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Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
mercoledì, settembre 02, 2009

Aggettivi in viaggio



Nel mese di agosto ho fatto lunghi viaggi in treno su e giù per l'Italia e senza assilli lavorativi me li sono goduti a pieno per leggere e ascoltare.
Ho letto delle storie complicate e appassionanti, come Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy e La famiglia Winshaw di Jonathan Coe, più un bel numero di gialli della parigina Fred Vargas e dei coniugi svedesi
Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Ancora, le bellissime memorie di Ernesto Ferrero sui suoi anni alla casa editrice Einaudi.
Ho anche ascoltato tante trasmissioni radiofoniche che mi ero scaricata nei mesi scorsi. Tra queste le mitiche Conversazioni sullo scrivere che Giuseppe Pontiggia tenne su Radiotre negli anni novanta.
Di Pontiggia, morto nel 2003, ho letto solo il romanzo autobiografico Nati due volte (da cui Gianni Amelio ha tratto il film Le chiavi di casa) e i tanti articoli che scriveva negli ultimi anni per l'inserto domenicale del Sole 24 Ore.
E' stato un grande insegnante di scrittura popolare, perché per anni ha tenuto le sue affollatissime lezioni e letture al Teatro Verdi di Milano.
Anche le conversazioni radiofoniche sono proprio per tutti, vere guide alla lettura prima ancora che alla scrittura, riflessioni intorno alle parole precise, quelle realmente necessarie, inviti a limare instancabilmente i testi, valutando le mille diverse alternative che abbiamo di fronte quando scriviamo.
Ben tre trasmissioni sono dedicate agli aggettivi. Un esempio per tutti: l'aggettivo felice.
Una parola di sole sei lettere, che contiene in sé uno stato di pienezza, senza condizioni e senza limiti, perché si possono vivere momenti felici persino nel dolore.
Che succede se scriviamo molto felice? Aggiungiamo una parola, e mettiamo un limite, un perimetro a quella iniziale illimitata felicità.
E il superlativo felicissimo? Pura formula, che riserviamo nelle presentazioni a chi non ci interessa affatto.
E se aggiungiamo un altro aggettivo: e vissero felici e contenti? Il sigillo della fiaba, sempre uguale, cui non si presta più attenzione perché la vicenda che ci ha tenuto col fiato sospeso si è ormai risolta.
La lezione di Pontiggia: aggiungere non sempre rafforza, più spesso diluisce; meglio prima provare a togliere.


mercoledì, giugno 10, 2009

Farsi capire, otto anni dopo



Mi ero riproposta di scrivere della nuova edizione di Farsi capire di Annamaria Testa dopo aver letto il libro per benino, riga per riga, capitolo per capitolo, matita alla mano.
La prima edizione, quella del 2000, l'avevo letta così, anzi l'avevo proprio "studiata". Del resto il libro nasceva dall'esperienza di Annamaria nelle aule universitarie.
Avevo già letto La parola immaginata e i racconti di Leggere e amare, due libri che mi erano piaciuti moltissimo.
Il primo, soprattutto, era stato una specie di faro nella mia affannosa e fino ad allora infruttuosa ricerca di riferimenti nel campo della scrittura. Imparai un sacco di cose ma la vera lezione fu capire che forse anche il mio strano ed evanescente mestiere lo si poteva raccontare agli altri, in maniera semplice e appassionata. Con la mia decisione di raccontarlo poi in un sito quella lettura ci entrò parecchio e mi servì da sprone. Non avrei mai avuto il coraggio di farlo in un libro, ma le pagine del web mi sembrarono il luogo giusto per i miei primi tentativi.
Quindi divorai anche Farsi capire, più tradizionale nella scansione (dalla teoria alla pratica della comunicazione), più ampio (c'era proprio tutto dentro: teoria della comunicazione, creatività, storia della retorica, consigli pratici), ma anche un po' meno compatto rispetto a La parola immaginata e poi a Le vie del senso. Ricordo che nella prima parte saltai qualche pezzetto e mi concentrai soprattutto sulla seconda, terreno evidentemente allora più sicuro per la copywriter consumata che aveva già prodotto il passaparola di Perlana e Liscia, gassata o Ferrarelle?
Quando ho aperto la nuova edizione non ho potuto fare a meno di aprire anche la prima e il divertente gioco del confronto mi ha preso la mano, per cui eccomi qui a scriverne subito.
Prima di tutto, è un vero nuovo libro nel senso che l'autrice non ha furbescamente aggiunto uno o due capitoli alla fine, come sempre più spesso si fa oggi, ma lo ha riscritto otto anni dopo. Otto anni in cui ha approfondito i temi della creatività e del web e in cui lei stessa ha ideato e realizzato un sito.
Il nuovo libro è più coerente, sicuro e leggero: meno citazioni dai teorici della comunicazione, teoria più stringata nell'esposizione ma non nei contenuti, più immagini, e soprattutto tanti più esempi dal lavoro e dalle letture di questi anni, da Kapuscinski a Obama.
Tutte le novità si innestano sul solidissimo e indovinato impianto della prima edizione: ogni capitolo con la presenza forte della voce narrante di Annamaria e gli schematici ed efficaci Riassumendo finali, più il ricco capitolo Testi e siti: qualche suggerimento (ben dieci pagine di indicazioni, molte inedite per me).
Questa volta il libro esce in edizione economica, una scelta che apprezzo tantissimo: oltre 400 pagine costano 11 euro, e le parole non appaiono stipate ma sono leggibilissime.
Ho letto e continuo a leggere quasi tutti i libri che riguardano la scrittura professionale, sia italiani sia stranieri. I più utili, tanti, li trovate nel mio scaffale. Ma se devo fare la famosa rosa di tre da consigliare agli studenti, a chi comincia, a chi vuole leggere libri che non solo informano ma sono anche scritti come predicano, consiglio Farsi capire di Annamaria Testa, Italiano, lo stile di Massimo Birattari e Fifty Writing Tools di Roy Peter Clark. Aggiungo, sulla comunicazione più in generale, Made to stick di Chip e Dan Heath.

PS Con l'arrivo dell'estate sto invertendo il rapporto dei miei tempi di lavoro, cioè meno produzione più studio. Ho una vagonata di nuovi libri da leggere: man mano vi terrò aggiornati.

sabato, maggio 30, 2009

Maestri, i miei



La solitudine del giovane comunicatore si intitola il bel pezzo di Mariella Governo sul sito della Ferpi. Sono davvero, i ragazzi di oggi, “senza un Maestro accanto”? Soli, nonostante i mille master, i tanti libri e la rete dei social media?
Un po’ sì, mi sa, almeno a giudicare dalle quantità di email che ricevo da loro e da come ti aspettano con pazienza alla fine di una lezione per chiederti un consiglio o solo scambiare due parole.
La generazione di Mariella e mia era pure sola, ma in modo diverso. Avevamo poco e niente cui fare riferimento, ma abbiamo avuto dei maestri.
Il mio personale "master di comunicazione" l’ho fatto nella redazione della più gloriosa trasmissione della radio, la mitica Radiodue 3131, dove regnava incontrastato il più bravo e burbero maestro che si possa immaginare, l’allora direttore di Radiodue e conduttore del programma, Corrado Guerzoni.
Accanto a lui, dietro le quinte, la capostruttura Lidia Motta, una donna che faceva tremare le vene ai polsi, ma una talent scout come non ne ho più conosciute: nella mia annata seppe selezionare una squadra di ragazzini appena laureati, senza né arte né parte, né troppo belli né troppo raccomandati, con i quali ho vissuto una stagione unica e bellissima della mia vita e che oggi sono nelle redazioni di importanti giornali e trasmissioni.
Quella coppia professionale autorevole e temutissima seppe vedere in noi potenzialità che non sapevamo nemmeno di avere e ci diede un’opportunità. Ognuno di noi l’ha colta a suo modo. Io in quella redazione ho capito che potevo imparare a scrivere e soprattutto che mi piaceva, e che si può anche essere un’inguaribile timida eppure trovare le parole giuste davanti a un microfono con tantissime persone che in quel momento ti stanno ascoltando.
Ogni giorno, per tre anni, le interminabili riunioni di redazione sono state altrettante lezioni di comunicazione e di vita. Alla fine dei miei cinque anni radiofonici ero ormai una persona diversa dalla ragazzina che voleva lavorare dietro le quinte di un museo.
Tutto questo mi è tornato in mente oggi, perché quella trasmissione – con tutti noi dentro – è raccontata in un libro con dvd che ho appena sfogliato, La prima volta del telefono, La storia del 3131 dal 1969 al 1995, pubblicato dalle edizioni Eri, collana Teche RAI. L’autore è Raffaele Vincenti, il nostro tecnico di allora che ha poi scoperto anche lui il suo “mestiere di scrivere”.
L’altro maestro l’ho avuto al mio ingresso in azienda. Molto meno burbero di Guerzoni, ma altrettanto colto e originale: Franco Maria Fontana.
Senza di loro tutto sarebbe andato in maniera molto diversa.
Ah, dimenticavo. Anche senza Mariella tutto sarebbe stato diverso: mi contattò nell’inverno del 2000 per il primo seminario italiano sulla scrittura per il web. Il mio nome glielo aveva suggerito Franco Carlini. Lei finalmente non era burbera, ma allegra e solare come la sua zazzera bionda.

sabato, aprile 18, 2009

Il linguaggio, palestra di creatività



Fronte
, come quella che abbiamo sulla sommità della faccia. O come quello della guerra.
Occhio, per vedere. Oppure quello del ciclone. O come quello di bue dell'uovo al tegamino.
Ciglio, come la protezione dell'occhio. O come quello della strada. O del precipizio.
Molare, come il dente. O come rifinire il vetro.
Incisivo, ancora un dente. O qualcosa che resta impresso.
Bocca. Per mangiare, sbadigliare, sorridere. O bocca di rosa, o bocca del fiume.
Labbro che bacia o labbro di ferita.
Mento: estremità del viso o dico bugie.

Stamattina, durante la sua master lecture all'università di San Marino, Annamaria Testa ha invitato tutti noi che stavamo lì ad ascoltarla a esplorare quella piccola e familiare superficie che è la nostra faccia.
E' bastato per farci toccare con mano quanto è importante il contesto per dare il giusto significato alle parole più semplici.
Da lì il cerchio del contesto si allarga: dalle parole alla frase, dalla frase al periodo, dal periodo al testo completo, dal testo al suo supporto, alla situazione comunicativa.
E se passiamo dal testo al discorso, il cerchio si allarga ancora ai gesti, alla faccia e all'abbigliamento di chi lo pronuncia.

La lezione riguardava la creatività, anzi "due o tre cose che so di lei", titolo della prima slide.
Creatività che non è prerogativa di artisti, pubblicitari e stilisti ispirati, ma appartiene a ognuno di noi quando ci esprimiamo con le parole. Parlando e scrivendo.
Possiamo quindi esercitarla anche nel quotidiano scegliendo e ordinando le parole con cura e consapevolezza, in funzione del nostro interlocutore, della situazione e dell'obiettivo che abbiamo in mente.
Più parole conosciamo, maggiore la nostra possibilità di scelta, più raffinata e sottile la nostra espressione.

La creatività del linguaggio si esercita in economia: bastano piccoli spostamenti, un segno di interpunzione al posto di un altro, un font, un colore, uno sfondo, l'accostamento di un'immagine a dare una nuova tonalità espressiva, a cambiare il significato o a rivoluzionare il senso di una frase.
Chi ha letto Le vie del senso di Annamaria Testa ne ha un'idea: una frase semplicissima come "Bella giornata oggi" può esprimere gioia, tristezza, rabbia, incredulità e mille altre cose a seconda delle piccole trasformazioni che subisce al suo interno o nello spazio della pagina.

PS Il sito sulla creatività di Annamaria Testa è Nuovo e Utile.

domenica, ottobre 05, 2008



Lezione in cortile

Tullio De Mauro l'ho ascoltato in diverse occasioni, una volta in una scuola elementare con davanti decine di bambini seduti per terra, un'altra nell'ambiente più solenne dell'Auditorium di Roma dove facendo su e giù sul palcoscenico rispondeva alla domanda "che cos'è una lingua?".
Venerdì pomeriggio l'ho ascoltato all'aperto, nel cortile della Biblioteca Ariostea di Ferrara: nell'atmosfera informale e festosa del Festival di Internazionale, il nostro professore ci ha intrattenuto e fatto divertire, e sembrava divertirsi parecchio pure lui.
Lo spunto era la sua rubrica sul settimanale, una finestrina che si chiama La parola, in cui De Mauro mette sotto la lente del linguista una parola nuova, che circola da poco o da tanto, uscita dagli ambiti specialistici, ma non (ancora) accolta nei vocabolari delle principali lingue europee. Molte di esse non ci entreranno probabilmente mai.
Queste parole nuove sono interessanti ma - ci ha ricordato il professore - sono solo una parte infinitesimale di una lingua. Praticamente tutto quello che abbiamo da dire, anche cose molto complicate, possiamo dirle con le 2.000 parole del vocabolario fondamentale o, se ci vogliamo proprio allargare, con le altre 5.000 parole del vocabolario di base. Con queste parole Dante ci ha scritto quasi tutta la Divina Commedia.
Intorno a questo nucleo di cui ci serviamo tutti per circa il 97% delle nostre espressioni, ci sono le 40.000 parole del vocabolario comune, quelle che conosciamo se abbiamo fatto gli studi superiori.
Naturalmente non è finita qui: ci sono i linguaggi specialistici, centinaia di migliaia di parole, soprattutto delle scienze, che solo gli specialisti appunto conoscono.
Eppure le parole nuove continuano a nascere. Nascono quando si sente la necessità di esprimere con una sola semplice parola un processo lungo, una realtà complicata, come nel caso di connettomica, la futura possibile mappa dei neuroni del cervello. Per designare un nuovo fenomeno, come blog. Oppure per dare un nome accettabile a qualcosa di difficilmente accettabile, come GWOT, l'acronimo di Global War On Terrorism, l'etichetta per la guerra in Iraq ideata dall'amministrazione Bush.
Molte di più, rispetto alle parole nuove, sono le parole il cui significante resta uguale, mentre il significato cambia nel corso del tempo, ma lì è più difficile accorgersene.
Ci vuole il linguista per farti notare che criticità oggi significa soprattutto problema, difficoltà, che leggerezza prima delle "lezioni" di Calvino era soprattutto superficialità e frivolezza, che per parole come artista, arte, storia, democrazia, liberale, l'accezione positiva è qualcosa di molto recente.
A chi leva gli scudi contro l'invasione delle parole inglesi nella nostra lingua, il professore ricorda che questo avviene anche per la straordinaria capacità dell'italiano di inglobare, adattare e digerire non solo nuove parole, ma anche nuove espressioni ("è la stampa, baby!" di Humphrey Bogart, o "la madre di tutte le battaglie" di Saddam Hussein).
Le parole nuove l'italiano le produce anche, e le diffonde nel mondo: novitismo (ostentazione vacua di novità), cronoprogramma (linea del tempo) o il nuovo significato di criticità, appunto.
Quando all'inglese, dà e prende, perché è la più latinizzata tra le lingue europee. E non si strappa i capelli per questo, anzi.


PS
Anche le note dolenti sono arrivate con il sorriso. "Siamo leader in dealfabetizzazione!" ha esordito De Mauro nel ricordarci che quel che sappiamo alla fine del corso di studi lo perdiamo poi quando entriamo e ci inoltriamo nel mondo del lavoro. Perdiamo l'abitudine alla lettura, e quindi perdiamo anche tante parole.
Peggio di noi fa solo la Sierra Leone.


domenica, agosto 03, 2008

Un'attualissima comunicatrice del secolo scorso.

Immaginate di avere davanti a voi una caraffa di vino. Scegliete pure l'annata che preferite per questa dimostrazione di fantasia, che sia di un bel rubino intenso. Avete due calici: uno è d'oro massiccio, riccamente cesellato; l'altro è di puro cristallo, esile e trasparente come una bolla. Versate il vino e bevete.
Ditemi quale calice scegliete e vi dirò se siete o meno degli intenditori. Perché se del vino vi curate poco, vorrete provare la sensazione di bere da un oggetto costato probabilmente una fortuna; se invece fate parte di quella razza in via di estinzione, amante di annate pregiate, sceglierete il cristallo, giacché tutto di quel calice è calcolato per rivelare, anziché nascondere, la bellezza della bevanda che contiene.

Cominciava così una delle conferenze che Beatrice Warde tenne a Londra nel 1955. La signora, di cui ignoravo tutto fino a qualche giorno fa, non era un'enologa, ma una esperta dell'arte tipografica, una sacerdotessa e instancabile divulgatrice dei font, ma soprattutto una "comunicatrice", come amava lei stessa definirsi. Progettava e scriveva infatti libri, articoli e anche brochure per aziende.
La fragrante metafora introduceva il rapporto tra il testo inteso come contenuto, il vino, e la sua forma sulla pagina, il calice di cristallo, che la Warde auspicava il più trasparente possibile, per far apprezzare e gustare in pieno parole e idee, senza la minima distrazione. Quando il testo del Calice di cristallo fu pubblicato, il sottititolo era infatti "la tipografia invisibile". Il massimo dell'orgoglio professionale e il massimo dell'umiltà.
In italiano, questo saggio breve e prezioso, che sembra scritto oggi e che ha molto da insegnare anche agli scrittori professionali, è stato pubblicato nel 2006 dall'AIAP e oggi è introvabile (grazie ad Antonella per la segnalazione e a Roberta per le fotocopie), ma potete sempre leggerlo in inglese.
La Warde era nata nel 1900 negli Stati Uniti, ma ha passato quasi tutta la sua vita in Gran Bretagna. Una vita bellissima e appassionata, che vale la pena di conoscere e che si compendia tutta nel testo che scrisse per accogliere i visitatori alla porta del suo ufficio:

QUESTA E' UNA TIPOGRAFIA

CROCEVIA  DI CIVILTA'
RIFUGIO DI OGNI ARTE
CONTRO LE OFFESE DEL TEMPO
ARSENALE DELLA VERITA' CHE NON HA PAURA
CONTRO LE FALSITA' SUSSURRATE
INCESSANTE FANFARA DEL COMMERCIO

DA QUESTO LUOGO LE PAROLE POSSONO VOLARE LONTANO
PER NON MORIRE CON LE ONDE SONORE
NON CAMBIARE SOTTO LA PENNA DELLO SCRITTORE
QUI OGNI PAROLA E' CONTROLLATA E FISSATA PER DURARE NEL TEMPO
AMICO, SEI IN UN LUOGO SACRO
QUESTA E' UNA TIPOGRAFIA

lunedì, luglio 07, 2008



Parole nell'etere.

Nel delirio multasking che prende tutti quelli che stanno ore e ore davanti al pc, me compresa, sembra di riuscire a fare e conoscere mille cose ma altre mille ti sfuggono. Qualche volta cose interessantissime, che dovresti vorresti fermare tutto e approfondire solo quelle.
Così ho salvato subito il link alla pagina di Dentro la sera ddi Radiotre, che sta riproponendo in questi giorni 25 Conversazioni sullo scrivere di Giuseppe Pontiggia, il primo grande insegnante popolare di scrittura creativa in Italia, capace di riempire teatri interi parlando di parole.
Ho tentato invano di salvare le trasmissioni già andate in onda, visto che il tasto Scarica lo promette, ma il sito della Rai è notoriamente un caos, un insieme sterminato di repubblichette indipendenti, ognuna con leggi tutte sue. Se qualcuno capisce come salvarle, faccia un fischio a tutti.
Che differenza la pagina dei podcast della Radiotelevisione della Svizzera Italiana! Usabilità e chiarezza da manuale. Dateci un'occhiata, per la forma e il contenuto.
Ci troverete bellissime rubriche e trasmissioni sulla lingua, i libri, l'editoria e tante altre splendide cose.
Ma la differenza si capisce benissimo: alla RTSI fanno concorsi veri e assumono persone brave e competenti. I risultati poi sono questi.

domenica, maggio 18, 2008

Ispirazioni.
"... l'ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C'è, c'è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall'ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un'incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un'incessante "non so".
Wislawa SzymborskaTutti i manuali di scrittura - creativa e professionale - amano ripetere che l'ispirazione in realtà non esiste. Per Wislawa Szymborska, invece, esiste eccome e soffia su tutti i mestieri. Basta non stancarsi di ripetere "non so", due paroline piccole, ma alate, come le definisce la poetessa polacca nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1996.
L'ho appena letto in apertura della sua raccolta di poesie Vista con granello di sabbia.
Tutti i discorsi dei Nobel per la letteratura li trovate sul sito dei Nobel, compreso lo splendido La valigia di mio padre di Ohran Pamuk.

lunedì, marzo 31, 2008

Troppo presto, signor maestro.
Si vede che oggi è la giornata della pedagogia e dei bambini, perché ho appena letto il ritratto per me inedito di un maestro famosissimo, una vera icona dell'insegnamento e dell'alfabetizzazione in Italia: Alberto Manzi.
La mia amica Stefania Bucciarelli lo racconta in uno speciale sul secondo numero di Culturiana, rivista per gli insegnanti dell'italiano come lingua straniera.
Una star televisiva, il maestro di Non è mai troppo tardi, un familiare in più nelle case Il maestro Alberto Manziitaliane di quarant'anni fa.
Eppure ancora oggi in gran parte sconosciuto, questo intellettuale profondamente solo e inquieto, troppo avanti con i suoi progetti e le sue idee.
Lo conosciamo come maestro della lingua italiana, ma la sua vera passione erano le scienze, l'ambiente e il mare, tanto che frequentò insieme l'istituto magistrale e l'istituto nautico, per laurearsi poi in biologia e solo dopo in pedagogia e filosofia.
Già nel dopoguerra, a Torino, fonda il primo giornale scritto da ragazzi all'interno di un carcere minorile.
Già negli anni sessanta, per insegnare la storia portava i suoi alunni a Dachau.
In tutte le materie - nell'epoca dei sussidiari - scelse di essere un divulgatore-narratore.
Per venti anni, ogni anno, passò mesi e mesi nella foresta amazzonica, a insegnare a leggere e a scrivere agli indios, fino a diventare una presenza scomoda. Quando gli revocarono il visto, continuò a entrare in Sud America clandestinamente.
Era il maestro più famoso d'Italia, ma finì nel mirino del Consiglio di Disciplina del Ministero della Pubblica Istruzione per otto volte. Nel 1981 si rifiutò di compilare le schede di valutazione, e lo sospesero dall'insegnamento e dallo stipendio.
Nella scuola elementare romana dove continuò a fare il maestro fino alla pensione era un emarginato, relegato all'ultimo piano. Il suo regno era il terrazzo, dove andavano solo lui e i bambini: vi allestì una vera baraccopoli con piante e animali e persino uno stagno per le bisce
.

Centro studi Alberto Manzi >>
Culturiana >>

venerdì, dicembre 28, 2007

Appunti romani.
David Weinberger è stato almeno due volte in Italia ultimamente. Una a novembre allo IAB Forum a Milano e una a Roma a dicembre. Di quest'ultima puntata proprio non sapevo, altrimenti mi sarei precipitata nell'aula della Sapienza.
Per fortuna c'era la mia amica Maria Rosa Logozzo. Non solo mi ha raccontato dell'intervento e dell'affabilità di Weinberger, ma ora ha pubblicato i suoi appunti - una "traduzione non integrale e non letterale", come dice lei - sul sito di NetOne.

sabato, dicembre 22, 2007

Regali utili.
Debbie Weil è l'autrice di The Corporate Blogging Book, un manuale assai carino su quello che sarà il fenomeno più importante della comunicazione di impresa nel prossimo anno anche qui in Italia.
Per Natale regala un ebook di 30 pagine dedicato ai blog aziendali, How to write a great business blog, una lunga intervista tratta da una videoconferenza, molto ben confezionata e aggiornatissima anche rispetto al libro.
Un altro bel regalo lo fa una testata di casa nostra, Internazionale, ormai l'unico settimanale che leggo su carta dall'inizio alla fine.
Da metà dicembre fino a giugno 2008, una volta al mese, Internazionale invita alcuni grandi giornalisti da tutto il mondo alle sue Lezioni di Giornalismo all'Auditorium di Roma.
La prima, con la giornalista israeliana Amira Hass, l'ho persa, ma questa mattina ho avuto la sorpresa di trovarla in rete in versione audio e video sul sito della rivista.
Visto che in Italia abbiamo tanti giornalisti, che però raccontano poco e niente del loro mestiere, e un esercito di aspiranti tali, le Lezioni di Giornalismo di Internazionale sono davvero un appuntamento da non perdere.

martedì, novembre 27, 2007

Buon compleanno.
Maria Emanuela Piemontese mi segnala la "festa" che il Dipartimento di Studi Filologici, Tullio De MauroLinguistici e Letterari dell'Università La Sapienza di Roma dedica dopodomani, giovedì 29 novembre, ai 50 anni di attività didattica di Tullio De Mauro.
Festa aperta a tutti, con intervento del festeggiato dal titolo Scienze inumane e scienze inesatte? Qualche riflessione sul sapere critico.
Per i non romani e per tutti, qualche link per conoscere meglio e per ascoltare comunque Tullio De Mauro:
> il sito ufficiale
> la bellissima serie di 5 trasmissioni che gli ha dedicato la Radio della Svizzera Italiana
> un post di questo blog.

giovedì, novembre 15, 2007

Postilla al post su Munari.

Nei racconti di Munari che accompagnavano la mostra milanese di un paio di post fa, il designer dà delle definizioni semplicissime ma precise come il taglio di un diamante di quattro parole vicine, confinanti e spesso confuse, soprattutto nel mondo della comunicazione. Non sono riuscita ad annotarle, ma le ho ritrovate in rete.
Eccole:

invenzione
produce qualcosa che prima non c'era, ma senza problemi estetici: la cosa inventata deve funzionare bene, ma non deve essere necessariamente bella

fantasia
permette di pensare a qualcosa che prima non c'era senza nessun limite, cioè anche qualcosa che non è realizzabile, per esempio un animale fantastico

creatività
usa sia la fantasia sia l'invenzione per ideare qualcosa che prima non c'era, ma che sia realizzabile e funzionante

immaginazione
permette di immaginare i prodotti dell'invenzione, della creatività e della fantasia.

La fonte: la fantastica lezione che Munari a 84 anni tenne presso la facoltà di Architettura di Venezia, disponibile sul sito del corso di laurea in Disegno Industriale dell'Università di San Marino.
Di grande ispirazione anche per copy e scrittori in crisi e a corto di idee.

martedì, novembre 13, 2007

I mille occhi del bambino Bruno.
"L'uomo di Munari è costretto ad avere mille occhi, sul naso, sulla nuca, sulle spalle, sulle dita, sul sedere..." ha scritto Umberto Eco del nostro più grande designer del novecento.
E in effetti passare un paio d'ore tra le creazioni di Bruno Munari, come sono riuscita a fare domenica pomeriggio, significa moltiplicare i punti di vista, avere la sensazione di affondare lo sguardo - come un periscopio - dentro i volumi chiusi delle cose, oltre la superficie dei materiali e gli orizzonti delle stanze e delle case, oltre il tempo, Bruno Munariscambiando preistoria e futuro.
Quello che si riesce a vedere e che improvvisamente appare così chiaro, sono forme e verità semplicissime, talmente semplici che la prima cosa che ci si domanda è: "Ma come ho fatto a non pensarci anch'io, a non vederlo prima?"
Tanto più che gli oggetti di Munari - un libro, un quadro, una forchetta, una lampada, una porta o un portapenne - non sono sogni o visioni, ma oggetti funzionalissimi, di cui sentiamo immediatamente il bisogno.
Tanto più che questi oggetti rispondono a bisogni molto speciali: essere sereni, riuscire a sorridere e a meravigliarsi, vivere momenti di bellezza e felicità nella vita di tutti i giorni.
Un libro, quindi, può anche essere illeggibile, fatto solo di fogli colorati e di fili e palline. Ma che importa? Non deve trasmettere informazioni, ma anticipare ai bambini - prima ancora che siano in grado di leggere - che nei libri troveranno tantissime sorprese. Una funzione da poco?
B. Munari, Libro illeggibile, 1951.Un libro può anche avere le dimensioni e la morbidezza di un materasso, ma un materasso colorato da sfogliare e in cui il bambino può fare un pisolino e un breve sogno.
Una scultura può essere bidimensionale, fatta di un cartoncino colorato formato A4, stare tra le pagine di un libro e prendere vita solo quando la si piega. La sua funzione? Rallegrare un'anonima stanza di albergo durante un viaggio.
Anche le scritture impossibili di popoli sconosciuti formano interi alfabeti completi e coerenti, assolutamente plausibili come le più azzardate ma credibili realtà della fantascienza.
Nella porta di ingresso di una casa possono essere integrati oggetti che parlano degliB. Munari, Guardiamoci negli occhi. abitanti in maniera ancora più esplicita del campanello con il nome, come le corde tese di un violino per la porta di un musicista.
Per vedere tutte queste belle e semplici cose, ci vogliono tanti occhi come ricordava Eco, ma occhi che abbiano saputo conservare stupore e candore da bambini.
Per questo Munari ha dedicato ai bambini tutta la sua vita e in tutta la sua vita non ha mai smesso di giocare con rigore e leggerezza.
Ascoltarne la voce mentre racconta la sua vita e le sue creazioni nell'audioguida della mostra che il Comune di Milano gli dedica in occasione del centenario della nascita è un'esperienza e una lezione di comunicazione davvero unica.

MunArt, il miglior posto in rete per conoscere Bruno Munari >>

venerdì, agosto 31, 2007

Lo stile di Franco.
Avevo staccato tutto la scorsa settimana, dal cellulare al quotidiano. E anche ieri, tornata a casa, avevo voluto conservare intatto questo silenzio prima di reimmergermi nella rete.
Quindi è stato solo poco fa che ho saputo che Franco Carlini se ne è andato.
Ho provato un dispiacere enorme, anche se ho solo corrisposto con lui qualche volta e non l'ho mai conosciuto personalmente.
Mi è stato improvvisamente chiaro e nitido quanto gli dovessi.
Fu Lo stile del web a farmi ragionare sulla scrittura in rete: me ne ero già occupata, ma è stato lì che ho trovato gli stimoli e i dubbi che servono per pensare e non solo per imparare.
Ed è stato Franco a far conoscere veramente il
Mestiere di Scrivere. Una mattina di maggio del 1999 trovai una sua email che mi comunicava di averci scritto su qualcosa sull'Espresso. L'email era laconica, ma la mezza pagina che dedicò al mio allora striminzito sitarello era piena di stima, ed io pensai che forse valeva davvero la pena di impegnarsi per essere all'altezza di quella stima. L'avventura vera cominciò lì.
Quella stima la ritrovai anche in Parole di carta e di web, che formulava così bene quello che io allora sentivo come inquietudine, ma non sapevo assolutamente esprimere da sola.
Ognuno di noi, quando scrive, pensa ai lettori più lucidi e severi, tra quelli possibili.
Io ho sempre pensato anche a Franco Carlini, quando mi decidevo a pubblicare qualcosa di nuovo.
Di recente qualcuno - credo Giacomo Mason - mi aveva detto che stava scrivendo un nuovo libro. Ricordo il senso di felice aspettativa che mi ha riempita all'improvviso.
Ora, invece, sono solo piena di una grande tristezza.

domenica, maggio 27, 2007

Le porte dell'infinito.
Che cos'è una lingua?
Il professore sul palcoscenico, al buio, risponde prendendola alla larga. Ricorda che quando a Hegel uno studente chiese, durante una passeggiata, che cosa fosse la natura, il filosofo fece un grande gesto con le braccia e rispose "Tutto questo!"
Il professore ripete teatralmente il gesto, che pare comprenderci tutti, e comincia anche lui a passeggiare, su e giù, cosa che farà instancabilmente per due ore buone.
Una lingua sono tutte le parole che ci circondano, quelle intorno e fuori di noi, che leggiamo, pronunciamo, usiamo per intrecciare continue relazioni con gli altri. Ma sono soprattutto le parole dentro di noi, quelle del ragionamento, del pensiero, del dialogo interiore. Le parole non ci lasciano mai soli.
Una lingua ha le sue regole, ma per fortuna anche mille eccezioni e mille imperfezioni. Sono proprio loro a permettere alla lingua, e quindi a noi che la usiamo, di "aprire alla nostra finitezza le porte dell'infinito". Cioè di dire una enorme quantità di cose impensabili, indicibili, mai dette, sconosciute.
Le porte verso l'infinito sono sette, e il professore le elenca una per una:
1. la capacità di combinare un numero limitato di parole, magari trite e quotidiane, in un numero praticamente illimitato di frasi diverse: è quello che fa la poesia e che Orazio chiamava callida iunctura
2. qualsiasi frase può essere interrotta in qualsiasi punto... e acquistare così un nuovo significato
3. il significato di ogni frase può cambiare a seconda di chi la sta pronunciando: "il denaro va buttato dalla finestra" assume un significato opposto se a pronunciarla è un padre di famiglia che rimprovera i figli spreconi o un monaco che predica la povertà
4. la grammatica, che con tutte le sue variazioni e declinazioni ci permette di ancorare le parole alle situazioni contingenti: passato, presente, futuro...
5. la dilatabilità dei significati: con quante parole diverse si può designare una cosa a seconda delle persone e dei loro diversi punti di vista (una casa è una casa per chi la abita, una costruzione per un architetto, un domicilio per l'impiegato di un ufficio pubblico...), e quanti significati diversi può avere una singola parola!
6. la metalinguisticità riflessiva: in parole povere, la capacità della lingua di interrogarsi sulla lingua stessa, cioè di chiedere "che vuoi dire?", "che significa?", quindi di spiegare e spiegarci, di essere "solidali nel parlare"
7. il vocabolario, che si dilata e si restringe in continuazione, con le parole che vanno e vengono, appaiono per rimanere o invece passare subito di moda, a seconda di quello che avviene in questo nostro mondo.

Stamattina, alla conferenza-lezione-chiacchierata di Tullio De Mauro all'Auditorium Parco della Musica di Roma

PS Se volete ascoltare con calma altre piacevoli chiacchierate del nostro professore, che non manca mai di premettere "scienziato del novecento" davanti a Einstein e "linguista svizzero" davanti a de Saussure, andate sul sito della Radiotelevisione della Svizzera italiana, che gli ha dedicato
cinque bellissime puntate.

giovedì, maggio 24, 2007

Le parole sono pietre.
Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo i rapporti che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e così per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.

da: La valigia di mio padre di Orhan Pamuk, discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2006, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura.
Einaudi, 2005

lunedì, aprile 23, 2007

Il principe delle quisquilie.
Con questo titolo, il sito della Treccani dedica uno speciale al linguaggio di Totò.

domenica, aprile 15, 2007

Leggere i classici.
(il maestro Gianni, i bambini e la Fantastica)

Mi sono trovata a scrivere per mestiere abbastanza per caso. Sono laureata in lettere, ma la mia specializzazione è la storia dell'arte, non la letteratura o la linguistica.
Tutto quello che ho imparato sulla scrittura professionale e che ho riversato in questi anni nel MdS e in questo blog l'ho imparato sul campo, giorno per giorno, trovandomi a dover risolvere dei problemi concreti, qualche volta importanti, ma molto più spesso terra-terra.
Sono sempre stata un gran lettrice, questo sì, fin da piccola e conosco bene altre quattro lingue oltre la mia, ho istinto per le parole e senso del ritmo, ma i classici della comunicazione e della linguistica non li ho mai studiati in maniera seria e sistematica come fanno per esempio oggi gli studenti di scienze della comunicazione.
Sono autodidatta, ho orecchiato tanto, leggiucchiato altrettanto, qui e là, in maniera disordinatissima. Le mie lacune "teoriche" le ho sentite e le sento molto, qualche volta sono state anche abbastanza paralizzanti, tanto da farmi pensare di non avere nessun titolo per scrivere sulla scrittura e quindi soprassedere.
Non ho superato del tutto i miei complessi, ma ho imparato e conviverci con una certa serenità, anche grazie a una rete ormai solida di amici-studiosi-seri cui ricorrere quando ho un dubbio o voglio farmi fare ben bene le bucce ai testi prima di pubblicarli.
E pian piano tanti classici me li sono letti, uno per uno. Hanno illuminato zone d'ombra, consolidato e chiarito tante cose che nel lavoro quotidiano avevo già intuito e fatte mie.
Uno dei classici che non avevo mai letto per intero l'ho cominciato ieri pomeriggio in treno, mentre scendevo verso Roma lungo l'Adriatico. Di Rodari avevo letto molte cose, sentito parlare tanto, anche da persone che lo hanno conosciuto, ma non avevo mai gustato uno per uno i brevi capitoli della Grammatica della fantasia.
Sto frenando la mia voracità e centellinando la lettura. Sarà pure un libro per bambini e per chi ai bambini insegna, ma a me sta insegnando moltissimo, oltre che divertirmi.
Sarà perché ripartire dai bambini ridimensiona la mia ignoranza, mi fa pur sentire piccola, ma tra i piccoli?
Sono tra quelli che per prima cosa in un libro leggono la prefazione e i ringraziamenti. Nella Grammatica della fantasia si trovano tutti concentrati nelle prime quattro splendide pagine che vanno sotto il titolo di Antefatto. Che inizia con uno squarcio di inverno del 1937 e finisce con "Tutti gli usi della parola a tutti" mi sembra un buon motto, un bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.

mercoledì, febbraio 21, 2007

Il poeta che voleva spegnere le stelle.
Cento anni fa nasceva H. W. Auden.

Funeral Blues >>

venerdì, gennaio 26, 2007

Semplice, sognante e scalza.
Grazie all'ultimo post di Marco Fossati di Creative Classics scopro che Annamaria Testa ha un sito, il sito che ho cercato invano per molti anni.
Primo: ne sono felicissima, perché i libri di Annamaria Testa sono stati fondamentali per la mia formazione, come immagino per quella di migliaia di altre persone in questo paese, scarsissimo di comunicatori che sappiano (e vogliano) comunicare e trasmettere il proprio mestiere.
Lei lo ha fatto quando ancora non lo faceva nessuno: la mia prima edizione del La parola immaginata, quella pubblicata da Pratiche, è del 1988 e ha i bordi ingialliti.
Non c'era ancora internet e le parole di quel piccolo libro furono per me come un ruscello d'acqua nel deserto. Mi rimase per la sua autrice soprattutto un grande senso di gratitudine, che poi mi ha spinto a leggere tutti i suoi libri, compreso il meno noto ma piacevolissimo Leggere e amare, 21 storie di donne sul filo dell'alfabeto.
La parola immaginata rimane per me il più bello, seguito a ruota da Le vie del senso, libro denso e sottile, quasi più pieno di immagini che di parole.
Secondo: ho ricevuto da questa signora della pubblicità l'ennesima lezione.
Un sito sobrio, semplicissimo, con tutte le parole che servono e non una di più. Annamaria Testa
Aperto: pubblica le recensioni dei suoi libri, ma ci contraccambia con i testi degli articoli che ha pubblicato negli ultimi anni.
Una biografia stringata, che ha molto da insegnare a tanti siti e blog senza pudore nelle autolodi sperticate e nelle autopresentazioni altisonanti (e magari così blindati e così fifoni quando si tratta di condividere i propri testi o linkare qualcun altro).
Due sole fotografie, in sintonia perfetta con questo stile. Non bellissime: occhi in su, in una posa un po' buffa e sognante, semplice e scalza sotto un arco di casa, col giardino sullo sfondo.
Bella forza, direte voi: la Testa è una grande, una che degli orpelli può elegantemente fare a meno e può pure permettersi le foto caserecce.
Altrettanto vero che difficilmente si diventa grandi nascondendosi dietro gli orpelli.

Sul MdS leggi anche:
La parola pubblicitaria.

Lezioni africane.
Negli stessi giorni in cui lo scoprivo, presa nella lettura di uno dei suoi libri più famosi, uno scrittore moriva.
Io non lo sapevo. Sono stata molto in treno: tanto tempo per leggere, poco e niente per navigare e per postare.
Quindi è stato solo ieri sera tardi che ho scoperto che Ryszard Kapuscinski è morto martedì scorso in un ospedale di Varsavia.
Non avevo neanche ancora conosciuto la sua faccia, ma mi è immensamente dispiaciuto, come quando una persona se ne va all'improvviso e tu ti rendi conto che avresti voluto conoscerla meglio. Di uno scrittore però ci restano i suoi libri e io ho letto solo Ebano. Proseguirò quindi la conoscenza, al di là del tempo della vita di Kapuscinski su questa terra.
Il primo incontro è stato curioso. Qualche mese fa ho infatti letto Autoritratto di un Ebano, Ryszard Kapuscinskireporter, furbesco pasticcio editoriale di quelli oggi tanto in voga: una serie di brevi brani estrapolati da tutti i suoi libri e rimessi in ordine in diversi capitoli. Un insieme davvero sconnesso e traballante, che non gli rende minimamente giustizia ma mi ha fatto intravedere cosa potesse essere il "vero" Kapuscinski, la sua forza narrativa quando il testo non è ridotto a brandelli.
E così mi sono comprata Ebano, una serie dei suoi reportage sull'Africa, dagli anni '50 a oggi.
Un libro per il quale si potrebbero spendere mille aggettivi, ma alla fine l'unica cosa che pensi è che tutti dovrebbero leggerlo. Dai giornalisti che non sanno andare oltre gli stereotipi delle stragi tribali e degli occhi di un bambino affamato agli studenti (le poche pagine della Lezione sul Ruanda sono un'esemplare lezione di storia contemporanea), fino ai nostri politici, che soffrono spesso di comodi e personalissimi mal d'Africa.
Impossibile non pensare a un altro grande narratore di popoli, persone, terre e guerre: Tiziano Terzani.
La presenza di Terzani la senti forte in ogni pagina, la sua voce narrante è inconfondibile, ti sembra di vederlo ridere, imprecare e strizzarti l'occhio mentre leggi. Vedi, e al tempo stesso dell'autore vivi in diretta pensieri, passione, cuore, giudizi e ironia.
Kapuscinski è diverso. Di Terzani ha la stessa profondità di cultura e di studio, la Ryszard Kapuscinskistessa curiosità verso l'essere umano che è come te ma vive in luoghi e condizioni tanto diverse dalle tue, la stessa pazienza di viaggiatore senza limiti di tempo, capace di lasciarsi sorprendere ogni giorno da ciò che succede.
Ma è capace anche di scomparire, di diventare in qualche momento solo un occhio che ti guida: dall'immensità tutta uguale del deserto al particolare di due fari che bucano la notte come gli occhi infuocati di un animale misterioso.
Persino le imboscate, i momenti in cui si sfiora la morte o si assiste alla morte vengono raccontati senza enfasi, quasi con distacco.
Distacco verso di sé e le proprie emozioni, ma un coinvolgimento sottile e profondo verso gli esseri umani che incontra lungo la strada. Persone raccontate una per una, con la loro piccola storia, il loro nome, la loro età. Quelle persone in cammino che le telecamere riprendono sempre in massa, e quelle che le telecamere non riprenderanno mai perché troppo lontane, fuori dal mondo. Come quelle delle montagne dell'Etiopia centrale:
"Sono montagne di roccia erosa, color del bronzo e del rame, dalle cime così lisce e piatte che potrebbero servire da aeroporti naturali. Sorvolandole in aereo vi si scorgono casupole di argilla senz'acqua né luce. Viene istintivo chiedersi come faccia la gente a starci, di che viva, che cosa mangi e come mai si trovi lì. Nelle ore meridiane la terra vi raggiunge temperature da altoforno, brucia i piedi, riduce tutto in cenere. Chi ha condannato degli esseri umani a quell'atroce esilio sotto le nuvole? E perché, per quali colpe? Non ho mai avuto l'occasione di arrampicarmi fino a quei borghi sperduti per cercare risposta, né qui sull'altopiano ho mai trovato qualcuno in grado di dirmi qualcosa di quella gente: ne ignoravano perfino l'esistenza. Quei disgraziati sotto le nuvole vegetavano ai margini dell'umanità, nascevano all'insaputa di tutti e sparivano, presumo precocemente, anonimi e sconosciuti."
Il sito di Kupuscinski è in polacco e per ora non sono riuscita a trovare molto per placare il mio desiderio di approfondire questo scrittore appena conosciuto e appena andato via.
Quindi grazie all'agenzia di stampa Misna, l'unica a informarci su quello che avviene nel sud del mondo, e grazie a un bel post, ricco di link, del blog fogliedivite 2.2, che leggo sempre e non ho mai ringraziato.

"Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell'immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura."
Susan Sontag

sabato, dicembre 30, 2006

Nutrimenti poetici.
"Ogni giorno della tua vita leggi poesie. La poesia è buona perché esercita muscoli che non usi abbastanza spesso. La poesia espande i sensi e li riporta a condizioni primordiali. Fa sì che tu ti renda conto del tuo naso, del tuo occhio, del tuo orecchio, della tua lingua, della tua mano. E, dopo tutto, la poesia è metafora compatta o similitudine. Tali metafore, come i fiori di carta giapponesi, possono espandersi all'esterno in forme gigantesche. Le idee si trovano ovunque nei libri di poesia, benché io abbia sentito raramente gli insegnanti di scrittura creativa raccomandare di darci un'occhiata."

Ray Bradbury, Come trovare una musa e nutrirla, in Lo zen nell'arte della scrittura

Sono sempre affascinata dalla vitalità e dal vitalismo degli scrittori americani quando parlano del loro rapporto con la scrittura. Che siano professionisti geniali come Stephen King o grandissimi scrittori come Jack London o lo stesso Bradbury. O Carver.
Ti parlano prima di tutto di vita quotidiana e cose molto concrete, di soldi che mancano, bambini che piangono, ore in lavanderia con il taccuino in mano, lavori e lavoretti per mangiare in attesa che arrivi la grande occasione. Occasione che, come in ogni storia che si rispetti - dopo tanti rifiuti -, per il protagonista che non ha mai perso speranze e fiducia, inevitabilmente arriva.

sabato, novembre 18, 2006

Gli essenziali di Kerouac
1. Scribbled secret notebooks, and wild typewritten pages, for your own joy.
2. Submissive to everything, open, listening.
3. Try never get drunk outside your own house.
4. Be in love with your life.
5. Something that you feel will find its own form.
6. Be crazy dumbsaint of the mind.
7. Blow as deep as you want to blow.
8. Write what you want bottomless from bottom of the mind.
9. The unspeakable visions of the individual.
10. No time for poetry but exactly what is.
11. Visionary tics shivering in the chest.
12. In tranced fixation dreaming upon object before you.
13. Remove literary, grammatical and syntactical inhibition.
14. Like Proust be an old teahead of time.
15. Telling the true story of the world in interior monologue.
16. The jewel center of interest is the eye within the eye.
17. Write in recollection and amazement for yourself.
18. Work from pithy middle eye out, swimming in language sea.
19. Accept loss forever.
20. Believe in the holy contour of life.
21. Struggle to sketch the flow that already exists intact in mind.
22. Don't think of words when you stop but to see picture better.
23. Keep track of every day the date emblazoned in your morning.
24. No fear or shame in the dignity of your experience, language and knowledge.
25. Write for the world to read and see your exact pictures of it.
26. Bookmovie is the movie in words, the visual American form.
27. In praise of Character in the Bleak inhuman Loneliness.
28. Composing wild, undisciplined, pure, coming in from under, crazier the better.
29. You're a Genius all the time.
30. Writer-Director of Earthly movies Sponsored & Angeled in Heaven.

Jack Kerouac, Belief & Technique For Modern Prose: List of Essentials, da una lettera Don Allen, in Heaven & Other Poems, 1958

PS Mi piacerebbe molto - e mi farebbe un gran bene - tradurre questo manifesto portatile di Kerouac, magari una al giorno. Qualcuno lo avrà già fatto magnificamente, ma queste 30 frasi sono così belle, intense e piene di risonanze che le metto tra i miei esercizi di traduzione. Insieme ad altri piccoli brani, poesie, canzoni.

martedì, novembre 07, 2006

Ryszard e Tiziano.
Quando mi arriva una scatola di libri, come oggi, è difficile resistere alla tentazione di sfogliarli tutti.
Avevo molto da lavorare, quindi ho dovuto persino spostarli di stanza per non averli sotto gli occhi.
Ora però una scartabellata l'ho data: all'introduzione delle Mille e una notte e all'Autoritratto di un reporter di Kapuscinski. Autore, quest'ultimo, che conosco molto poco, ma che mi ha incuriosito.
Sono saltata di qua e di là, ma una cosa mi ha colpito molto e riguarda alcune affinità con Tiziano Terzani:

  • la grande difficoltà e fatica di scrivere: niente è facile per i grandi, ogni volta la pagina bianca è uguale a un muro insormontabile
  • l'ossessiva e inguaribile passione per la storia: senza conoscere il passato, le sue geografie e le sue persone, è impossibile raccontare il presente.

Mi domando se queste cose alle scuole di giornalismo le insegnino, ma mi sa di no. Perché sono cose scomode e difficili in un mondo in cui il marketing deve presentare tutto come facile facile, altrimenti nessuno apre il portafoglio.

venerdì, ottobre 20, 2006

Il taccuino di Susan.
Lo posto, per voi e per me, così me ne ricordo: l'inserto Domenica di Repubblica dedica quattro pagine agli appunti di un taccuino inedito di Susan Sontag. Appunti privatissimi, sinceri, belli, sconnessi e spesso disperati.
Più una serie di splendide fotografie lungo tutta la vita della Sontag, dai capelli neri alla ciocca bianca, alla suprema criniera candida.

PS il sito dedicato a Susan Sontag.

lunedì, settembre 18, 2006

Anna e Oriana.

"Uhm! Boh! Mah! 'Sta roba da intellettuali! Oria': non faccia l'intellettuale, sia intelligente, ma che pensa di me?"

"Io penso... io penso che lei sia un grand'uomo, signora Magnani."

Le due battute conclusive dell'intervista di Oriana Fallaci ad Anna Magnani, pubblicata sull'inserto Domenica del Sole 24 Ore di ieri.

PS Una nutrita rassegna stampa su Oriana Fallaci la trovate qui.

mercoledì, settembre 13, 2006

Chi ben conversa, cambia direzione.
Henri Matisse, Conversation, 1910, Hermitage.

Sabato e domenica sono stata al Rifugio Stella d'Italia sopra Folgaria al primo ritiro degli istruttori della Palestra della Scrittura. Su cosa sia successo lì, lo leggerete e lo vedrete sul sito della Palestra.
Il tema che mi era stato assegnato erano le prospettive della scrittura professionale nell'epoca dei social media e della "grande conversazione".
La parola "conversazione" mi ha quindi impegnata parecchio, prima e durante.
Mentre me ne tornavo in treno, l'ho reincontrata in una lettera di J. Hillman all'interno del suo libro-intervista Cent'anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio.
Le considerazioni dello psicologo junghiano mi hanno aiutata parecchio a mettere a fuoco l'idea di cosa sia una "buona conversazione" in una rete in cui tutti ormai parlano e spesso blaterano.
"Una buona conversazione ha presa: ci apre gli occhi su qualcosa, ci fa drizzare le orecchie. Una buona conversazione lascia degli echi: più tardi, nel corso della giornata, nella nostra mente si continua a parlare; e il giorno dopo ci si ritrova ancora a conversare con quello che è stato detto.
... E' necessario ripensare a cosa è la conversazione. Il termine significa 'cambiare direzione con', tornare indietro, invertire il movimento, e probabilmente ha a che fare con l'andare avanti e indietro con qualcuno o qualcosa, voltandosi e dirigendosi verso lo stesso terreno dalla direzione opposta. Una conversazione fa cambiare direzione alle cose. E per ogni conversazione esiste un 'verso' un rovescio, un lato opposto.
... Per questo lo stile delle nostre conversazioni deve essere un po' sconcertante, cambiando la direzione prevista di un pensiero o di un sentimento. Ed è per questo che dobbiamo parlare con ironia, e perfino con scherno, con sarcasmo. Magari scioccando anche: perché la coscienza arriva attraverso un piccolo shock di consapevolezza, tenendoci sul filo, acuti, desti, e un pochino di traverso."

giovedì, luglio 27, 2006

Le parole di Tiziano 1.
Credo di aver letto tutti i libri di Tiziano Terzani, a partire da quella rivelazione che fu Un indovino mi disse, ormai molti anni fa.
Ma ho indugiato parecchio prima di comprare e cominciare La fine è il mio inizio. Non so se per paura di un'operazione commerciale post-mortem o per non sciupare quello che per me è stato il vero congedo di Terzani, lo sguardo sull'Himalaya e sul mondo alla fine del suo ultimo giro di giostra.
Invece anche questa lunga e sofferta conversazione riserva delle sorprese. Nelle prime 100 pagine, la sua infanzia fiorentina e il rapporto con la scrittura.
Rapporto difficile, scrittura faticosa, soprattutto agli inizi. Giovane corrispondente di giornali prestigiosi quali Il Giorno e Der Spiegel, Terzani cincischiava per giorni con titoli e incipit, mentre i suoi colleghi scrivevano pezzi su pezzi.
Stupisce - oggi che le sue parole ci avvincono e ci hanno fatto conoscere tanto oriente e occidente - che lui si sentisse più storico e studioso che scrittore. Terzani poteva scrivere solo dopo aver letto, visto con i suoi occhi e riflettuto tanto. Tutto, fuorché la penna facile. Una penna che doveva prima nutrirsi di fatti e di idee.
"Il mio modo di operare è di leggere tanto, leggere tanta storia. Vedrai che la mia biblioteca è piena di libri sull'Indocina e la storia coloniale, perché era così che mi orientavo. Mi portavo dietro i libri o tornavo a casa e leggevo.
Il fatto di oggi lo devi mettere in un contesto o non capisci niente. Per questo prepararsi è importantissimo. Se non capisci la storia non capisci l'oggi. Se fai la cronaca racconti delle balle, racconti quello che vedi al microscopio quando invece ci vuole il cannocchiale. La formazione di un giornalista non è certo facile ed è per questo che sono contro tutte le scuole di giornalismo. Fanno il contrario di quello che dico io perchè ti insegnano le tecniche, ti insegnano come incominciare un pezzo, come finirlo bene, come mandarlo svelto. Ci vuole invece una preparazione eclettica e quella te la devi fare da solo con una cultura che viene dalla storia dall'economia e che non impari nella facoltà di giornalismo."

domenica, marzo 05, 2006

I post di Primo Levi.
Il libro che mi tiro dietro in questi giorni nello zaino è L'altrui mestiere, una raccolta di brevi articoli che Primo Levi ha pubblicato negli anni sulla Stampa. Talmente brevi che stanno bene nei tempi della metropolitana, mentre aspetto che cominci una riunione, alla fermata dell'autobus.
Levi non ha conosciuto internet, ma ha conosciuto i primi elaboratori di testi, cui dedica un paio di belle pagine.
Non so perché, ma alcuni di questi articoli mi hanno fatto pensare ai blog. Anzi, ora che ci penso credo di saperlo: non tanto per la brevità e concisione dei singoli articoli, ma perché in ognuno di essi lo scrittore, la persona, la letteratura, la quotidianità, i diversi mestieri e i diversi piani trascorrono l'uno nell'altro. E perché il pretesto per la scrittura è spesso qualcosa di minimo, anche solo una sguardo diverso su una cosa di tutti i giorni, un pensiero che passa e che viene fermato in parole dando l'avvio ad altre immagini, ad altre parole. Un po' come qualche volta avviene con i post.
Qui Levi racconta con grande semplicità come l'essere chimico l'ha aiutato ad essere scrittore, qualcosa di molto concreto:
"L'abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevederne le proprietà e il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e di concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose. La chimica è l’arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia. C'è poi un patrimonio immenso di metafore che lo scrittore può ricavare dalla chimica di oggi e di ieri, e che chi non abbia frequentato il laboratorio e la fabbrica conosce solo approssimativamente. Anche il profano sa cosa vuol dire filtrare, cristallizzare, distillare, ma lo sa di seconda mano: non ne conosce la 'passione impressa', ignora le emozioni che a questi gesti sono legate, non me ha percepita l'ombra simbolica. Anche solo sul piano delle comparazioni il chimico militante si trova in possesso di una insospettata ricchezza: 'nero come...'; 'amaro come...'; vischioso, tenace, greve, fetido, fluido, volatile, inerte, infiammabile: sono tutte qualità che il chimico conosce bene, e per ognuna di esse sa scegliere una sostanza che la possiede in misura preminente ed esemplare."

PS Una bella pagina su Primo Levi e la comunicazione.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Le parole di Ernest.
Da una newsletter che ho ricevuto or ora:

"He has never been known to use a word that might send a reader to the dictionary."
William Faulkner (about Ernest Hemingway)

sabato, febbraio 04, 2006

Sulla strada, istantanee in 17 sillabe.
Giovedì pomeriggio, durante la seconda lezione sulla scrittura che ho tenuto nell'ambito degli incontri di orientamento della Bocconi, ho letto alcuni haiku del poeta giapponese del '600 Basho.

sera:
tra i fiori si spengono
rintocchi di campana

**********************

della frescura
faccio la mia casa,
e qui riposo

Era un modo per mostrare ai ragazzi la potenza della parola concentrata della poesia e la sua capacità di contenere in pochissime parole interi mondi emotivi. "Linguapiena" come la definisce il poeta australiano Les Murray, opposta alla "linguastretta" del linguaggio consunto dei media.
E ieri, sulla pagina della cultura del Corriere della Sera c'era una bella recensione di Elisabetta Rasy al Grande libro degli haiku, monumentale raccolta appena pubblicata da Castelvecchi. Vicino un articolo di Fernanda Pivano sugli haiku di Jack Kerouac.*
A tre secoli di distanza, Basho e Kerouac scrivevano haiku viaggiando e fermando con le parole, su un taccuino, il passaggio di un'impressione, un'immagine portatrice di emozioni destinate a sparire in un soffio, con il prossimo paesaggio, i prossimi passi, il calar del sole.
Brevi e leggeri, gli haiku hanno una struttura rigorosa - spiega la Rasy -: tre versi di cinque, sette, cinque sillabe, e il riferimento costante alla natura, nell'indicare la stagione, una pianta, un animale. "Un lampo verbale di estrema precisione, in cui lo sguardo, l’emozione e la parola si saldano senza residui, cristallinamente."
Lampi che sembrano contenere in sé tutti i valori che Calvino indicava per la letteratura del terzo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Luoghi strettissimi, in cui la poesia apre verso paesaggi e sensazioni di sconfinato respiro.

* Sul Corriere online gli articoli rimangono solo una settimana: copiate e incollate.

PS Un haiku di Kerouac:

Nightfall,
too dark to read the page
too cold.


mercoledì, ottobre 05, 2005

La parola cantata, da Saffo a Vasco.
Non sono solo canzonette, ma lo strumento espressivo perfetto per le nostre emozioni, lo specchio del nostro modo di essere nel mondo.
E' partito da lontano, il professor Roberto Vecchioni lunedì sera all'
Auditorium Parco della musica.
Ha fatto prima ascoltare un canto australiano, molto simile a quelli che millenni fa gli uomini cominciarono a cantare per sentirsi più vicini al divino e in sintonia con il ritmo dell'universo. E' passato dalla Grecia del VII secolo, dove il "canto naturale" diventa "canto culturale": Archiloco è il rock, Saffo la melodia. Tutto parte a lì.
Ma il secolo della canzone è quello appena finito, il Novecento. Come molti, non avrei mai immaginato che Come pioveva, un dialogo semplice tra due persone che parlano il linguaggio di tutti i giorni, fosse del 1918. Semplice e moderno, come i colloqui di Gozzano.
Da una "canzone gozzaniana" alla lettura di Volare come il simbolo della vita di un uomo: prima si crede di poter fare tutto da soli, sempre più su, sempre più in alto; poi i sogni svaniscono, ma il blu del cielo diventa quello degli occhi di una donna, e si vola lo stesso, ma senza cadere.
Il professore parla, tira fuori i suoi lucidi, confronta i testi: prende il
Roxi Bar di Vasco e il Bar Mario di Ligabue, li confronta riga per riga, il bar della solitudine e il bar della condivisione.
Parla della lingua metafisica di De Gregori, di quella impressionista di Carmen Consoli, che ci porta verso un'altra canzone italiana, tutta in laboratorio, che ancora non conosciamo.

sabato, settembre 17, 2005

Già vent'anni.
Domani saranno passati vent'anni dalla morte di Italo Calvino.
La nostra azienda del servizio pubblico gli dedica sul suo sito un ricco
dossier multimediale e una trasmissione su Rai 3, naturalmente tardissimo.

giovedì, settembre 15, 2005

La penna limpida di Levi.
Qualche giorno fa, navigando, sono incappata in un bellissimo testo di Primo Levi, intitolato Perché si scrive, tratto dal volume di saggi L'altrui mestiere.
Levi elenca e approfondisce nove motivi, da "perché se ne sente l'impulso" a "per abitudine".
Sono rimasta colpita ancora una volta dalla sua lingua così pulita e semplice, dal lessico preciso da scienziato umanista, dagli aggettivi giusti.
"Ruvida e greggia", per esempio, è l'angoscia che lo scrittore scaglia "sulla faccia di chi legge" quando è preso dal dolore e dall'ansia. Ansia e dolore da lasciar decantare e filtrare sulla pagina con lentezza e discrezione "altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé."

mercoledì, giugno 01, 2005

Hemingway.
Nel suo Business writing Alessandro Lucchini cita un lungo brano di Hemingway per esemplificare come immedesimarsi nel lettore e far vedere le cose dal suo punto di vista. Nel primo dei Quarantanove racconti, "La breve vita felice di Francis Macomber"  durante un safari in Africa, uno dei personaggi riesce a mettersi nei panni del leone e a prevedere le sue mosse.
E' curioso, ma stamattina ho ricevuto una newsletter dedicata ai copywriter in cui si cita un altro brano tratto da Hemingway come ispirazione per i copy:

"Nick put the frying pan on the grill over the flames.
He was hungrier. The beans and spaghetti warmed. Nick stirred them and mixed them together. They began to bubble, making little bubbles that rose with difficulty to the surface. There was a good smell. Nick got out a bottle of tomato catsup and cut four slices of bread.
The little bubbles were coming faster now. Nick sat down beside the fire and lifted the frying pan off. He poured about half the contents out into the tin plate. It spread slowly on the plate."

  1. dipingere una scena nei particolari, scegliendo parole che fanno appello a tutti e cinque i sensi e alternando i punti di vista, in modo da suscitare emozioni e desideri in chi legge
    c'è tutto: il tegame, le fiamme, i fagioli, gli spaghetti, le fette di pane, il piatto; c'è il calore, il movimento e il profumo, mentre lo sguardo delle scrittore di sposta alternativamente dal tegame al protagonista
  2. essere precisi e specifici
    ogni cosa - dai fagioli al piatto - è chiamata col suo nome, cose concrete e quotidiane, non astratte
  3. usare le ripetizioni
    se "vediamo" la preparazione di un piatto così semplice, il merito è tutto della triplice ripetizione "bubble"
  4. sottolineare i benefici di un prodotto e mostrare le reazioni piacevoli del consumatore
    "He was very hungry ... He took a full spoonful from the plate (of beans and spaghetti). 'Chrise,' Nick said, 'Geezus Chrise,' he said happily. He ate the whole plateful before he remembered the bread. Nick finished the second plateful with the bread, mopping the plate shiny. prosegue il racconto
  5. raccontare storie
    tutti amiamo le storie, e impariamo attraverso le storie; bevissime in uno spot di 30 secondi, articolate e dettagliate in un case study.


Una serata romana per Anam.
Da oggi, 1 giugno, i romani che hanno amato e amano Tiziano Terzani possono ritirare gli inviti gratuiti per partecipare alla serata "troviamo ciò che ci unisce" che gli sarà dedicata il 15 giugno al Teatro Ambra Iovinelli.
Da oggi fino al 7 in alcune librerie e negozi, dal 9 al 15 direttamente presso il teatro. Alla serata, che sarà presentata da Serena Dandini, parteciperanno la famiglia Terzani e gli amici. Sarà proiettato il video Anam, il Senza nome la cui versione DVD ha scalato in questi giorni tutte le classifiche di vendita di prodotti editoriali.
I dettagli pratici sia sul sito dedicato a Terzani, sia su Immagina.

sabato, gennaio 15, 2005

La parola a due scrittrici.
E' uscito il numero 18 della rivista Sagarana, a mio parere la migliore rivista letteraria in rete. Tra le tante cose interessanti, due scritti di due scrittrici sulla scrittura: Susan Sontag e Clarice Lispector.
A quest'ultima rubo un paio di citazioni:
"Dobbiamo modellare le nostre parole finché non diventano l’involucro più elegante dei nostri pensieri."
"Trovo che il suono della musica sia indispensabile all’essere umano e che l’uso della parola parlata e scritta sia come la musica."

martedì, dicembre 28, 2004

Regalo di Natale.
"Suppongo che il dubbio iniziale che paralizza chi sta per iniziare a scrivere sia
sintomo di un’altra paura: quella di sapere se saremo comunque in grado di farlo. Ma solo scrivendo – concedendo a noi stessi questa sfrenata libertà - si capisce qual è davvero la nostra voce e il nostro respiro."
La citazione è tratta da una lunga intervista di Luca Lorenzetti a Melania Mazzucco. L'autore di Scritturacreativa.com l'ha inviata insieme alla sua newsletter il giorno di Natale. Una bella idea e un bel regalo.



giovedì, novembre 18, 2004

Il DNA di 300 scrittori.
Lo segnala Alice e, vista l'eccezionalità dei contenuti, rilancio su questo blog: la rivista newyorkese The Paris Review pubblica da ora fino al prossimo luglio 300 lunghe interviste ai maggiori scrittori del Novecento. Tutte liberamente consultabili nel minisito in formato pdf, come quella a Simenon, oppure in formato audio, come quella a Hemingway.


domenica, novembre 07, 2004

Un pomeriggio diverso dal solito.
Venerdì pomeriggio ho tenuto un intervento al congresso Il silenzio e la parola. La luce. organizzato da NetOne, rete internazionale di comunicatori e operatori dei media "per un mondo unito".
Ho avuto moltissimi spunti di riflessione su internet e il mio lavoro da una prospettiva un po' diversa dal mio solito punto di vista molto professionale e funzionale, e soprattutto ho dato un volto e una voce a
Giancarlo Livraghi, presente con una lunga intervista filmata su un tema che gli è caro: l'umanità dell'internet.
Solo alcuni stralci, dai miei appunti:
"L
a rete assomiglia a un sistema biologico. Perché prima di tutto è fatta di persone, la rete è fatta di persone non di macchine. Se prendessimo tutte le macchine che ci sono e togliessimo le persone la rete sparirebbe, non ci sarebbe più; ma se togliessimo tutte le macchine e lasciassimo le persone, s’inventerebbero sicuramente qualcosa e rifarebbero la rete. La rete sono le persone. E sono le persone che hanno, ognuno un po’ a modo suo, scoperto che possono interagire fra di loro, da uno a uno, in gruppi, gruppetti, forum, liste..."
"
Se andiamo a guardare i piccoli, si scopre che in mezzo all’Africa, che è una delle cose peggio governate che siano mai esistite nella storia, c’è gente che sta facendo delle cose straordinarie, e di cui non ne parla nessuno, bisogna andarle a scoprire! E questo non è vero solo in Africa ma anche a trecento metri da qui. Io credo che la grande risorsa in questo momento sia il piccolo, la grande somma di tante cose piccole, e capita che l’Internet sia uno strumento abbastanza adatto proprio per questo, per agire molto bene su piccola scala."
"La tecnologia deve essere tenuta in rigorosa schiavitù: dobbiamo abolire la schiavitù umana e mantenere in assoluta, incrollabile schiavitù le macchine. Le macchine non hanno diritti civili, non hanno nessun diritto di farci perdere un millisecondo! Dovrebbero funzionare molto meglio, se non funzionano cacciatele via. Non dobbiamo avere nessuna compassione per le macchine: devono tacere, obbedire ed esserci utili o andare a ramengo..."







martedì, ottobre 19, 2004

Saggezza per blogger.
Oggi ho comprato su una bancarella un libro ormai introvabile di Raffaele Crovi sulla scrittura creativa, Parole incrociate (Piemme 1995).
Crovi è stato un pioniere dei corsi di scrittura creativa in Italia, a partire da quelli famosissimi del Teatro Verdi di Milano, cui ha lavorato tanto anche Giuseppe Pontiggia.
Traggo dal libro una citazione, che vale oggi specialmente per noi blogger malati di narcisismo:
Nel vostro apprendistato di scrittori fidatevi dell'autobiografia: i ricordi, le confessioni, le annotazioni diaristiche, se organizzati con sincerità, precisione e concisione, aiutano a ricostruire la memoria personale, come una scena storica, gli avvenimenti individuali come episodi di favole esemplari, i sentimenti delle persone conosciute come modelli di psicologia e gli imprevisti della vita quotidiana come meccanismi romanzeschi. Scrivendo un'autobiografia o costruendo un diario bisogna tenere, tuttavia, presente che ogni storia è un dialogo tra una creatura e altre creature, tra sé e gli altri: solo se si evitano il solipsismo e la recita narcisistica, si può trasformare la nostra storia in una "commedia umana".






sabato, ottobre 09, 2004

Bivio.
"La vita è un cammino. Io ho scritto L'ultimo giro di giostra per dire a chi verrà dopo di me e avrà degli acciacchi, delle malattie, dei problemi... ehi, guarda qui c'è una buca oppure se sul tuo cammino trovi un bivio con una strada che va in alto e una in basso, scegli sempre la strada che va verso l'alto".
Dall'Infedele su Tiziano Terzani, in onda sulla 7 mentre sto scrivendo.



lunedì, aprile 19, 2004

Papà Tim.
Sarà perché è il papà del web, ma nel mio immaginario Tim Berners-Lee era fino a pochi minuti fa un vecchio e saggio signore. Il paladino di un web accessibile, aperto, luogo di scambio di esperienze soprattutto umane.
Una sua citazione apre la mia presentazione sulla scrittura per il web:
“Avevo (e ho) un sogno, che il web potesse essere meno un canale televisivo e più un mare interattivo di conoscenza condivisa. Immagino un caldo e amichevole ambiente fatto delle cose che noi e i nostri amici abbiamo visto, sentito, creduto o immaginato. Mi piacerebbe che rendesse più vicini i nostri amici e colleghi, sì che lavorando insieme su questa conoscenza, possiamo ricavare una migliore comprensione”.
Ora che ha vinto il prestigioso Millennium Technology Prize, scopro che ha solo quattro anni più di me e che ha uno sguardo bello e aperto come le sue idee.





martedì, dicembre 02, 2003

L'ultima revisione: ...

L'ultima revisione: l'ascolto.
Ultimamente ho letto vari libri di scrittori che parlano del loro lavoro: Da dove vengono le storie di Kureishi, Lettere a un aspirante romanziere di Vargas Llosa, Il lettore allo specchio di Yehoshua. Ieri mi sono comprata Raccontare, resistere, una lunga conversazione di Bruno Arpaia con Luis Sepúlveda.
E' un libretto fatto in economia, praticamente senza margini, ma di quelli che puoi stropicciare, leggere in metropolitana, buttarlo in borsa e farci Raccontare, reistere, di L. Sepulvedapure le orecchie. Penso che Sepúlveda non sia un grandissimo scrittore, però i suoi libri sono piacevoli e lui una persona molto simpatica, con una vita avventurosa, che ha attraversato molti paesi e molte lingue.
Stamattina scendendo dal treno ho fatto l'orecchietta alla pagina in cui Sepúlveda racconta di come fa l'ultima revisione dei suoi libri: li legge tutti a voce alta, con un registratore davanti, dall'inizio alla fine, e poi si risente. Una conferma, per me, di come sia importante ascoltare il "suono" della parola scritta. Per uno scrittore di racconti e romanzi, ma anche per noi che scriviamo per lavoro.

"Li leggo per intero davanti al microfono e poi li riascolto: lì sì che ti rendi conto del vero valore delle parole... E' come realizzare il vecchio desiderio di ogni scrittore, quello di avvicinarsi a una persona che non si conosce e raccontarle una storia, anche molto lunga. Il sogno di ogni narratore che si rispetti è quello di essere capace di mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore per tutto il tempo della storia. Se, quando registri e ascolti, senti che l'attenzione cade, vuol dire che nel libro la tensione cade dieci volte di più, perché la parola scritta non ha la vitalità del racconto orale. Quella è la correzione definitiva, quella che non mente. Se correggi sul testo scritto, tu stesso finisci per lasciarti incantare dalle parole che hai usato o dallo sviluppo che ha preso un'idea, ma il momento della verità, l'ora fatidica, las 'cinco de la tarde', viene quando ascolti."

Io il registratore sul lavoro lo uso, soprattutto per registrare conversazioni e riunioni o fare interviste a colleghi, un grande aiuto nel caso di argomenti nuovi o complicati. Registrare mi permette di non prendere appunti, ascoltare meglio, guardare il mio interlocutore, concentrarmi sull'argomento. Poi riascolto, sbobino, scrivo e riscrivo.

giovedì, ottobre 30, 2003

Futuro.

"E' una caratteristica molto umana quella di brancolare nel presente arzigogolando sul futuro senza accorgersi che è già cominciato e viene a cena da noi."
Luigi Pintor, I luoghi del delitto, Bollati Boringhieri 2002


domenica, ottobre 12, 2003

Le poche buone regole di George Orwell.

  • Never use a metaphor, simile or other figure of speech which you are used to seeing in print.
  • Never use a long word where a short one will do.
  • If it possible to cut out a word, cut it out.
  • Never use the passive when you can use the active.
  • Never use a foreign phrase, a scientific word or a jargon word if you can think of an everyday English equivalent.
  • Break any of these rules sooner than say anything outright barbarious.

    In italiano:

  • Non usare mai metafore, similitudini o altre figure retoriche che sei abituato a vedere sulla stampa.
  • Non usare mai una parola lunga se puoi usarne una corta.
  • Se puoi tagliare una parola, tagliala sempre.
  • Non usare mai la forma passiva quando puoi usare quella attiva.
  • Non usare mai un'espressione straniera, un termine scientifico o gergale quando c'è un equivalente nella lingua quotidiana.
  • Rompi queste regole prima di dire qualcosa di tremendo.

    Mi sono ricordata delle 6 splendide e sempre attuali regole sulla scrittura enunciate nel 1946 da George Orwell nel saggio Politics and the English The American Conversation and the Language of JournalismLanguage dando una scorsa al piccolo e-book di Roy Peter Clark sulla scrittura giornalistica (il download è gratis). Un testo dal titolo The American Conversation and the Language of Journalism, utilissimo anche a chi scrive per lavoro e per il web. Clark è un famoso docente americano di scrittura giornalistica, tra i più autorevoli editorialisti del sito del Poynter Institute.

  • lunedì, settembre 22, 2003

    Shalom.
    La prossima settimana (lunedì 29 settembre) partecipo alla presentazione del libro di Eloisa Mondoblog alla libreria Mel di Roma: penso sia per questo che in questi giorni mi capita spesso di pensare al senso e alla funzione del blog. Non in generale, ma per me.
    Stasera, dopo aver incrociato per un lunghissimo istante gli occhi color del mare di Amos Oz, mi sono data una delle tante risposte. Sono uscita dalla libreria Feltrinelli e mi sono detta: "Arrivo a casa e me lo bloggo". Mentre camminavo accanto al Pantheon ho semplicemente pensato che bloggo *anche* per condividere le emozioni che danno le parole e gli incontri con gli scrittori e i lori libri.
    Emozioni condivise da molti se stasera eravamo centinaia, stretti stretti, ad ascoltare un signore anziano venuto da Gerusalemme, con la faccia scavata, un sorriso dolce, uno straordinario senso dell'umorismo.
    Fino all'ultimo momento ho temuto di non farcela: alle 17.35 mi chiamano per una pseudoriunione, annuncio che ho un impegno e solo cinque minuti a disposizione, ma si fanno le 18, arraffo lo zaino, corro per i corridoi e per le scale, metro al volo, sbuco a piazza di Spagna e marcio veloce fino a piazza Argentina, dove nella libreria mi trovo davanti un muro umano di tutti i generi e tutte le età.
    Mi innervosisco... che faccio, me ne vado? e possibile che anche in un posto così ti ritrovi le solite signore pronte ad assestarti una gomitata pur di raggiungere la prima fila? Per fortuna c'erano i libri (reparto storia) e per fortuna - pur continuando a non veder niente - si sono levate le voci.
    Quella di David Meghnagi che ha raccontato l'ultimo libro di Oz Una storia di amore e di tenebra, e poi la sua, con il lessico inglese perfetto, il vocabolario ricco, la dizione scandita degli israeliani colti.
    Hanno letto lo stesso brano tutti e due, prima Oz in ebraico, poi Meghnagi in italiano. E' stata una bella idea, anche se in sala forse soltanto due o tre capivano l'ebraico: ascoltare gli scrittori leggere i propri libri dà sempre delle chiavi, anche quando non capiamo il significato, e io mi sono cullata nel ritmo di Oz, nelle gutturali e nelle aspirate della lingua ebraica. Non capivo niente, ma l'ambiente e il battibecco familiare, i discorsi in cucina, le conversazioni telefoniche mi arrivavano comunque. Una famiglia, questa volta, non contemporanea, ma della prima generazione di emigranti in Israele, dagli anni quaranta in giù, fino alla fine del settecento, in un volume insolito per il suo alto spessore.
    Famiglie in conflitto, la Palestina come appartamento con due famiglie litigiose, la letteratura per capire un conflitto e una famiglia: l'intreccio per Oz è inestricabile ed è alla letteratura che fa ricorso per dare la sua lettura del conflitto arabo-israeliano e di un possibile sbocco di questa open-ended situation.
    Un finale aperto, come nei drammi: ma un dramma che può finire come in Shakespeare, con un palcoscenico pieno di cadaveri, di morti "con il punto esclamativo"; oppure secondo le prescrizioni del dottor Cechov, con mille compromessi, stanchi, spossati, ma vivi, con l'opportunità di ripensare, di cambiare, di vivere finalmente in maniera diversa.
    I personaggi di Una storia di amore e di tenebra, con il loro umorismo yiddish, sono cechoviani - come il loro autore -, divisi tra l'amore inconfessabile per l'Europa perduta e quello quasi autoimposto per la nuova patria. Europei veri e cosmopoliti nell'Europa dei nazionalismi, che parlavano e scrivevano in almeno sei o sette lingue diverse. Una di loro, la nonna di Oz, amava ripetere: "Quando non ti restano lacrime per piangere, allora è arrivato il momento di cominciare a ridere".
    Una battuta che porto con me nella calda notte romana, assieme alla mia copia autografata de La scatola nera.
    Sul frontespizio: Shalom. Amos Oz.
    Shalom.














    venerdì, agosto 29, 2003

    I have a dream, quarant'anni fa.
    Ieri, 28 agosto, ricorreva il quarantennale del discorso I have a dream, che Martin Luther King pronunciò sulla scalinata del Lincoln Memorial a Washington.
    La BBC ha dedicato all'anniversario un bel dossier, in cui potete rileggere il discorso per intero. Discorso che viene citato e studiato in tutte le facoltà e le scuole di comunicazione americane, soprattutto per mostrare ed esemplificare il valore della ripetizione nella redazione dei discorsi: I have a dream... Let freedom ring...

    martedì, luglio 22, 2003

    Due maestri.
    Oggi il Corriere della Sera ripubblica un breve scritto di Indro Montanelli sul mestiere di giornalista. Breve, brevissimo, ma dentro c'è tutto: il linguaggio, l'etica, il rispetto per il lettore. Sintassi piana, pochi aggettivi, neanche mezza metafora o frase fatta.
    Leggendolo, ho rivisto la figura segaligna del suo autore e mi sono ricordata di un altro maestro scontroso e segaligno, ma piccolino: Luigi Pintor.
    Anche lui ha scritto le quattro leggi di un buon giornale: sono andata a ripescarle su Infocity e ho riletto anche quelle.
    Ma Pintor mi commuove non solo per l'efficacia e l'umiltà del giornalista. Mi ricordo dei suoi libri, che raccontano vite intere in meno di cento pagine. E mi ricordo di chi me li ha regalati e mi ha fatto scoprire questo grande scrittore dolente di piccoli libri preziosi.







    sabato, giugno 28, 2003

    Dueparole parla di Don Milani.
    M. Emanuela Piemontese ci segnala l'uscita del numero giugno-luglio di dueparole, il giornale di facile lettura per i "lettori dimenticati" (cliccate su Novità in home page).
    Come sempre, politica, attualità, sport, cultura con articoli dal linguaggio semplice e accessibile davvero a tutti.
    Nella sezione Cultura, diversi articoli su Don Milani, brevi ma utilissimi per richiamare la vita e l'opera del prete insegnante di Barbiana.
    Rubo a dueparole una sua bellissima citazione:
    "Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie.
    Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi.
    La parola è la chiave fatata che apre ogni porta.
    Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua."
    Inutile dire che la parola "etimologia" è esemplarmente spiegata, insieme ad altre, nel glossario che chiude la rivista.











    sabato, giugno 21, 2003

    Occhi di ghiaccio, spirito gentile.
    Paul AusterMartedì sera spiaccicata contro una ringhiera, ieri sera mi ritaglio un piccolo spazio in una pedana rialzata, in mezzo a migliaia di altre persone che da due ore sono lì ad aspettare
    Paul Auster. Arrivo all'ultimo momento, parcheggio il motorino e corro su per le scale a cercare il posticino conservato per me. Solo il tempo di due chiacchiere, poi il buio e il silenzio scendono su Massenzio.
    Mentre aspetto le parole e le note, mi accorgo di cosa ho alla mia destra: un collage, un capriccio di epoche e di stili, quali solo Roma sa regalare. Gli archi della basilica, il campanile medievale a loggette, la facciata rinascimentale bianca di marmo, e sotto il foro romano.
    Lo scrittore dagli occhi di ghiaccio ha una voce calda, uno spirito attento e gentile: annuncia i nomi dei musicisti senza sbagliare un accento, racconta la trama del suo prossimo libro in un inglese perfetto e ben scandito, perché tutti lo seguano e lo capiscano. E quando arriva al punto clou del racconto, comincia a leggere per noi il suo testo ancora inedito. E allora ci trascina nel suo mondo narrativo così familiare, eppure ogni volta così diverso, scatole di storie nelle storie, decenni che si rincorrono in ricordi e fotografie, vite spezzate da un evento apparentemente insignificante quale il crollo di una grondaia... devo ricordarmi la sua voce e il suo ritmo quando leggerò il libro.
    Finale concitato: siamo una vera folla davanti al tavolino dove Auster firma i libri. Ma lui è attento a firmare ogni copia nel posto giusto, esattamente sotto il titolo, sul frontespizio. E per ognuno di noi, fugacemente, alza lo sguardo e sorride.

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