali più interessanti degli ultimi anni li ho conosciuti e sfogliati così.
Tecnica, talento e creativitÃ
L'elmo di don Chisciotte. Contro la mitologia della creatività di Stefano Bartezzaghi è un librino un po' dispersivo, lo ammette anche il suo autore. Ha parti noiosette, dove ho saltarellato, e altre più felici, soprattutto verso la fine, dove il libro decisamente prende quota.
La tesi non è certo nuova, anzi ormai ampiamente condivisa: la creatività si coltiva, non arriva all'improvviso dalla musa ispiratrice. I tanti esempi invece sono freschi e Bartezzaghi sa intrattenere: stamattina, in un treno pieno di chiacchieroni e di telefonini squillanti, è riuscito a isolarmi per un paio d'ore da tutto quello che avevo intorno.
Ho chiosato parecchio, ma una delle cose che più mi sono piaciute è l'idea che "qualsiasi abilità tecnica è di per sé una fonte autonoma di creatività".
Se Geppetto non fosse stato un bravo falegname non gli sarebbe neppure venuto in mente di costruire un burattino che sapesse muoversi e parlare. Non penso che Leonardo da Vinci abbia acquisito le sue capacità tecniche perché avesse in mente la Gioconda e non sapesse come dipingerla, né che Leopardi avesse in qualche modo in mente "L'infinito" prima di sapere come comporlo. Penso piuttosto a quella frase che ho sentito attribuire a Vittorio De Sica: "La differenza fra chi è e chi non è italiano è che un italiano può mangiare un piatto di spaghetti pensando ad altro".
Fino a quando l'espletamento di una pratica ci impegna a fondo non possiamo uscirne: siamo dentro a un discorso che ha un senso solo, e inesorabile. Siamo Geppetto che pialla con attenzione per fare un mobile; siamo Leopardi che sta attento alla consecutio temporum; siamo John Coltrane che cerca di non sbagliare a leggere le note sul primo spartito che gli ha fornito il direttore della band; siamo un tedesco alle prese con il suo primo piatto di spaghetti. Quando la tecnica non ci dà più alcuna preoccupazione, possiamo pensare ad altro. A costruire un burattino fenomenale, a scrivere in rima, a usare note che sino a quel momento sono state considerate dissonanti, a cosa ordinare come secondo piatto.
La creatività, quindi, è una funzione diretta non del nostro inconscio bensì delle nostre capacità tecniche. Non va confusa con il talento, che è ciò che fa sì che Leopardi abbia impiegato pochissimi anni per diventare un grande scrittore o che Giotto da bambino disegnasse, secondo la leggenda, cerchi perfetti. Nella nostra era non c'è una forte retorica del talento perché il talento è considerato innato e non si può acquisire; bensì c'è una retorica della creatività proprio perché la creatività si può vendere come surrogato a coloro che sanno o temono di non avere talento.
La differenza è che senza tecnica il talento c'è ma non va avanti; senza tecnica la creatività non incomincia neppure, proprio non c'è.
384 x 9,80

Il Nuovo Manuale di Stile di Roberto Lesina, pubblicato da Zanichelli, un classico della redazione, è ora in edizione economica.
Veramente economica: 384 pagine a 9,80 euro.
Memoir
Credo di non aver mai comprato un libro di un conduttore o un giornalista televisivo.
Ho fatto un'eccezione per Daria Bignardi e per il suo Non vi lascerò orfani. E ho fatto benissimo.
Sofri stilnovista
L'ultima pagina del Tuttolibri della Stampa è sempre dedicata al "diario di lettura" di uno scrittore. Ed è ormai l'unica pagina che guardo. Sabato c'era una bellissima intervista ad Adriano Sofri sul ruolo che hanno avuto e hanno i libri nella sua vita. Dalla voracità e il collezionismo della giovinezza ai pochi e scelti compagni di oggi.
E io, oggi, apprezzo particolarmente la scrittura di Sofri. Forse perché mi ha conquistata lungo gli anni con grande lentezza, parola per parola, facendo cadere una per una le mie tante resistenze.
Partita da una decisa antipatia per motivi che si possono facilmente immaginare, oggi cerco e leggo tutto quello che scrive, dai libri alla Piccola Posta sul Foglio. Acuto, umano e sempre più struggente.
Sticky bonus

Continuo a considerare Made to Stick il miglior libro di comunicazione che abbia mai letto. Perché, l'ho già scritto.
Stamattina sono andata sul sito del libro, solo per catturare l'immagine della copertina per una lezione che sto preparando, e ho trovato il blog dei due autori, i fratelli Heath, più un'ottima pagina di risorse bonus che vi consiglio di scaricare e anche i link alla rubrica che tengono su Fast Company. Ho di che leggere e ascoltare.
Blogger da weekend
Raramente mi capita di stare un'intera settimana senza postare, ma questa è passata in nomadismo assoluto, tra riunioni, lezioni, lunghi viaggi in treno e lunghe attese in aeroporto.
Stamattina però mi attendeva un ricco pacco di IBS pieno di libri e questo mi ha fatto tornare di buon umore nonostante la stanchezza e le tempeste.
Avevo ordinato parecchi libri a scatola chiusa, un po' sulla fiducia, ma devo dire che prendo meno sòle oggi che i libri me li consigliano persone che magari mi conoscono solo in rete (ma mi conoscono, eccome se mi conoscono...) di quando ero un'assidua frequentatrice di fisicissime librerie.
Ecco quelli che possono interessare i lettori di questo blog:
- Tribes, di Seth Godin, cui avevo accennato qualche post fa.
Il libro è inconfondibilmente godiniano. Piccolo, ripetitivo eppure mai noioso. Non originalissimo perché in fondo coglie cose che sono già nell'aria eppure Godin riesce sempre a macinarle, poi a sintetizzarle e divulgarle in modo esemplare. Ho letto solo le prime pagine, ma mi sono già riconosciuta in parecchie cose...
Diciamo che Godin non lo leggo tanto per il cosa dice quanto per il come lo dice, nonché per la forma complessiva dei suoi piccoli libri. L'interno della copertina rimovibile di Tribes è bellissimo. - Getting the words right, di Theodor A. Rees Cheney
Questo manuale di scrittura me lo ha consigliato via mail Elena, alias Verox, e la ringrazio. Un manuale di scrittura elegantissimo, concreto e utile, pieno di esempi. Esempi tutti in inglese, è vero, ma ho scoperto che mi stimolano molto a trovare esempi corrispondenti in italiano.
- Colore, una biografia, di Philip Ball
Questo lo aveva consigliato Roberta in un suo post: un'enciclopedia portatile, scientifica e poetica, del colore. - Manuale di immagine non coordinata, di Stefano Caprioli e Pietro Corraini
Uno dei libri che ci hanno ispirato al laboratorio sulle mappe mentali. - Use both sides of your brain, di Tony Buzan
Il padre delle mappe mentali non scrive dei grandi libri, anzi, sono piuttosto tristanzuoli, ma cerco di approfondire un po' perché le mappe sono entrate con forza nel mio lavoro e ne sto traendo grandi vantaggi, soprattutto quando ricevo un brief. Far stare tutto sotto gli occhi contemporaneamente accelera e stimola le idee. Ci tornerò sopra. - La vita in una frase, di James Geary
Verso "La fulminante storia del pensiero breve", elegante libretto dedicato agli aforismi, ero piena di pregiudizi. Invece la prima sfogliata non mi ha delusa. - Il correttore di bozze, di Marilì Cammarata
L'ho consigliato mille volte senza averlo mai letto, lo confesso, ma credo sia l'unico libro italiano dedicato a questo tema. Molto tecnico ma preciso.
Libri, di tutte le fogge.

Le FAQ sono un modello testuale efficacissimo, che potrebbe essere utilizzato ben oltre l'ambito tecnico o le istruzioni per l'uso.
Il guru del marketing (o agent of change, come si definisce lui) Seth Godin lo sa bene, tanto che il suo ultimo libro Tribes ha preso anche la strada delle FAQ: un bellissimo album in pdf di 75 pagine, scaricabile gratuitamente dal suo blog.
Io l'ho già scaricato anche se la mia copia cartacea del libro è in arrivo.
Gli album "assaggi" dei libri si moltiplicano - basta vedere cosa fanno quelli di ChangeThis -, ma non da noi. Eppure il web è pieno di idee da copiare in maniera onesta e creativa.
Una potrebbe essere quella di tradurre il pdf di Tribes nella nostra lingua, con i dovuti permessi. Il volontario si conquisterebbe gratitudine, accessi e link, compreso il mio ;-)
Dalla carta al web. Dal computer alla mano, perché c'è anche chi fa il percorso inverso.
Per esempio il nostro grande architetto e designer Enzo Mari ha appena pubblicato le sue Lezioni di disegno, un libro tutto scritto e disegnato a mano, in cui invita gli studenti di architettura del Politecnico di Milano a riscoprire l'efficacia della progettazione con carta e matita.
Siccome devo la segnalazione e la scoperta di questo libro ispiratore a Roberta, è al suo post che vi rimando per saperne di più.
Quanto a me, il ritorno a matite e pennarelli si sta rivelando abbastanza rivoluzionario, perché sta cambiando molto (e in meglio) il mio modo di progettare un testo. Ve lo racconto in un prossimo post.
Salvare e comprare libri sulla scrittura

Leggo la notizia sul blog Scrittura Creativa di Luca Lorenzetti e diffondo anche io.
Nel nubifragio romano dell'altro ieri si sono allagati i magazzini dell'editore Dino Audino, che lancia un appello in rete.
Hanno recuperato parte dei libri: non sono più nelle condizioni per andare in libreria, ma nei nostri scaffali sì.
Nei prossimi giorni sarà possibile acquistarli dal sito a prezzi superscontati.
I lettori di questo blog troveranno nel catalogo di Dino Audino alcuni tra i migliori titoli sulla scrittura pubblicati in Italia, come il recentissimo e ottimo Elementi di stile nella scrittura di William Strunk jr, edizione italiana di un classico della divulgazione anglosassone.
Presentazioni: ispirazioni d'oriente

È uscita l'edizione italiana di Presentation Zen di Garr Reynolds. Il titolo è Presentation Zen. Idee semplici per progettare e tenere una presentazione, la casa editrice è Pearson Education Italia.
Del libro vi ho già raccontato mesi fa, quando mai avrei immaginato che la prefazione all'edizione italiana l'avrei scritta proprio io. La potete leggere qui, insieme all'indice e all'introduzione tutta in slide di Guy Kawasaki.
Travolti da una oscura storia
Mi ero comprata Storytelling, la fabbrica delle storie di Christian Salmon (Fazi 2008) un po' alla leggera, attirata soprattutto dal titolo e dallo sconto del 20% che Feltrinelli praticava su tutti i libri lo scorso weekend. Me lo sono portato dietro a Venezia e ieri me lo sono aperto sul treno del ritorno.
Ero stanca morta dopo aver parlato ininterrottamente per svariate ore, ma il libro mi ha
sorpresa e incollata alle 180 pagine fino alla stazione Tiburtina.
Il libro parla della faccia oscura dello storytelling, il dilagare delle storie e dei racconti che io conoscevo (molto superficialmente) soprattutto nel mondo del management e della comunicazione di impresa.
Salmon racconta in profondità e con molti esempi la "svolta narrativa" a partire dagli anni 90 nel marketing, nell'addestramento militare, nella diplomazia e soprattutto nella politica. Le strategie di comunicazione della Casa Bianca - da Reagan a Clinton, a Bush -, elaborate insieme agli sceneggiatori di Hollywood e rifinite giorno per giorno come una qualsiasi soap opera, fanno venire i brividi.
Le narrazioni e le fiabe non servono più a conoscere se stessi e il mondo, a mettersi alla prova, a dominare il futuro e le paure, a costituire un tessuto umano e sociale, ma diventano una gigantesca macchina narrativa organizzata dagli spin doctor che decidono quali storie farci ascoltare pur di non farci pensare.
L'ultimo capitolo sulle presidenziali francesi, ancora così vive, smonta il meccanismo da operetta dei due candidati, ma nessuno è risparmiato, da Berlusconi a Veltroni.
Lo scrittore americano Don DeLillo così ricorda il periodo in cui lavorava per un'agenzia pubblicitaria: "Mi ha insegnato a diffidare della tecnica dello storytelling, usata oggi dai nostri uomini politici: per far ingoiare l'inaccettabile, essi raccontano storie semplici, in cui tutti possono riconoscersi. Forse la mia esperienza come pubblicitario mi ha spinto a scrivere romanzi dall'architettura molto complessa, a non scodellare al lettore la pappa fatta."
E così conclude Salmon a proposito dei forti e occulti poteri narrativi: "La lotta degli uomini per l'emancipazione passa per la fiera riconquista dei mezzi di espressione e di narrazione. Questa lotta è già cominciata, si fa strada nel tumulto di internet e nel disordine delle stories, che sfuggono nella maggior parte dei casi allo sguardo dei media dominanti, ma il cui potere è tuttavia reale."
Il libro è crudo, a me ha dato una bella svegliata.
PS Vi ricordate l'articolo di Berselli del settembre scorso Quando la politica diventa un format? E quello di Michele Serra pochi giorni dopo?
La velocità e la lentezza
Ieri mi è arrivato dalla Nuova Zelanda il libro Better business writing on the web.
L'autrice è Rachel McAlpine, una mia omologa degli antipodi con la quale, senza averla mai vista, mi sento in profonda sintornia da circa dieci anni.
Fa dall'altra parte del mondo un lavoro molto simile al mio, ha pubblicato due libri sulla scrittura sul web più o meno quando li ho pubblicati io, ha un sito e un blog come me. Abbiamo idee molto simili e, ormai lo so, un modo molto vicino di sentire e comunicare.
Il suo primo libro Web Word Wizardry era sicuramente uno dei migliori sulla scrittura per il web, così quando qualche mese fa ha pubblicato il secondo mi sono affrettata a cercarlo sulle grandi librerie online, ma senza alcun successo.
Rachel lo ha pubblicato con una casa editrice locale e se lo vuoi comprare lo paghi con PayPal e te lo manda lei personalmente. Il mio è arrivato dopo pochi giorni con il suo biglietto da visita e su scritto a mano: Thanks for your order, Rachel.
Il libro è costoso, ma ordinandolo ho capito cosa è la fiducia. Ho comprato apparentemente a scatola chiusa, senza recensioni dei lettori di Amazon, senza dare una sbirciata al Search Inside. Eppure ero certa di rivolgermi a una persona affidabile e competente, che non barava. Perché? Semplicemente perché la leggo e la "frequento" da dieci anni.
Costruire relazioni è esattamente questo.
Ne parlava qualche tempo fa anche un guru del marketing e della comunicazione in rete come Seth Godin nel suo post How often should you publish?, tradotto in italiano da Internazionale con il titolo Il ritmo paziente delle retrovie.
Su questo medium così veloce, che sforna un'applicazione 2.0 dietro l'altra, quello che alla lunga paga davvero sono la tenacia, la pazienza, il lavoro quotidiano e certosino sulla qualità dei contenuti.
Il libro di Rchel McAlpine è corposo, ricco di esempi, concreto e promettente. Finisce con un capitolo sulle guide di stile. Ho sorriso: proprio come il mio. Le sintonie continuano.
Di scaffale in scaffale
I libri in Italia non si leggeranno, ma libri, scrittura e letteratura si stanno ritagliando il loro spazio tra gli strumenti di marketing.
Ricevo sempre più spesso notizie e comunicati stampa di concorsi letterari legati alle aziende più diverse, dal vino alle municipalizzate del trasporto, fino alle auto di lusso. La letteratura tira, soprattutto se in formato mini.
Quanto ai libri, la capacità aggregativa e virale di Anobii ha evidentemente fatto scuola, se Feltrinelli ha appena lanciato il suo/tuo Scaffale.
Ognuno può creare il suo, pescando i libri, ma anche i cd e i dvd sul sito Feltrinelli, componendo la sua biblioteca ideale e, volendo, "esponendola" sul sito o sul blog.
Per ora, c'è da dire che gli scaffali Feltrinelli (da scegliere in cinque modelli) sono molto più stylish ed eleganti di quelli vecchiotti di Anobii ;-)
Niente è più virale del dono

Avevo già apprezzato l'ebook The new rules of PR di David Meerman Scott, e con me le diverse centinaia di migliaia di persone che lo hanno scaricato negli ultimi due anni. Così, un testo regalato ha fruttato al suo autore un'ottima reputazione in tutto il mondo, vendite record per il suo successivo libro su carta, inviti come keynote speaker in aziende e università, incarichi di consulenza prestigiosi.
E lui deve avere imparato molto bene la lezione, perché il suo nuovo ebook, The new rules of viral marketing, parla proprio di questo: come connettersi direttamente con il proprio pubblico a livello mondiale, senza spendere soldi, senza ricorrere alla più grande agenzia della terra e senza implorare i giornalisti perché parlino di noi.
Naturalmente questo non vuol dire che sia facile, anzi: solo i prodotti e le idee che valgono davvero e rispondono a bisogni reali si propagano per contagio.
Meerman Scott è diventato più bravo anche a comunicare le sue idee. L'ebook è scritto e impaginato in maniera impeccabile e piacevolissima, un concentrato di ottimo business writing. Semplice, ma vario nello stile e nelle informazioni. Curatissimo da un punto di vista editoriale, come un lussuoso prodotto a pagamento.
Vi trovate ottimi consigli pratici e praticabili per far girare un'idea o un nuovo prodotto in rete con un ebook o un video, ma soprattutto vi trovate delle belle storie, come la testimonianza di chi le ha vissute. E non si tratta solo di sconosciuti che così si sono fatti conoscere, ma anche di grandi e ricche aziende come Walt Disney e IBM, che per alcuni progetti hanno deciso di percorrere una strada diversa.
PS Scoprendo questo ebook stamattina ho ripensato con tristezza (lo avevo già rimosso) all'ebook italiano sulla scrittura che ho scaricato ieri a pagamento. Non lo faccio mai, ma mi sono incuriosita e sette euro non erano molti.
Ho ricevuto 23 pagine (1100 battute l'una), compresa la copertina e l'indice, di luoghi comuni buttati giù con sciatteria. Ora chi lo ha scritto ha i miei 7 euro e tutta la mia disistima. Cosa vale di più?
PSbis Il più ricco sito di ebook gratuiti per chi si occupa di marketing e comunicazione è ChangeThis. Nell'infornata di settembre trovate molti titoli interessanti: come presentare a piccoli gruppi, il branding nell'epoca post-brand, fino a un assaggio del nuovo libro di Seth Godin (Come vendere un libro, o qualsiasi idea).
Radici. E sradicati.
L’altro giorno ci avevo dato solo una sommaria occhiata, ieri me lo sono letto dall’inizio alla fine e confermo: Italiano, lo stile di Massimo Birattari è un libro straordinario, fatto di una leggerissima densità dall’inizio alla fine.
Densità di idee intelligenti, esperienze dirette, brani letterari scelti e analizzati con amore.
Vi trovate Galilei, Gadda, Calvino, Meneghello, Ungaretti, Montale, Gianni Brera… no, non è un libro di scrittura creativa, ma un “vero” manuale di scrittura professionale.
Vero, perché fa capire in modo semplice che anche i brevi testi di una lettera al cliente, una comunicazione aziendale, un articolo per la newsletter di una Asl o un lancio di agenzia saranno tanto più chiari, efficaci e interessanti quanto più la cultura del loro autore affonderà le sue radici in quello sterminato e nutriente humus che è la letteratura. Più profonde e ramificate le radici, più lucidi e succosi anche i piccoli frutti.
Galilei maestro di argomentazione, Ungaretti di sintesi, Montale di figure retoriche, Gadda e Brera di felici contaminazioni, Manganelli di illuminanti ossimori.
È stata una lettura vivificante e consolante, dopo un giro deprimente nei blog dei più acclamati business writer americani.
La ricerca e la proposta della formula magica, della sigla vincente ormai impazza: oltre il classico KISS (keep it simple, stupid) le 4 C (clarity, cut, color, carats) su Copyblogger, AIDA (attention, interest, design, action), ACCA (awareness, comprehension, conviction, action), 4P - Picture, Promise, Proof, Push, Star-Story-Solution sul blog del guru Bob Bly.
Impressioni a caldo.
Sono arrivati Slide:ology di Nancy Duarte e Italiano: Lo stile di Massimo Birattari.
Il primo è bellissimo, un album dalla grafica raffinata, ma mi sento di ribadire quello che ho già scritto nel post precedente: l'estetica alza le aspettative, quindi vi dirò dei contenuti una volta letto.
Il secondo non ricordo più chi me lo abbia consigliato, ma lo ringrazio fin d'ora. Già a una sommaria sfogliata mi appare come un miracoloso concentrato di grazia, piacevolezza e utilità e mi chiedo come ho fatto a ignorarlo finora. Recupererò, anche con il libro precedente dello stesso autore.
Carta, penna e pennarelli.
Sto cercando di avviare in maniera morbida la mia ripresa delle attività e di cominciare a mettere in pratica da subito i miei buoni propositi.
Al primo posto c’è quello di dedicare più tempo allo studio sui temi che in questo periodo mi interessano di più.
Così, tra ieri e oggi, ho finito di leggere due libri che riguardano il pensiero visivo e in cui le immagini la fanno da padrone rispetto al testo. Due libri belli prima di tutto da guardare, sfogliare, tenere tra le mani.
I libri belli però – mi rendo sempre più conto – alzano notevolmente le aspettative sui
contenuti, per cui le parole devono essere eccellenti, le idee originali.
The Back of the Napkin, invece, tradisce decisamente la promessa di “risolvere i problemi e vendere le idee con le immagini”. La lettura è stata piacevole, ma quel che mi rimane è solo una maggiore capacità di fare decenti disegnini, non certo per vendere ma forse per rappresentare e chiarire a me stessa le mie idee. Utile, ma un po’ poco.
Bellissimo e ispiratore Graphic Design, the New Basics. Ellen Lupton e Jennifer Cole Phillips ripartono dalle origini del moderno graphic design, da quel Bauhaus che negli anni venti del secolo scorso si proponeva di analizzare la forma in termini di elementi geometrici di base e di insegnare un linguaggio visivo universale che fosse comprensibile da tutti e che a tutti permettesse di vivere in un ambiente fatto di cose belle e funzionali.
Ora che i programmi informatici ci permettono di fare tutto con pochi clic – testi in movimento, forme di ogni tipo e colore, pagine belle e pronte con parole e immagini – l’invito è tornare a guardare cosa c’è dietro un’immagine o un layout complesso attraverso gli elementi di base del linguaggio visivo: punto, linea, superficie, ritmo ed equilibrio, proporzioni, colore, fondo, contesto, ordine, trasparenza, modularità, griglia, mappe, tempo e movimento, regole e sregolatezza… tutte cose fondamentali anche per chi scrive, e innumerevoli sono le suggestioni che il redattore può cogliere dalle immagini e gli esperimenti visivi delle autrici e dei loro studenti, dalle regole sulla ripetizione e la sorpresa fino alle infinite possibilità per rappresentare le idee nello spazio attraverso le mappe (vedi anche l’uso che ne ha fatto Roberta nel suo nuovo taccuino).
Due mi sembrano oggi i principali filoni di utilità del linguaggio visivo per chi scrive:
- “vedere” le proprie parole e idee in un ordine diverso da quello sequenziale e gerarchico della scaletta aiuta a far emergere assonanze e connessioni che altrimenti non coglieremmo, soprattutto se il lavoro lo facciamo a mano e non al pc, collegando in maniera più diretta il corpo e la mente
- leggiamo e scriviamo sempre più spesso testi frammentati e modulari, che vivono nello spazio insieme alle immagini: abituarsi a progettare direttamente sul foglio anche questi tipi di testi aiuta, oltre a divertire (in Graphic Design ci sono alcuni splendidi esperimenti di biografie visive).
Indiane.
Due libri che ho comprato in momenti diversi e che ora sto leggendo insieme, intrecciando i loro fili e lasciando che le storie si specchino l’una nell’altra.
Eppure, l’uno è scritto da una giovane narratrice angloindiana e raccoglie i suoi ultimi racconti. L’altro è di una giornalista e donna politica italiana, che racconta un anno di lavoro, viaggi e incontri in India.
Comincio dal libro italiano. Mariella Gramaglia, prima di mollare tutto più di un anno fa e andarsene a lavorare come cooperante nel più grande sindacato di lavoratrici al mondo, era il vicesindaco della mia città, Roma.
Non deve avercela fatta più, se sentiva “le parole morirle in gola e l’energia tra le mani”. Un’immagine e una sensazione che mi hanno toccata e in cui credo molte donne e uomini di sinistra – ma non solo – oggi si possano riconoscere, alla ricerca di un segnale, di un appiglio in un orizzonte in cui sembra esserci spazio solo per il protagonismo e gli urli in piazza.
Lei se ne è andata, semplicemente, a cercare i suoi segnali molto lontano dalla metropoli occidentale, tra le donne più povere e più dignitose del pianeta. Quello che ci riporta indietro è Indiana (Donzelli 2008), un libro bellissimo, interessante e commovente, documentato e profondamente vissuto, che tutti dovrebbero leggere non solo per guardare in modo inedito e vicinissimo a uno dei paesi emergenti del pianeta, ma anche per guardare in modo nuovo ai problemi emergenti del nostro paese, sempre più in difesa ed estenuato.
Una globalizzazione, finalmente, delle persone e dei diritti, in cui le lavoratrici indiane
appaiono all’autrice come le nostre possibili “sorelle maggiori”: “Nel balbettare malamente il linguaggio dei diritti, soprattutto di quelli dei più deboli, tutto il mondo si somiglia più di quanto non si creda. E si somiglierà sempre di più via via che tanti esseri umani seguiranno le rotte delle immense transumanze globali. Se sarà per il meglio o per il peggio, dipende da ciascuno di noi”.
Il diario indiano di Mariella è un succedersi continuo di umanità e di incontri, dalle poverissime sigaraie di bidi a Ela Bhatt, leader del movimento femminista e sindacale, dalle venditrici di pesce sulle coste devastate dallo tsunami a Sonia Gandhi.
Le indiane dei racconti di Una nuova terra di Jumpa Lahiri sono apparentemente lontanissime dalle contadine del Gujarat: vivono negli Stati Uniti in case bellissime, hanno studiato a Princeton, lavorano nelle biblioteche o in prestigiosi studi legali, guidano il Suv e portano i jeans, eppure quello che l’autrice scava, ritrova e fa riaffiorare in ciascuna di loro è proprio quel nucleo di pudore così misteriosamente e insopprimibilmente indiano che ha affascinato anche la femminista italiana.
Jumpa Lahiri lo fa affiorare soprattutto nei silenzi di vicende quotidiane che riguardano tutti, al di là della latitudine e del ceto sociale.
Nel primo racconto, che dà il nome alla raccolta, un padre, una figlia e un nipotino si ritrovano dopo la morte improvvisa della madre intorno al rito semplicissimo della cura di un giardino. Pochissimo viene detto, i gesti e le azioni sono contenuti, ma si rimane inchiodati all’atmosfera sospesa della casa sul lago fino alla partenza del nonno. Comincia una nuova vita per tutti, ma i fili sono stati riannodati.
Chi ha già letto gli splendidi racconti de L’interprete dei malanni, che valse a Jumpa Lahiri il premio Pulitzer nel 2000, a soli trentadue anni, vi ritroverà tutta la delicatezza della scrittura e dell’espressione delle emozioni.
PS Mariella Gramaglia ha anche un blog: orditoetrama.wordpress.com. Da vedere anche il sito di Laura Salvinelli, autrice delle foto di Indiana, tra le quali quella che accompagna questo post.
Storie, appunto...
Stavo già pregustando l'immersione nella Casa del sonno di Jonathan Coe, quando inaspettatamente mi sono arrivati a tempo di record (e come al solito gravati dalle spese doganali) tre libri che avevo ordinato da Amazon. Libri non proprio di lavoro, ma su temi vicini alla scrittura che in questo momento mi interessano molto.
Eccoli:
- The back of the napkin, di Dan Roam (Portfolio 2008), su come pensare e progettare per immagini nelle organizzazioni
- Building findable websites, di Aaron Walter (New Riders 2008), con molto SEO e technicality, ma anche con un capitolo sui contenuti che mi sembra promettente
- Graphic Design, the new basics, di Ellen Lupton e Jennifer Cole Phillips (Princeton Architectural Press 2008). Ho amato troppo Thinking with type della Lupton, per cui ho preso subito il suo nuovo libro sul graphic design: pochi concetti chiave, maledettamente bello anche solo da sfogliare.
Sulla soglia del libro.
Ci sono temi affascinanti nel mondo della comunicazione - non temi specialistici ma quasi popolari - che stranamente sono oggetto di pochissimi siti, blog, articoli, studi.
Uno di questi è la copertina del libro, quella "soglia" magica che ha il potere di farci comprare un libro di impulso solo perché ha una gran bella porta. Fatta sì del titolo dato dall'autore, ma anche di forme, immagini e colori.
Una libreria è prima di tutto una grande città piena di queste porte colorate, aggregate in quartieri tematici o in piccoli villaggi d'autore. Spesso sono loro a determinare le nostre passeggiate tra gli scaffali.
Così quando Alessia Rapone mi propose di scrivere un quaderno sulle copertine dei libri ne fui entusiasta: ne nacque La porta dei desideri: la copertina.
Proprio in virtù di quel quaderno un'altra appassionata di copertine, Sonia Boselli, mi ha segnalato il sito Libriecopertine, nato dalla sua tesi di laurea.
Un sito pieno di copertine, aggregate secondo interessantissimi criteri, per esempio i "titoli proliferanti" oppure "lo scrittore che non è d'accordo".
In ogni categoria si possono suggerire nuove copertine e contribuire con una propria descrizione. Volete partecipare?
PS Ora possiamo mettere su un tradizionale scaffale di legno anche i nostri libri schedati su Anobii. Non fa tutto un altro effetto? Ecco uno dei miei scaffali sulla scrittura professionale:

Un piccolo classico.
Per chi, come me, ha cominciato a interessarsi di scrittura professionale quando in Italia non c'erano né libri, né master, le prime fonti sono state libri e siti anglosassoni. Era buffo leggere in inglese di testi e linguaggio: tante cose poi le dovevi trasportare nella tua lingua.
Anche oggi per lavoro leggo almeno l'80% di testi in inglese, però ci ho fatto l'abitudine.
Quando visitavo i primi siti dei laboratori di scrittura delle università statunitensi, mi
imbattevo sempre nell'indicazione di uno smilzo libretto del 1918, Elements of Style di William Strunk jr.
Mi chiedevo perché mai chi era così avanti da avere un ricchissimo sito di scrittura già nel 1995 dovesse fare riferimento a un libro di quasi ottanta anni prima. La curiosità è rimasta, soprattutto perché continuavo a trovare il libro citato come un caposaldo della loro formazione anche in scrittori e giornalisti contemporanei famosissimi.
Ora Elements of Style è stato tradotto in italiano e pubblicato da Dino Audino con il titolo Elementi di stile nella scrittura. Mi è arrivato ieri nel pacco di IBS e ora ce l'ho sotto gli occhi.
Gli "elementi" sono davvero gli elementi di base per scrivere in maniera chiara ed efficace, presentati uno dopo l'altro con grande semplicità e quasi con umiltà. Cose che sembrano scontate, ma che non lo sono affatto, tipo:
> fare del capoverso l'unità minima di composizione: costruire ogni capoverso intorno a un'idea centrale
> i puntini di sospensione sospendono, non interrompono
> usare un linguaggio chiaro, specifico, concreto
> tenere vicini i termini correlati
> collocare a fine periodo la parola a cui si vuole dare maggiore enfasi
Banalità? Se le aziende, le amministrazioni, gli studenti italiani si attenessero a queste regolette avremmo risolto gran parte dei problemi comunicativi che ci affliggono.
A guardarli, i libri di Dino Audino sono sempre spartani e un po' tristi, ma questa edizione è molto curata, con prefazione che inquadra la storia del long seller, un ricco apparato di note e un'appendice originale per il lettore italiano. Numerosissimi gli esempi, ottimamente tradotti.
Dieci euro spesi bene.
Una ventata d'aria fresca.

"Se l'hai scritto, va stampato": è fresca, semplice e invitante la tagline del sito di self-publishing ilmiolibro.it.
Uno stile e una promessa mantenuti in tutte le pagine, che si sfogliano con curiosità e piacere e che in pochi minuti ti spiegano con estrema chiarezza come confezionarti un libro, e a che prezzo.
Benvenute a iniziative così: spero convincano finalmente chi ha un libro nel cassetto, e si danna e paga case editrici senza scrupoli che è molto più interessante, gratificante, conveniente e soprattutto dignitoso pubblicarsi un libro da soli e provare il piacere di regalarlo agli altri, magari organizzando una bella festa per l'occasione. Che siano poesie, un romanzo, le favole inventate per i nipoti, le ricette della nonna, un diario di viaggio.
Anche perché la cosa potrebbe non fermarsi lì. Ricevi a casa le tue copie, ma puoi anche proporre il libro online. Lo vedranno migliaia di persone e se vale lo diranno ad altre persone, mentre la casa editrice senza scrupoli terrà le copie per sé, senza promozione e senza distribuzione, pronte per il macero.
Un template made in USA e un libro made in Italy.
Todd Defren, l'ideatore del Social Media News Release presso la società di comunicazione Shiftcomm, ha lanciato in rete nei giorni scorsi una nuova versione del fortunato template per il comunicato stampa nel Web 2.0, che fa tesoro del dibattito suscitato nell'ultimo anno e della sua adozione da parte di aziende grandi e piccole.
Ci sono parecchi cambiamenti che rendono il template più facile da cannibalizzare, come spiega Defren sul suo blog: rispetto alla prima versione questa è molto più modulare, per cui ognuno può scegliere cosa gli è utile e cosa no.
Non sono proprio un'esperta di PR e non so se il comunicato stampa sia ormai morto, sostituito definitivamente dai blog, come affermano in molti, oppure se abbia cambiato pelle e natura, diventando "sociale". Di sicuro, i comunicati stampa classici non credo li leggano in molti. Persino io ne ricevo ogni giorno un discreto numero che butto regolarmente nel cestino.
Secondo uno studio recente il 90% dei comunicati stampa che vengono inviati alle redazioni vengono cestinati. Riportano la notizia Luca Lorenzetti e Fabio Lo Savio nel
loro Comunicare ai media. L'ufficio stampa nell'era del Web 2.0, appena pubblicato presso Eurilink Editori.
Libro interessante e soprattutto molto utile per i professionisti delle PR, gli uffici stampa e i giovani che si affacciano alla professione. Utile perché insieme a una panoramica di cosa fa un ufficio stampa e come sta cambiando la professione dell'addetto stampa, è ricchissimo di esempi e consigli molto concreti, dagli orari più opportuni per l'invio di un comunicato a come allestire un VPO, cioè un Virtual Press Office. Anche a costi zero utilizzando Wordpress.
La dimensione sociale è ben analizzata e aggiornata: blog, feed rss, Flickr, You Tube, fino a Twitter. Più una galleria di siti con ottime sale stampa online.
Gli esempi sono forse molto Marche-centrici, ma i due autori è lì che vivono e lavorano, per cui ci raccontano esperienze reali, vissute in prima persona.
Quello che alla fine ci raccomandano, al di là delle scelte che ogni professionista e ufficio stampa faranno, è il valore del rapporto umano anche e soprattutto nell'era della rete. A fare la differenza non è certo la velocità con cui possiamo mandare un comunicato stampa multimediale a mille testate tutte insieme, ma la capacità di costruire, mantenere e far crescere le relazioni nel tempo. Come sempre.
Ispirazioni.
"... l'ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C'è, c'è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall'ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un'incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un'incessante "non so".
Tutti i manuali di scrittura - creativa e professionale - amano ripetere che l'ispirazione in realtà non esiste. Per Wislawa Szymborska, invece, esiste eccome e soffia su tutti i mestieri. Basta non stancarsi di ripetere "non so", due paroline piccole, ma alate, come le definisce la poetessa polacca nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1996.
L'ho appena letto in apertura della sua raccolta di poesie Vista con granello di sabbia.
Tutti i discorsi dei Nobel per la letteratura li trovate sul sito dei Nobel, compreso lo splendido La valigia di mio padre di Ohran Pamuk.
Buoni libri.
Ora che l'ho letto, vi confermo l'ottima impressione che mi ha fatto il libro La scrittura burocratica di Tommaso Raso. Austero, ma utilissimo, tratta nella prima parte i principali nodi della scrittura nelle amministrazioni pubbliche: l'influenza del modello legislativo, l'organizzazione del testo, la veste grafica e tipografica, la punteggiatura, le liste, le nominalizzazioni, l'uso del passivo, l'ordine delle parole, il lessico e parecchie altre cose. Il tutto con moltissimi esempi. Ogni tanto, inserti su temi più teorici, ma molto ben spiegati.
La seconda parte contiene testi di amministrazioni analizzati, commentati e in alcuni casi riscritti.
Come quasi tutti i testi rivolti agli amministratori pubblici, è prezioso anche per chi scrive nelle aziende. Cambia il lessico specialistico, ma gli errori e gli orrori sono gli stessi.
Quando leggo libri così, penso però sempre a quanto guadagnerebbero i loro contenuti da una maggiore cura della navigazione interna, del paratesto e soprattutto dell'aspetto visivo. Non si tratta di forma, ma di sostanza.
Curatissimo, e quindi piacevole da sfogliare e facile da esplorare, è invece Scrivere all'università di Paola Italia, docente di letteratura italiana all'università di Siena.
Schemi, box, rimandi, consigli pratici, cose da ricordare scandiscono tutta la prima parte, che guida con chiarezza lo studente universitario alla lettura critica di un testo e alla scrittura di tesi e tesine. Grande spazio è dato quindi alla scrittura argomentativa, ma non mancano le schede più pratiche: i più frequenti errori di grammatica, la punteggiatura, la correzione delle bozze.
Nella seconda parte c'è una ricca antologia di testi, prevalentemente su scrittura, lingua, comunicazione, scuola e università. Di grandi studiosi come Tullio De Mauro, di blogger come Massimo Mantellini, di docenti come Marco Lodoli. Con molte proposte di esercizi e relative soluzioni, utili anche ai docenti e agli studenti delle scuole superiori per la preparazione della prova di italiano alla maturità (articolo di giornale e saggio breve).
L'etnologo aziendale.
Mettendo ordine sui miei link di del.icio.us sul tema delle storie nella comunicazione aziendale - tutti in inglese - mi sono improvvisamente ricordata che la cosa migliore che ho letto in italiano sulle storie e il narrare in azienda l'hanno scritta da poco Giacomo Mason e Paolo Artuso nel loro La comunicazione interna. Reti, metafore,
conversazioni, narrazioni (FrancoAngeli 2008).
Chiunque lavori in una grande organizzazione pubblica o privata, troverà molto familiare il paesaggio della comunicazione interna raccontato nella prima parte: quello costellato di piani di comunicazione, carte dei valori, house organ, convention, che si rivolgono a quella astrazione che si chiama "risorsa umana" con il linguaggio più impersonale possibile, "una specie di linguaggio di programmazione universale".
Al di sotto di questa comunicazione istituzionale e ufficiale vive il mondo vero e brulicante della comunicazione informale, delle singole persone e dei gruppi che spontaneamente si aggregano. Un mondo che si nutre di narrazioni e conversazioni continue. Così come nella nostra vita quotidiana, anche in quella aziendale le storie sono la linfa della comunicazione, ci raccomandano i due autori.
Le storie, infatti:
- organizzano l'esperienza, perché attraverso di loro è più facile comprendere quello che ci circonda e i fatti che viviamo
- riportano alla ribalta le persone, cioè "i narratori"
- veicolano conoscenza, perché con le storie è molto più facile imparare
- determinano l'appartenenza al gruppo di persone con cui le condividiamo
- aiutano a costruire l'identità personale e collettiva, perché ci fanno riflettere su chi siamo.
Se la vera comunicazione si svolge tra le persone indipendentemente da quella normativa e istituzionale, cosa resta oggi al comunicatore interno? Molti compiti, più interessanti dei precedenti, secondo Mason e Artuso:
- ripartire dalle persone, non dalle strutture aziendali
- fare l'etnologo, raccogliere storie
- lavorare con le comunità professionali
- farsi da parte, far emergere le voci delle persone e delle comunità
- raccogliere domande e trasformarle in progetti
- convivere con l'incertezza
- trovare un nuovo equilibrio tra la comunicazione formale e le conversazioni aziendali.
Del resto, sulla potenza delle storie non solo per la nostra immaginazione ma anche come motore dell'umanità per dominare il mondo così ha scritto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa in un bellissimo saggio sulla rivista messicana Letras libres:
In ogni caso, una cosa è universalmente riconosciuta: le storie, questa altra realtà inventata dall'essere umano a partire dalla sua esperienza vissuta e impastata con il lievito dei suoi desideri insoddisfatti e della sua immaginazione, ci accompagna come un angelo custode da quando, nelle profondità della preistoria iniziammo il cammino lento e a zigzag che lungo i millenni ci ha portato a viaggiare verso le stelle e nel cuore dell'atomo e a tutte le prodigiose conquiste della conoscenza come alla brutalità distruttiva, a scoprire i diritti umani e la libertà, a creare l'individuo sovrano.
Probabilmente nessuna di queste conquiste e di queste scoperte sarebbe stata possibile se, guardando alle nostre spalle milioni di anni indietro, non avessimo scoperto i nostri antenati del tempo delle caverne e della clava, intenti a questa atttività ingenua e infantile, sicuramente quando, al culmine della paura, nell'oscurità della notte, stretti ad altri corpi in cerca di calore, si mettevano a divagare, a viaggiare con la mente, prima di essere vinti dal sonno, verso un mondo diverso, una vita meno dura, con meno rischi, o più premi e gratificazioni di quelli che concedeva loro la vita reale.
L'ho fatta lunga, ma il "viaggio verso l'invenzione" di Vargas Llosa mi è piaciuto moltissimo e mi ero ripromessa di tradurne almeno un pezzettino.
POST SCRIPTUM Giacomo Mason e Paolo Artuso partecipano alla tavola rotonda Da dipendente a protagonista. (La leva strategica della comunicazione interna) al prossimo Forum PA a Roma (14 maggio, ore 10). Si confrontano con i top manager e i responsabili della comunicazione di Inail, Ferrero, Contatto Lavoro, Accademia di Santa Cecilia e Polizia di Stato.
Confini sfumati.
Ancora uno spunto da una lettura di questi giorni: La scrittura burocratica. La lingua e l'organizzazione del testo di Tommaso Raso (Carocci 2005).
Libro tristanzuolo nel titolo, nella copertina e nell'impaginazione interna, ma che sto invece apprezzando molto nel contenuto. Un libro ricco di informazioni, definizioni, consigli per scrivere e riformulare testi amministrativi. Ma soprattutto un libro "preciso", qualità rara di questi tempi.
Preciso... forse fin troppo. Infatti una definizione mi ha fatto un po' sobbalzare e poi riflettere. Questa: ... un testo professionale ha tutt'altro obiettivo da un testo che intende emozionare... il testo professionale non è interessato alla sorpresa, ma alla facilità, alla certezza e alla rapidità della comprensione.
Ne siamo proprio sicuri? Questo vale di sicuro per il testo amministrativo, ma sempre meno per il testo professionale in senso lato.
In un case study, anche su un tema tecnologico, la sorpresa e la dimensione narrativa non contano? Un business writer statunitense ha definito con molta efficacia i case study "le favole di Esopo del marketing".
E che dire della storia di un'azienda?
Oppure delle interviste che fanno ascoltare direttamente la voce dei dipendenti sulle pagine di un'intranet? Non ci vuole la penna brillante del giornalista?
O ancora, un podcast formativo non gioca prima di tutto sul coinvolgimento e l'emozione?
La terza voce.
Si parla tanto della necessità che le aziende trovino una loro inconfondibile voce sul web, in particolare nella "parte abitata della rete" , dove possono dialogare direttamente con i consumatori.
Sul libro Internet P.R. di Marco Massarotto che ho appena finito di leggere ho trovato una bella definizione delle diverse voci aziendali. Cito testualmente:
- una istituzionale, corporate, quella dei comunicato stampa, dei bilanci, dei convegni. E' una voce che tende a essere abbastanza simile per tutte le aziende, specialmente quelle dello stesso settore.
- una comunicazionale, astratta, unica. E' la lingua delle pubblicità, degli spot, delle campagne. E' la lingua della marca, una costruzione alchemica per dar voce a un'entità astratta. E' una lingua nata di notte nelle agenzie di pubblicità con un infinito lavoro di cesello di copywriter e direttori creativi che, come orafi, cercano la frase perfetta. E' una voce pensata per essere recitata da attori professionisti che "impersonano" la marca, pensata per sedurre in trenta secondi, per vendere in cinque righe. Una voce importantissima, perché è quella con cui la gente conosce (e riconosce) l'azienda.
- Su Internet occorre trovare una terza voce, relazionale. Una voce che preveda risposte, dialogo, conversazione. Una voce che non deve essere interpretata, recitata, ma che deve essere come le milioni di voci con cui andrà a conversare: vera, diretta, varia. Potrà essere quella di una persona o di un team, che dovranno saper trovare un tono di voce, saperlo tenere, saper rispondere a domande impreviste sempre con quello stesso tono di voce.
Solo così si riuscirà a costruire un sistema di relazioni con le persone e a rispettare le esigenze di riconoscibilità, di identità di un'azienda.
Internet P.R. è anche un blog dove la conversazione continua.
Il vademecum dello scrutatore.
Passate le elezioni politiche, sul tavolo del prossimo ministro dell'Interno resta un lavoro interessante e originale: la completa traduzione in italiano del manuale di istruzioni per i componenti dei seggi elettorali.
"In italiano" perché il professor Michele Cortelazzo, insieme ai suoi studenti del corso di laurea in Comunicazione delle organizzazioni complesse dell'università di Padova, lo ha letteralmente tradotto dall'antilingua della burocrazia alla lingua che parliamo tutti i giorni.
Le "Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione” tradotte in italiano. Omaggio al Ministro dell’Interno (CLEUP, 2008) ristrutturano le informazioni prima disperse in punti diversi per le tante integrazioni e aggiunte, forniscono un apparato paratestuale che agevola la consultazione, e soprattutto sostituiscono un lessico tecnico, aulico e spesso incomprensibile con parole più semplici e chiare per i cittadini di oggi. Da mini trattato di diritto amministrativo a vero manuale di istruzioni per il seggio elettorale.
La semplificazione ha inoltre alleggerito il manuale del 25%, senza nulla perdere in contenuto informativo.
Il frutto del lavoro del professor Cortelazzo e dei suoi studenti è a disposizione di tutti sul sito dell'università di Padova, insieme alla versione originale, nella sezione dedicata alla semplificazione del linguaggio amministrativo, dove troverete moltissimi altri documenti e link interessanti sul tema. In arrivo, la sinossi delle due versioni.
Prossimi giorni. E una cosa nuova da leggere.
Per impegni di formazione sarò abbastanza nomade nei prossimi giorni, per cui non so se riuscirò a postare.
Vi lascio però con un altro articolo che ho scritto per Scrivere di De Agostini, dedicato alla revisione di un sito. A proposito, l'opera da oggi esce anche in volumi e dvd con Repubblica e L'Espresso.
Ora che ho letto quasi tutti i fascicoli, posso dirvi spassionatamente che come ogni opera con tanti autori, anche Scrivere ha i suoi alti e bassi, quindi ci sono cose bellissime e cose così così. Però la media è alta e l'insieme molto aggiornato e di qualità.
A me è piaciuta soprattutto la varietà e l'ampiezza dei temi, che mi hanno fatto scoprire molte "scritture" che conoscevo pochissimo o affatto: fumetti, cinema, televisione, radio, graphic novel... e poi l'idea di riunire scrittura creativa e professionale comunque intorno a dei temi comuni (incipit, biografia, descrizione, originalità, chiuse, maestri, voce, luoghi comuni...).
Ovvio che scrittura creativa e scrittura professionale sono cose diverse, ma come sapete a me contaminazioni e miscugli piacciono molto e penso che gli scrittori professionali abbiano tutto da guadagnare quando ficcano il naso in cose che apparentemente non li riguardano.
A presto.
Le parole magiche.
Il manuale di scrittura poetica per bambini di Donatella Bisutti che segnalavo qualche post fa (Le parole magiche, Feltrinelli) l'ho poi sfogliato e comprato all'istante. E' un album di parole e disegni, fatto di 140 pagine, tutte così:

E così l'autrice introduce il libro nella terza di copertina:
Perché la parola "uovo" ci racconta come viene alla luce un uovo?
Perché la "o" è rossa?
Perché la "i" fa jogging e la "u" ci fa paura?
Perché la "r" ci aggredisce e la "z" è fastidiosa come una zanzara?
Questo avviene perché le parole hanno, oltre al loro consueto significato logico, anche una loro "fisicità" che, attraverso i nostri cinque sensi, ci mette in contatto diretto con la realtà. E' questo il loro straordinario segreto e in questo modo le usa la Poesia; ed ecco che si scopre allora che le parole (ma ancora prima le vocali e le consonanti) possono avere un umore, un colore, e persino un modo di muoversi, e magari un odore e un sapore; possono addirittura raccontarci con la loro forma un'intera storia o realizzare sulla pagina un disegno. Ma la scoperta più straordinaria è che questo, per una "magica" coincidenza, diventa tutt'uno con il loro significato.
Te lo spiego con un manga. Allora, questo libro mi insegnerà a scrivere un grande curriculum? Se Pink ha scritto un libro a fumetti, la tendenza è solo agli inizi.
Marjane Satrapi lo aveva detto con decisione alla sua lezione di giornalismo, organizzata all'Auditorium da Internazionale.
"Io non disegno fumetti. Scrivo libri, fatti di immagini e parole."
Poi ho ritrovato i fumetti come fonte preziosa per i comunicatori anche in Presentation
Zen del post precedente.
Infine, scopro poco fa che il nuovo libro di Dan Pink, in uscita il 7 aprile, è un fumetto. Si intitola Johnny Bunko ed è un manuale per i giovani all'inizio della carriera.
Pink è uno sniffatore di tendenze eccezionale. Nel 2002 ha scritto Free Agent Nation, il manifesto dei freelance e delle imprese fatte da una sola persona.
Nel 2006, A Whole New Mind, dedicato alla creatività, un inno alla parte destra del cervello.
Ora torna al mondo del lavoro con il suo Johnny.
Sul neonato blog del libro (dove ci sono anche alcune pagine da scaricare), poche righe esemplari sul contenuto:
Noo... per quello vai su Google e digita "come scrivere un grande currriculum". Trovi tutto l'aiuto che ti serve.
Questo libro ti darà tutti i consigli strategici che non puoi trovare altrove, quelle toste e ispiratrici verità che tutti avremmo voluto conoscere quando abbiamo iniziato a lavorare. Immagina una specie di consulente per la carriera. Solo che un vero consulente ti costa 100 dollari l'ora. Questo libro, invece, costa quanto il biglietto del cinema.
Dopo i graphic novel, le graphic guide.
Presentation Zen
Ieri pomeriggio ho vissuto con qualche senso di colpa le tre ore passate all'aria aperta a leggermi Presentation Zen di Garr Reynolds, ma ho voluto celebrare a mio modo una delle prime giornate in cui ho trasferito il pc in terrazza. E' stato un ottimo investimento... l'acquisto del libro e soprattutto il pomeriggio dedicato alla lettura.
Reynolds lo seguo da anni sul suo blog, dedicato all'arte delle presentazioni, ne condivido le idee e anche tante passioni e letture (le arti visive, il design, la creatività in genere, le filosofie orientali - lui lo zen e io lo yoga) che mi sembra di conoscerlo anche se lui vive a Osaka e io nella città eterna.
Quindi sapevo cosa aspettarmi. Vi ho trovato molte conferme, parecchie cose cui non avevo ben riflettuto, una serie di libri, persone e punti di riferimento che nell'ultimo anno sono stati anche i miei (soprattuttto Made to Stick dei fratelli Heath e A Whole New Mind di Dan Pink).
Il libro intreccia due piani in maniera efficace: la creatività come qualità e opportunità da coltivare per tutti, e in particolare per chi si occupa di comunicazione, e idee concrete e consigli molto pratici su come progettare e realizzare una presentazione con le slide. Consigli di comunicazione, nessuna technicality.
Ecco cosa mi ha colpito e condivido di più:
- Se un libro o un documento sono anche belli, il testo si esalta e la lettura è ancora più piacevole. Presentazion Zen è meravigliosamente anche se semplicemente impaginato e illustrato, e le slide sul fatturato aziendale convivono in armonia con i giardini zen.
Una lezione per tutti i documenti, anche lunghi report e progetti, dove il font e gli spazi giusti possono fare la differenza. La scrittura elettronica ha rimesso nelle nostre mani anche la forma del testo. Approfittiamone.
- Il libro pratica quanto predica. Una presentazione non è una sequanza di slide, ma una storia che si costruisce con le parole e soprattutto con le immagini.
Una storia anche personale, come il racconto di come è nata la passione per le presentazioni sul treno Osaka-Tokio con la quale il libro si apre.
- Riempire la gente di pesanti raccoglitori con tutte le slide stampate (bellissimo il neologismo: slideument) dopo l'evento è una scemenza.
Cosa preferireste voi? Le slide, oppure un bel documento discorsivo, impaginato, in formato A4, da leggere comodamente, con tutti i dati, le informazioni che sono state date a voce, e magari anche la bibliografia? Perché nessuno ce lo dà mai?
- Per la generazione di idee, il brainstorming e la progettazione, carta, penna e pennarelli sono molto più adatti del pc.
- L'elenco puntato è la forma testuale meno adatta alla slide, mentre è utile (se usato con equilibrio) in un normale documento word, perché aiuta a chiarire e a rissumere, e inoltre introduce un'ottima discontinuità visiva.
- Non è necessario mettere il logo in ogni slide, anzi è fortemente sconsigliato. Bastano la prima e l'ultima.
Ne prendano nota quegli organizzatori di eventi e quelle società di formazione che pretendono che tu prepari le slide sul loro orrendo template, nel poco spazio lasciato libero da colori terrificanti e loghi invadenti.
Solo per avere l'illusione che così i tuoi contenuti diventano i loro.
- Si può tenere un'ottima presentazione anche "senza" le slide. Ne prendano nota quegli organizzatori di eventi che se non dai le slide una settimana prima è come se tu avessi dato forfait all'ultimo momento.
Splendida e veramente ispiratrice l'ultima parte, dedicata alla performance, cioè alla presenza "qui e ora" durante la presentazione, in cui si Reynolds annoda la musica, la meditazione e anche consigli solo apparentemente terra terra sulle luci in sala, l'uso del telecomando, la posizione del relatore.
PS Sul MdS ci sono alcuni articoli sulle presentazioni, scritti da me e da Giacomo Mason (li trovate nella mappa tematica, sotto scrivere in azienda)
Un pezzo l'ho scritto anche per Scrivere di De Agostini e alle presentazioni ho dedicato un capitolo sul libro Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro tra carta e web.
Parole per vedere e per sentire.
Ho una vera adorazione per Donatella Bisutti, poetessa raffinata e grandissima divulgatrice della poesia (La poesia salva la vita, Mondadori 1992).
Adorazione che si è consolidata da quando ho letto il suo L'albero delle parole, antologia di poesie per i bambini. Parlare ai bambini in maniera semplice e appassionante di cose difficili è il vero banco di prova dei grandi, come ci ha dimostrato Bruno Munari.
Ora scopro che ha scritto un altro libro, Le parole magiche, un'introduzione alla scrittura di poesie che presenta lei stessa in circa nove minuti di podcast sul sito di Feltrinelli.
Unicamente con la sua voce, ci fa vedere una trottola che rotola sulla scia dei suoni, le paure evocate dalla U e le serenità ed aperture evocate dalla A, ci racconta il legame profondo tra il corpo e la testa quando si scrive e ci fa venir voglia di infilare anche noi quelle collane speciali di parole-perle che sono le poesie.
L'ascolto è caldamente raccomandato soprattutto ai grandi.
PS Un libro "da grandi" sull'iconismo linguistico, cioè sulla capacità delle parole "non solo di designare ma anche di disegnare" le cose, è Le parole dell'incanto di Fernando Dogana (FrancoAngeli 1990). Un assaggio e dei test sono anche sul sito La Bottega della Formazione.
Retorica quotidiana.
Quando ho elencato i nuovi libri acquistati, qualche post fa, in uno dei commenti mi si chiedeva di dare un parere sui primi due, dopo averli letti.
Il più lungo e ponderoso, L'arte di avere sempre l'ultima parola, me lo sono proprio
bevuto e poi ci sono tornata su con un sacco di sottolineature. Il libro è molto piacevole, a tratti divertente, qualche volta ripetitivo, ma mi è stato molto utile.
L'autore, ex giornalista ed editor di case editrici, è stato folgorato dall'antica arte della retorica che ora costituisce la sua passione esclusiva, tanto da improntare persino l'educazione dei figli, oltre che essere l'oggetto di questo libro.
Gli innumerevoli esempi tratti dalla vita familiare e professionale, e dai discorsi di personaggi veri o fittizi, contemporanei o del passato, da Eminem a Bush, da Homer Simpson a John Kennedy e Martin Luther King, rendono attuali e vicine parole come logos, ethos, pathos e kairos, ma anche figure retoriche che non frequentiamo così spesso. L'andare e venire continuo tra Aristotele e l'email (la posta elettronica è tutta logos, la chat tutta ethos...), Cicerone e Brad Pitt farà storcere il naso agli accademici, ma a me il libro è piaciuto.
Visto che finora mi sono sempre mossa tra i manuali seri con gli elenchi infiniti di figure retoriche e i relativi esempi (che non riesci mai a imparare in astratto) e la pratica dei discorsi e della scrittura (dove applichi tante buone regole della retorica senza saperlo), la lettura mi è stata preziosa per acquisire consapevolezza di cose che già sapevo e istintivamente applico e per mettere ordine tra tante letture sparse (l'articolazione del discorso ciceroniano è deliziosa e non te la scordi più).
L'altro elemento notevole è l'organizzazione del libro, fatto di tanti strati diversi, con rubrichette laterali che fanno il punto come i libri scolastici, gli strumenti riassunti alla fine di ogni capitolo e la sintesi alla fine del libro, il glossario e le appendici. Frivolo e divulgativo quanto si vuole, ma pur sempre un libro da studiare.
Quindi perfetto se vi occupate di comunicazione in senso lato e se la retorica non è per voi un continente del tutto sconosciuto, deludente se vi aspettate un manuale di facili regolette su come avere sempre ragione o rigirare con facilità l'interlocutore.
Il furbissimo titolo non vi tragga in inganno.
Libridiiiine!
Ho resistito finora, ma credo di aver sgobbato abbastanza per oggi.
Quindi apro la mia scatola di IBS, che contiene una felice mescolanza di dovere e piacere, lavoro e passioni:
- Jay Heinrichs, L'arte di avere sempre l'ultima parola. Da Aristotele a Homer Simpson, tutti i segreti della persuasione. (Kowalski 2008)
Una lettura veloce tra i banconi di Feltrinelli mi ha convinta all'acquisto. Visto che mi capita sempre più spesso di parlare oltre che di scrivere, una bella immersione nella retorica non può che farmi bene. Il libro è denso e spesso, ma il linguaggio amichevolissimo, gli esempi una quantità.
-
Garr Reynolds, Presentation zen (New Riders 2008)
Il libro dell'autore del mitico blog Presentation zen, dedicato alle presentazioni con le slide e tutto quello che c'è attorno.
Per i contenuti, ancora non so, ma il libro è bellissimo solo da guardare, realizzato senza risparmi. Tanti spazi, tante immagini, foto strepitose che alternano schermate di pc e natura, grafica minimalista.
Molto zen davvero, ma Reynolds vive in Giappone.
- Tommaso Raso, La scrittura burocratica (Carocci 2005)
Ho letto e studiato tantissimi libri sulla semplificazione del linguaggio amministrativo, ma questo mi mancava e ultimamente mi è stato caldamente raccomandato.
- Michele Brambilla, Sempre meglio che lavorare. Il mestiere del giornalista (Piemme 2008)
Lettura leggera, già si vede, ma il mondo del giornalismo mi incuriosisce. Anche se scrivo anch'io, l'ho sempre frequentato pochissimo e sempre con molti pregiudizi che con gli anni, ahimé, non hanno fatto che aumentare.
- Giorgio Renato Franci, Yoga (Il Mulino 2008).
Franci è docente di Filosofie dell'India e dell'Asia Orientale all'Università di Bologna. Il libro è un'introduzione alle radici della disciplina e della filosofia. Radici antichissime, tutto il contrario delle scemenze new age.
- Gabriella Cella e Marco Manzoni, Il libro dell'aria e del respiro (Baldini Castoldi Dalai 2008).
Un'insegnante di yoga e un ideatore di eventi culturali sono autori di un libro originale, che ha come sottotitolo "Yoga e parola poetica: un incontro tra Oriente e Occidente".
Yoga e poesia sono due temi a me carissimi e molto legati. La scrittura è una pratica, lo yoga è anche un'arte e una grande fonte di creatività
Un libro da usare, oltre che da leggere: versi, riflessioni e delle pratiche molto semplici organizzati lungo i quattro elementi che ci compongono, dalla terra all'aria.
- Pietro Leemann, Diario di un cuoco (Ponte alle Grazie 2007).
"Cosa mangia un grande chef a casa sua": ricette vegetariane, condite con racconti e ricordi, alla portata di tutti nella gustosissima collana diretta da Allan Bay.
Omaggio al font.

Mai avevo visto in un libro, dopo i ringraziamenti, l'indice analitico e la bibliografia, una pagina dedicata unicamente al font usato, e l'ho trovata una cosa semplice, elegante e geniale. Un omaggio alla forma del testo.
Un font d'autore per un modernissimo libro di comunicazione.
Libri in treno/2
Sono cinque anni che pubblico i Quaderni sul MdS, e li considero lo strato più profondo e più ricco del sito. Costano un sacco di fatica agli autori e a me in termini di editing e impaginazione, ma dai numeri da capogiro dei download ormai so quanto sono apprezzati.
Uno però è il long seller in assoluto (so che non è il termine adatto, visto che i Quaderni non si vendono, ma si regalano): Mappe mentali e scrittura di Umberto Santucci.
Penso quindi che farà piacere ai suoi lettori sapere che Umberto ha raccolto in un libro le sue idee e i principali metodi del problem setting, che diversamente dal problem solving, è l'arte non di risolvere ma di definire i problemi. Si intitola Fai luce sulla chiave e lo pubblica Gremese nella collana Fare Azienda.
La tesi è che se definisci bene il problema e i suoi termini, senza andare nel panico, diventa poi molto più facile trovare la soluzione. Insomma, il muro dei problemi va trasformato in una comoda scala in cui ogni gradino è un compito ben preciso verso la soluzione, o il lieto fine.
Sì, proprio il lieto fine, perché il problema è il nodo di ogni mito, il cuore di ogni fiaba. Leggiamo e ascoltiamo solo per sapere come alla fine se la caverà l'eroe.
Per diventare protagonisti della storia, eroi capaci di superare gli ostacoli anche in azienda e nel proprio lavoro di ogni giorno, dobbiamo armarci soprattutto di creatività e fantasia, con l'aiuto di strumenti e di tecniche cui Umberto Santucci dedica la seconda parte del libro.
Dialogo strategico, strategia Oceano Blu, diagrammi e matrici, Swot analisys, outliner, mappe mentali, brainstorming, sei cappelli per pensare e sei scarpe per agire, la farfalla della metamorfosi manageriale, più un buon numero di simulazioni e di giochi.
Gran parte di queste tecniche hanno una cosa in comune: ci fanno "vedere" il problema sotto i nostri occhi, lo disegnano, lo rappresentano in forme e colori.
E' quello che faccio anche io di fronte a un progetto di comunicazione o a un problema testuale. Anche se, lo confesso, mi bastano un grande foglio A3 e una decina di pennarelli colorati.
Questo era il secondo libro che ho letto in treno. Il terzo era Un percorso a zigzag di Anita Desai, che è rimasto a metà. Sia perché mi sono dovuta rituffare nel lavoro, sia perché la celebre scrittrice indiana ormai ha trovato la chiave per il best seller ed è diventata bravissima a variare con abilità su uno schema che sotto sotto mi sembra sempre uguale. Eppure Notte e nebbia a Bombay mi era piaciuto moltissimo.
Libri in treno/1 Questo passaggio continuo dai luoghi fisici a quelli digitali e viceversa è uno dei tratti più affascinanti e anche più efficaci del libro. Oltre che nei siti web, Luca Rosati ci porta nei negozi, disegna i supermercati del futuro, ne ristruttura percorsi e scaffali, analizza l'interfaccia delle bilance sulle quali pesiamo la frutta e la verdura, ci fa immaginare nuovi modi di trovare i prodotti e fare la spesa. Il tutto con una netta propensione verso l'enogastronomia.
Tra domenica e ieri sera sono andata e tornata da Roma a Milano in treno, cosa che mi ha permesso di leggere moltissimo. Una rivista e due libri e mezzo.
Uno dei due libri riguarda un tema che oggi interessa moltissimo chi scrive e comunica sul web: Architettura dell'informazione di Luca Rosati (Apogeo), cioè come organizzare le informazioni in modo che utenti e lettori possano trovarle con naturalezza e facilità. Il sottotitolo è Trovabilità: dagli oggetti quotidiani al Web.
Già mi piace la scelta lessicale. Trovabilità è chiaro, immediato, molto meglio degli onnipresenti reperibilità o reperimento.
Non è tanto un libro di indicazioni pratiche su come organizzare le informazioni in un sito web (anche se non mancano), piuttosto un libro di idee, che ci fanno vedere le cose di oggi e del futuro in maniera un po' diversa.
Eccone qualcuna:
Ma non disdegna le incursioni letterarie: le poesie di Valerio Magrelli sono un leit motiv lungo tutto il libro, mentre l'analisi della struttura dell'Orlando Furioso ci regala inaspettatamente un modello di comportamento della ricerca di informazioni, beni e servizi. Attiva, coinvolgente e "circolare".
Un nuovo libro sulla scrittura professionale (mio).

Lo so che oggi si usa annunciare i libri sui blog molto prima che escano, che attraverso gli spunti lanciati in rete si ricevono mille indicazioni utili da trasferire nel libro, ma io semplicemente non ce l'ho fatta.
Non per una questione di strategia o di scaramanzia, ma solo di circostanze e di carattere.
Per mesi ho addirittura dubitato di riuscire a trovare il tempo per scrivere un libro, tra il sito, il blog, il lavoro e la vita.
La scaletta c'era, il contratto pure, ma io rimandavo. E per questo non fiatavo.
Poi, contrariamente a ogni mia previsione, i dieci capitoli sono usciti con naturalezza uno dopo l'altro.
In un tempo brevissimo, senza fatica, anzi con gioia.
Questo libro che esce nel periodo più freddo dell'anno per me ha il calore del sole, il profumo della lavanda e l'azzurro del cielo. E' stato scritto tutto all'aria aperta, in un'assoluta e felice solitudine.
Sarà in libreria la prossima settimana, giovedì 7 febbraio. Lo pubblica Apogeo, nella collana Saggi.
Tra qualche giorno, l'indice e altre cose sul MdS.
PS Per scrivere un libro ci vogliono silenzio, tempo e solitudine. Ma anche buoni amici su cui contare.
Grazie soprattutto a Giovanna, Dario, Francesca, Giacomo, Miriam. A mio fratello Giovanni. E a Peppe, cui mi linkano venti anni di ininterrotta e profonda amicizia.
Ai loro consigli, pareri, integrazioni, riletture e incoraggiamenti il libro e la sua autrice devono tantissimo.
Manuale con Cartoon.
Fondamenti di comunicazione tecnico-scientifica di Emilio Matricciani, professore al Politecnico di Milano, è nello Scaffale del Mestiere di Scrivere ormai da qualche anno.
Ora il libro esce in una nuova edizione, presso la Casa Editrice Ambrosiana, con il titolo La scrittura tecnico-scientifica.
Tra le novità, l'ultimo capitolo, dedicato alla scrittura all'università e nel mondo della ricerca.
Il libro è un vero manuale da consultazione, molto dettagliato e preciso, ma arricchito da testi esemplari e allietato da bellissime vignette, tra cui alcune tratte dal New Yorker, che io adoro.
Trovo infatti che poche cose ci aiutino a evitare errori e orrori nel nostro lavoro di comunicazione quanto vedere come qualcuno riesca a farci sorridere o ridere su.
Ogni tanto, con parsimonia, le vignette le uso anche nelle mie presentazioni.
Delle buone fonti:
> l'ormai classico Gapingvoid, per il marketing e la comunicazione
> Dilbert, una vignetta al giorno
> il sito dell'inventore del powerpoint, sezione Humor.
PS A proposito di New Yorker, sabato 19 gennaio all'Auditorium di Roma, per le Lezioni di Giornalismo di Internazionale, c'è il suo direttore David Remnick.
Tema: La stampa americana nell'era di internet.
Segue proiezione dei famosi cartoon.
Storie di numeri.
Complice l'influenza che mi ha impedito di uscire ieri e oggi, mi sono letta tutto Made to stick, di Chip e Dan Heath, forse il maggior successo editoriale del 2007 nel campo del marketing e della comunicazione. Sottotitolo: "Perché certe idee sopravvivono e altre muoiono".
Il libro è bellissimo e molto molto sticky, perché io mi sono appiccicata alle sue oltre 200 pagine finché non ho finito.
Tantissimi gli spunti, tante anche le conferme su cose che più o meno già intuivo e praticavo, ma inscritte in una logica stringente e con tante storie ed esempi: i miei appunti sono troppo lunghi per un post, quindi li pubblicherò al più presto sul Mestiere di Scrivere.
Molte pagine sono dedicate all'uso dei numeri e delle statistiche per elaborare messaggi efficaci. Numeri da non considerare come qualcosa di assoluto, ma per creare relazioni, confronti, storie che facciano pensare e agire.
Questo mi ha improvvisamente ricordato di un white paper dedicato alla comunicazione dei dati statistici in cui incappai un annetto fa attraverso una bella tesina universitaria su questo tema. Il titolo dice tutto: Making Data Meaningful: A guide to writing stories about numbers, ovvero come creare dai freddi numeri delle storie piene di vita.
Per ricordare, per me e per voi.
Le delizie del disordine digitale.

Everything is Miscellaneous di David Weinberger l'ho comprato per almeno tre ragioni: 1) l'autore appartiene al trio del Cluetrain Manifesto; 2) avevo visto il video del suo intervento a IAB Forum e mi aveva affascinata; 3) il titolo è bellissimo, chiaro eppure misterioso, e faceva immaginare un sacco di cose.
Dopo le prime tre-quattro pagine mi sono scoraggiata: mi aspettavo un libro sul web e Weinberger la prendeva molto alla lontana, dal IV secolo avanti Cristo.
Ho tenuto duro, per fortuna, e dopo le prime dieci la lettura è decollata e il libro l'ho finito in due giorni.
Ora posso dirlo: è un gran bel libro, all'altezza delle aspettative quanto alla qualità, divergente quanto ai contenuti.
Vado con ordine, anche se la tesi del libro è proprio che oggi la conoscenza non ha più un ordine e una forma dati e validi per tutti, ma è multiforme, sfaccettata, ubiqua, liquida, con un senso diverso per ognuno di noi.
Eppure, abbiamo passato millenni solo a fare ordine, a catalogare ogni informazione, dato, libro, specie, all'interno della sua casellina, tanti mattoncini che formano l'immensa cattedrale del sapere, l'albero della conoscenza percorribile di ramo in ramo e di foglia in foglia.
Weinberger ci fa conoscere uno per uno i grandi catalogatori, anche con le loro storie personali e piccole manie: Aristotele, Linneo, Dewey, il geniale bibliotecario indiano Ranganathan.
Fino al grande distacco della conoscenza dalla fisicità: passando dagli atomi ai bit, le informazioni rompono gli argini, esplodono in tante piccole schegge che dilagano ovunque.
La conoscenza in rete non ha più una geografia, né una forma. O meglio, assume tante forme e tanti percorsi di significati quante sono le persone che le cercano, le confrontano, le aggregano, ne producono di nuove. Cioè tutti noi.
Per muoverci nella grande miscellanea invece che nel catalogo per soggetto e per autore, ognuno di noi etichetta i singoli contenuti (con tante etichette, non con una sola!) invece di infilarli o di cercarli nel cassetto giusto. E' il trionfo dei metadati che si identificano anche con i contenuti stessi (chi di noi per trovare una poesia non inserisce in Google il solo verso che ricorda?).
Nella grande miscellanea inseguiamo e troviamo il significato non solo nei pieni, ma soprattutto nei vuoti, negli spazi tra un'informazione e l'altra, nelle domande che ci facciamo da soli o nella conversazione con gli altri, nei link reali e in quelli mentali.
Una geografia mobile e senza confini, molto più vicina alla realtà della conoscenza e al nostro modo di pensare rispetto ai grandi sistemi del passato.
"Il compito del sapere non è più quello di ridurre la complessità, ma di nuotarci dentro" scrive Weinberger.
E noi nuotiamo assieme assieme a lui tra Google Maps, Wikipedia, Delicious, Digg, Technorati e i nuovi metabusiness, quelli capaci di catturare le informazioni che esistono, connetterle e riassemblarle in inediti servizi di valore che siamo pronti ad acquistare.
Il libro stesso è un bel generatore di senso, per esempio il senso di tante nostre piccole operazioni automatiche di ogni giorno mentre studiamo, comunichiamo, lavoriamo, cerchiamo in rete.
Ed è anche una bella e riuscita miscellanea di stili, di teorico e pratico, di alto e di basso. Con quella mancanza di complessi che mi piace così tanto in certi intellettuali americani, Weinberger ricorre agli esempi più semplici della sua vita quotidiana per spiegare i grandi modelli di catalogazione: scaffali della cucina, cassetti delle posate, tavola apparecchiata, biancheria da lavare. E, tra una posata e l'altra, ci riesce benissimo.
Felicità.
Da quando ho deciso di non portarmi più appresso il portatile se parto per uno o due giorni (ed essermi resa conto che non succede proprio niente di grave), riesco a divorarmi in treno un sacco di libri.
Mercoledì pomeriggio, tra Venezia e Roma, ho letto Economia della felicità di Luca De Biase, che mi trascinavo nello zaino da un po'.
Libro dal titolo "felice", sicuramente, e altrettanto si può dire del sottotitolo: "Dalla blogosfera al valore del dono e oltre".
Sapevo un po' cosa aspettarmi, sia perché l'autore lo leggo spesso sia perché i temi del libro appassionano anche me: i blog e le loro narrazioni, la rete e il ruolo di noi persone al suo interno, il rapporto tra media nuovi e tradizionali, l'attenzione dell'economia verso i valori immateriali quali la felicità, le prospettive - o gli spiragli - per il nostro paese.
Lo sguardo del libro è molto ampio, ma io l'ho letto in un modo stranamente personale, perché mentre leggevo pensavo che De Biase stava raccontando anche la storia di tanti di noi che abbiamo scoperto internet nella prima metà degli anni novanta, buttandoci dentro a capofitto senza sapere bene dove ci avrebbe condotto, ma senza poterne fare a meno.
Ho ripensato al tempo che ho passato a studiare questo nuovo strumento e poi a scriverci dentro. Cosa facile e gratificante oggi che so di avere un pubblico che mi legge, per quanto piccolo e di nicchia. Eppure l'ho fatto, e con molto sacrificio, anche quando il MdS ancora non esisteva o lo conoscevano in pochissimi.
Cercavo - cercavamo - una dimensione di libertà, spazi di espressione, relazioni e dialoghi da instaurare. Ci ho investito tantissimo tempo - la risorsa più preziosa che oggi abbiamo, come giustamente scrive De Biase - senza nessuna certezza sul risultato. Cercavo, senza saperlo, una nuova e inedita forma di felicità, quella che ogni giorno continuo a cercare - e fortunatamente spesso anche a trovare - scrivendo per conto mio parole e idee che potrò condividere in rete con moltissime altre persone.
Ma il valore del dono in rete non ha nulla a che fare col buonismo e con i buoni sentimenti.
Essere generosi e aperti paga in maniera concreta, su tanti piani. Da quello della ricchezza delle relazioni alle nuove amicizie, dall'aiuto che puoi chiedere a chi è più bravo di te se non sai che pesci prendere alla stima e alla reputazione che ti costruisci. Tutte cose che ti aiutano anche sul lavoro. A migliorarlo, a cambiarlo, a inventartene uno nuovo.
Economia della felicità parla di tutte queste cose e di molto altro. Parla al singolo e parla del mondo. Parla ai politici (mi piace pensarlo, almeno) e parla di questo paese. Parla di una società connessa di cui ormai facciamo parte, ma di una rivoluzione che è solo agli inizi.
Parla della rete come "un medium fatto di persone che ripartono dalla scrittura per donare e ritrovare il proprio tempo, per costruire relazioni umane più ricche, per ispirarsi nelle scelte della vita quotidiana."
L'ispirazione che arriva da lontano.
Sono affezionatissima al piccolo libro L'arte della scrittura di Lu Ji (Guanda, 2002),
poema in prosa sulla scrittura redatto in Cina da un uomo di guerra nel III secolo d.C., ma di grandissima attualità e ispirazione anche per scrittori e blogger del XXI secolo.
C'è tutto, da come iniziare alla revisione, dal lessico alla coerenza del testo, dai generi all'originalità, fino alla paura della pagina bianca.
Tutto, in versi tersi e bellissimi.
Come questi:
Quando scriviamo, il viaggio
è a volte facile e scorrevole,
a volte arduo e faticoso.
Placare le acque scure del cuore;
cogliere dai pensieri profondi
il giusto nome delle cose.
Solo quando la revisione è precisa
la costruzione regge
solida e a piombo.
Temo che il mio calamaio,
possa prosciugarsi,
che le parole giuste
siano introvabili.
Oggi mi è tornato in mente e l'ho ripreso in mano, dopo che dasar mi ha segnalato il post che al poema ha dedicato Bombacarta.
Conversazioni (scritte) in corso.
Gli strumenti Web 2.0 per comunicare, condividere, imparare e lavorare meglio all'interno delle organizzazioni: i primi libri italiani (penso di sì) su questo tema li ho letti tutti e due ed entrambi sono stati scritti da persone che conosco e con cui ho lavorato.
Per cui, curiosità ed attenzione erano doppie.
Il primo è Community Management di Emanuele Scotti e Rosario Sica, pubblicato un mesetto fa da Apogeo. Il secondo non è ancora uscito, ma ho avuto il privilegio di leggerlo in anteprima; lo ha scritto Giacomo Mason insieme a Paolo Artuso.
Due libri belli, utili e diversissimi.
Intanto, vi racconto il primo. Del libro di Giacomo ne riparliamo appena esce.
Community Management è scritto sotto il segno del Cluetrain Manifesto e soprattutto della sua prima e più famosa tesi: I mercati sono conversazioni.
Le conversazioni dominano letteralmente il libro: ce ne sono sette, a sette persone che da punti di vista molto diversi vivono e osservano che cosa i nuovi strumenti collaborativi stanno portando e cambiando nelle organizzazioni. Tra le sette, quella a un allievo della Scuola di Barbiana, che immagina cosa riuscirebbe a fare Don Milani con la rete... questo per darvi un'idea della varietà.
Intorno alle conversazioni, una panoramica degli strumenti, consigli molto concreti su come mettere in piedi una comunità di pratica in azienda, tre casi di studio approfonditi, il questionario per valutare la prontezza organizzativa rispetto a un progetto di community management, il vademecum per la comunità di pratica e la guida del coordinatore.
Tutto il resto è online, perché due fautori della conversazione non potevano che proseguire la conversazione in rete. Il loro blog si chiama SocialKnowledge.
Se poi vorrete conversare con loro vis-à-vis, l'appuntamento (per i milanesi e dintorni) è per mercoledì 5 dicembre alle 18, presso SIAM 1838 in via Santa Marta 18.
Ci saranno anche altri esperti e testimonial, tra i quali Luca De Biase ed Emanuele Quintarelli, solo per fare due nomi molto noti a chi frequenta la rete.
Va' dove ti porta il titolo.
Solo qualche giorno fa, quando ho visto una pila di libri che faceva concorrenza alla mia modesta altezza, ho saputo che uno dei libri più venduti in Italia in questo periodo si intitola Il metodo antistronzi.
Sfogliandolo mi è venuto da ridere perché a una prima occhiata il contenuto mi è sembrato più serio del titolo. Ma senza quel titolo, il libro probabilmente se ne starebbe rintanato nello scaffale Management e non troneggerebbe sulla colonna da centinaia di copie.
La cosa mi è tornata in mente poco fa leggendo l'ultimo post di Bad Language. L'autore, il copy londinese Matthew Stibbe, vorrebbe scrivere un libro, ma a modo suo, mentre tutti gli editori vogliono il cosiddetto libro Big Idea. Cos'è? Lo racconta uno spassosissimo articolo di Wired.
Il libro Big Idea è quello che lancia una nuova idea, un nuovo modo di vedere le cose.
Per esempio Il mondo è piatto, The long tail, La mucca viola, A whole new mind, Naked Conversations, The tipping point, Made to stick, Wikinomics, Everything is miscellaneous.
Sono libri quasi sempre ottimi e interessanti, ma devono la loro fortuna anche a titoli, sottotitoli e copertine azzeccatissimi.
I redattori di Wired propongono il gioco di inventarsi la confezione del libro Big Idea senza il contenuto. Con la combinazione anche casuale di elementi trendy e preconfezionati.
Per esempio, il titolo, che deve combinare l'idea-teoria con un nuovo termine: Meta-Money, Folksmeme, Community of Multitudes.
Il sottotitolo è fondamentale per spiegare un po' meglio la Big Idea: il generatore casuale a me ha dato How hidden wisdom transforms the marketplace.
Un paio di esempi veri, dai sottotitoli ritmici e geniali: Why some ideas survive and others die (Made to stick dei fratelli Heath), A little book that teaches you when to quit and when to stick (The dip, di Seth Godin).
E infine la quarta di copertina, l'abstract per i giornalisti: Permanent changes driven by profound ideas and desires remade everything è quello toccato a me.
PS Un libro Big Idea ha sempre l'autore in fondo, mai banalmente in cima.
Il linguaggio come appare.
Chiudo la serie di post sull'aspetto visivo del testo segnalando un libro che mi è arrivato oggi: Thinking with type, di Ellen Lupton (Princeton Architectural Press 2004).
Un libro che adocchiavo da tempo, anche attraverso la sua sontuosa appendice web.
Il libro è una piccola meraviglia dal costo contenuto, un manuale di tipografia per "designer, scrittori, editor e studenti".
Si apre con una frase che noi scrittori professionali faremmo bene a ricordare e ad appuntarci su un post-it da attaccare al pc: Typography is what language looks like, la tipografia è il linguaggio come appare (quindi qualcosa che ci riguarda molto direttamente).
E prosegue con 180 pagine a sorpresa, una diversa dall'altra, ma con un rigore e un ordine che ne fanno un "oggetto libro" di grande coerenza.
Ci sono la storia della tipografia e dei font più famosi, l'anatomia delle lettere dalla carta allo schermo, le regole per l'impaginazione del testo e per la costruzione della gabbia grafica, esercizi, perle di saggezza editoriale, consigli per l'editing e la correzione delle bozze.
Tutte cose che ci sono in tanti ottimi libri, ma che qui non sono solo descritte, predicate, consigliate, bensì dimostrate in ogni pagina attraverso una varietà di soluzioni grafiche e testuali che sembra infinita e che è anche una riserva di spunti e ispirazioni per dare vita, dinamismo ed espressione ai nostri testi di ogni giorno.
Soprattutto per quelli che crediamo ne abbiano meno bisogno, quali report, memo, documenti di progetto, business plan.
Il redattore ha il suo manuale. Finalmente.
La scarsa formazione visiva degli scrittori professionali proprio in un momento in cui l'unione tra parole e immagine è un terreno fecondissimo di sperimentazione e creatività forse è dovuto anche alla mancanza di strumenti, siti o libri. O forse la mancanza di questi rispecchia proprio una disattenzione e un divario profondo tra due mondi e due professioni.
Le mie poche nozioni di grafica le ho imparate lavorando con i grafici e cercando di carpire un po' di segreti del mestiere.
In realtà, ho sulla mia scrivania da almeno un mese un gran bel libro, di quelli che quando li vedi pensi che era proprio quello che ci voleva per te e com'è che nessuno lo aveva scritto prima.
E' il Manuale di redazione di Mariuccia Teroni, pubblicato da pochissimo da Apogeo.
Se ho aspettato a scriverne è perché speravo di riuscire a leggerlo tutto prima di raccontarvelo ed eventualmente raccomandarvelo.
Ma il volumone è denso e ricco con le sue 400 pagine e finora ho soprattutto piluccato e gustato molto qua e là. Abbastanza per convincermi che è un libro utilissimo e molto piacevole, sia per approfondire temi e aspetti del lavoro redazionale che conosciamo meno, sia da consultare per dubbi e chiarimenti.
In sintesi, eccone i pregi secondo me:
- colma una lacuna: c'è il lavoro redazionale a tutto tondo e in tutti i suoi aspetti (storici, organizzativi, creativi, testuali, visivi, carta e web)
- è un manuale in senso stretto, perché ti spiega in maniera precisa come funzionano e come si fanno le cose, ma non ne ha la freddezza, perché il calore e la passione dell'autrice li senti in ogni pagina
- è esaustivo e risponde a mille domande: cosa sono gli orfani e le vedove? qual è la struttura precisa della pagina di un quotidiano, quale l'anatomia di un libro? quali sono i segni di correzione delle bozze, e come si usano? perché il tutto maiuscolo si legge male? a cosa si addice il maiuscoletto? come si scrivono le note? e le sigle? cos'è la giustezza? come pubblicare un documento in pdf? come è nato il libro tascabile?
- è denso di informazioni, ma leggero nella presentazione e quindi molto facile da consultare: pagine ariose, moltissime immagini con didascalie "parlanti", un apparato paratestuale che ti fa capire in ogni momento dove sei e di cosa si parla, box di approfondimento e brevi suggerimenti costellano tutto il libro, titoli di capitoli e paragrafi veramente belli e invitanti (Testo, testo delle mie brame, Tutto a posto, niente in ordine, Un arcobaleno di colori, un giardino di immagini, Meravigliosamente digitali...)
- è profondo, sia per il dettaglio delle informazioni (interessantissima la sezione sul colore e le immagini, dove si va dal significato simbolico al pantone, ai formati delle immagini digitali), sia per la dimensione storica, con le tante incursioni nel passato a illuminare e spiegare gli strumenti di oggi
- si può consultare come una piccola enciclopedia del lavoro redazionale, ma anche leggere come un racconto appassionante.
Scrivere è un po' dipingere.
Se fosse possibile mettere un'intestazione, una breve introduzione, una dedica a un post, a quello che sto scrivendo premetterei un foglietto sul quale nel 1925 il pittore catalano Joan Mirò stese una piccola pennellata, un batuffolo azzurro, e sotto scrisse una breve frase: questo è il colore dei miei sogni.
Come tanti artisti delle avanguardie del novecento, dai futuristi a Klee, anche Mirò amava mescolare continuamente la parola e l'immagine.
Senza alcuna opposizione, senza conflitti, anzi in una pacifica convivenza nello spazio.

Vi è mai capitato di leggere qualcosa, anche molto breve, che ne illumina molte altre, infila pensieri sparsi uno dietro l'altro, dà improvvisamente un senso a comportamenti e predilezioni apparentemente irrazionali e un po' blislacchi? A me è successo, proprio questa settimana, e l'illuminazione riguarda appunto la relazione tra parola e immagine.
Io le parole, le mie e quelle altrui, prima di leggerle le guardo. Anzi, mi piace assaporare quel momento in cui un testo ha una forma che puoi cogliere con gli occhi ma non ne conosci ancora il contenuto, il significato, il messaggio. Poi, mi piace confrontare l'impressione della sola forma con quella del contenuto. Qualche volta è un gioco divertente, quasi sempre interessante.
L'ho sempre considerata una mia personale mania, dovuta ai miei studi storico-artistici, così come la mia collezione di capilettera, il mio amore per la tipografia e l'interesse per i font, la mia fame di immagini quando sono stanca di parole.
Quando ho scritto tanto e mi sento esaurita, non attingo mai spunti e carica da altri testi, ma sempre da quadri. Per me staccare davvero è andare a vedere una mostra, visitare un museo.
Per ricordarmi delle potenzialità infinite del linguaggio, mi basta ricordare e rivedere quante decine di quadri e disegni - dalle impercettibili ma innumerevoli variazioni - Picasso sia riuscito a fare a partire da un capolavoro di qualcun altro, per esempio Las Meninas di Velasquez.
Quindi leggere nelle pagine di un grande grafico contemporaneo che la scrittura ha molto più a che fare con le immagini che con il linguaggio parlato ha avuto davvero il potere di un'illuminazione.
Il libro in questione è La lettera uccide, e il grafico è il suo autore, Giovanni Lussu.
Non lo conoscevo, anche se conoscevo senza saperlo molte sue realizzazioni. Per esempio la grafica della rivista Internazionale, i famosi libretti dell'Unità di parecchi anni fa, la linea grafica di Roma Multietnica.
Lussu è figlio dell'uomo politico e scrittore Emilio e di Joyce, la poetessa traduttrice in italiano delle poesie del turco Hikmet.
E' solo il nostro eurocentrico "pregiudizio alfabetico" - scrive Lussu - a opporre scrittura e immagini come due mondi separati, a fare quasi sempre delle seconde le "illustrazioni" e le ancelle della prima.
Ogni scrittura è anche e prima di tutto forma e immagine, e non c'è immagine che non sia anche discorso e scrittura.
La scrittura non è un sofisticato sistema inventato per trascrivere la lingua parlata, ma si è sviluppata in maniera indipendente e parallela a questa. Lo provano la complessità e l'efficacia di lingue che non identificano fonema e grafema, ma anzi si sviluppano a partire dall'immagine, come le lingue dell'estremo oriente. Nella cultura cinese, pittura e scrittura si incontrano nell'arte calligrafica.
La scrittura non è un lungo nastro sequenziale di parole, come il parlato, ma organizza le parole e le frasi nella complessità spaziale della pagina. Come un pittore o un architetto.
E' ovvio che un carme figurato barocco o una composizione verbo-visiva futurista,
come un calligramma di Apollinaire o la Ursonate di Schwitters, sono indissolubili dalla forma; ma questo vale per qualunque testo scritto in alfabeto latino.
Il romanzo ottocentesco può forse dare l'illusione di una qualche indifferenza della forma rispetto al contenuto del testo; in realtà è esso stesso una specifica forma, la "forma romanzo", applicazione del principio di linearità, fatta di righe tutte uguali, legata alla specifica modalità di lettura "in automatico".
Ma già una poesia, qualunque poesia, sia stata intenzionalmente scritta e non soltanto trasmessa oralmente, non è definibile senza riferimento alla sua immagine visiva.
Si immagini di leggere la Divina Commedia su un display elettronico a scorrimento orizzontale continuo: quanto può esserne fruito, se non si vedono la lunghezza dell'endecasillabo e la struttura delle terzine e se non si ha la possibilità di scorrere verticalmente il testo per rileggere un verso o per confrontare le rime?
Con l'arte della stampa, l'autore perde la sua presa sull'aspetto visivo del testo: sarà qualcun altro a sceglierne la forma e il carattere.
Con le tecnologie informatiche e la possibilità di scegliere in prima persona spazi, forme, colori - persino inventare e usare direttamente nuovi font - l'autore può riprendersi tutto all'improvviso, ridiventare padrone della forma come del significato. Solo che spesso gli mancano la cultura, la storia, le conoscenze di quel mondo ricchissimo e decisivo per la fruizione e la leggibilità di un testo che è la tipografia. Cioè l'insieme dei caratteri e delle loro famiglie. Allora ci si abbandona a quanto i programmi di word processing ci propongono bello e pronto. Senza pensiero, consapevolezza, creatività, sperimentazione.
Tutte lacune che la scuola e la formazione sono chiamate oggi a colmare attraverso una nuova alfabetizzazione visiva, ma che quasi sempre ignorano.
Riscoprire la natura profonda e ancestrale del legame tra immagine e scrittura significa anche ridare senso alla parola "creatività" di cui a tutto il mondo della comunicazione piace così tanto riempirsi la bocca.

In rete sono disponibili molti scritti di e su Giovanni Lussu:
Le dispense del suo corso sul Type Design al Politecnico di Milano >>
Il trionfo di Gutenberg, dal sito Treccani >>
Regole e creatività, dal sito Treccani >>
Lussu, l'eleganza del carattere (dal Tuttolibri della Stampa) >>
PS Grazie ad Antonella, che un giorno di un paio di mesi fa mi ha detto "Ma tu devi assolutamente leggere Lussu!".
La grammatica dei professori.
Ho sempre pensato di inserire sul MdS, prima o poi, una pagina dedicata agli errori più comuni che si fanno scrivendo in italiano.
Ho sempre rimandato, sia perché ci sono già altri siti che affrontano egregiamente questo tema, sia perché mi viene il dubbio che siano cose scontate e non mi va di fare la maestrina.
In realtà non sono affatto cose scontate, e io ho la memoria corta.
Molte cose io stessa non le ho affatto acquisite al liceo né all'università. Anzi, se non mi fossi poi occupata di scrittura farei ancora un sacco di errori madornali.
Molte regole le ho imparate in azienda, dove mandavamo i documenti più importanti a un pacato e mite correttore di bozze che non si scandalizzava di niente, ma annotava e motivava con garbo e grande pazienza ogni mio errore. Molte altre le ho imparate attraverso i quesiti che mi vengono sottoposti attraverso il sito.
Così, piano piano le regole le ho imparate per benino.
Ma mi capita ancora di sapere istintivamente come si scrive qualcosa, qual è la regola giusta, la forma corretta, ma di non sapere bene spiegare e motivare il perché.
Mi è successo anche stamattina, quando ho trovato l'email di un'azienda con la qualche lavoro che mi presentava il seguente quesito: se l'ultima parola di una frase è una sigla che finisce con un punto, per chiudere la frase si raddoppia il punto?
Istintivo rispondere di no, ma non bastava.
Così ho ritrovato la pagina del Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli con la risposta:
Il punto che chiude un'abbreviazione si congloba con il punto con il segno di chiusura di frase: "Hanno fatto provvista di libri, gionali, ecc.", in base a "una regola del sistema grafico dell'italiano (e presumibilmente di tutte le lingue) che non ammette che lo stesso elemento grafico sia duplicato immediatamente" (Simone 1991, p. 225)
Soddisfatta, ho scannerizzato la pagina e l'ho inviata.
Rimango sempre abbastanza stupefatta da quante risposte mi ha dato negli anni quel piccolo libro e di quante cose mi ha insegnato.
Un effetto che ho riscontrato anche per altri libri della professoressa Garavelli, compreso lo specialistico ma bellissimo Le parole e la giustizia. Prima ti sembrano difficili, ma poi vieni catturata dai ragionamenti tersi della prof., rigorosissimi, ma mai rigidamente prescrittivi e scontati. Verso la fine, dentro quei libri ti ci trovi proprio bene, e poi ci torni perché ti ricordi che la risposta che cerchi lì dovrebbe proprio esserci.
Il mio set "regolativo" è completato da altri due libri indispensabili, entrambi di Luca Serianni: Grammatica Italiana (Utet 2006) e Italiano nella collana delle Garzantine.
Il primo è un librone molto tradizionale, il secondo molto più agile per cercare regole al volo e molto ipertestuale nelle modalità di ricerca. Eccellenti entrambi.
Librodipendenza.
Lo sospettavo, ma ora ne ho la certezza: Anobii è una droga.
E infatti finora mi ero tenuta ben alla larga dal social network libresco. Poi ho visto le librerie di persone che mi piacciono e non ho resistito.
Ci sono cascata dentro calzata e vestita e così - solo per provare e per sfizio, mi sono detta - ho inserito una trentina di libri, tra cui i miei ultimi acquisti. E' solo una minima parte dei miei libri sulla scrittura, ma andrò avanti.
Serve a me, e credo che possa essere un bel servizio per chi ha i miei stessi interessi. Un'altra costolina che si aggiunge al MdS.
La mia libreria è quindi in costruzione, ma se volete darci un'occhiata...
Torno al lavoro.
Parole e immagini (e suoni).
Un lettore mi segnala stamattina, e subito rilancio, una bella riflessione di Giancarlo Livraghi su Parole e immagini e, più in generale, sul ruolo e l'equilibrio delle diverse espressioni artistiche nella comunicazione.
Curioso: ieri parlavo di Variazioni Selvagge, oggi leggo questo articolo di Livraghi e abbordo un nuovo libro, The art of possibility, dedicato alla riscoperta dell'abbondanza e delle infinite possibilità nella vita professionale. L'autore non è un manager, ma il direttore della Boston Philarmonic Orchestra, che dialoga con sua moglie, docente, psicologa e pittrice.
Il suono della vita.
Noi siamo una musica, un recitativo, del destino.
Ognuno di noi ne ha la chiave, e può decifrarla o meno; comunque sia, non si è felici se non c'è armonia tra il nostro essere e la nota che lo esprime.
Si può passare la vita (e anche perderla) cercando la pietra filosofale, senza sapere che non si tratta di trasformare la materia in oro, ma l'oro in materia, perché ci siano in essa momenti straordinari, in cui si dà vita all'arte, o alla bontà: trasformarlo in suono, o più semplicemente in Sé.
Rispetto gli animali, ma non ho una grande passione per loro.
Ascolto volentieri la musica, ma non è tra le mie passioni.
Eppure riemergo ora - appagata - da un libro che parla proprio di queste due passioni, vissute in in maniera travolgente ed esclusiva.
Forse perché l'autrice pulsa nel libro con tutta se stessa, in un unisono di corpo e anima, cultura e natura, e scrive con un ritmo che non lascia tregua, come se corresse nella notte insieme a un branco di instancabili lupi o lasciasse correre instancabilmente le dita sulla tastiera del pianoforte.
Helène Grimaud non ha ancora quarant'anni. Suona da quando ne aveva sette e oggi è una delle pianiste più famose del mondo.
Ma la sua vita non è stata la carriera folgorante e rettilinea dell'enfant prodige. La bambina irrequieta che trovava pace solo al piano e nella natura delle vacanze infantili in Camargue è caduta tante volte, è scomparsa, si è inabissata alla ricerca di un equilibrio e una simmetria apparentemente impossibili, sempre sul filo che separa la creatività dal delirio.
La salva l'incontro con una lupacchiotta, in piena notte, in una strada di New York. Un incontro fatale che le fa abbandonare tutto, per cercare un luogo dove allevare i lupi, studiarli, vivere con loro.
Per questo rinuncia persino al pianoforte - continua a suonare nella sua testa -, vive in povertà, cambia casa quindici volte in un anno, affronta leggera qualsiasi sacrificio all'inseguimento di un sogno.
Lo realizza, e il Wolf Conservation Center la restituisce alla musica, al palcoscenico, alla vita: "Avevo i lupi, e avevo la musica. Avevo la musica dei lupi sotto la luna, e nel mio modo di suonare c'era quell'animalità che protegge l'artista."
Variazioni selvagge è una bellissima storia che contiene altre storie: Chopin e l'emancipazione della mano sinistra, Rachmaninov con la sua depressione e la sua guarigione con il Secondo concerto, Brahms e il triangolo amoroso con i coniugi Schumann, e poi le tante storie di delicati scimpanzé, bambini allevati dalle lupe, e lupi che abitano con gli uomini.
Ma è soprattutto un libro sulla creatività: dell'arte e della vita.
Un viatico per chi non vuole rinunciare a scoprire e a realizzare chi è davvero, a qualsiasi costo, anche a scavare la terra a mani nude pur di portare alla luce il suo "paradiso sepolto".
Coincidenze.
Sarà pure il mio pallino del momento, ma non faccio altro che cogliere i fili - sottili, per carità, ma non invisibili - che collegano la scrittura professionale alla letteratura.
Così, mentre in questi giorni mi sto occupando di titoli e sottotitoli e proprio oggi della loro importanza per i motori di ricerca, poco fa decido di fare pausa e di aprire il nuovo libro di Pamuk che mi sono comprata stamattina (sì, Il mio nome è rosso mi è piaciuto tantissimo e, visto che tra i lettori di IBS è il meno valutato, sono passata a quello in testa a tutte le preferenze, Neve).
Be', scopro subito che per tutti i 44 capitoli, Pamuk non solo ha un titolo, ma anche un sottotitolo. Scorrerli, solo quelli, senza leggere ancora una riga del romanzo, è di per sé una lettura di scoperta:
Viaggio a Kars
Il silenzio della neve
La neve e la felicità
Perché questa poesia è bella?
Uno spettacolo su una ragazza che brucia il suo chador
Patria o velo
Il fiocco di neve esagonale
Io, Ka
Ka e Ipek nella stanza d'albergo
Ciò che distingue il dolore dell'attesa dall'amore
Il quaderno verde smarrito
Ognuno di noi ha un suo fiocco di neve.
Un romanzo è un mondo, e l’autore lo misuriamo soprattutto sulla sua capacità di rendere per noi quel mondo vero, percorribile, plausibile, coerente, anche se ci trasporta a due millenni fa o in un lontanissimo futuro. Anche se racconta cose inverosimili e strampalate.
E’ l’essenza del romanzo - l’abbiamo letto in tutte le salse – e la nostra esperienza di lettori ce lo conferma. Che sia Proust, Thomas Mann o Stephen King, leggiamo per andare da un’altra parte, una promessa di infinito racchiusa tra quattro pareti di cartone. Poi apprezzeremo finezze espressive e scelte lessicali, coglieremo illustri influenze e interessanti parallelismi, ma è secondario. Il primo motore è uno solo: partire.
Il tuffo al cuore dopo aver varcato la soglia della copertina, la sensazione di familiarità e di sintonia, la sorpresa confortante di essere arrivati proprio lì dove avevamo bisogno proprio ora di andare, è però un regalo raro che la vita e la letteratura ti fanno. Quando succede, senti che è un momento magico, e non sai se è meglio indugiare per prolungare il piacere o correre alla scoperta a perdifiato.
Ti conforta sapere che lo scrittore è stato prolifico, che ci sono altri mondi che ti aspettano, altri viaggi dopo questo. Oppure che è giovane, e ha ancora un avvenire di libri davanti a sé.
Io ieri ho avuto uno di questi regali. Sono solo a pagina 40 di Il mio nome è rosso, di Ohran Pamuk, ma sono stata subito inondata da una sensazione di abbondanza, ricchezza, appagamento, curiosità ed energia. In una Istanbul di quattro secoli fa, ho già incontrato il sangue di un assassinio, una passione d’amore che arde non corrisposta per una vita, almeno cinque voci narranti, l’incontro tra oriente e occidente sulle pagine di un libro miniato. E’ commovente sapere che l’autore da trent’anni scrive solo mezza pagina al giorno. Solo questo libro di pagine ne ha oltre quattrocento.
Ma qualcosa avevo intuito e a portarmi verso Il mio nome è rosso è stato il piccolo La valigia di mio padre, che contiene alcuni discorsi di Pamuk, tra i quali quello pronunciato a Stoccolma in occasione del conferimento del Nobel per la letteratura.
Un discorso che contiene un inno, una dichiarazione d’amore alla scrittura e al romanzo tra le più appassionate e ardenti che mi sia mai capitato di leggere.
Se continuerà ad ardere con la stessa intensità, lo saprò tra qualche giorno.
La parte abitata della rete tutta da vedere.
Un mesetto fa, il 18 giugno, con Sergio Maistrello abbiamo presentato a Roma il suo libro La parte abitata della rete, ospiti di Netone e del seminario internazionale sulla comunicazione Intermediando.
Ora l'intera serata, una chiacchierata di due ore dense e piacevoli sul Web.2, è tutta su Google Video:
Prima parte
Seconda parte.
Leggere come siamo cambiati.
Altro libro che ho finito di leggere in questi giorni è L'italiano nella società della comunicazione di Giuseppe Antonelli. Libro che ha esattamente 200 pagine e racconta
le trasformazioni della nostra lingua nei diversi settori della comunicazione durante gli ultimi anni.
Non manca nulla: internet, politicamente corretto, comunicazione aziendale, marketing e pubblicità, comunicazione politica, giornalismo, radio e tv, chat, sms, fino alla lingua letteraria e poetica.
Tutte cose che abbiamo vissuto direttamente e che quindi in parte già sappiamo, ma leggerle di fila, con tanti esempi, è interessante e anche divertente, perché rispecchia l'accelerata che ha subito in questi anni il mondo della comunicazione.
Il punto forte del libro è la bibliografia, ricchissima.
Elogio dell'abbondanza.
Ho scritto poco ultimamente, in compenso ho letto molto.
Anzi, proprio poco fa ho finito di leggere Writing Tools di Roy Peter Clark, una rivisitazione più ricca della sua famosa serie di 50 attrezzi per scrivere bene.
E' stata una lettura piacevole e confortante, dalla quale ho tratto spunti e soprattutto conferme su quanto vado meditando anch'io circa la scrittura in questo strano periodo che viviamo, così multimediale e pure così testuale.
Ecco cosa mi è piaciuto di più:
- l'idea che non esistono buone regole da applicare, ma buoni attrezzi di cui impadronirsi come un bravo artigiano, da usare quando servono: più nei hai sul tuo bancone, meglio è
- il medium conta fino a un certo punto: nuts and bolts apply across the board, cioè con pochi buoni attrezzi puoi fare tutto, scrivere una lettera come un blog, un comunicato stampa o un testo per la radio
- come scrittori ci alimentiamo con tutto, dalla letteratura ai cartelli stradali, niente è da scartare
- si può scrivere un libro come una conversazione, con un tono familiare, personale e colloquiale, ma con uno stile che rimane sempre alto e credibile
- anche nella scrittura professionale e giornalistica, è meglio pensare e immaginare "in grande", attingendo all'abbondanza e alla ricchezza della lingua, praticamente infinita nelle sue combinazioni.
Quando ho chiuso il libro, ho fatto un giro sul mio aggregatore per leggermi gli ultimi post. Ho trovato subito un altro libro: Writing for the web 3 di Crawford Kilian. Il simpatico professore canadese è stato il primo a pubblicare un libro sulla scrittura per il web, nel 1999.
La nuova edizione, a giudicare dall'indice e dalle slide di presentazione, non sembra aver fatto molti passi avanti da allora, anche se sul web è cambiato tutto.
"Tagliate il 50% di un testo, scrivete breve e modulare, usate parole semplici, frasi con meno di 20 parole, capoversi con meno di 5 frasi..." io di questi inni al minimalismo non ne posso più.
Del resto, anche l'ultimo libro del famoso guru Gerry McGovern, Web Killer Content, non si discosta da questa linea di asettica funzionalità, pur condita di slogan efficaci, ma ripetuti a ogni pagina come un mantra (Content should be killer, not filler).
Almeno il professor Kilian ci regala un po' di esercizi da scaricare e non si prenbde mai troppo sul serio, mentre il guru di Dublino che gira tutto il mondo e mette il naso in tutte le aziende arriva forse a 10 esempi in tutto il libro.
Si rimpiange subito la bella abbondanza e la pienezza di Clark.
La parola che non c'è. La scrittrice la inventa.
Non so quante parole abbia l'italiano. "Oltre 135.000 voci con 370.000 significati" è scritto sulla quarta di copertina del mio Zingarelli 2006.
Ne usiamo così poche, eppure sembra che non ci bastino mai. Per quanto mi riguarda, credo che la molla ad apprendere altre lingue sia stata proprio l'ansia di espansione, il desiderio di poter disporre di più parole per esprimere anche le sfumature più sottili. E poi la scoperta di poterlo fare davvero.
Ci sono per me stati d'animo e momenti tedeschi, francesi, spagnoli. Meno momenti inglesi, forse perché è una lingua in cui leggo tutti i giorni per lavoro.
Dalle differenze, dai confronti, ho imparato a scrivere e a ragionare sulla mia, di lingua.
Gli autori del libro Punteggiatura hanno invece immaginato i segni di interpunzione che non ci sono, quelli che ci piacerebbe avere insieme ai punti e alle virgole. E una volta ho trovato in rete i segni di correzione di bozze che non ci sono.
Renata, la protagonista di Giochi d'infanzia, è una bibliotecaria che sa interpretare le lingue più diverse e sconosciute, lontane da noi nel tempo e nello spazio.
Per dare un senso a ciò che prova, ricorda e immagina, la soccorrrono le lingue di isolette in mezzo all'oceano o di innevate regioni del nord.
Le frasi che la colpiscono le appende alle pareti della sua casa, dove vive circondata di parole.
Il Bliondico, una lingua oscura della Lapponia, ricca di quasi-sinonimi, abbonda di termini prashmensti, bugie bianche, non vere menzogne, ma menzogne dette per convenienza e per non ferire i sentimenti altrui, e anche le parole usate in modo impreciso o insincero, per confondere (prashmenosi), distrarre (prashimina) e forviare l'interlocutore, evitando così verità pericolose (prashmial), o parole usate per pura stupidità, o per riempire un vuoto quando c'è bisogno...
L'Etinoi, invece, distingue con parole diverse tutti i tipi di zio e cognato, e tutti i più diversi tipi di perdita. Ogni perdita può essere modificata con dei suffissi che indicano se la cosa perduta può essere riconquistata o se è persa per sempre.
E' con questa presa possibile su migliaia di parole che Renata riesce a fare i conti con le perdite della sua infanzia e con l'inafferrabilità degli amori, che vanno, vengono e mai stanno.
E con il dramma collettivo che accompagna il racconto personale. Giochi d'infanzia comincia con uno sguardo al ponte di Brooklyn, "un mattino di settembre così perfetto". Esattamente l'11, dell'anno 2001.
PS.1 Giochi d'infanzia mi è stato regalato, anche se l'ho comprato. E' arrivato in un messaggio email di qualche mese fa, all'interno di una lista di libri "che probabilmente mi sarebbero piaciuti".
Di solito diffido dei consigli di chi non conosco di persona, e i libri me li scelgo rigorosamente da me. Questa volta però il primo della lista me lo sono comprato, e ho fatto bene, perché era davvero un libro per me. Un libro bellissimo.
Un grazie di cuore alla professoressa napoletana di cui non riesco più a ritrovare l'email.
PS.2 Lynne Sharon Schwartz, l'autrice di Giochi d'infanzia, ha tradotto in inglese molti scrittori italiani, tra i quali Natalia Ginzburg.
Formula 3.
2-3-1
Enfasisario, lo potrei chiamare.
E' la formula per dare enfasi ai diversi elementi all'interno di una frase che propone Peter Roy Clark a pagina 17 del suo libro Writing Tools, 50 essential strategies for every writer, arrivato qui qualche giorno fa.
A dispetto del sottotitolo, che sa di ricettina, di ricettina non ce n'è neanche mezza e il libro è una delizia.
Sì, perché uso ed efficacia dei 50 attrezzi sono tutti analizzati attraverso brani letterari, saggi, articoli di giornale, da Harry Potter al New York Times. Senza dogmatismi e molto buon senso.
Tornando all'enfasisario, il consiglio è di cominciare una frase con le parole o il contenuto di priorità 2, piazzare nel mezzo le cose meno importanti, e chiudere alla grande con la priorità 1.
Mi è venuto spontaneo fare un test stupidotto con il primo libro a portata di mano, Leggere Lolita a Teheran, e di soffermarmi sulla prima frase:
Nell'autunno del 1995, dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo incarico accademico, decisi di farmi un regalo e di realizzare un sogno.
La formula 2-3-1 funziona: per prima cosa, la scrittrice ci dice dove ci sta portando (indietro nel tempo, a dodici anni fa), poi ci dà un'informazione sulla sua vita, importante ma non essenziale, e solo alla fine ci annuncia il contenuto del libro, cioè la realizzazione di un sogno.
Sarà un caso, ma il gioco mi ha divertita e penso che mi divertirò nei prossimi giorni a verificare nei testi più diversi l'uso più o meno consapevole degli attrezzi di Clark.
Clark sul MdS >>
Clark sul Poynter >>
Le parole non le portano le cicogne.

vignétta
[fr. vignette, propr. dim. di vigne 'vigna': detta così
perché un tempo l'inizio della prima pagina di un libro
(o anche di ogni capitolo di un libro) era ornato con tralci
e viticci; 1598]
da: Zingarelli 2007
"Uno degli elementi indispensabili per conoscere veramente una parola (e quindi sapere davvero come usarla) è la consapevolezza degli stadi precedenti attraverso cui è passata. Conoscere la storia della lingua che si usa conferisce capacità di usarla, perché significa sapere come essa ha assunto la forma che ha. Cioè, significa sapere davvero come è fatta. Chi non sa come è venuta in essere una realtà complessa, non potrà mai sapere davvero come funziona. Ne avrà una conoscenza superficiale che va bene finché ne fa un uso semplice e banale, ma non saprà usarla creativamente o far fronte ad imprevisti."
da: La linguistica. In pratica, di Edoardo Lombardi Vallauri (Il Mulino, 2007).
Un libro che ho finito or ora di leggere, pensato per gli studenti universitari, ma piacevolissimo e utile anche ai praticoni della lingua come me, perché introduce alla linguistica "cercando di rispondere continuamente alla domanda: a che serve sapere questa cosa, nella vita privata e professionale di una persona?"
Di palo in frasca.2
Sto leggendo uno strano e bellissimo libro, Le parole dell'incanto, di Fernando Dogana (FrancoAngeli, 2003).
Sottotitolo: Esplorazione dell'iconismo linguistico. In sostanza, l'esplorazione delle potenzialità multimediali e spettacolari delle parole e del testo in un'epoca in cui è il multimediale ad attirare tutta l'attenzione.
E la risposta alla domanda: le parole possono anche "disegnare", oltre che "designare"? Risposta che si articola in quasi 500 fittissime pagine.
Nel libro a un certo punto si nota come la distanza sociale o psicologica sia proporzionale alla lunghezza del testo:
passami il formaggio > mi passerebbe il formaggio, per cortesia?
ciao, Maria > gentilissima professoressa Maria Rossi
arrivederci > in attesa di incontrarla personalmente, porgo distinti saluti.
Sarà perché la rete ci dà la falsa e superficiale impressione di essere tutti vicini e contigui che ricevo sempre più spesso email spicce e sbrigative, senza firma, soprattutto quando chiedono un favore?
Salve,
può mandarmi una bibliografia sulla dimensione personale nei corporate blog?
E anche qualche suo consiglio, grazie. Ne avrei bisogno abbastanza presto. L'esame è vicino e i tempi stringono.
Cordialmente.
Di email così ne ho una collezione.
Ma non deve essere un problema solo mio, né una mia ipersensibilità da signora di un altro secolo se i due autori di SEND, il libro sull'email di cui parlavo qualche post fa dedicano ai messaggi di richiesta di informazioni o favori ben 14 pagine.
Le tecnologie si espandono ed espandono le nostre possibilità di conoscere, ma il nostro tempo è sempre quello, ricordavo sempre qualche post fa.
Anche la nostra sensibilità di persone e la nostra natura di esseri umani è sempre quella.
Me lo ricorda un altro bel libro che sto leggendo: In viaggio con Erodoto, di Kapuscinsky.
Un racconto superbo di come il più grande reporter dell'antichità abbia continuamente ispirato e accompagnato nei suoi viaggi uno dei più grandi reporter dei nostri tempi, in una continuità di valori che ha scavalcato 2.500 anni: documentarsi, studiare a fondo, andare, camminare, guardare con i propri occhi, annotare, parlare con le persone con curiosità ed empatia. E poi, di nuovo in mezzo ai libri, nel silenzio di uno studio, mettersi a scrivere.
Le parole sono pietre.
Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo i rapporti che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e così per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.
da: La valigia di mio padre di Orhan Pamuk, discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2006, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura.
Einaudi, 2005
SEND.
Send, The essential Guide to Email for Office and Home, di David Shipley e Will Shwalbe, è sulla mia scrivania già da qualche giorno.
Repubblica ha intervistato i due autori che, scopro ora, hanno messo su anche un sito, dal titolo davvero indovinato: Thinkbeforeyousend.
Non ho ancora letto il libro, ma vi anticipo la quarta di copertina, con gli otto peccati capitali dell'email:
1. L'email incredibilmente vaga.
(Ricordati di occuparti della questione).
2. L'email talmente maleducata e aggressiva da farti saltar su dalla sedia.
(SPIEGAMI PERCHE' NON TI SEI ANCORA OCCUPATO DELLA COSA!!!!)
3. L'email che ti manda in galera.
(Per favore, dì loro che ti avevo chiesto di vendere quando era a quota 70 dollari).
4. L'email vigliacca.
(Ecco la questione: fai tu).
5. L'email che non andrà lontano.
(Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: la nostra questione).
6. L'email talmente sarcastica da farti saltare sulla sedia.
(Te la stai prendendo con calma. Con molta calma).
7. L'email troppo informale.
(Dai! Non hai proprio niente da dirmi sulla questione?)
8. L'email fuori luogo.
(Fai un salto nella mia stanza d'albergo e ne parliamo).
Giro di vite (complice il TL).
Molto impelagata nella mia prima vita, costeggio la seconda con circospezione e per ora la studio da lontano.
Di varcare la soglia con la mia maschera in faccia come al ballo di carnevale o trasformata per magia in un'altra da me, a scadenza come Cenerentola, ancora non me la sento.
Sabato scorso sono andata al Festival della Filosofia di Roma ad ascoltare Guido Gerosa, autore di Second Life, pubblicato da poco da Meltemi. E' stato interessante, ma mi sono anche venuti i brividi e quando si avvicinava l'incontro con Hanif Kureishi sono scappata via per non perdermi neanche una parola dell'autore di Intimacy, che ha parlato del rapporto con il padre, scrittore fallito, del vivere tra due culture, dell'amore tra due ragazzi, di quello tra un'anziana signora e un giovanotto, di corpi, di immaginazione e di sogni. Tutte cose che senti profondamente tue,
che riguardano te, la tua famiglia, i tuoi amici, le tue aspirazioni e i tuoi fallimenti.
Oggi ritrovo Second Life e una recensione al libro di Gerosa sulla prima pagina del Tuttolibri della Stampa, che leggo con attenzione e curiosità, ma intanto mi prende il trafiletto di Dario Voltolini che, come me credo, la seconda vita la scruta a distanza:
Però la verità è che se io mi creassi un avatar, se io veramente volessi ricrearmi come avatar, onestamente direi che mi creerei per quello che sono e che non riesco ad essere nella prima vita. Mi spiego. A me, e credo a molti di noi, pare di non stare veramente vivendo. A me pare di stare inscenando una parte, o più parti, nessuna delle quali è veramente La Mia Vita.
Un senso di angoscia percorre le nostre vite, o perlomeno la mia, perché qualcosa non quadra, non collima, non combacia. Siamo noi e impersoniamo qualcuno di leggermente (o pesantemente) diverso da noi. Allora forse vorrei questo: vorrei sbattere tutta l'apparenza e la mistificazione della vita che faccio su qualche diavoleria informatica e restare avatar di me stesso, magari, se possibile, nel mondo reale.
Sfoglio il supplemento e a pagina 3 trovo un'intera pagina dedicata a Giorgio Morandi, che per decenni ha riscostruito e indagato il mondo e la vita spostando su un tavolo una decina di bottiglie - sempre le stesse - e poi dipingendole, disegnandole e
incidendole. Il miracolo è che la vita ce la ritroviamo anche noi, viva e profonda, e ce la ritroveranno tante altre persone dopo di noi.
Pagina 8: Meglio essere giardinieri o cacciatori? è il titolo che introduce ai libri del sociologo della "modernità liquida" Zygmunt Bauman e mi riporta alla nostra ricerca incessante di territori da conquistare, di merci da consumare, di novità da cavalcare.
Il contrario del cortiletto di bottiglie di Morandi. Il contrario di quanto sto leggendo sul piccolo libro di John Maeda Le leggi della semplicità, che ho cominciato ieri sera e che tra poco finirò. Un inno - forse un po' troppo semplice - alla concentrazione, alla riduzione di peso, alla fiducia, alla differenza, alla semplicità e all'essenzialità. Quella del design, della comunicazione, della scrittura. Del respiro, dei passi uno dopo l'altro, aggiungo io.
Quando mi sono appena affacciata a Second Life, ciò che mi ha fatto per il momento desistere è stato proprio il "peso" dell'avatar, come un ennesimo carico da portare addosso.
Come le stoffe rigide e scure che pesano sulle donne iraniane di cui parla Dacia Maraini nell'ultima pagina del Tuttolibri di oggi. Che, oggi, è così stranamente in sintonia con me: anch'io sto leggendo Leggere Lolita a Teheran.
Il tempo del treno, e il tempo dei libri.
Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, ma adesso considero quelle ore un tempo incantato e sospeso, che posso dedicare unicamente alla lettura.
Ieri e l'altro ieri ho deciso finalmente di sottrarmi al multitasking ferroviario e di lasciare a casa il mio pur leggero e sottilissimo portatile.
Mi sono così letta e goduta per intero L'ultima copia del New York Times, di Vittorio Sabadin. Un libro che appartiene a quella categoria che non ti racconta cose inedite e non ti fa grandi rivelazioni, ma fa ordine e ti aiuta a "leggere" quello che ti succede intorno, che vivi in prima persona, che in parte intuisci, ma che fai fatica a mettere a fuoco in tutta la sua complessità.
Il declino dei giornali su carta e la ricerca di una nuova vita online, il trionfo della freepress, la blogosfera, il citizen journalism sono tutte cose che seguo ormai da anni, ma l'analisi di Sabadin - precisa, documentata, avvincente come un romanzo, aggiornatissima a un paio di mesi fa - ha fatto chiarezza, a partire dalla premessa: i media e le informazioni si moltiplicano, ma il nostro tempo no. E' il nostro tempo il nuovo terreno della battaglia dei media.
Nel mio tempo, i giornali hanno perso la battaglia da un pezzo.
Non solo perché non ne compro quasi più, ma perché non ho più come una volta il "mio" giornale. Passo gran parte del mio tempo in rete, quindi leggere la notizia non mi interessa più. Cerco la differenza, che può essere di contenuto o anche solo di stile, di buona scrittura. Questa differenza la cerco in giornali molto diversi, che acquisto in giorni diversi, a seconda di ciò che hanno da offrire quel giorno: Il Sole 24 la domenica e il giovedì per Domenica e Nova, il Foglio per l'inserto del sabato, il Corriere il sabato se ho voglia di sfogliare Io Donna, ma anche altri se dai sommari online scovo per quel giorno qualcosa che mi interessa.
Lo stesso faccio con due settimanali che mi piacciono: Diario e Internazionale, che tieni sul comodino anche un mese, perché le loro storie non scadono in giornata come la busta del latte. Ma è dagli indici online che mi decido all'acquisto.
In compenso leggo tanti, ma tanti più libri: la rete mi offre mille stimoli e curiosità, nonché promozioni, che fatico a star dietro. Quando leggo un post con la recensione convincente di un libro, da parte di un blogger che stimo, entro in IBS e aggiungo al carrello. Lo riempio all'inverosimile e se al momento dell'acquisto faccio la scrematura, è pur vero che dentro ci rimangono un sacco di cose, molte di più di quelle che comprerei in libreria.
Leggo più saggi, ma anche più narrativa.
Nella battaglia per il mio tempo, stanno decisamente vincendo le storie, con la loro sospensione del tempo e con quella seduzione eterna e irresistibile che è la promessa di un nuovo mondo in cui entrare, appena aperta la copertina-porta.
Sagarana 27.
Su internet i siti nascono, si fermano immobili per anni, muoiono, spariscono senza alcuna spiegazione.
Rari, ma ci sono, i siti tenaci, longevi, di gran carattere, che non mancano mai l'appuntamento.
Uno di questi è Sagarana e la sua rivista, che esce da molti anni, sempre puntualissima.
E io puntualmente la segnalo. Perché mi fa conoscere poeti sconosciuti e magnifici, sempre con i testi originali e le biografie. E perché è un raro caso in rete di equilibrio perfetto tra parole e immagini.
Ora è arrivata al numero 27.
Leggere i classici.
(il maestro Gianni, i bambini e la Fantastica)
Mi sono trovata a scrivere per mestiere abbastanza per caso. Sono laureata in lettere, ma la mia specializzazione è la storia dell'arte, non la letteratura o la linguistica.
Tutto quello che ho imparato sulla scrittura professionale e che ho riversato in questi anni nel MdS e in questo blog l'ho imparato sul campo, giorno per giorno, trovandomi a dover risolvere dei problemi concreti, qualche volta importanti, ma molto più spesso terra-terra.
Sono sempre stata un gran lettrice, questo sì, fin da piccola e conosco bene altre quattro lingue oltre la mia, ho istinto per le parole e senso del ritmo, ma i classici della comunicazione e della linguistica non li ho mai studiati in maniera seria e sistematica come fanno per esempio oggi gli studenti di scienze della comunicazione.
Sono autodidatta, ho orecchiato tanto, leggiucchiato altrettanto, qui e là, in maniera disordinatissima. Le mie lacune "teoriche" le ho sentite e le sento molto, qualche volta sono state anche abbastanza paralizzanti, tanto da farmi pensare di non avere nessun titolo per scrivere sulla scrittura e quindi soprassedere.
Non ho superato del tutto i miei complessi, ma ho imparato e conviverci con una certa serenità, anche grazie a una rete ormai solida di amici-studiosi-seri cui ricorrere quando ho un dubbio o voglio farmi fare ben bene le bucce ai testi prima di pubblicarli.
E pian piano tanti classici me li sono letti, uno per uno. Hanno illuminato zone d'ombra, consolidato e chiarito tante cose che nel lavoro quotidiano avevo già intuito e fatte mie.
Uno dei classici che non avevo mai letto per intero l'ho cominciato ieri pomeriggio in treno, mentre scendevo verso Roma lungo l'Adriatico. Di Rodari avevo letto molte cose, sentito parlare tanto, anche da persone che lo hanno conosciuto, ma non avevo mai gustato uno per uno i brevi capitoli della Grammatica della fantasia.
Sto frenando la mia voracità e centellinando la lettura. Sarà pure un libro per bambini e per chi ai bambini insegna, ma a me sta insegnando moltissimo, oltre che divertirmi.
Sarà perché ripartire dai bambini ridimensiona la mia ignoranza, mi fa pur sentire piccola, ma tra i piccoli?
Sono tra quelli che per prima cosa in un libro leggono la prefazione e i ringraziamenti. Nella Grammatica della fantasia si trovano tutti concentrati nelle prime quattro splendide pagine che vanno sotto il titolo di Antefatto. Che inizia con uno squarcio di inverno del 1937 e finisce con "Tutti gli usi della parola a tutti" mi sembra un buon motto, un bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.
Oltre il quartiere.
La parte abitata della rete di Sergio Maistrello (Tecniche Nuove) l'ho comprato ieri mattina e ieri sera l'avevo già finito.
Avevo molte aspettative, sia per aver letto delle belle recensioni in rete, sia per quel titolo così indovinato, in cui chiunque abiti la rete - da tanto o da poco tempo - inevitabilmente un po' si rispecchia.
E anche io nel libro ho ritrovato un pezzetto di me, oltre a tante altre cose che mi
sono piaciute e ad altre che non sapevo.
Se la rete è una grande città in espansione, anche noi che ci abitiamo finiamo spesso per fare gli stessi itinerari, frequentare solo il nostro quartiere, coltivare il nostro giardinetto. Nel mio caso, i siti e i blog che il mio aggregatore mi scodella ogni giorno, tra i social network quasi eslusivamente del.icio.us, tra i giornali il solito giro. Quanto a feed, trackack, tag e nuvolette, mi arrangio, ma mi rendo conto che rimango indietro ogni giorno. Di podcast, ne ho una cartella piena, ma non sono ancora riuscita a realizzarne uno decente, degno di essere messo online.
Maistrello ha definito il suo libro una guida turistica, ed è talmente bravo che la metafora informa in maniera naturale ogni dettaglio e vialetto, fino alla efficacissima immagine del feed come cortiletto sul giardino di dietro, con la sua porta di servizio, che mi ha chiarito il concetto più di dieci articoli di riviste specializzate.
A me è sembrata soprattutto una bella visita guidata, condotta da una persona che ha competenza, capacità divulgativa e passione. Tutte insieme.
Idee e concetti sotto forma di immagini più che mille particolari, e la propria esperienza personale a illuminare e chiarire le grandi tendenze.
Quello che mi ci voleva per guardare il panorama con occhi nuovi e riprendere il viaggio.
Scoperte.
Fino a martedì scorso - ore 20 di sera circa - non sapevo chi fosse Milena Agus. A
quell'ora un'amica mi ha regalato un libro sottile, Mal di pietre, che ho cominciato a leggere poche ore dopo.
E' uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi tempi. Non so se ci sono scivolata dentro per la mia anima sarda e per la nostalgia di vento, di sole, di fiori e di quegli orizzonti marini che si aprono all'improvviso nelle stradine di Cagliari. Oppure se è perché anche il mio essere e la mia vita sono stati profondamente segnati da una nonna. O ancora perché con quaderni segreti - quelli di una volta, neri col bordo rosso - ho avuto parecchio a che fare.
Ma credo ci sia molto di più se questo libro, pubblicato da una piccola casa editrice italiana - Nottetempo - ha scalato le classifiche francesi e sta per essere tradotto e pubblicato in parecchie altre lingue.
La nonna in questione la racconta la nipote nostra contemporanea, in procinto di sposarsi. Non sappiamo per tutto il libro se la bellissima ed eccentrica nonna non riuscisse a vivere per aver dovuto interrompere gli studi e non poter scrivere se non in segreto, oppure se scrivesse per sopportare la vita. Sappiamo solo che tutto il dolore si concentrava sui suoi reni e li riempiva di calcoli - le "pietre" del titolo -, fino a straziarla. Il rimedio, lei lo sapeva, era incontrare l'amore nella sua forma più pura e trascinante, quella "cosa principale" che inseguiva con tutto il suo essere e sempre le sfuggiva. Cosa che sembra materializzarsi in un incontro magico nella località termale in cui va a curarsi come ultimo tentativo. Unica evasione dalla sua isola, insieme a un soggiorno nella grigia Milano degli anni Sessanta.
E' il finale a sorpresa a svelarci il segreto della nonna, che tra follia, folle amore e scrittura impossibile, era forse riuscita a scegliere la vita possibile.
Milena Agus su Fahrenheit, da leggere e ascoltare.
Molla tutto, e leggi una storia.
Tra le poche cose utili che ho imparato nella mia strana e intensa vita di scrittrice professionale negli ultimi anni è che quando le scadenze ti inseguono, i testi si affollano e ti prende il panico da pagina bianca la cosa peggiore che puoi fare è legarti alla sedia come Vittorio Alfieri. La migliore invece è mollare tutto. E funziona sempre.
Stamattina ho capito che era arrivato uno di questi momenti, così non ho nemmeno acceso il pc, ho preso il motorino e me ne sono andata da Feltrinelli.
Ho bighellonato moltissimo e ne sono uscita con:
- Shah-in-Shah, di Kapuscinsky (Universale Economica Feltrinelli)
Perché non vedevo l'ora di andare da qualche parte con questo reporter straordinario. - Non dire notte, di Amos Oz (I Narratori, Feltrinelli)
Perché a Oz non si resiste. Mai. - Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés (Frassinelli)
Perché è un libro che ho a lungo snobbato, invece ho leggiucchiato qua e là e mi ha presa subito.
Storie, storie, storie, dunque.
Forse perché Story è il secondo capitolo di un libro che ho appena finito di leggere: A whole new mind, di Daniel H. Pink. Un bel saggio sui valori che ci servono per la Conceptual Age, quella che sta inziando e che segue a ruota la Knowledge Age. Eccoli:
design > story > symphony < empathy > play > meaning.
Le parole si guardano.
Sul Tuttolibri della Stampa di oggi, a pagina 9 un articolo di Marco Belpoliti che recensisce Il gioco della lettura, di Gerard Unger (Stampa Alternativa), uno dei più noti type designer a livello mondiale.
Spot.

Domani, sabato 24 febbraio, prima uscita di Scrivere, corso di scrittura creativa e professionale curato dalla Scuola Holden e pubblicato da De Agostini.
Alcune voci le ho scritte anch'io (Tra le prime: scrivere il brand, il blog come diario, il blog in azienda, scrivere una brochure).
Semplice, sognante e scalza.
Grazie all'ultimo post di Marco Fossati di Creative Classics scopro che Annamaria Testa ha un sito, il sito che ho cercato invano per molti anni.
Primo: ne sono felicissima, perché i libri di Annamaria Testa sono stati fondamentali per la mia formazione, come immagino per quella di migliaia di altre persone in questo paese, scarsissimo di comunicatori che sappiano (e vogliano) comunicare e trasmettere il proprio mestiere.
Lei lo ha fatto quando ancora non lo faceva nessuno: la mia prima edizione del La parola immaginata, quella pubblicata da Pratiche, è del 1988 e ha i bordi ingialliti.
Non c'era ancora internet e le parole di quel piccolo libro furono per me come un ruscello d'acqua nel deserto. Mi rimase per la sua autrice soprattutto un grande senso di gratitudine, che poi mi ha spinto a leggere tutti i suoi libri, compreso il meno noto ma piacevolissimo Leggere e amare, 21 storie di donne sul filo dell'alfabeto.
La parola immaginata rimane per me il più bello, seguito a ruota da Le vie del senso, libro denso e sottile, quasi più pieno di immagini che di parole.
Secondo: ho ricevuto da questa signora della pubblicità l'ennesima lezione.
Un sito sobrio, semplicissimo, con tutte le parole che servono e non una di più. 
Aperto: pubblica le recensioni dei suoi libri, ma ci contraccambia con i testi degli articoli che ha pubblicato negli ultimi anni.
Una biografia stringata, che ha molto da insegnare a tanti siti e blog senza pudore nelle autolodi sperticate e nelle autopresentazioni altisonanti (e magari così blindati e così fifoni quando si tratta di condividere i propri testi o linkare qualcun altro).
Due sole fotografie, in sintonia perfetta con questo stile. Non bellissime: occhi in su, in una posa un po' buffa e sognante, semplice e scalza sotto un arco di casa, col giardino sullo sfondo.
Bella forza, direte voi: la Testa è una grande, una che degli orpelli può elegantemente fare a meno e può pure permettersi le foto caserecce.
Altrettanto vero che difficilmente si diventa grandi nascondendosi dietro gli orpelli.
Sul MdS leggi anche:
La parola pubblicitaria.
Lezioni africane.
Negli stessi giorni in cui lo scoprivo, presa nella lettura di uno dei suoi libri più famosi, uno scrittore moriva.
Io non lo sapevo. Sono stata molto in treno: tanto tempo per leggere, poco e niente per navigare e per postare.
Quindi è stato solo ieri sera tardi che ho scoperto che Ryszard Kapuscinski è morto martedì scorso in un ospedale di Varsavia.
Non avevo neanche ancora conosciuto la sua faccia, ma mi è immensamente dispiaciuto, come quando una persona se ne va all'improvviso e tu ti rendi conto che avresti voluto conoscerla meglio. Di uno scrittore però ci restano i suoi libri e io ho letto solo Ebano. Proseguirò quindi la conoscenza, al di là del tempo della vita di Kapuscinski su questa terra.
Il primo incontro è stato curioso. Qualche mese fa ho infatti letto Autoritratto di un
reporter, furbesco pasticcio editoriale di quelli oggi tanto in voga: una serie di brevi brani estrapolati da tutti i suoi libri e rimessi in ordine in diversi capitoli. Un insieme davvero sconnesso e traballante, che non gli rende minimamente giustizia ma mi ha fatto intravedere cosa potesse essere il "vero" Kapuscinski, la sua forza narrativa quando il testo non è ridotto a brandelli.
E così mi sono comprata Ebano, una serie dei suoi reportage sull'Africa, dagli anni '50 a oggi.
Un libro per il quale si potrebbero spendere mille aggettivi, ma alla fine l'unica cosa che pensi è che tutti dovrebbero leggerlo. Dai giornalisti che non sanno andare oltre gli stereotipi delle stragi tribali e degli occhi di un bambino affamato agli studenti (le poche pagine della Lezione sul Ruanda sono un'esemplare lezione di storia contemporanea), fino ai nostri politici, che soffrono spesso di comodi e personalissimi mal d'Africa.
Impossibile non pensare a un altro grande narratore di popoli, persone, terre e guerre: Tiziano Terzani.
La presenza di Terzani la senti forte in ogni pagina, la sua voce narrante è inconfondibile, ti sembra di vederlo ridere, imprecare e strizzarti l'occhio mentre leggi. Vedi, e al tempo stesso dell'autore vivi in diretta pensieri, passione, cuore, giudizi e ironia.
Kapuscinski è diverso. Di Terzani ha la stessa profondità di cultura e di studio, la
stessa curiosità verso l'essere umano che è come te ma vive in luoghi e condizioni tanto diverse dalle tue, la stessa pazienza di viaggiatore senza limiti di tempo, capace di lasciarsi sorprendere ogni giorno da ciò che succede.
Ma è capace anche di scomparire, di diventare in qualche momento solo un occhio che ti guida: dall'immensità tutta uguale del deserto al particolare di due fari che bucano la notte come gli occhi infuocati di un animale misterioso.
Persino le imboscate, i momenti in cui si sfiora la morte o si assiste alla morte vengono raccontati senza enfasi, quasi con distacco.
Distacco verso di sé e le proprie emozioni, ma un coinvolgimento sottile e profondo verso gli esseri umani che incontra lungo la strada. Persone raccontate una per una, con la loro piccola storia, il loro nome, la loro età. Quelle persone in cammino che le telecamere riprendono sempre in massa, e quelle che le telecamere non riprenderanno mai perché troppo lontane, fuori dal mondo. Come quelle delle montagne dell'Etiopia centrale:
"Sono montagne di roccia erosa, color del bronzo e del rame, dalle cime così lisce e piatte che potrebbero servire da aeroporti naturali. Sorvolandole in aereo vi si scorgono casupole di argilla senz'acqua né luce. Viene istintivo chiedersi come faccia la gente a starci, di che viva, che cosa mangi e come mai si trovi lì. Nelle ore meridiane la terra vi raggiunge temperature da altoforno, brucia i piedi, riduce tutto in cenere. Chi ha condannato degli esseri umani a quell'atroce esilio sotto le nuvole? E perché, per quali colpe? Non ho mai avuto l'occasione di arrampicarmi fino a quei borghi sperduti per cercare risposta, né qui sull'altopiano ho mai trovato qualcuno in grado di dirmi qualcosa di quella gente: ne ignoravano perfino l'esistenza. Quei disgraziati sotto le nuvole vegetavano ai margini dell'umanità, nascevano all'insaputa di tutti e sparivano, presumo precocemente, anonimi e sconosciuti."
Il sito di Kupuscinski è in polacco e per ora non sono riuscita a trovare molto per placare il mio desiderio di approfondire questo scrittore appena conosciuto e appena andato via.
Quindi grazie all'agenzia di stampa Misna, l'unica a informarci su quello che avviene nel sud del mondo, e grazie a un bel post, ricco di link, del blog fogliedivite 2.2, che leggo sempre e non ho mai ringraziato.
"Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell'immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura."
Susan Sontag
Dovere di cronaca.
Ad anni di distanza ormai da Content Critical e The Web Style Guide, Gerry McGovern torna in libreria con un nuovo libro, Web Killer Content.
A parte quel killer, che in inglese non ha solo valenze negative ma che a me dà fastidio lo stesso per la faciloneria che annuncia, le anticipazioni che ho letto mi hanno finora fatto desistere dall'acquisto.
Lo cito per dovere di cronaca, perché McGovern è un guru notissimo e le sue pilloline vengono pubblicate anche da un quotidiano di tutto rispetto come El País.
Quello che più mi ha depressa è l'eterno giochino delle simmetrie e dei numeri magici, così caro a una certa marketing literature anglosassone (non tutta, per fortuna nostra). Giochino che funziona, se proposto una volta tanto.
Ora è la volta delle 6 C. Quali? Eccole servite:
1. Who Cares?
2. Is it Compelling?
3. Is it Clear?
4. Is it Complete?
5. Is it Concise?
6. Is it Correct?
Sono perplessa: chiunque lavori sul branding online di un'azienda, sa quale lavoro complesso si fa sulla ricerca della voce, sulla varietà degli stili, sulle scelte lessicali, sui livelli paratestuali. Si lavora di lima, di cesello, di occhio e di orecchio.
L'articolo completo è qui. Giudicate voi.
Intanto, io aspetto almeno la funzione "Look inside" di Amazon. Quelle pagine iniziali che permettono di sbirciare dentro al libro in genere danno delle buone chiavi per valutarne il valore.
Books.
Nel giorno in cui a Roma si apre la fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi scopro che la rivista americana Forbes ha appena dedicato un monumentale dossier al futuro del libro, piuttosto ottimistico.
Ryszard e Tiziano.
Quando mi arriva una scatola di libri, come oggi, è difficile resistere alla tentazione di sfogliarli tutti.
Avevo molto da lavorare, quindi ho dovuto persino spostarli di stanza per non averli sotto gli occhi.
Ora però una scartabellata l'ho data: all'introduzione delle Mille e una notte e all'Autoritratto di un reporter di Kapuscinski. Autore, quest'ultimo, che conosco molto poco, ma che mi ha incuriosito.
Sono saltata di qua e di là, ma una cosa mi ha colpito molto e riguarda alcune affinità con Tiziano Terzani:
- la grande difficoltà e fatica di scrivere: niente è facile per i grandi, ogni volta la pagina bianca è uguale a un muro insormontabile
- l'ossessiva e inguaribile passione per la storia: senza conoscere il passato, le sue geografie e le sue persone, è impossibile raccontare il presente.
Mi domando se queste cose alle scuole di giornalismo le insegnino, ma mi sa di no. Perché sono cose scomode e difficili in un mondo in cui il marketing deve presentare tutto come facile facile, altrimenti nessuno apre il portafoglio.
Ancora libri.
Quelli arrivati poco fa a casa mia. Eccoli:
- Riccardo Fedriga, Il cittadino lettore, Sylvestre Bonnard 2005
- David Crystal, Language and the Internet, Cambridge University Press 2006
- Ryszard Kapuscinsky, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli 2006
- Flannery O'Connor, Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere, Minimum Fax 2002
- Jack London, Pronto soccorso per scrittori esordienti, Minimum Fax 2005
- Claudio Risé e Moidi Paregger, Donne selvatiche, Sperling&Kupfer 2006
- Colette Nys-Mazure, Celebrazione del quotidiano, Servitium 2006
- Christiane Singer, Del buon uso delle crisi, Servitium 2006
- I 4 volumi delle Mille e una notte, Einaudi 2006
La vita di ogni impresa è una storia.
Il titolo di questo post è il sottotitolo del libro Ci mettiamo la faccia tutti i giorni! (Apogeo, 10 euro), che racconta in parole e immagini la storia vera di un'azienda e delle persone che ci lavorano. E' Tele Sistemi Ferroviari, un'azienda che conosco bene, fin dalle sue origini, più di dieci anni fa. E' per questo che scrivo "vera".
Non saprei definire questo libro, che si sfoglia come un libro, ma si legge e si guarda come un sito web. Che parla di tutto, tranne che di mercato dei trasporti e dei prodotti aziendali: ci sono il cinema, il teatro, la musica, i graffiti, la filosofia e la letteratura, la montagna e persino l'agricoltura.
Forse è una brochure, forse un album, di sicuro è un racconto di ciò che le persone hanno vissuto, fatto, scritto, pensato (cantato e danzato) negli ultimi anni.
La rivoluzione del linguaggio è immediata ed evidente, ma altrettanto evidente è il suo essere solo una conseguenza di una rivoluzione che ha coinvolto l'azienda in maniera profonda e a tutti i livelli. Rivoluzione che può avvenire davvero solo se si parte non dalle grandi strategie di comunicazione e di motivazione del personale, dalle mission e dalle vision, ma dal contributo di idee che ognuno può dare. Non dall'ordine dei piani, ma dalle crisi, dal caos e dal disordine, scomodi e difficili ma veri e vitali.
Solo allora, l'azienda parla "naturalmente" il linguaggio delle persone: dentro e fuori, dipendenti e clienti, non c'è più tutta questa differenza.
Guardo questo libro allegro e coloratissimo, con le sue ben 150 pagine, e mi rendo conto di quanto siano ormai anacronistiche e vuote tutte le elucubrazioni di noi comunicatori su brevità e lunghezze, stili di carta e stili di web.
Viviamo un bellissimo momento di contaminazioni: la parola scritta può diventare rarefatta sullo schermo, e poi espandersi, riprendere fiato e ricchezza sulle pagine di un libro.
Per chi voglia conoscere la storia piuttosto unica di Tele Sistemi Ferroviari, l'appuntamento è a Roma alla libreria Mondadori di via Piave, lunedì prossimo 13 novembre alle 18. A raccontarla ci saranno anche l'AD Beppe Carrella e le curatrici del libro Barbara Parmeggiani e Carmela De Michele.
I musical di TSF >>
Storie per capire.
Sono riuscita a scrivere poco in questi giorni, non per mancanza di idee, ma di tempo.
Anzi, di idee me ne sono venute fin troppe. E non per merito mio, ma perché ispirata da letture notevoli.
Ho passato un bel po' di ore in treno e sono quindi riuscita a leggere con calma e per intero due libri splendidi, che parlando di blog, social media e web.2 mi hanno inchiodata come un romanzo.
Sono The Corporate Blogging Book di Debbie Weil e il famoso Naked Conversations di Robert Scoble e Shel Israel. Due letture preziose per chi si occupa di comunicazione e desidera capire cosa sta davvero succedendo in questo mondo che diventa sempre più piatto, in cui le organizzazioni sembrano perdere terreno, gli individui acquistarne. Oppure in cui le organizzazioni riprendono terreno quando si accorgono di essere fatte soprattutto di individui.
In rete trovate siti, recensioni, capitoli di assaggio per farvi un'idea del loro contenuto.
Quello che mi ha davvero affascinata è stata un'altra cosa: come erano scritti e perché mi avvincevano in quel modo, anche se ero stanca morta. Finivo un capitolo e non riuscivo a non abbordare il seguente.
Un po' come mi sta succedendo in queste sere in cui non posso fare a meno di passare un quarto d'ora nella New York di inizio secolo insieme ai ragazzini Vita e Diamante del romanzo di Melania Mazzucco, e come mi è successo il mese scorso in cui ho riletto i racconti di Cechov. Non vedevo l'ora di trasferirmi in una spiaggia della Crimea in autunno, dietro a una signora solitaria con un cagnolino o in un reparto psichiatrico di un misero ospedale della provincia russa. La letteratura è la mia Second Life.
Io che spesso sono così insofferente verso i libri di comunicazione di taglio anglosassone, fatti a punti e a ricette, mi sono inchinata di fronte a due libri scritti nella migliore tradizione del giornalismo e della divulgazione anglosassone.
Il tono: quello realmente "conversational" che così spesso invochiamo quando parliamo della scrittura online e che in realtà così poco spesso incontriamo. Un tono caldo,
diretto, pieno di senso dell'umorismo, ma ricco nel lessico, così vario e ritmico nella sintassi, che ti sembra di sentire una voce e di vedere un volto che racconta.
Il taglio: una serie di storie vere, una galleria di situazioni e di immagini, persone che incontri una dietro l'altra e nelle cui storie personali leggi i cambiamenti che stanno rivoluzionando il mondo.
Bellissima, in Naked Conversations, la storia dell'incontro di Hugh MacLeod e Thomas Mahon, entrambi sconsolati e in crisi al bancone di un bar londinese.
L'uno pubblicitario deluso e disoccupato, appassionato di web e autore di un blog singolare. L'altro raffinatissimo sarto di vestiti da uomo troppo costosi. Uno racconta all'altro le possibilità del web, l'altro gli svela i segreti dell'arte sartoriale.
Hugh propone a Thomas di scrivere quei segreti in un blog, e si impegna a svelargli a sua volta i segreti del web. Nasce così English Cut, che fa la fortuna di entrambi.
Nel giro di un anno Thomas è un sarto famoso, richiesto in tutto il mondo, Hugh un consulente di micro global brand (cioè come diventare un brand globale, anche se sei una persona sola, che però sa fare qualcosa di raro e speciale), oltre che uno dei blogger più famosi con i disegni del suo Gapingvoid.
Lo storytelling è tutto qui: saper raccontare delle belle storie anche quando si parla di tecnologie e di economia.
Mi ricordo di quando, qualche mese fa, ho letto The world is flat di Thomas L. Friedman. L'entusiasmo fiducioso nella tecnologia per risolvere i problemi del mondo qualche volta faceva sorridere, ma le decine e decine di storie che costituivano il libro erano bellissime. Indimenticabile il capitolo sui call center, in cui c'erano due intere pagine di sole voci di addetti che parlavano con tutto il mondo in una notte indiana. Niente altro, ma ti faceva "vedere" il mondo che sta cambiando sotto i nostri occhi.
Chi legge, è signore del tempo.
Leggere non dà soltanto soddisfazione a chi ne ha la passione; non è solo espediente per i tempi dell’insonnia; e non è solo imparare, pur considerando che “se ne ha sempre bisogno”.
Leggere è, in certo modo, diventare “signori” del tempo: una giornata arrivata a sera, tutta presa da occupazioni, affanni, corse e affetti, o inconcludente e dispersiva, può trovare riscatto, respiro, piacere in un tempo “libero”, “signore” appunto, in cui trovare distensivamente e simbolicamente tutto il senso e il valore di esistere, di essere pensanti, razionali, emozionati, di essere sempre chiamati al nuovo, attesi e attenti.
La lettura, sia solitaria sia comune, in forme diverse è un esercizio di relazione che ricolloca dentro lo spazio e il tempo, la storia e il mondo, in dignitosa libertà; riattiva il crogiuolo dell’umana maturazione; riaggiusta le dimensioni e le proporzioni di quanto si è vissuto e recepito, lo fa diventare “memoria” che dispone al futuro.
Leggere: momento creativo dell’anima e dei sensi congiuntamente; tocco estetico ai tratti laboriosi e faticati, delusi ed elusivi, delle tante quotidianità.
Ho letto questo testo sul sito di una piccola ma raffinata casa editrice, Servitium, che ha pubblicato un libretto ispiratore per questi miei non sempre facili giorni di inizio autunno.
Pacco dono.
Tra le cose che più mi piacciono dell'acquisto di libri su internet ci sono sia il poter avere libri strani, che in libreria nemmeno arrivano, sia l'arrivo a casa della scatola. Da aprire come un pacco dono, anche se so benissimo cosa contiene e i libri li ho profumatamente pagati.
In fondo - mi dico - è un regalo che faccio a me stessa.
Bene, il mio pacco dono di ieri conteneva:
- Debbie Weil, The Corporate Blogging Book, Portfolio 2006
- Jakob Nielsen e Hoa Loranger, Prioritizing Web Usability, New Riders 2006
- Robert Scoble e Shel Israel, Naked Conversations, Wiley 2006
- Bice Mortara Garavelli, Le parole e la giustizia, Einaudi 2001
- Giorgio Nardone, Cavalcare la propria tigre, Ponte alle Grazie 2003
- Gianrico Carofiglio,Ragionevoli dubbi, Sellerio 2006
- Antonia Tronti, Impara da... un itinerario tra yoga e preghiera cristiana, Servitium 2006.
A presto :-)
Ho messo il punto ai miei lavori di scrittura, dopo un'ultima faticosa, caldissima settimana, in cui le parole - spremute a fatica - sembravano non voler più uscire dalla testa e dalla penna.
Ora, per una ventina di giorni, niente scrittura, niente internet, niente email e nessuna lettura di lavoro.
Il mio bagaglio libresco contiene solo storie.
Un anticipo me lo sono concesso in questi giorni, e senza il mondo parallelo che mi ha accolto a stento avrei sopportato quello reale.
Un mondo sterminato e ricchissimo e il suo autore - il mio amatissimo Amos Oz - così racconta a pagina 327 dell'edizione economica Feltrinelli come costruisce i suoi mondi:
"Scrivere un romanzo, ho detto una volta, è più o meno come montare con i mattoncini del Lego tutte le catene montuose d'Europa. O costruire un'intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sino all'ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi.
Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milioni di decisioni: non solo sull'andamento dell'intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro... e...".
E Una storia di amore e di tenebra è davvero un intero mondo in cui immergersi, in cui l'autore ha preso di pagina in pagina migliaia di "decisioni sottili": è la storia di un popolo e di una terra tormentata, un romanzo di formazione, un racconto di famiglia, un'autobiografia, uno straordinario romanzo pieno di poesia senza essere scritto in versi.
Una lettura che fa capire meglio di tanti articoli di cronaca i tanti perché di questi giorni di bombe e di fuoco.
Ci risentiamo dopo il 20 agosto.
Passate una bella estate.
Io farò del mio meglio.
Parole paravento.
Da "amore-odio" a "vivibile", passando per "coniugare", "contesto", "segnale forte", "sostenibile", "territorio".
Sono una quarantina le Parole paravento analizzate da Claudio Nutrito (Alberto Perdisa Editore, 14 euro). Parole utili quando non si ha niente da dire, le definisce l'autore.
Ognuno vi troverà le sue e anche io mi sono divertita a individuare quelle in cui casco più spesso. La palma la riceve "consapevole", aggettivo che mi piace molto.
A dire il vero, siccome più che parlare scrivo, riesco a evitare quasi sempre la trappola della parola facile. Parole come "contesto" o "coniugare" non mi escono praticamente più dalla penna, anche se mi passano spesso per la testa.
Però c'è stato un periodo, un po' di anni fa, in cui scrivevo un sacco di discorsi per l'alto management. Discorsi rituali, in occasioni rituali in cui nessuno si aspettava niente di originale (anzi), non legati alla personalità dell'oratore, ma interscambiabili e smontabili, pronti per il riciclo.
Spesso dovevo scrivere sul nulla. Dopo i primi scoraggiamenti, diventai bravissima e producevo discorsi in un paio d'ore, proprio grazie alle parole paravento. Ne avevo un vastissimo repertorio, non solo di parole, ma anche di frasi, incipit e chiusure.
La lettura di questo piccolo libro me le ha ricordate all'improvviso. Lettura utile, perché le parole paravento a volte le devi evitare come la peste, ma a volte ti ci puoi aggrappare come a un salvagente. Dipende dal "contesto", tanto per usarne una.
Passato e futuro si incontrano in treno.
La scorsa settimana un viaggio in treno Roma - Milano e ritorno mi ha permesso di leggere per intero, e gustare a pieno, due piccoli libri che mi tiravo dietro da tempo.
Due libri diversissimi, che però ho voluto leggere insieme.
Parole di giorni lontani, di Tullio De Mauro (Il Mulino, 10 euro).
Blog generation, di Giuseppe Granieri (Laterza, 10 euro).
Lo zigzagare tra i capitoli aveva un senso per me, che sono così attirata dal futuro ma così ancorata al mio passato personale e familiare.
Il libro di De Mauro è una storia familiare, vista dai suoi occhi di bambino ed evocata da alcune parole rimaste ferme nella sua memoria. Quelle incancellabili, come certe immagini, cui ancoriamo i nostri primi ricordi. Una storia semplice, di una famiglia numerosa nella Napoli degli anni '40.
Nessuna dotta disquisizione linguistica per un racconto nato prima di tutto per sé e per la propria famiglia, e solo dopo dato alle stampe.
Scrivere per la famiglia è un'esperienza che ho vissuto in prima persona, e che raccomando come una delle più belle e gratificanti, soprattutto in questa epoca in cui delle nostre abbondantissime comunicazioni ben poco resterà.
Ma io non ho raccontato di me, dei miei genitori, di mio fratello. Non ancora.
Sono andata molto più lontano, dalla fine del '700 agli anni '50 del secolo che è appena finito. Tutto quello che se non avessi raccolto io sarebbe finito per sempre.
Ho letto interi carteggi, fatto ricerche di archivio, interrogato fotografie, intervistato mia nonna novantenne quasi ogni sera, per un'estate intera. Un pomeriggio d'autunno mi sono messa a scrivere e a Natale avevo finito, in tempo per stamparne una trentina di copie e farne dono a tutti il 25 dicembre.
Il libro di Granieri è stato all'altezza delle aspettative, uno dei pochi libri intelligenti su quello che sta succedendo in rete e che sta cambiando le nostre vite. Personalmente, mi sono sentita molto antiquata - nonostante stia davanti a un computer per tutto il giorno, abbia un sito e pure un blog - e molto poco partecipativa rispetto alla "grande conversazione".
Comunque, Blog Generation mi ha dato abbastanza da pensare e non aspetterò dei mesi per leggere l'ultimo libro di Granieri, La società digitale, in uscita a giorni, sempre presso Laterza.
Episodi di una vita incagliata.
Delle parole e delle immagini di Attilio Del Giudice ho già parlato qualche tempo fa sul MdS. E il link al suo sito è tra gli Amici nell'indice di destra di questo blog.
Le sue espressioni verbali e visive sembrano ritagliate sul nostro stile di vita, fatto di ritmi vorticosi che spesso ci vogliono privare del piacere della lettura lenta e lunga.
Attilio - a dire il vero - è un tipo pacato e tranquillo, scrive testi intensi e brevi e dipinge al pc piccoli quadri che fanno immaginare intere storie. Concentrati di parole e di colori che ti colpiscono in pochi secondi, entrano in te velocemente, anche se poi ci restano a lungo. Espressioni per tempi veloci, a misura di schermo di computer.
Anche i suoi romanzi hanno capitoli brevissimi. Nell'ultimo, La vita incagliata (Leconte, 15 euro), sono i momenti, gli sguardi e i pensieri di un ragazzino (di
eci anni o poco più), casertano e figlio di un camorrista. A raccontarli dall'interno è Ninuccio stesso, con il suo linguaggio che mescola il dialetto, l'italiano della scuola, le male parole orecchiate dai grandi.
Ninuccio - che sembra crescere insieme alle pagine del libro - è un candido, innamorato della sua maestra e ancora sensibile e incorrotto pur a contatto quotidiano con una violenza primitiva.
Una storia a episodi, non sequenziali e non concatenati. Nessuno raggiunge le due pagine. Squarci di vita meridionale, tinti di rosso e traboccanti di sentimenti forti, con la morte che si affaccia ad ogni angolo.
Tra i personaggi spicca Angelina, la mamma di Nino, che compra ogni giorno un mazzo di rose per la figlioletta annegata anni prima e soffre con grande dignità le umiliazioni e le “sgummate” del disgraziato marito. Un’anima pura.
Nino la adora e noi, dopo un paio d’ore di lettura adoriamo lui, il suo candore struggente, senza sapere come finirà la sua vita incagliata. Non importa. E’ la storia di tanti ragazzi del Sud, raccontata nel momento in cui gli esiti possibili sono ancora infiniti.
Inseguendo Zadie Smith (e il suo ultimo libro Fail Better).
Ever tried.
Ever failed.
No matter.
Try again.
Fail again.
Fail better.
Samuel Beckett
PS per i romani: Zadie Smith sarà martedì a Massenzio, insieme a Elisabetta Rasy.
Il testo sul tavolo di dissezione.
Anatomia dello scrivere (Unipress 2006, 26 euro): un titolo strano e anche un po' inquietante, che però mi è subito piaciuto molto. Faceva pensare al corpo, ai suoi pezzi, allo smontaggio e rimontaggio, al tavolo di dissezione, persino all'autopsia (irresistibile per una appassionata di gialli e legal thriller come me).
Una dimensione del lavoro sul testo che mi è sempre piaciuta tanto. Quello che molti creativi disdegnano, il lavoro di editing, io lo adoro. Può trattarsi di un bilancio aziendale, di una brochure, di un saggio, di una pagina web, non importa. Mi metto lì con lente di ingradimento, forbici e colla. Taglio, sposto, reincollo, titolo, sottotitolo, alla ricerca di un nuovo e migliore equilibrio.
Un lavoro che deve appassionare molto anche Vito
Maistrello, docente di italiano scritto presso le Università di Trento e di Padova e autore del volume.
Il libro, infatti, nelle sue 350 pagine riporta e racconta nel vivo un intero corso universitario sull'italiano scritto, dalla prima lezione all'ultima. C'è tutto dentro: la lezione, gli esercizi degli studenti commentati dal docente, la letteratura più importante sul tema, l'ortografia e la punteggiatura, le scritture scientifiche, il lessico.
Il libro è stato pensato e scritto per gli studenti universitari e per chi scrive saggi di vario tipo e dimensioni, ma è interessante per tutti coloro che si occupano di scrittura funzionale e la insegnano.
Ci sono tanti modi di "stare" con i testi.
Ci si può immergere all'interno dei testi degli altri, dando il nostro contributo editoriale, oppure nelle nostre bozze, cercando di far uscire dal bozzolo una farfalla.
O ancora - come ho fatto io per tutta la mattina - si creano dal nulla forme e immagini che ancora non esistono. Lì non stai né dentro né fuori. Aspetti che si formi un'immagine, o un frammento di essa. Appena arriva, ci lavori con le parole.
La fai crescere, finché non la senti compiuta. E non ti senti tanto un meccanico, ma più un pittore o uno scultore. Non grande, ma professionale e onesto sì.
Quando è finita, lo sai. Allora basta un tocco, un'ultima pennellata. Niente di più.
Leadership riflessive.
Oggi, gran parte del paginone centrale di Repubblica è occupato da un lungo articolo che Umberto Galimberti dedica al libro Leadership riflessive. La ricerca di anima nelle organizzazioni di Andrea Vitullo (Apogeo, 13 euro). Si intitola Se il manager non ha l'anima (il mio pdf non è perfetto, ma si legge).
Ne sono molto felice, e mi fa piacere condividere sul blog questa piccola felicità inaspettata.
Distinguo i piani. Prima quello personale.
E' un libro che ho avuto la fortuna di seguire dal suo nascere, quando era solo una bella idea nella testa di Andrea. Pensai che dedicare un libro a modi diversi di essere leader, manager, professionista, in un'organizzazione, fosse un'idea appunto bellissima ma che fosse pure un po' utopistica. Sì, perché quello cui pensava Andrea non era solo un modo diverso, ma piuttosto antitetico. Un'idea più legata all'essere che al fare, alla biografia più che al curriculum, all'anima più che al ruolo.
Poi quelle idee - nel corso dei mesi - le ho viste crescere, persino gonfiarsi un po' troppo, per poi prendere forma, venire riconsiderate, limate, fino alle rifiniture dei titoli, delle didascalie, delle interviste, della bibliografia. Un processo che trovo sempre entusiasmante, anche se faticosissimo, e che avevo finora vissuto in prima persona, con quello che scrivevo io, ma non sbirciando nell'officina testuale di qualcun altro.
Leggere il bellissimo articolo di Galimberti, scoprire quante nuove riflessioni abbiano suscitato in lui le riflessioni di Andrea - nate dalla sua esperienza di coach per manager ma anche dalla sua stessa vita quotidiana di manager in una grande azienda - mi ha fatto misurare quanta distanza avessero percorso le sue idee sulle gambe della parola scritta.
Vengo al piano professionale.
Andrea scrive di cose che stanno a cuore a chiunque abbia lavorato e lavori all'interno o per una grande organizzazione, dà voce a domande che sono di molti di noi.
Il benessere organizzativo, di cui tanto si parla, può prescindere dal benessere di ciascuno di noi?
Come dare spazio, nella dimensione lavorativa, anche alle nostre emozioni, al nostro vissuto, ai nostri sogni? Anzi, come attingere da essi nuova forza e nuove idee per lo sviluppo personale e dell'impresa?
Come uscire dalla stretta della razionalità e della tecnica? Dove e come trovare spazi di pausa e di riflessione sul proprio essere e il proprio agire manageriale?
E' possibile rallentare ritmi che sembrano inesorabili?
Quelle di Andrea non sono risposte perentorie né definitive, ma spunti per interrogarsi ancora, sul modello dei filosofi greci. La filosofia, per conoscersi e ampliare la propria visione del mondo.
Il libro finisce così:
"Vivere filosoficamente è un vivere da svegli, rinforzare e ricercare continuamente la propria indipendenza originaria, illuminati dall'approccio di ricerca filosofico e non dalle dottrine.
Vivere da svegli per non "adattarsi" a identità costruite dall'esterno, per indossare liberamente nuove maschere sul volto, maschere che corrispondono ed esprimono stupori e meraviglie di fronte a domande diverse, di fronte a percorsi di senso e di ricerca che consentono a quel volto sottostante e celato, che corrisponde alla nostra identità interiore, di forgiarsi e formarsi al riparo da condizionamenti e pressioni estranee".
Il dialogo è cominciato. Può proseguire in libreria.
Giovedì 22 giugno a Milano, da Feltrinelli in Piazza Piemonte 2, alle 18.30.
Insieme ad Andrea ci sarà anche Umberto Galimberti.
Lunedì 26 giugno a Roma, da Feltrinelli alla Galleria Alberto Sordi, alle 18.
Sarà anche una bella occasione per vedersi :-) vi aspettiamo!
Books.
I miei acquisti, la scorsa settimana, nei meandri della libreria più fornita del mondo.
Bagagli leggeri.
Nulla è più lontano da me della letteratura new age e non ho mai letto un libro di Coelho, anche se lo trovo un signore interessante e simpatico. Però oggi, sulla prima pagina di Stilos, l'occhiello del suo articolo mi ha colpita:
"Il viaggio richiede un atto di semplificazione che è di ridurre al massimo il bagaglio: un atto che è necessario anche nel viaggio più lungo e intenso, quello della vita. Liberarsi del superfluo, avere il necessario, raccogliere non beni materiali ma spirituali: ecco il segreto."
Arrivata a casa, ho obbedito a Coelho e alleggerito ulteriormente il bagaglio, togliendo un po' di cose inutili.
Per le mie otto ore di volo, due libri che spero mi inchiodino: L'impero di Cindia di Federico Rampini e La vampa d'agosto di Camilleri.
Tornerò su questo blog tra una decina di giorni. Ciao.
Lettura da ascoltare.
Grazie a internet, sono diventata una grande ascoltatrice della radio in differita.
Ho le mie trasmissioni preferite e, quando mi va, pilucco e scelgo un programma da ascoltare, magari di qualche mese fa.
Oggi ho scoperto il bellissimo sito della trasmissione di psicologia Fantasticamente, su Radio1.
Ascoltatevi la trasmissione dedicata alla Lettura, del 15 aprile scorso.
Lettere a un aspirante giornalista.
Nella settimana che oggi finisce il sito del Poynter Institute ha pubblicato una lunga e bella intervista del caporedattore Chip Scanlan a Samuel G. Freedman, docente di giornalismo alla Columbia University.
Freedman ha appena pubblicato una guida per i giovani giornalisti, scritta in forma epistolare sul modello di Lettere a un giovane poeta di Rilke.
Come si coglie dall'intervista e dagli estratti pubblicati online, si tratta di un vero racconto di vita, ricco di storie piccole e grandi, come è nella migliore tradizione del giornalismo anglosassone.
Qualcosa che mi sembra di avere intravisto anche nel libro di David Randall, Il giornalista quasi perfetto (Laterza), che ho comprato ieri, dopo una convincente e abbondante sfogliata in libreria.
Internet in redazione.
Ormai si creano spesso siti e blog dedicati a libri appena usciti.
Qualche volta l'obiettivo è puramente promozionale: una copertina, un profilo dell'autore, un link per comprarlo, una pagina di introduzione. Serve a poco, e secondo me è pure controproducente, perché il navigatore si sente un po' preso in giro: dal web ci si aspetta qualcosa di più.
Altre, il libro viene man mano messo in rete e dà vita a una community che si ritrova sul alcuni temi, come nel caso della Magia della Scrittura.
Ieri, in libreria, di fronte alla fascetta "Con estensione in rete" intorno al volume Internet nel lavoro editoriale di Gina Maneri e Hellmut Riediger, mi sono chiesta cosa volesse dire.
A casa, ho scoperto un libro esteso in rete, ma per davvero: sulla carta consigli e informazioni preziose sull'uso di internet per redattori, traduttori, giornalisti, linguisti, bibliotecari, insegnanti e studenti; sul web una strabiliante quantità di link, ordinati per funzioni e temi di ricerca, più alcune parti del libro, fino a concreti esempi di ricerca.
La concisione è l'anima della saggezza.
Attraverso uno di quegli itinerari strani e solo apparentemente casuali che solo internet sa regalarti (grazie a Sergio Caprioli, Guida Supereva per le case editrici), ieri sono arrivata a delle bellissime parole.
Sono di Giuseppe Cerone, autore di Zen.zip, un libro appena uscito di cui per ora ho letto solo l'introduzione di Tullio De Mauro.
Parlano, ancora di poesia, di concisione, di intuizione, e poi di giorni e di notti, di albe e tramonti.
Per parlarti dello zen, non c'è bisogno che ti faccia un trattato filosofico, poiché credo, come Polonio nell'Amleto, che "la concisione è l'anima della saggezza". A cui vorrei aggiungere: "Se una cosa non si può spiegare in poche parole, è inutile cercare di spiegarla in molte". Infatti poche frasi servono a volte a indicarci il cammino e a offrirci materia di pensiero più di interi volumi, ed è per questo che da sempre esiste la poesia (e mi riferisco soprattutto ai frammenti greci e agli haiku giapponesi); per questo vaste correnti filosofiche possono essere racchiuse in poche parole: piccoli semi trascendentali che contengono un mondo intero.
Un errore diffuso fa credere che il progresso consista anche nel coniare parole, salvo poi lasciarle decadere, inflazionate, come quasi tutti gli oggetti che ci circondano. Ma quante parole ci vorrebbero per spiegare "... ed è subito sera" di S.Quasimodo? E quante per chiarire che "non è possibile discendere due volte nello stesso fiume"? (Eraclito,535 a.C.). La verità è che non si può spiegare qualcosa che non si è già intuito e, se la si è intuita, perché spiegarla ? Shakespeare diceva che "discutere sul perché il giorno è giorno, la notte è notte, il tempo e tempo, non servirebbe che a sprecare il giorno, la notte e il tempo".
Ecco pertanto la voglia di scrollarsi di dosso le sovrastrutture e le interferenze e andare all'origine, che è un altro presupposto zen. Altrimenti non è che una farsa: "Facciamo rumore,e crediamo di parlare; assumiamo espressioni, e crediamo di capirci" (T.S.Eliot). Per prima cosa, quindi, bisognerebbe uscire dalla logica dei presupposti e delle conclusioni: per questo, mia cara, lascia che introduca i miei argomenti come se fossero giorno e notte insieme, perché così è più probabile che ne nasca una sintesi, un'alba o un tramonto.
Il ritorno di Krug.
"Aiuto! Il mio capo vuole che io..." è uno dei nuovi capitoli della seconda edizione di Don't make me think di Steve Krug, uno dei libri più seri e divertenti sull'usabilità dei siti web.
Libro fortunatissimo di cinque anni fa, citatissimo in tutte le bibliografie, e a ragione. Tecniche Nuove lo rimanda ora in libreria in una edizione aggiornata dall'autore. Oltre al "capo", ci sono i CSS e la Menscheit, ovvero l'umanità dei siti, più esempi e link aggiornati.
Da Barcellona.
La mia omologa catalana Neus Arqués ha scritto un bel libretto dedicato alle parole nel web: Aprender Comunición digital.
E' scritto come un sito, con tanti titoli, sottotitoli, liste, immagini, citazioni e link. Dalla lettura sul web fino ai blog, con un filo rosso che lo percorre tutto e che condivido in pieno: scriviamo per partecipare a una "grande conversazione" e la qualità delle nostre parole è l'unico modo che abbiamo per farci ascoltare.
Neus è la fondatrice di Manfatta, agenzia di contenuti digitali di Barcellona, che pubblica la newsletter La Gazetta, un blog, e dei bei white paper scaricabili gratuitamente.
Grammatiche dal sottosuolo.
Per fortuna esistono ancora le librerie che hanno anche i libri di qualche anno fa e non solo gli ultimi usciti.
Una di queste è la Feltrinelli di piazza Duomo a Milano. Ti infili nel pertugio tra griffe e panini, scendi e ti immergi in quel sottosuolo che sembra non avere fine tanto è grande.
Nel reparto linguistica, moltissimi i titoli introvabili a Roma. Sfoglio, apro, chiudo, finché una copertina colorata mi fa l'occhiolino.
"Grammatica creativa"... uhmm, l'aggettivo "creativo" mi rende sempre un po' sospettosa.
Ma mi siedo e comincio a leggere. L'introduzione dei tre autori, insegnanti di italiano nei licei, mi prende come l'incipit di un romanzo. E di romanzi e poesie è piena la grammatica:
Grammatica creativa. Creativa, perché gli autori hanno cercato di calare dal sogno alla realtà itinerari tanto meditati quanto imprevedibili, arricchiti dalle voci dei grandi maestri della scrittura (da Dante alla Yourcenar), che si svolgessero per incantesimi di lettura. L'incanto della lettura com sorpresa, moltiplicabile a sua volta in filigrana, con la collaborazione dell'occhio del lettore, in una rete infinita di sorprese.
Mi domando solo perché nelle decine di pagine web dedicate alle "risorse" per chi scrive, nelle infinite bibliografie, negli scaffali delle librerie della capitale, non mi sono mai imbattuta in questo bel libro del 1998.
Grammatica creativa
Leila Corsi, Aldo Pecoraro, Elena Virgili
Sansoni, 1998
Il trucco è un trucco.
Qualche post più in giù me la prendevo con le dritte e i trucchi.
Trucchi d'autore è il titolo di un libro appena uscito che proprio per quel titolo avevo scartato a priori.
In realtà il trucco è un trucco: lo svela una recensione sul Tuttolibri della Stampa di oggi.
Non di veri trucchi si tratta, ma dei tic e delle abitudini degli scrittori, delle loro piccole manie. Tema che mi ha sempre appassionato, a partire da Scrivere è un tic, un minuscolo libretto di Francesco Piccolo pubblicato da Minimun Fax qualche anno fa.
Trucchi d'autore è un'inchiesta di Mariano Sabatini nel quotidiano di 50 scrittori italiani, tra i quali Camilleri, Silvia Ballestra, Ugo Riccarelli, Aldo Nove, Dacia Maraini.
Ora che lo so, tolgo il libro dal cestino e lo metto nel carrello.
ll piccolo collega dell'Isola di Topazia.
Che fossimo colleghi - scriviamo entrambi - l'ho scoperto solo in un secondo momento. La cosa che invece mi ha colpito subito è stata la passione per le parole e per le immagini, o meglio per le parole come oggetti che si possono disegnare e quindi guardare.
Il primo libro di Geronimo Stilton che ho avuto tra le mani non l'ho letto e neanche sfogliato dall'inizio alla fine, ma l'ho "esplorato" con gli occhi - un po' come si legge sul web - alla ricerca delle parole "oggetti": la parola "scala" con una lettera per ogni gradino, la parola "pronto soccorso" con la croce rossa dentro le O, la parola "guancia" con la A finale tonda come una guanciotta di neonato, la parola "gelida" con tutti i ghiaccioloni che sembrano sciogliere le lettere.
Il piccolo lettore e io abbiamo quindi cominciato prima a scoprire, poi a disegnare noi stessi le "parole stiltoniane", cioè parole-oggetti inventate da noi. Ci abbiamo passato qualche pomeriggio durante le vacanze di Natale, imparando entrambi un sacco di cose.
Geronimo Stilton, piccolo topo direttore dell'Eco del Roditore, il principale quotidiano dell'Isola di Topazia, di parole se ne intende e ti insegna - senza averne l'aria - a farci su dei giochi infiniti.
Mi sono sorpresa a giocare anche in momenti serissimi, quando cerchi un'idea o devi lavorare con parole quotidiane e semplicissime. Scrivo le parole e penso a Stilton, mi lascio andare col pennarello. Qualche volta la mano precede la testa, e allora la cometa dei re magi troneggia sulle lettere come una bella fanciulla con grandi capelli biondi e luminosi, una grande scia d'oro... "cometa", dice il mio Zingarelli 2006 nuovo di zecca, "dal greco kometes 'chiomato' da kome 'chioma'".
Non conosco gli autori di quel vero fenomeno editoriale che sono i libri di Geronimo Stilton e della sua banda di amici topi, ma hanno creato un mondo di parole, di personaggi, di disegni e di luoghi capaci di tirarti dentro le avventure più inverosimili e i dialoghi più improbabili.
Piccoli libri in cui nei racconti della quotidianità dei topi ci sono anche la mitologia, la geografia, le fiabe, la mineralogia, l'ecologia e tante altre cose.
Ai bambini si chiede molto, per esempio di cimentarsi con parole difficili, che in famiglia, all'asilo o in televisione non ascolteranno mai. Eppure il topo scrittore riesce a farsi capire: perché la parola difficile pone una piccola sfida cui non ci si può sottrarre, oppure perché è stiltonianamente così disegnata e colorata che il suo significato appare evidente alla fantasia dei più piccoli, o ancora perché fa parte di un ritornello così musicale e ritmato che ripeterlo infinite volte ad alta voce diventa un piacere rassicurante e quotidiano.
"Ho giocato troppo, sono esausto!". "Che succede? Per la strada non c'è un'anima." "Piove letteralmente a dirotto." "E' d'oro e prezioso come un filone aurifero." "Disegno l'archivio di una casa editrice!"
Non credevo alle mie orecchie, ma chi è che parla così? Un bambino di cinque anni, che ha appena parlato con Stilton.
Libri e new media. Dalla Spagna.
Comunicación Cultural è un nuovo e interessante blog spagnolo dedicato ai comunicatori del settore culturale, in particolare dell'industria editoriale.
Dal blog si può scaricare l'ebook El papel de la Comunicación en la promoción del libro (boxino sull'indice di sinistra) oltre 250 ottime pagine, leggibilissime, sulla promozione del libro e della lettura attraverso i nuovi media. Da non perdere l'analisi dei siti delle principali case editrici di Spagna.
Siccome libro, letteratura e scrittura sul web impazzano, ma impazzano pure dilettantismo e improvvisazione, il papel può aiutarci a riportare la comunicazione dell'editoria su binari più seri e professionali.
Dì qualcosa di sinistra... anzi no.
Del libro di Luca Ricolfi Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori avevo già sentito parlare per bocca dello stesso autore in una intervista tv di qualche tempo fa. Non ci avevo più pensato finché un amico non me lo ha voluto prestare per forza "perché è un libro interessantissimo sul linguaggio".
Vero. Il libro non si occupa minimamente delle proposte politiche di destra e sinistra, né del loro valore, ma del "modo" e del linguaggio in cui vengono espresse.
Da uomo di sinistra, l'autore indaga soprattutto le ragioni di quella strana cosa di cui tutti siamo più o meno consapevoli, anche se non ci piace ammetterlo: la sinistra è antipatica e spesso fa di tutto per esserlo.
A chi la sinistra la vota questa cosa dispiace assai, ma a chi la sinistra la guida questo libro godibilissimo e impietoso può (forse) fare un gran bene.
"Il linguaggio della sinistra è malato, gravemente malato" esordisce Ricolfi e spiega che non di malattia semplice si tratta, bensì di una complessa patologia, fatta di almeno quattro malattie croniche:
1) la preferenza per gli schemi secondari: un fatto non si spiega in sé, ma sempre alla luce di qualcos'altro, di un ideale, di un'ideologia, di un contesto; così proliferano gli aggettivi "tendenziale", "relativo", "transitorio", i verbi "sembrare" e "apparire," le espressioni "in realtà", "se inserito nel giusto contesto, nella prospettiva, nel contesto storico..."
2) la paura delle parole, che ha portato al dilagare del politicamente corretto - che già agli inizi degli anni 80 Natalia Ginzburg bollava come "ipocritamente" corretto -: mentre la realtà e le immagini che ci arrivano per televisione, sullo schermo del computer e del telefonino sono sempre più devastanti e crude, le parole della politica - ma anche della famiglia, dei giornali e della scuola - si allontanano dalla realtà, verso derive sempre più eteree e sfumate, oppure verso il cliché..., "un linguaggio imbelle, che arretra di fronte alla pietrosità delle cose" scrive Ricolfi
3) il linguaggio codificato, quello che serve da sempre a capirsi all'interno di un gruppo e a escludere gli altri, "un linguaggio che manda in esilio le cose e le sostituis
ce con formule astratte e parole vaghe": "Senza il riformismo di matrice socialista non c'è sinistra di governo e si rischia una frattura fra questione sociale e prospettiva politica. Il problema vero, quindi, è in una nuova sintesi politica e culturale.", le 3 G di Fassino "G come genti, G come generi, G come generazioni."
4) il sentimento di superiorità morale, quello che fa dire e scrivere di rappresentare "la parte sana dell'Italia", "la società civile", che invita a non votare gli avversari per "salvare il paese".
La malattia non è di tutta la sinistra, così come non ne è immune tutta la destra. Sicuramente ne è immune la gran parte della "società civile", di destra e di sinistra. Ricolfi ne indaga le ragione storiche e propone anche alcune cure prima che sia troppo tardi. Per riportare le parole alle cose e per "dissipare la nebbia", come scriveva Natalia Ginzburg, una donna di sinistra cui il tema dell'onestà delle parole e della loro aderenza alle cose stava veramente molto a cuore.
Ancora su Dante.
Scrivevo dell'attualità di Dante solo qualche post fa e oggi ne scrive Gian Luigi Beccaria nel suo Parole in corso sul Tuttolibri della Stampa, invitandoci a ritrovare le radici "letterarie" dell'Europa:
"Dante è antico e moderno già per i tempi suoi. Si immerge totalmente nella contemporaneità, ma riconoscendo alcuni supremi valori civili e modelli di giustizia nel mondo antico. Scrive come se tutto a lui fosse contemporaneo, come se la storia non fosse evoluzione, diversità, ma una serie di rappresentazioni omologhe di una stessa verità. Antichi e moderni, personaggi mitologici, pagani e cristiani, cavalieri, papi, imperatori, religiosi, nobili e borghesi, tutti sono trascinati insieme in una sorta di giudizio universale, innalzati o condannati, da Cleopatra a Giustiniano, da Elena e Ulisse a Francesca da Rimini Ugolino e Guido da Montefeltro."
Magia romana.
Giovedì 29 settembre, alla Libreria Mondadori di Via Piave, presentazione della Magia della scrittura.
Da sinistra a destra: Alessandro Lucchini (curatore del libro e autore della E di email), Paolo Carmassi (la O di organizzazione) e io (la M di marketing).
Alessandro e Paolo hanno presentato la loro nuova creatura: La palestra della scrittura, dove trovate anche l'archivio della newsletter pocherighe, di cui vi ho parlato qualche post fa.
Buone letture per belle scritture.
Per chi è dalle parti di Pisa il 16 e il 17 settembre, un convegno sulla scrittura professionale organizzato dal Master in italiano scritto e professionale della Facoltà di Lettere. Un bel titolo, Buone letture per belle scritture, e una formula nuova: si parla di libri che aiutano a scrivere meglio. Tra questi, anche La magia della scrittura, presentato da Alessandro Lucchini.
Mappa di incontri e di idee.
I libri, le mappe mentali, la programmazione neurolinguistica, internet: passioni mie e di altri professionisti della comunicazione si incontrano in un originale esperimento di un vero sperimentatore.
Alessio Sperlinga, ideatore del più "antico" e bel portale italiano per i bambini, lancia una novità aperta alla collaborazione di tutti.
Una raccolta di mappe concettuali elaborate dopo la lettura di un libro. Lui ha cominciato, chi vuole può aggiungersi.

PS Sulle mappe mentali, vedi il Quaderno di Umberto Santucci e il sito Scatole Pensanti.
Strani giri di libri.
Quando un libro mi è particolarmente piaciuto, lo regalo e lo consiglio a più gente possibile. Così Case, amori, universi di Fosco Maraini sta girando parecchie case ed entrando in parecchie valigie di amici e parenti che partono per le vacanze.
Qualche giorno dopo aver segnalato il libro sul blog, inoltre, ho ricevuto l'email di un altro fiorentino vissuto in Giappone - Marino Caliterna -. Colpito anche lui dal libro, aveva scritto a Maraini una lunga lettera raccontando la sua, di storia d'amore con il Giappone. Molto bella anch'essa.
Ma la storia più curiosa è quella di Album di famiglia, di Renate Dorrestein, scrittrice mai sentita fino a un anno fa. Poi un giorno ricevo una lunghissima email di un amico che mi lodava e raccontava questo libro, ringraziandomi alla fine per averglielo consigliato. Evidentemente, mi confondeva con un'altra sua amica. Però il suo racconto era così bello e appassionato che decisi di andare a comprare il libro. E così, per uno sbaglio, lessi questa truculenta e bellissima tragedia familiare dei tempi moderni. Che naturalmente ho consigliato e regalato tante volte da allora.
Letture estive.
La pila dei libri che dovrei e vorrei leggere approfittando della calma estiva aumenta a vista d'occhio e tra poco finirà dritta dritta in uno zaino.
Troppi per la mia prima tranche di soli sei giorni. Comunque, sono questi:
- Al gusto di cioccolato (come smascherare i trucchi della manipolazione linguistica), di Matteo Rampin (Ponte alle Grazie, 10 euro)
Questo libro, a dire il vero, l'ho già sbocconcellato con gran gusto, ma aspetto di gustarlo a fondo. Bellissimo. - Nel segno della parola, di Daniele Del Giudice, Umberto Eco e Gianfranco Ravasi (Rizzoli, 8,20 euro)
Dalla prefazione di Ivano Dionigi: "Se i grandi cambiamenti si riconoscono innanzitutto dalle parole, allora l'imperativo è quello di creare un nuovo lessico - esatto e non mistificatorio - per nominare questo presente così globale eppure così frantumato, così estraneo eppure così invadente." - Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola. Meglio che abbondiamo. (Antimanuale di scrittura e lettura), di Stefano Lanuzza (Stampa Alternativa, 7 euro)
Il libro è intelligente e molto piacevole da leggere, anche se molto meno "anti" e alternativo di quanto vorrebbe sembrare. - Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé. di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina, 13 euro)
Ho ascoltato il professor Demetrio, fondatore dell'Università dell'Autobiografia di Anghiari, a un convegno alcuni mesi fa. E mi è piaciuto molto il suo modo di considerare l'autobiografia tra le componenti importanti dell'autoformazione nell'età adulta. Non la scrittura per acquistare fama, ma per capire qualcosa di più di sé e degli altri. - Scrivi e scopri te stesso, di Nicki Jackowska (Oscar Mondadori, 8,40 euro)
Questa è proprio un'americanata, lo so, ma spero lo scoprirvi lo stesso qualcosa di utile sulla scrittura di sé, tema che in questo momento mi interessa molto. Un altro libro, uscito da poco presso Dino Audino Editore, è Come scrivere la storia della propria vita, dedicato soprattutto a scrivere ricordi e storie per la propria famiglia. - La creatività a più voci, di Annamaria Testa (Laterza, 12 euro)
La più famosa copywriter italiana scrive di creatività, commenta e coordina altre voci e opinioni dall'evento Nuovo e Utile. - Lovemarks, il futuro oltre i brand, di Kevin Roberts (Mondadori, 24 euro)
Il futuro, secondo l'amministratore delegato di Saatchi&Saatchi, è dei brand che sapranno creare legami d'amore con i consumatori. - E poi c'è un libro che sto cercando invano e che continuerò a cercare: Il mare nel cielo, di Silvia Palombi. Una professionista della comunicazione che ha scritto il suo primo romanzo quando, di fronte a un "cataclisma della vita", un'amica le ha suggerito: "Comprati un portatile, il resto viene da sé". Lei lo ha comprato ed è andata a stare per un po' di fronte al mare.
Simpatia a prima vista.
"Stilos? Ecche è?"
"Un giornale nuovo, parla di libri. E' uscito il 21, non le è arrivato?"
"No, bella. Boh, mai sentito..."
"Guardi che ce l'ha, è dietro di lei."
"Andove?"
"Lì, in alto. Non vede? Sti-los."
"Ah, sarebbe questo. Me credevo che era un inserto. Ci ho pure scritto un telefono sopra. Lo voi lo stesso?"
"Sì, grazie. Va benissimo."
"Un euro... ammazza, costa poco."
"Be', è il primo numero."
"Sì, ma costa poco. Be', mo' so che è, almeno. Ciao, grazie."
Si è conclusa così, con l'unica copia disponibile all'edicola di Ponte Milvio, la mia ricerca del primo numero di Stilos, giornale siciliano di libri, spesso sentito nominare, ma mai letto.
Neanche ora l'ho ancora letto. Ma mi ha fatto subito simpatia: austero, 24 pagine di articoli brevi o lunghissimi su autori antichi e contemporanei, classici e "usa e getta". Un giornale, al contrario di me, senza complessi: c'è persino Patricia Cornwell, che divoro, ma che qualche volta mi vergogno di comprare ("Lo leggo in inglese" mi giustifico).
Insomma, mi è sembrato un gran bel giornale, serio in mezzo a tante bufale furbesche.
Ha avuto una vita difficile come inserto di un giornale locale, ora tenta la strada dell'autonomia su scala nazionale. Mi sembra giusto cercarlo di edicola in edicola, anche a Milano e a Bolzano, e sostenerlo, soprattutto ora che si avvia. (Grazie a Giulio Mozzi, che ne ha parlato in Vibrisse.)
Fiorentini innamorati d'oriente.
Dopo le tre ore passate mercoledì sera a riascoltare Tiziano Terzani nella sua ultima intervista, ho cominciato a leggere il libro di memorie di un altro fiorentino innamorato dell'oriente: Case, amori, universi di Fosco Maraini.
Toscanaccio anche lui, ai confini tra più mondi - da piccolo, quello colto di genitori e quello contadino dei coetanei - e tra più lingue - mamma inglese cresciuta in Ungheria, l'italiano, il giapponese -, racconta la vita di un personaggio che gli assomiglia come una goccia d'acqua e che, come lui, ha un nome inconsueto, Anacleto, detto Clé.
Come in Terzani, questo libro è pieno di cose, di persone e di realtà. Anche il pensiero, anche le riflessioni, passano attraverso le cose di tutti i giorni, designate con nomi precisissimi ("marre e rastrelli, bigonce e corbelli").
Il ragazzino amante dell'avventura e della vita non si capacita del linguaggio astratto e importante degli intellettuali che frequentavano i genitori - Ugo Ojetti, Lionello Venturi, Emilio Cecchi -: "usavano termini foneticamente stupendi, veri pezzi di alta meccanica verbale, per esempio "valorizzazione", "reinserimento"; ma cosa volevano dire quelle cavalcate mitiche di sillabe?"
E come tutte le persone che ritrovano una parte di sé in un'altra lingua, anche Clé-Fosco attinge al giapponese per esprimere concetti e sentimenti che appartengono a tutto il genere umano, ma che non in tutte le lingue hanno il loro "cartellino semantico". Come aizo, l'amore-odio, ribattezzato "amodio" in italiano, un ossimoro in una sola, breve, parola. "Utile ed espressiva", come scrive Maraini.
Una nuova sorpresa nella Scatola.
Se volete una prova di quanto scrivevo nel post precedente, andate a prenderla subito nella Scatola del sito della Magia della scrittura.
Dopo le favole di Sabina, da oggi c'è un nuovo testo, ben più corposo e denso dei booklet americani: è Scrittura e consapevolezza di Annalisa Pardini. Quasi 50 pagine che "raccontano", insieme ai fondamentali dell'applicazione dei modelli neurolinguistici alla scrittura, il faticoso ma gratificante percorso verso la consapevolezza delle proprie scelte testuali.
Annalisa attinge ai testi web come a Leopardi, ai classici della letteratura e agli opuscoli che la pubblica amministrazione ci manda a casa. E' un libro bello e utile, che ho letto un po' di tempo con grande godimento. Secondo me vale almeno 100 dollari, ma per oggi e per sempre - e solo perché siete voi - lo potete scaricare Gratis!
PS Se volete conoscere alcuni "maghi" e sapere qualcosa di più sull'applicazione dei modelli neurolinguistici alla comunicazione scritta, il libro coordinato da Alessandro Lucchini viene presentato martedì prossimo 21 giugno a Milano, alle 18, alla Casa della Cultura.
Nuove terre in vista.
E' uscito un nuovo libro di Gabriella Ambrosio, Le nuove terre della pubblicità, "un viaggio in tutte le nuove terre di frontiera del marketing e della pubblicità, come l’edge marketing e le nuove professioni del cool hunter e del cult searcher, i più recenti studi sul neuro-marketing e le sue conseguenze, la gestione della marca in un ambiente anarchico come il web, i nuovi mezzi del guerrilla advertising e suoi fecondi rapporti con la controcomunicazione o l’avanguardia artistica."
Il suo libro precedente, Siamo quel che diciamo, è una delle cose migliori che abbia mai letto sulle parole in pubblicità.
Scatole magiche.

In un post natalizio avevo raccontato del piccolo libro artigianale sulle favole e la scrittura C'era una volta, realizzato da Alessandro Lucchini, Sabina Del Monego e Corinna Corradini. Ora lo trovate in versione pdf nella nuova sezione Scatole del sito La magia della scrittura, primo di una serie di testi che approfondiscono il tema dell'applicazione dei modelli neurolinguistici alla comunicazione scritta.
Per cominciare, in C'era una volta, fiabe, suggestioni, consigli di scrittura e bellissimi disegni.
Borsa della spesa.
Accanto a me ho una pila di libri sulla scrittura comprati negli ultimi giorni. Eccoli:
- Scrivere di sé: manuale di scrittura creativa, di Renata Baldacci (Edizioni Sonda).
Un'insegnante condivide esperienze, conoscenze, esercizi per sviluppare la creatività ed educare alla scrittura bambini e ragazzi. In realtà, il libro è diretto a tutti coloro che desiderano scrivere per piacere, a partire da se stessi e dall'osservazione di quello che ci circonda. - Prima scrivere. Suggerimenti alla scrittura come comunicazione, di Raffaele Palumbo (Mediascape Edizioni).
Nato da una tesi di dottorato in Sociologia della Comunicazione, il libro è una raccolta di interviste a scrittori italiani contemporanei tra i quali Terzani, Tabucchi, Busi, Camilleri. - Dark Angels. How writing releases creativity at work di John Simmons (Cyanbooks).
Un libro sul business writing che sembra un libro d'arte: cosa tutte le arti - dalla letteratura, la musica, la scultura, la pittura - hanno da insegnare allo scrittore professionale. - The invisible grail di John Simmons (Texere).
Il santo gral è il brand, quello capace di creare connessioni emotive tra prodotto e pubblico. Per vederlo e trovarlo, il migliore strumento sono le parole e le storie. - We, me, them & me di John Simmons (Texere).
Un titolo di pronomi personali per dire l'organizzazione, l'autore, il pubblico, il contenuto. E tra loro, relazioni di parole. - The I Ching for writers di Sarah Jane Sloane (New World Library).
Molto carino, un vero sfizio per scrittori scoraggiati, bloccati, esauriti, sconosciuti ma assetati di fama. Arti divinatorie sotto forma di citazioni, consigli, motti e mantra.
Lo sguardo e il racconto.
Domani, mercoledì 18 maggio, alle 18, sarò alla Libreria Bibli a Roma a presentare - insieme a studiosi "veri" della comunicazione e della scrittura - il libro Cento talleri di
verità. Autobiografia didattica per eventi di Piero Trupia (Mediascape Edizioni, 18 euro).
Un libro originale, la storia di una vita personale e professionale rivolta in primo luogo agli studenti. Originale perché non introduce alla scrittura partendo dalla teoria o dalle regole, ma dagli eventi, dallo sguardo e quindi dal racconto.
"Essere ottimisti equivale a credere fermamente che c'è un evento per tutti. Se si vive un buon tempo d'avvento, gli eventi sono più d'uno. Accolti, generano altri eventi e una vita è narrabile, non se ha generato eventi, ma se li ha riconosciuti e li ha lasciati operare; se li ha accolti, mettendo a rischio la consolidata routine."
Solo alla fine di ogni capitolo/evento, nel "Contributo didattico", Trupia invita i suoi lettori a guardare al linguaggio, riconoscendo modelli narrativi, figure retoriche, generi e parentele letterarie.
Il libro mi è piaciuto molto. Per le storie e le persone che racconta, per lo stile asciutto, e per il modo pacato e leggero di porgere lungo tutto il testo le sue lezioni di comunicazione.
Nutriti a suon di fiabe.
Ho un carissimo amico, che fa spesso da editor al MdS e a questo blog, che ama sopra ogni altra cosa i libri e i bambini.
Lavora in azienda tutto il giorno e nel poco tempo libero si dedica ai suoi due amori, ma separatamente. Quando la routine lo stronca e l'azienda lo amareggia, gli consiglio sempre di provare a ritagliarsi il tempo per qualcosa di bello e gratuito, un'attività di volontariato per esempio. Alla domanda "Cosa ti piacerebbe fare?", la risposta è invariabilmente "Leggere fiabe ai bambini". Che bel desiderio - ho sempre pensato - peccato che un volontariato così non esista.
Esiste invece. Lo promuove l'associazione Nati per leggere, un progetto che riunisce pediatri, psicologi, bibliotecari, librai e genitori per promuovere la lettura ad alta voce ai bambini dai sei mesi ai sei anni. Un gesto d'amore che aiuta i bambini a crescere dal punto di vista relazionale e cognitivo.
La magia della scrittura

Dalla A alla Z: advertising, burocrazia, customer care, divulgazione scientifica, email, formazione, giornalismo, human resources, internet, je t'aime, il fattore K, letteratura, marketing, newsgroup & co, organizzazione, politica, quotidie, radio e tv, speechwriting, technical writing, università, vendere, worldwide writing, X, you, zitti tutti!
Sono le voci che costituiscono altrettanti capitoli di un libro sulla scrittura che esce domani: La magia della scrittura, scrivere per farsi leggere: neurolinguistica e stile efficace, coordinato da Alessandro Lucchini.
Completano il libro una ricca introduzione sui modelli neurolinguistici, un'intervista a John Grinder (fondatore della PNL insieme a Richard Bandler), una appendice sugli aspetti visivi, il cinema, il mestiere del comico, la grafologia, la mnemotecnica.
Gli autori sono più di 40, tra i quali la sottoscritta. Un libro corale, di quelli che solo Alessandro ha il coraggio e la pazienza di coordinare. Ci ha messo tutti a studiare la Programmazione Neurolinguistica e poi a capire e a raccontare in maniera divulgativa come applicarne concretamente i modelli nel nostro lavoro di scrittori professionali.
Un sito companion ospiterà alcuni capitoli del libro e un blog. Perché il libro continui a crescere e a espandersi in rete.
Il libro lo presentiamo lunedì prossimo, 9 maggio, al Salone del Libro di Torino alle 14.30. Vi aspettiamo.
PS La mia lettera è la M di marketing. Conto di mettere presto il capitolo online, così che possiate avere un assaggio del libro.
Autori-lievito.
Mi ha fatto piacere trovare nei libri raccomandati da un famoso copywriter inglese un autore italiano del Novecento.
In We, me, them, it. The power of words in business John Simmons elenca una decina di libri di narrativa che ogni buon copy dovrebbe leggere. Le parole che vi sono scritte "sono come il lievito per il panettiere": fanno crescere le nostre.
Insieme alla Piccola Dorrit di Dickens, Lolita di Nabokov, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, I figli della Mezzanotte di Rushdie, c'è Il sistema periodico di Primo Levi.
La grazia rigorosa di Livraghi.
Quando ho cominciato a leggere Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi pensavo di confrontarmi con qualcosa di interessante, ma di distante da me. Il potere lo è
sicuramente e, quanto alla stupidità, chi ammetterebbe di esserne anche soltanto sfiorato? Ci volevano il passo leggero e la grazia espressiva di Giancarlo Livraghi per farmi percepire la stupidità come una sfaccettatura talmente connaturata nella natura umana da essere anche mia, almeno in molte situazioni della vita personale e professionale.
La sua disamina è brillantemente impietosa ed è difficile sottrarvisi e non sentirsi chiamati in causa, a livello collettivo, ma soprattutto individuale: stupidità come abitudine, come paura, come vigliaccheria, come via di fuga dal cambiamento, dal confronto con gli altri.
Ma questo libretto, che a ogni capitolo ti riflette in uno specchio diverso, contiene in sé l’antidoto della malattia, ti instilla piano piano gli anticorpi attraverso l’esercizio difficile ma sempre possibile della consapevolezza. Con un linguaggio semplice, in cui le parole aderiscono sempre al pensiero e alle cose. Un linguaggio che, come sempre in Livraghi, si fa voce che ti accompagna e ti impegna - anche attraverso la distanza e la lettura - in quella cosa bella e un po’ desueta che si chiama “dialogo” o “conversazione”.
Fare un giornale sul web.
Una lunga email di stamattina, in cui mi venivano poste tutte le domande possibili sui giornali online, mi ha ricordato che ho
ormai da una decina di giorni sulla mia scrivania il nuovo libro di Luca Lorenzetti Fare un giornale online, un manuale pratico (Dino Audino Editore, 13 euro).
Fedele alla vocazione manualistica della casa editrice, il libro è piccolo, denso e, soprattutto, molto pratico: dallo "stato dell'arte" dell'informazione online all'organizzazione della redazione, dalla scelta di un sistema di content management alla pubblicità, dai modelli di business agli aspetti giuridici.
Luca, oltre a essere l'autore del sito Scrittura Creativa, è anche il presidente dell'Associazione Italiana Stampa Online.
Un libro gratis.
L'ultima newsletter di Scrittura Creativa, il sito curato da Luca Lorenzetti, si apre con questa comunicazione:
"Fino al 31 gennaio avete la possibilità di acquistare il mio libro "Un posto per scrivere - Indagine sulla scrittura creativa in Italia" senza spendere nemmeno un centesimo.
Si tratta di un'iniziativa promozionale di Seiway, Prospettivaeditrice e di "365 giorni in fiera" della Fiera del Libro di Torino.
Chiunque si registrerà al sito di 365 giorni in fiera, attraverso il seguente link:
http://www.365giorni.fieralibro.net/4024/ riceverà un buono di 12 euro da spendere nell'acquisto di "Un posto per scrivere", che comprende anche le spese di spedizione.
Dopo la registrazione, riceverete nella e-mail da voi indicata un codice numerico che servirà per attivare il vostro borsellino. Una volta dentro la sezione, potrete cercare il libro e ordinarlo. Lo riceverete gratuitamente a casa in pochi giorni tramite corriere.
E' tutto molto semplice, e completamente gratuito."
Il libro l'ho letto: una buona introduzione all'insegnamento e all'apprendimento della scrittura creativa in Italia, con notizie e indirizzi.
Balliamo?
"Una danza. Questo è
la comunicazione. Chi guida, chi
si lascia guidare. Chi accenna
un passo, chi segue. Occorre per
questo una leggerezza nel linguaggio,
nei paragrafi, nelle parole."
Queste parole, Alessandro Lucchini le ha scritte in un raffinato libretto artigianale che ho trovato oggi pomeriggio nella mia buca delle lettere. 30 pagine formato cartolina, di cartone come i libri dei bambini. 15 fiabe delicate che parlano di lettere, parole e colori, scritte da Sabina Del Monego. Colorate e illustrate da Corinna Corradini.
Ancora un manuale antiburocratese.
Arnaldo mi segnala Obiettivo farsi capire. Scrivere testi chiari per il cittadino, realizzato dall'Ufficio Promozione e Comunicazione del Comune di Cremona. Una trentina di pagine davvero ben fatte, che possono essere richieste online. Arrivano subito, in formato pdf.
Lezioni d'amore.
Il sabato mattina la mia passeggiata in centro prevede sempre una sosta in libreria. Oggi no. Non avevo proprio voglia di entrare tra due colonne di Bruni Vespi e di Enzi Biagi.
Avevo ancora negli occhi i libri speciali e bellissimi che ho visto ieri alla Fiera della media e piccola editoria "Più libri, più liberi".
Migliaia di libri belli anche solo da vedere, copertine e carte raffinate, libri fatti con amore, la maggior parte dei quali non riuscirà mai a raggiungere gli scaffali delle librerie. Perché i loro editori sono troppo locali, troppo piccoli, troppo specializzati, troppo seri e appassionati per competere con i colossi dell'editoria che contano solo sui grandi nomi e fanno fare ormai tutto ad agenzie esterne.
Era la libreria alla rovescia, una libreria dell'utopia e del sogno, in cui era piacevole e inebriante trattenersi. Un po' come passare dal supermercato con prodotti standard a un piccolo villaggio fatto solo di botteghe artigiane di qualità .
E gli artigiani erano lì, in prima persona, a raccontare i loro libri e i loro autori uno per uno. Che trattassero del mondo ebraico, di letteratura africana, della bibbia, di yoga o di poesia.
Di stand in stand ho fatto incontri importanti:
>> con i due giovani editori di Progetto Cultura, dei cui "libri col filo" ho già parlato in questo blog; erano nel loro stand con 30 titoli e "20 in cantiere", con una mamma appassionata e coinvolta nell loro avventura editoriale, con segnalibri spartani ma utili in cui annotare le cose più importanti del libro (le pagine e le impressioni da ricordare, le date...)
>> con libri introvabili nelle librerie: gli AmminoaCiDi della casa editrice Zona, meravigliosi libretti a forma di cd con l'analisi dei testi dei maggiori cantautori italiani (mi sono portata a casa Carmen Consoli e De Gregori); La pagina rubata all'universo, il racconto del viaggio in Colombia della mia collega Cecilia Barella edito da EffatÃ
>> con i cataloghi interi di editori più noti: Minimum Fax, Iperborea, Mediterranee
>> con strepitose case editrici per bambini, per esempio Dada
>> con i gioielli di carta delle Editions du Dromadaire, che non sai se sono libri, teatrini di sogno o sculture - alcuni
addirittura in esemplare unico come la "lettera d'amore" -; comunque la fisarmonica di cartone della Piccola voce me la sono portata a casa e l'ho squadernata sulla mia scrivania. Per ricordarmi che i sogni possono diventare realtà .
Comunque non finisce qui: domani ci torno. Per fare provvista di libri per i bambini che amo, di idee, coraggio e fiducia per me.
Laura immaginaria.
In apparenza sembra una rubrica, con le linguette in ordine alfabetico, solo che ad ogni lettera non trovate un glossario, né un
elenco di indirizzi, ma la storia di uno dei personaggi del romanzo.
Parlare di "personaggi" in questo caso non è del tutto appropriato perché quei nomi sono qualche volta nomi reali e qualche volta alias che uno dei personaggi si è scelto per muoversi più liberamente nella rete. Hanno un blog, chattano, scrivono, si specchiano in uno schermo del computer. Sono ragazzine, signore, poliziotti, uomini di mezza età ... ma tutti hanno una cosa in comune: vivono su internet gran parte della loro vita, si nascondono, giocano, provano un'altra identità , si inseguono. Qualche volta - raramente - si incontrano anche nella vita reale, ma non si riconoscono. Alcuni incontri finiscono in amicizia e amori, altri con una morte violenta.
Un gran carosello virtuale (ma reale) che si può leggere di pagina in pagina, o di nome in nome, perché si può mollare a metà un capitolo inseguendo un personaggio da un'altra parte del libro.
Il bello è che alcune lettere dell'alfabeto mancano, per esempio la Z. Ma l'autore di questo singolare romanzo quei buchi li ha lasciati per noi. Per continuare il racconto di Laura immaginaria (Palomar, 10 euro), moltiplicando personaggi e autori.
Del resto i numi tutelari di Antonio Zoppetti sono Calvino e Queneau, la scrittura aperta e combinatoria e gli esercizi di stile le sue passioni. Il libro prende; ha molti momenti felici e qualche ingenuità , ma la struttura è bella e originale. Soprattutto coraggiosa, perché aperta e coinvolgente in un mondo popolato di blogger narcisi e di navigatori fifoni, che si fanno audaci quando sono nascosti, ma che spesso hanno solo paura di vivere davvero.
PS Antonio Zoppetti è l'autore di Linguaggio Globale e Zop Blog.
Le voci di dentro.
Da quando la mia paura di volare si è volatilizzata, riesco a leggere e persino a studiare libri tosti nell'attesa in aeroporto e anche in volo. Così nei giorni passati ho finalmente finito due libri che mi trascinavo dietro da tempo. Due libri apparentemente lontani ma stranamente convergenti nel mio stato d'animo attuale. Due titoli un po' faciloni, di quelli che normalmente mi respingono.
Il primo: Come trovare il lavoro che piace di Caterina Mengotti (Edizioni Sonda, 10,50 euro). A dispetto del titolo americaneggiante, il libro è una bella guida a guardarsi dentro, a fermarsi ad ascoltare noi stessi per capire quello che vogliamo davvero dalla vita e dal lavoro. Perché "il lavoro che piace" oggi lo si ottiene sempre meno dagli altri, piuttosto lo si inventa, lo si crea, soprattutto lo si immagina. Quando avremo concretizzato la nostra personale "visione" del futuro lavorativo e della vita che ci piacerebbe fare, arrivarci sarà un po' più facile.
Caterina propone riflessioni interessanti, metodi basati sulla pratica yoga e la meditazione zen, esercizi, esempi di persone che hanno trasformato una passione ma anche un limite, un apparente punto debole, in un lavoro utile a se stessi e agli altri.
L'altro libro è un mattone di quasi trecento pagine: Writing the natural way, di Gabriele Rico (Tarcher Penguin, 17 dollari)). Ovvero come usare l'emisfero destro del cervello per liberare la creatività che è in ciascuno di noi, permetterci di superare il blocco della pagina bianca, scrivere con gioia e soddisfazione. Non certo per diventare scrittori, ma per avere uno strumento espressivo in più nella vita di tutti i giorni. Ci sono dei bellissimi esercizi per creare "costellazioni" di suoni e parole, ascoltando le voci di dentro che la nostra razionalità di solito zittisce ancor prima che si facciano sentire. Qualcuno l'ho sperimentato in aula: il risultato è stato di bei testi e molte emozioni.
Itinerari personali e misteriosi.
La Repubblica sta per lanciare il suo Almanacco dei Libri, che uscirà da dopodomani tutti i sabati. Una bella concorrenza allo storico Tuttolibri della Stampa.
Per questo, ieri la pagina della cultura ospitava una lunga intervista a Daniel Pennac, che in realtà non diceva qualcosa di molto diverso da quanto abbiamo tutti letto nel suo libretto Come un romanzo sui diritti del lettore. Oggi la stessa pagina è più interessante e originale, con l'articolo Quel gesto chiamato leggere a firma di Stefano Bartezzaghi.
Un passo mi è piaciuto molto, che riguarda quell'itinerario personalissimo che ci porta di libro in libro:
"Si continua a leggere perché un libro ne richiama un altro, per analogia o per contrasto; per cambiare l'atmosfera del libro precedente o per approfondirne un'idea. Nel leggere, insomma, non riconosciamo solo sequenze di lettere e parole, ma sappiamo associare a queste sequenze la loro musica interiore, magari sbagliando e travisando. Questa seconda lettura, al contrario della prima, non si può mai finire di impararla".
Sarebbe interessante tenere traccia, come su una mappa mentale, di questi itinerari per ciascuno di noi. Quale libro ci ha portato verso un altro, e poi verso un altro ancora, e magari perché.
Per me funziona soprattutto il desiderio di conoscere a fondo un autore che mi è particolarmente piaciuto: cerco di leggere tutto di lui o di lei, di esplorarne il territorio per intero. E mentre esploro, al piacere dell'approfondimento si unisce il rimpianto di stare finendo la scoperta, soprattutto per gli autori del passato. Per quelli contemporanei, ogni nuovo libro è una promessa di gioia.
Libri appena regalati.
Yogilates, di J. Urla (Libreria dello Sport, 2003).
Dalla mia amica di yoga, che mi riporta dai cieli della meditazione alla terra delle posture.
Bloody muzzare', di Attilio Del Giudice (Leconte, 2004).
Dal mio amico Attilio, che lo ha appena pubblicato e che mi piace almeno quanto Camilleri e Alicia Giménez-Bartlett.
Lo zen e il tiro con l'arco, di E. Herrigel (Adelphi, 1975).
Da chi mi tiene su lo spirito con fiori e colori.
Degas, a cura di Vanessa Gavioli.
Il volume allegato al Corriere della Sera me lo ero perso, ma un'anima gentile l'ha cercato e trovato per me.
Libri appena comprati.
Writing the natural way, di Gabriele Rico (Tarcher Penguin, 2000).
Perché coltivo un progetto di scrittura ancora quasi tutto nella mia testa.
The power process, an NLP approach to writing, di D. E. Hickman & S. Jacobson (Crown House Publishing, 1997).
Qual è Takete? Qual è Maluma? La psicolinguistica applicata alla comunicazione pubblicitaria, di F. Belli e F. Sangrillo (FrancoAngeli, 2000).
Perché me li ha consigliati Alessandro Lucchini.
Il mistero del silenzio, di Vimala Thakar (Ubaldini Editore, 1988).
Perché la meditazione e il silenzio mi fanno gustare meglio le sperimentazioni, le corse e la scrittura.
Libri appena finiti di leggere.
Tra una corsa e l'altra, sono riuscita a finire di leggere un paio di libri che mi trascinavo nello zaino da almeno un mese. Libri esili, ma densi, che mi sono piaciuti molto e che mi hanno fatto pensare. Cosa ormai sempre più rara.
Parole di carta e di web, di Franco Carlini, che ho condiviso fino all'ultima riga, anche nelle autocritiche e nei ripensamenti che, dopo dieci anni di convivenza con il web, sono anche i miei.
"Già , ma quale web...?" si chiede l'autore nell'ultimo capitolo. Cito testualmente:
- siti che invitino a una navigazione lenta e non frenetica; pagine leggere e ariose, con layout non tradizionale né troppo ovvio, in ogni caso esteticamente curate con grande affetto
- una rinnovata attenzione al testo, prendendo atto che la multimedialità spinta non è sempre un valore e in ogni caso che la possibile fusione di parole e immagini, auspicata nel precedente Lo stile del Web, spesso è impossibile e talora nemmeno auspicabile - dipende dai contenuti e dai contesti
- si aggiunga il rifiuto di spezzettare i testi a tutti i costi, riducendoli a riassunti di riassunti di lanci di agenzia, e si spinga invece per testi ben pensati e meglio scritti, riletti e corretti come si conviene: professionali insomma, senza che necessariamente siano affidati a dei professionisti.
Ho sorriso e sottolineato. Mi sono piaciuti soprattutto la parola "affetto" (ma potrei aggiungere la parola "passione"... senza la quale né questo blog, né il MdS, né amicizie preziose, né mille altre bellissime cose che mi appartengono oggi esisterebbero) e quel sognato ma "impossibile stile del web".
Tornavo in metropolitana da una lezione universitaria, dove il titolo della mia ultima slide era "lo stile del web... non esiste", indispensabile conclusione per una classe di studenti aspiranti comunicatori desiderosi di regole, certezze e verità che nessuna lezione e nessun libro potrà dare loro, se non sapranno cercarli e trovarli da soli.
L'altro libro è Le vie del senso di Annamaria Testa, prezioso per l'introduzione - così poco rituale e così sentita - di Tullio De Mauro e per le decine di variazioni di una frase semplice e quotidiana come "bella giornata, oggi".
Tre parole da smontare, rimontare, spostare, colorare, accostare a immagini, sottolinare, dissacrare. Per imparare, anche qui, a fare da soli.
Il libro della Testa mi è piaciuto anche perché vi ho ritrovato la fatica e il piacere - ma così leggero in lei - di raccontare ad altri dall'interno il proprio lavoro. Ma la capisco: i primi ad imparare siamo proprio noi mentre raccontiamo.
Bella giornata, oggi.
Bello tornare a scrivere, oggi.
Invenzione stupenda.
"Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicar i suoi più reconditi pensieri a qualsiasi altra persona, benchè distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? Parlare con quelli che sono nelle Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati? E con quale facilità , con l'accostamento di venti caratteruzzi sopra una carta".
Si apre con la famosa citazione di Galilei il corsivo di Giulio Giorello nella pagina Cultura del Corriere della Sera di oggi, interamente dedicata agli "Stati generali dell'editoria" che si aprono oggi a Roma. Interessantissimi, e un po' scoraggianti, i dati del libro bianco che trovate sul sito dell'AIE.
Bambini che scrivono.
"Tra un po' si torna a scuola, chissà se si riuscirà a tener desta l'attenzione intorno alla nostra lingua. Magari giocando. La parola non è soltanto un segno che serve per comunicare, ma è anche fantasia, e un cumulo di ambiguità , per le evocazioni celate nel nucleo. Comportandosi come meccanici specializzati, si possono montare e smontare i pezzi, vedere come funzionano. E qui la grammatica della poesia è un buon campo d'esercitazioni. Non so se ancora si usa quel prezioso libretto di Ersilia Zamponi,
Già , me lo domando anch'io. Perché quel bellissimo libretto ha insegnato a me tantissime cose sulle parole e le loro infinite possibilità . Molto di più di tanti costosi libri sulla comunicazione.
Sono andata a scovarlo nella mia libreria e l'ho sfogliato dopo tanto tempo. E' un libro, e insieme una scatola di giochi. "Draghi locopei" è l'anagramma di "giochi di parole", giochi inventati dall'insegnante Ersilia Zamponi e dai suoi allievi nella scuola media di un piccolo paese sul Lago d'Orta nei lontani anni 80.
La scatola contiene: anagrammi da fare con il proprio nome e cognome, indovinelli, scarti, zeppe,
cambi, falsi, catene, acrostici, figure retoriche, slogan pubblicitari... sotto il segno di Rodari e Queneau.
Nelle nostre librerie, diventate ormai dei supermercati che hanno solo i libri dell'ultimo anno, è difficile trovare i "draghi", ma sulle librerie online il libro c'è e si può avere in un paio di giorni. Insieme all'altro piccolo capolavoro della professoressa Zamponi, Calicanto, manuale di poesia per i più piccoli.
Busta della spesa.
Stamattina sono uscita da Feltrinelli con:
Le vie del senso, di Annamaria Testa (Carocci, 18 euro).
Libro molto esile e costoso, ma della Testa mi fido quasi ciecamente. La prima sbirciata sotto le fronde degli alberi di Villa Borghese mi dice che ho fatto bene a comprarlo.
Pubblicità d'autore, di Paola Sorge (RAI-ERI, 7,75 euro).
La penna degli scrittori al servizio della pubblicità : da Edmondo De Amicis a Dario Fo.
Belle parole, di Ferdinando Sallustio (Bompiani, 9 euro).
Siccome vedo molto poco la televisione, non sapevo che Ferdinando Sallustio fosse una star dei quiz. Penso comunque che abbia fatto un'opera meritoria. Il suo libro raccoglie 100 discorsi famosi, da Mosé a Ciampi, passando per Buddah, Cicerone, San Paolo, San Francesco, De Gaulle, Che Guevara, Martin Luther King, Papa Giovanni, Kennedy, Madre Teresa, Nelson Mandela, Clinton. Ognuno con una breve biografia dell'oratore e il "perché" del discorso. Bellissimo, e obbligatorio sullo scaffale di ogni scrittore professionale.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Messaggio da dasar:
"... questi inglesi mi sembra abbiano qualche lacuna culturale ....
Va bene Shakespeare, ma Giulio Cesare e i suoi scritti (tanto per fare un esempio)?
E Plutarco che ha analizzato gli stili di leadership di coppie di leader omologhi?
Non è che per caso l'Economist voleva fare pubblicità a un noto (ed estremamente noioso) libro di management che prende spunto dalle opere di Shakespeare ed è stato scritto, guarda caso, da un inglese?
E poi mi viene in mente Confucio, senza contare Lao Tse ancora prima di lui.
E dove mettiamo "L'arte della guerra" di Sun Tzu?
Non vorrei poi citare "Il libro dei cinque anelli" di MiYamoto Musashi ....
Insomma, non c'è solo Shakespeare e l'Inghilterra."
Cari manager, nulla è meglio di Shakespeare.
L'Economist di questa settimana lo ha detto chiaro e tondo. I libri sul tema business sono quasi tutti orrendi, noiosi, senza un'idea forte, praticamente inutili.
La formula è ormai standard: frasi brevi, liste puntate a più non posso, stili diversi che rispecchiano l'effetto collage dato dalla quantità di autori diversi, linguaggio tra il powerpoint e la relazione di un consulente, caratteri tipografici aggressivi, aneddoti e storielle di ogni tipo e nei titoli, possibilmente almeno un animale e un numero. Gorilla, pesci, e mucche viola quest'anno andavano per la maggiore (
Incredibile, ma vero.
We the media, l'ultimo libro di Dan Gillmore, guru del giornalismo online, è interamente scaricabile in formato pdf sul sito della casa editrice O'Reilly.
Tutto inizia con un taccuino blu.
Ho appena iniziato il nuovo romanzo di Paul Auster, La notte dell'oracolo.
Per tutti i fanatici della cancelleria, per chi ama i rituali della scrittura, per chi pensa di aver bisogno di un quaderno nuovo per scrivere nuove parole, ecco cosa succede già a pagina 6:
Percorsi il corridoio fermandomi ogni due o tre passi a esaminare i prodotti sugli scaffali. In gran parte si trattava di comuni articoli per l'ufficio o la scuola, ma il campionario era davvero ampio per uno spazio così angusto, e mi colpì la cura posta nell'ammassare e disporre in bell'ordine così tanti articoli, che sembravano comprendere tutto: dai fermagli di ottone di sei lunghezze diverse, a dodici modelli di graffette da carta. Quando girai l'angolo, passando nell'altro corridoio che riportava alla cassa, vidi che uno scaffale era riservato a numerosi prodotti esteri di classe: blocchi in pelle importati dall'Italia; rubriche francesi, fini cartellette giapponesi in carta di riso. C'era