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Il blog del Mestiere di Scrivere
link, note e riflessioni sulla scrittura (professionale e non)
lunedì, settembre 07, 2009

Tagli al parcheggio



L'azienda ospedaliera informa la gentile utenza che il parcheggio è gratuito.
Si informa la gentile utenza che il parcheggio è gratuito.
Il parcheggio è gratuito.
Parcheggio gratuito.


mercoledì, settembre 02, 2009

Aggettivi in viaggio



Nel mese di agosto ho fatto lunghi viaggi in treno su e giù per l'Italia e senza assilli lavorativi me li sono goduti a pieno per leggere e ascoltare.
Ho letto delle storie complicate e appassionanti, come Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy e La famiglia Winshaw di Jonathan Coe, più un bel numero di gialli della parigina Fred Vargas e dei coniugi svedesi
Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Ancora, le bellissime memorie di Ernesto Ferrero sui suoi anni alla casa editrice Einaudi.
Ho anche ascoltato tante trasmissioni radiofoniche che mi ero scaricata nei mesi scorsi. Tra queste le mitiche Conversazioni sullo scrivere che Giuseppe Pontiggia tenne su Radiotre negli anni novanta.
Di Pontiggia, morto nel 2003, ho letto solo il romanzo autobiografico Nati due volte (da cui Gianni Amelio ha tratto il film Le chiavi di casa) e i tanti articoli che scriveva negli ultimi anni per l'inserto domenicale del Sole 24 Ore.
E' stato un grande insegnante di scrittura popolare, perché per anni ha tenuto le sue affollatissime lezioni e letture al Teatro Verdi di Milano.
Anche le conversazioni radiofoniche sono proprio per tutti, vere guide alla lettura prima ancora che alla scrittura, riflessioni intorno alle parole precise, quelle realmente necessarie, inviti a limare instancabilmente i testi, valutando le mille diverse alternative che abbiamo di fronte quando scriviamo.
Ben tre trasmissioni sono dedicate agli aggettivi. Un esempio per tutti: l'aggettivo felice.
Una parola di sole sei lettere, che contiene in sé uno stato di pienezza, senza condizioni e senza limiti, perché si possono vivere momenti felici persino nel dolore.
Che succede se scriviamo molto felice? Aggiungiamo una parola, e mettiamo un limite, un perimetro a quella iniziale illimitata felicità.
E il superlativo felicissimo? Pura formula, che riserviamo nelle presentazioni a chi non ci interessa affatto.
E se aggiungiamo un altro aggettivo: e vissero felici e contenti? Il sigillo della fiaba, sempre uguale, cui non si presta più attenzione perché la vicenda che ci ha tenuto col fiato sospeso si è ormai risolta.
La lezione di Pontiggia: aggiungere non sempre rafforza, più spesso diluisce; meglio prima provare a togliere.


lunedì, agosto 31, 2009

Tante parole per nulla



Ieri la Stazione Centrale di Milano era un vero bivacco e dopo un po' ho capito perché: la stazione è in ristrutturazione, le sale d'aspetto erano chiuse (tranne il Club Eurostar), i due unici sordidi baretti non offrivano neanche un posto a sedere.
Nel weekend con bollino rosso, quello del grande rientro, solo poche e scomodissime panche nella stazione della seconda città italiana. In compenso le parole sul cartellone che sbarrava la sala d'attesa erano davvero tante, complicate, in gran parte inutili:

La sala d'attesa è chiusa per il completamento dei lavori di riqualifica della Stazione.
Invitiamo i gentili passeggeri a voler usufruire delle panche posizionate nelle aree comuni.
Al termine dei lavori saranno introdotte nuove forme di accoglienza in Stazione per offrire alla clientela possibilità adeguate e diffuse per l'attesa.


venerdì, maggio 08, 2009

Genova per me



Dopo un'intensa maratona formativa, sono in attesa in aeroporto e come ogni volta che lascio questa città mi chiedo perché mi dispiace così tanto andar via.
Forse perché devo a Genova
- io viaggiatrice superpianificata - l'aver finalmente imparato a perdermi, come ho poi fatto anche in altre città.
La mia prima esplorazione dei carrugi - senza cartina, senza guida e senza orologio - mi ha lasciato dentro una nostalgia strana, come quei sogni dai quali al mattino ti svegli con la certezza di aver vissuto qualcosa di importante e di unico, da annotare subito per non dimenticare.

venerdì, ottobre 03, 2008


Un weekend con i giornalisti di tutto il mondo

Tra i miei buoni propositi della ripresa post-vacanze, il più fermo era quello di non farmi fagocitare troppo, e soprattutto non da subito, da attività immediatamente produttive e di dedicare più tempo allo studio e agli eventi interessanti.
Lo sto mantenendo, visto che in pieno giorno lavorativo sono in treno, filando verso Ferrara, dove oggi e domani sarò al Festival di Internazionale con Giovanna.
Date un'occhiata al programma e se siete da quelle parti, fate un salto.

PS
È la prima volta che posto dal treno e ancora mi sembra una specie di stregoneria.

martedì, settembre 16, 2008



Spiacevoli sensazioni


Ore 10.30

Leggo sul sito di Repubblica i risultati del nuovo sondaggio IPR Marketing: la popolarità di Berlusconi sale al 60%, schizzano verso l'alto anche Maroni, Carfagna e Gelmini.
Ore 13.00
Sono in motorino e mi fermo a leggere i manifesti del PD ancora umidi di colla: Salva la scuola. Salva l'Italia.

Io non appartengo a quel 60% entusiasta del premier, ma così - ferma in mezzo alla strada, con su ancora il casco - quel tono drammatico, da cassandra, da portasfiga, così in distonia rispetto al sentire comune, sui manifesti del PD mi è sembrata una cosa da masochisti, l'altra metà del suicidio.
E così, di pancia, mi ha fatto rabbia.
Io non capisco evidentemente nulla di comunicazione politica, ma possibile che tra le parole tranquilli-cipensoio e le parole-oddìo-sullorlodelbaratro non ci siano più altre parole?

giovedì, giugno 12, 2008

Il plain language del gelataio.
Ieri, seduta al tavolino di una delle migliori gelaterie romane, non ho potuto fare a meno di ammirarne una soluzione comunicativa un po' originale.
Un discreto cavalierino al centro di ogni tavolo riportava da una parte la comunicazione formale: I tavoli sono riservati al servizio con cameriere. Dall'altra la comunicazione popolare, in plain language: Non ci siede al tavolo con coni e coppette.
Certo, forse bastava la seconda, magari meno perentoria, oppure la versione in italiano e quella in inglese, ma l'idea della "versione spiccia" mi ha divertita.

sabato, maggio 17, 2008

Train language.
Al convegno Web senza barriere si è giustamente molto insistito sull'accessibilità intesa come esigenza di tutti, non solo dei disabili, perché tutti possiamo trovarci in difficoltà nella fruizione di un sito web in diversi momenti della nostra vita e per i motivi più diversi.
Di qui la necessità di scrivere chiaro, secondo le buone regole del plain language: sintassi piana, lessico semplice ma preciso, formattazione del testo che guida e aiuta la lettura.
Ti chiedi allora perché questi sensatissimi principi non vengano applicati nella comunicazione al cittadino tout court, non solo sul web. Insomma, perché non si scriva e non si parli con chiarezza in situazioni in cui ascolto e leggibilità non sono facilissimi. Per esempio nelle stazioni e nei messaggi dati dagli altoparlanti.
Nella metropolitana milanese (e sicuramente in tutte le altre) il segnale rosso della sirena è accompagnato da questa scritta: "A segnale attivato, abbandonare la stazione." Scritta abbastanza misteriosa per chi conosce poco l'italiano e ancor più difficile da comprendere in una situazione di emergenza. Non era meglio "Se si accende la sirena rossa, lasciare subito la stazione"?
Sempre in stazione, altra scritta misteriosa presente nello spazio informativo in testa a ogni binario: Ind. sussidiarie... non credo che oggi l'italiano medio conosca il significato dell'aggettivo "sussidiario". Le "indicazioni sussidiarie" sono semplicemente le fermate intermedie. Basterebbe scrivere "il treno ferma a...".
Una volta sul treno, i messaggi dati attraverso l'altoparlante sembrano a volte provenire da un altro pianeta. Ma l'annuncio cui non riesco mai ad abituarmi è quello che raccomanda di portare con sé il biglietto anche quando si va al bar "per il servizio di controlleria da parte del personale di bordo".

venerdì, febbraio 08, 2008

Libri in treno/2
Sono cinque anni che pubblico i Quaderni sul MdS, e li considero lo strato più profondo e più ricco del sito. Costano un sacco di fatica agli autori e a me in termini di editing e impaginazione, ma dai numeri da capogiro dei download ormai so quanto sono apprezzati.
Uno però è il long seller in assoluto (so che non è il termine adatto, visto che i Quaderni non si vendono, ma si regalano): Mappe mentali e scrittura di Umberto Santucci.
Penso quindi che farà piacere ai suoi lettori sapere che Umberto ha raccolto in un libro le sue idee e i principali metodi del problem setting, che diversamente dal problem solving, è l'arte non di risolvere ma di definire i problemi. Si intitola Fai luce sulla chiave e lo pubblica Gremese nella collana Fare Azienda.
La tesi è che se definisci bene il problema e i suoi termini, senza andare nel panico, diventa poi molto più facile trovare la soluzione. Insomma, il muro dei problemi va trasformato in una comoda scala in cui ogni gradino è un compito ben preciso verso la soluzione, o il lieto fine.
Sì, proprio il lieto fine, perché il problema è il nodo di ogni mito, il cuore di ogni fiaba. Leggiamo e ascoltiamo solo per sapere come alla fine se la caverà l'eroe.
Per diventare protagonisti della storia, eroi capaci di superare gli ostacoli anche in azienda e nel proprio lavoro di ogni giorno, dobbiamo armarci soprattutto di creatività e fantasia, con l'aiuto di strumenti e di tecniche cui Umberto Santucci dedica la seconda parte del libro.
Dialogo strategico, strategia Oceano Blu, diagrammi e matrici, Swot analisys, outliner, mappe mentali, brainstorming, sei cappelli per pensare e sei scarpe per agire, la farfalla della metamorfosi manageriale, più un buon numero di simulazioni e di giochi.
Gran parte di queste tecniche hanno una cosa in comune: ci fanno "vedere" il problema sotto i nostri occhi, lo disegnano, lo rappresentano in forme e colori.
E' quello che faccio anche io di fronte a un progetto di comunicazione o a un problema testuale. Anche se, lo confesso, mi bastano un grande foglio A3 e una decina di pennarelli colorati.
Questo era il secondo libro che ho letto in treno. Il terzo era Un percorso a zigzag di Anita Desai, che è rimasto a metà. Sia perché mi sono dovuta rituffare nel lavoro, sia perché la celebre scrittrice indiana ormai ha trovato la chiave per il best seller ed è diventata bravissima a variare con abilità su uno schema che sotto sotto mi sembra sempre uguale. Eppure Notte e nebbia a Bombay mi era piaciuto moltissimo.

domenica, giugno 24, 2007

Brevi ed efficaci.
Venerdì pomeriggio scendevo in macchina verso Roma lungo l'Adriatico.
Un po' stanca e imbambolata come quando si va dritti dritti, senza aspettarsi sorprese.
Ogni cinquanta chilometri circa ci ha pensato una grande scritta rossa a scuotermi.
Sempre la stessa:
Autostrada Bologna-Taranto.
20 morti dal 1 gennaio.
Guida con prudenza.

sabato, maggio 19, 2007

Dignità.
Via Nazionale a Roma è una strada commerciale, in questi giorni strapiena di turisti.
I romani in genere camminano veloci e raramente si guardano intorno.
Oggi pomeriggio anche io camminavo veloce, finché sul marciapiede non mi si è parato davanti uno zoo di carta e un giardino fiorito. Coloratissimi, bellissimi.
Alzo la testa, e vedo il padrone di flora e fauna: un barbone scuro scuro, vestito, capelli, barba quasi impastati di terra, sembra uscito dal sottosuolo.
Scure scure anche le mani, che piegano velocissime la carta colorata e la trasformano sotto i miei occhi in leoni, gazzelle, serpenti, cagnolini e tanti altri animali diversi. Finisce il lavoro e lo poggia sulla panchina, senza mai alzare la testa.
Faccio qualche passo indietro, per guardare l'insieme della panchina-palcoscenico-negozio.
"Free offer" è il cartellino che sovrasta il tutto.
La mano mi va d'istinto in tasca, alla mia macchina digitale.
La fermo, la tiro fuori dalla tasca e mi avvicino.
"Prendo un fiore, questo rosa".
L'uomo nero non dice niente, non alza la testa nemmeno ora, continua a piegare freneticamente il nuovo rettangolo di carta colorata.

domenica, gennaio 28, 2007

Don't forget.

Grazie a Dasar, che ha scattato questa foto per le strade di Parigi.

mercoledì, gennaio 03, 2007

Bianco e nero.

Che sul fondo nero i caratteri bianchi non si leggano per niente, soprattutto quando sono piccoli, fitti fitti e con l'impaginazione giustificata sembra far ormai parte dell'abc della comunicazione. Sul web e fuori.
Eppure capita ancora di vedere i pannelli illustrativi dei musei concepiti proprio così, scoraggiando anche il visitatore più volenteroso.
A me è capitato nella riaperta Villa Torlonia a Roma, dove ho passato l'ultima giornata del 2006.
Peccato, perché tutto il resto è davvero perfetto e merita assolutamente una visita. Non mancate di scaricarvi prima le
audioguide in mp3 dal sito della Villa sul portale Musei in Comune, dedicate al Casino Nobile, che ospita il nuovo Museo della Scuola Romana, e alla Casina delle Civette, dove la luce filtra nei mille colori delle vetrate liberty di Duilio Cambellotti.

martedì, marzo 07, 2006

Meno banca, più cavoli.
Che i mercati sono conversazioni le banche se ne sono accorte da un bel po', anche se non è poi così lontana la Barbie bruna in talilleur grigio gessato come testimonial del Credito Italiano. La Barbie non parlava, strabuzzava gli occhi, mi pare con una penna in mano come un'anchorwoman della tv. Ora i dipendenti parlano eccome, uno per uno, come negli spot del San Paolo. Con il loro linguaggio, ognuno diverso dall'altro. Linguaggio di persone. Meno banca, più Francesco. Meno banca, più entusiasmo.
Oggi stavo quasi andando a sbattere col motorino perché il grandissimo cartellone di Conto Arancio ha per un attimo attirato tutta la mia attenzione: Col cavolo ne trovi uno migliore. Cosa? Il mutuo.
Mi è sembrata significativa questa inclusione dei cavoli nella pubblicità della banca, dopo la fortunatissima zucca.
Avevo sempre ammirato l'elegante inclusione di "cavolata" nel testo del Pacco del Diffidente di un sito di e-business quale Esperya, ma lì era un "bottegaio" a parlare, che i cavoli di vende pure...

martedì, febbraio 21, 2006

Breve e intensa storia di Nahir.

Sul sito italiano di Medici senza frontiere, un breve e intenso cartone animato, La mia migliore amica.
Per raccontare ai bambini come vivono i bambini nei campi profughi.
La mostra itinerante Un campo rifugiati in città toccherà sette città italiane nella prossima primavera.
Sul sito, tutte le informazioni per le famiglie e le scuole, più il glossario e presto anche un dossier pedagogico per gli insegnanti.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Risposte romane.
I faccioni dei politici sorridono sui muri della capitale.
E i romani ci scrivono sopra:

I no global al governo?
No, grazie.
Mejo de voi!
(Via due Ponti)

Un'idea diversa.
Avercela!
(Viale Giulio Cesare)

giovedì, ottobre 06, 2005

Dante in metro.
Our complex media day intitolava qualche giorno fa il Poynter Institute un articolo sui media che "consumiamo" ogni giorno, spesso in contemporanea. Dal grande televisore al piccolo lettore di mp3.
Quest'ultimo mi accompagna spesso nei miei viaggi in metropolitana. Mi sembra sempre un po' miracoloso e stregonesco poter stipare nel volume di un rossetto tante parole tra cui scegliere esattamente quelle che ti servono in quel momento.
Di solito ascolto musica o interviste che mi scarico da internet e che non ho tempo di sentire a casa, ma ieri ho sentito un gran bisogno di Dante. Così, da Saxa Rubra a Piramide mi sono ascoltata i primi sei canti dell'Inferno.
Strano, ma la metro si addice a Dante. Perché in mezzo alla gente e ai suoi discorsi senti che la Commedia contiene già tutto quello ti separa da essa e anche tutto il linguaggio che senti intorno a te appena togli le cuffie: i modi di dire che ormai usi senza pensarci, la "dolce stagione" di Leopardi, le foglie che tremano su un ramo di Ungaretti, le metafore più calzanti, le parole più semplici e quotidiane.
Dante, queste parole così semplici, te le fa riscoprire per il solo ordine in cui le dispone:
"Temp’era dal principio del mattino,/e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino/mosse di prima quelle cose belle".
Mattino, cose, belle, stelle.

mercoledì, settembre 21, 2005

Banconi.
E' strano come le città italiane si distinguano anche per la geografia e la morfologia dei loro negozi. Ieri ero a Trieste in un pomeriggio gelato, desiderosa di scaldarmi un po'. Ma i bar triestini sono così diversi da quelli romani, con i loro trionfi di tramezzini. Sono più scuri, più caldi e raccolti, e verso le 7 tutti celebravano il rito dell'aperitivo, con grandi bicchieri e con piccolissimi stuzzichini. E anche le pasticcerie sono diverse: al posto delle meridionalissime paste, molte più praline, come tante perle di tutti i colori. E diverse le enoteche, dove ai banconi ho finalmente trovato il magico equilibrio tra vino e cibo, solitudine e socialità.
Ma la vera differenza l'ho misurata ai banconi di una libreria. Una libreria molto ma molto più piccola di quelle metropolitane, veri supermercati tutti uguali, ai quali mi sono ormai abituata.
Se la libreria Minerva di Trieste mi è sembrata molto più grande e ricca dei supermercati romani, il merito è proprio di quei quattro o cinque banconi "a tema", in cui i libri erano scelti e accostati solo in base alle preferenze del libraio, non certo alle classifiche, alle presenze o promozioni televisive, ai premi letterari, all'ultimo "grande giovane scrittore di turno".
C'erano classici insieme ad autori sconosciuti, libri grandi e piccolissimi, persino strane e introvabili collane di case editrici famose. Tanta diversità, eppure tutto aveva un suo senso, un suo svolgimento.
Mentre esploravo i sorprendenti banconi, il librario spostava e inseriva pensoso altri libri nelle vetrine, inventando per i suoi clienti nuovi percorsi letterari. Poi si è spostato alla cassa, commentando gli acquisti di un signore e illustrando le attività della libreria. "Venga, domani. Presentiamo la guida di Sarajevo" gli ha detto porgendogli "la borsetta" dei libri.

domenica, luglio 17, 2005

Parole in corsa.
Sarà che mi piace tanto camminare perché mi piace tanto scrivere? Ho pensato oggi mentre marciavo di buon passo in una campagna dorata di tramonto.
Questione di allenamento, e questione di ritmo.
All'inizio non ti va, trovi mille scuse per scansare la fatica.
Poi ci sono gli indispensabili riti, senza i quali non cominceresti mai: lo stretching all'aperto, il tavolo in ordine con un mug di caffè al lato del pc al'interno nel tuo studio.
Poi cominci a scaldarti, fai i primi passi, scrivi le prime parole, entrambi non molto soddisfacenti.
Poi prendi il ritmo, e finalmente ci provi gusto.
Ma solo dopo qualche chilometro/pagina le gambe volano e la mano non ce la fa più a stare appresso ai pensieri.
Quando scrivi e quando corri è questione di fiato, di ritmo, di quel magico allineamento tra il corpo e la mente che si prova solo in certi momenti e che ti fa sentire una persona intera.
Quando scrivi leggi le tue parole, quando cammini e corri leggi la natura che hai intorno.
In ogni caso, leggi delle cose vive.

NB "Meditazione camminata" è chiamato il camminare consapevole, in cui ogni passo, ogni respiro, ogni fiore e cespuglio che si incontra è oggetto di attenzione. Quanto tutto questo possa essere utile a conoscersi e a lavorare meglio, lo spiega un testo bellissimo di una specialista di formazione outdoor, Daniela Fregosi.

domenica, giugno 12, 2005

Generazioni.
“Secondo te questi anelli sono anche da uomo? No, perché sono bellissimi.”
Alzo lo sguardo verso lo sbarbatello brufoloso accanto a me che come me sta rovistando tra i cestini pieni di anelli d’argento del negozietto etnico vicino alla fermata della metropolitana.
Mi viene da ridere, ma rispondo seria: “Non lo so, ma sono proprio bellissimi.”
Tanto basta perché lo sbarbatello che potrebbe essere mio figlio si metta a frugare e a disquisire sugli anelli per scegliere quello adatto a lui.
Sarebbe lunga spiegargli che quegli anelli le donne indiane li mettono ai piedi per ogni figlio che nasce. Sono bellissimi, tanto basta.
Stiamo lì vestiti quasi uguali, zaino in spalla, casco in mano, lettore mp3 che spunta dalla tasca, il motorino che aspetta fuori, tra poco magari pure con lo stesso anello.
Così uguali, penso, e invece così diversi.
Così vicini, e invece così lontani.
Li guardo, li sento parlare, questi ragazzini disinibiti che danno del tu a tutti da quando sono nati, e per i quali il problema di rivolgersi diversamente a persone diverse da loro è un problema che non esiste.
Mentre mi rimetto il casco rivedo una bambina silenziosa in un salotto buono, dove parlare agli ospiti non è consentito se non all’inizio e alla fine della visita e dove si dà del lei anche a giovanissime signore.
Eppure i ragazzini di oggi scrivono, scrivono tanto, e scrivono pure alle signore che tengono un sito che si chiama Il Mestiere di Scrivere. Il pensiero che la signora in questione, visto che lavora da un bel po’ di anni, potrebbe anche essere la loro madre quasi mai li sfiora.
”Ciao, sono Tiziiii!”
“Fico, brava, ciao.”
”Bellissimo il tuo sito, l’ho saccheggiato per la tesina della maturità. Ma non pensare che è un plagio, anzi devi essere orgogliosa.”
”Ho un grandissimo obiettivo: essere famosa, diventare una grande scrittrice, scrivere libri che tutti leggono. Ma ho bisogno di sapere come, ho solo quattordici anni. Puoi darmi una mano?”
“Scrivo poesie da tantissimo, ne ho un cassetto pieno. Roba molto emotiva, ma molto bella. Ho un grosso svantaggio, per ora. L’età: ho purtroppo sedici anni.”
“Ti prego, devo sapere tutti i minimi passaggi per pubblicare un libro. Grazie, ciao ciao.”
Voraci, emotivi, eccitati, chiedono tutto, quasi mai si firmano. 
Istintivamente correggerei quelle mail con la matita rossa e blu, facendo loro notare che nessuno prenderà sul serio i loro ardori letterari finché scriveranno mail in quel modo. Ho imparato a non farlo, a incoraggiarli riportandoli però con i piedi per terra.
Ma mi rimane la domanda: perché i laboratori di scrittura creativa e magari di scrittura professionale non li fanno a scuola, a quella età, quando sono così esuberanti, debordanti e fiduciosi in se stessi e nelle parole, invece di farli solo per gli adulti in cerca di brividi creativi?

Mappe virtuali per passeggiate reali.
La carta color arancio-salmone dell'inserto della Domenica del Sole 24 Ore mi ha restituito oggi due bellissimi link:

  1. A literary map of Manhattan del New York Times, sottotitolo "Dove i newyorkesi dell'immaginario hanno vissuto, lavorato, recitato, bevuto, passeggiato e guardato le anatre".
    Oltre 70 luoghi, altrettanti personaggi letterari, altrettante citazioni, altrettanti autori, da esplorare e scoprire sulla mappa con il mouse. Da Henry James a Woody Allen. Più i link alle pagine di archivio del giornale con ritratti degli scrittori e recensioni.
  2. Piccoli, grandi musei, dedicato ai piccoli musei disseminati sul territorio fiorentino.
    La tela del web connette finalmente tante piccole perle che fanno la particolarità del tessuto culturale italiano: quello che un grande storico dell'arte, André Chastel, chiamava "il museo naturale", che coincide con l'intero territorio italiano. Un paese in cui la maggior parte delle opere d'arte sono conservate nel luogo in cui sono nate, spesso esso stesso un'opera d'arte.
    Ma il tessuto virtuale è fatto per essere facilmente trasformato in visite ai musei e passeggiate "reali": schede sulle opere e sul museo, bibliografie aggiornate, itinerari, cartine, orari, prezzi dei biglietti e mezzi pubblici con cui arrivare.

sabato, maggio 07, 2005

A mercoledì.
Con i pantaloni più larghi, le scarpe più comode, lo zainetto in spalla, domattina parto per Torino.
Non vado alla Fiera del Libro da tantissimo, dalla sua prima timida edizione.
Se passate di lì, lunedì alle 14.30 sono alla presentazione del libro La magia della scrittura.
Ci sentiamo mercoledì 11. Ciao a tutti.

sabato, aprile 02, 2005

Colore e dolore.
Stamattina ho realizzato che la grande piazza sulla quale sono puntati gli occhi e le telecamere di tutto il mondo non è troppo lontana da casa mia.
Mi è venuto spontaneo andarci direttamente. Per partecipare a un momento storico e a una delle tante reali conclusioni del Novecento, oltre che di un uomo che ha segnato il secolo in maniera così forte. Ma anche per provare su me stessa - in un'epoca in cui viviamo tutto via internet o in televisione - cosa significa per una volta stare in un luogo vero, non virtuale, in mezzo a molte migliaia di persone, circondata dalle loro emozioni, in attesa di un evento che tutto il mondo aspetta. Sentire voci, incrociare sguardi, percepire sentimenti nel mio vicino.
Ho spento il computer che mostrava sul sito del principale quotidiano nazionale una foto di donne con gli occhi al cielo e le braccia levate e il primo piano di un viso pieno di lacrime. La mano che le asciugava stringeva un rosario.Tempo mezz'ora ed ero a Piazza San Pietro in un primo pomeriggio caldo e dorato. Quello che ho trovato dentro l'abbraccio del colonnato berniniano, che sembrava ruotare intorno a me come una bianca macchina barocca, è stato qualcosa di veramente diverso dalla retorica e dall'emotività "effetti speciali" cercato e filtrato nelle nostre case dalle telecamere. Non ho visto lacrime, né braccia levate al cielo, né gente inginocchiata. Ho visto tante persone come me, famiglie intere, giovani seduti tranquilli per terra a leggere e a pregare, un incredibile numero di carrozzine con bambini piccolissimi, bambini più grandi cui i genitori parlavano del papa come di una persona di famiglia. Mi ha colpito il numero di turisti stranieri che scrivevano su un taccuino, sicuramente il ricordo e le emozioni di una giornata particolare.
C'erano serenità, pacatezza, rispetto. Molti sorrisi, molte parole, ma sommesse, come quando non si vuole disturbare qualcuno nella stanza accanto. Eravamo tantissimi, ma le voci non soverchiavano lo scrosciare dell'acqua nelle due fontane.
Mentre mi allontanavo e passavo in mezzo ai satelliti e alle telecamere, non ho potuto fare a meno di notare - in tanta evidente normalità - la caccia di giornalisti e fotografi al "pezzo di colore": un gruppo di cinesi, un ragazzo pieno di piercing ma munito di bibbia, un drappello di ragazzini francesi con cappellini rossi. In televisione saranno venuti benissimo.

domenica, marzo 06, 2005

Cuore matto.
Di questi tempi il cuore batte sui muri di città e impazza nel mondo della comunicazione.
A Roma, tutta la campagna del candidato presidente della Regione Storace è giocata sullo slogan Una regione governata con il cuore. Un tondo cuore tricolore su sfondo rosso, scelta audace per chi viene da un passato all'insegna del nero. Ai lenzuoloni elettorali si alternano i manifesti del nuovo film di Ozpetek Cuore Sacro. Rosso.
A Bologna, la Regione ha da poco riunito a convegno i suoi comunicatori e gli operatori degli URP. Sotto il titolo: Al cuore della comunicazione. Il valore delle emozioni nei processi di comunicazione pubblica. Colore: rosso.
E intanto, dall'altra parte dell'oceano escono un sito e un
libro dedicati alla nuova frontiera del branding: Lovemarks. The future beyond brands. Rossi.
Perché proporre al cliente un mondo e uno stile di vita non basta più. Devi prima conquistare il suo cuore.
 

sabato, febbraio 19, 2005

Nonsense sui muri.
A Roma siamo in piena campagna per le prossime elezioni regionali.
I muri sono pieni di manifesti, uno sull'altro.  A parte le campagne dei due candidati a presidente della Regione, entrambe molto professionali, il resto è una fiera di facce dai sorrisi forzati e inquietanti e di slogan senza senso.
Eccone un piccolo campione:

"La tua energia. La mia voglia di fare."

"Io ci credo!"

"La tua fiducia al centro del mio impegno."

"I tuoi diritti. Il mio dovere."

lunedì, gennaio 31, 2005

Leggo.
La incontro tutte le mattine all'imbocco della metropolitana, stazione Flaminio. E' alta, bionda, con gli occhiali, imbacuccata, con un cappello di lana in testa e il giubbotto verde fosforescente dei ragazzi che distribuiscono la stampa freepress. Sul suo c'è scritto LEGGO.
E infatti legge la ragazza bionda, appena ha finito di distribuire il suo pacco di leggerissimi quotidiani. Legge pesantissimi volumi che tira fuori dal suo zaino. Poggia lo zaino per terra, ci si siede sopra ed entra nel "suo" mondo di carta.
Oggi era proprio all'ingresso, circondata dai fogli di giornali che vorticavano nel vento, incurante della corrente di folla accanto a lei. Fogli di giornale foderavano anche il suo volumone, così non ho potuto leggere il titolo. Ci provo ogni mattina e non ci riesco mai. Se lo tiene stretto, è tutt'uno con suo libro.

sabato, dicembre 04, 2004

Voli e ritorni.
Lo so, non sta affatto bene andarsene così, senza avvertire che avrei disertato il blog per qualche giorno.
Ma mercoledì mattina il tempo è volato e il mio taxi era sotto casa prima che riuscissi a scrivere almeno "ciao, a sabato".
E così io, dopo quasi trent'anni, per la seconda volta nel giro di meno di un anno sono volata verso l'isola cui appartengo per metà.
Ho ritrovato una lingua familiare che non capisco. Sapori di mirto e miele che hanno avuto l'effetto di una piccola madeleine.
Ho passeggiato e insegnato in una città in cui finalmente non ti senti l'unica donna in miniatura, taglia 38, piede 35 scarso e una statura che non ce l'ha fatta ad arrivare al fatidico 1.60 m.
In un'aula quasi tutta al femminile, di donne che mi assomigliavano, per due giorni ho parlato e sentito parlare di scrittura e parole, testa e cuore, lavoro e famiglia.
E ho scoperto degli angoli di Cagliari che ancora non conoscevo. Dove le scalette, i gradini e le ringhiere la fanno assomigliare un po' a Montmartre. Dove i negozi sono rimasti quelli di settanta, ottanta, anni fa, con gli arredi di legno intatti e perfetti, le insegne nere con le scritte in corsivo dorato.
Stava quasi chiudendo, ma l'antico negozio di cappelli mi ha risucchiata come una magica galleria. Una piccola entrata, un lunghissimo negozio di specchi, vetrine, antiche cappelliere, al centro i banconi di legno, la cassa anch'essa di legno e vetrofanie futuriste.
"Qui dentro ci sono migliaia di cappelli... e noi siamo qui da centoventi anni" mi ha detto fiera, elegante e ospitale la padrona del negozio. Lei, di anni, ne avrà avuti almeno novanta.










domenica, novembre 07, 2004

Cinema dei piccoli.
Non so se sia davvero "il cinema più minuscolo del mondo", ma così ho raccontato ieri pomeriggio al mio compito accompagnatore di quattro anni e mezzo mentre camminavamo sotto i pini altissimi di Villa Borghese. E quando il Cinema dei Piccoli è finalmente comparso, la mia probabile bugia era perfettamente credibile: una casetta di legno dipinta di verde alta non più di sei metri, un buchetto di biglietteria dove a stento si affacciava la testa di un'anziana signora dipinta e ingioiellata come il personaggio di una fiaba, 60 posti e due vasetti di violette sotto lo schermo.
Su quello schermo, in un'ora e un quarto, il film di animazione La profezia delle ranocchie ha concentrato in disegni originali e delicati una storia bellissima di solidarietà, convivenza e amore tra persone diverse, grandi e piccoli, bambini e bambine, esseri umani e animali.



giovedì, ottobre 28, 2004

Trance metropolitana.
E' facile sentirsi improvvisamente stranieri e senza punti di riferimento in una città, la mia, che non è proprio una città, ma un mondo. Fatta di catacombe, di villaggi, di palazzi, di chiese, di parchi, di piazze, di fontane. Persino di piccolissime piazze che contengono immense fontane.
Basta entrare da un'altra parte, sbagliare strada, e non sai più dove sei.
Oppure ti muovi in quartieri che credi di conoscere da sempre e basta voltare un angolo per sentirti in viaggio, come se non fossi appena uscita dall'ufficio, ma appena arrivata in una città straniera, col tuo zainetto sulle spalle, i tuoi piedi per percorrerla, i tuoi occhi per meravigliarti.
Eppure dovevo solo lasciare una busta in una stradina dal nome magico: Vicolo di Orfeo. Sarà stato quel nome, o forse il cortiletto che portava alla silenziosa sala da meditazione, a farmi cadere nella piccola trance metropolitana.
Ma quel trapezio di stradine ordinate ai piedi del grande abbraccio del colonnato di S. Pietro mi è sembrato un villaggio di sogno, tranquillo e sereno come il suo nome: Borgo Pio.
Con le sue case insolitamente piccole e basse per la maestosità cui siamo abituati noi romani e le botteghe specializzate come non se ne trovano più, i banconi di legno, le vetrine confuse come nei paesi di una volta.
Nella vetrina del calzolaio, scarpette e stivali di tutti i colori aspettavano i proprietari. La minuscola ferramenta esponeva grappoli di spago, collane di catene e colonne di barattoli di vernice. Dalla fonderia, specializzata in campane, arrivavano sinfonie di metalli. E infine, mentre l'orologio mi faceva affrettare il passo, il negozio delle icone: non solo madonne sui sottili strati di legno, ma due intere pareti di cartoline, segnalibri, calendarietti, cartelline con l'unico soggetto di Maria e il suo bambino.
Ci tornerò presto. Per completare il sogno.









martedì, settembre 21, 2004

La lettrice
La lettrice prende tutti i giorni la metropolitana per andare al lavoro. Un tragitto breve, che le piace, perché per una mezz'oretta osserva un po' di mondo prima di sedersi a scrivere davanti a un pc.
Ha sempre un libro nello zaino, possibilmente piccolo e non troppo prezioso, perché ci fa rapidamente le orecchiette quando deve scendere di corsa. Ieri ha creduto per un attimo di avere le allucinazioni, perché alla fermata piena di turisti che cercano la strada per i musei sotto la grande cupola ha visto un banchetto pieno di libri. Piccoli, leggeri, con una bellissima copertina, di carta ricliclata. Sono i libri da metropolitana - pensa - quelli che ho sempre sognato di avere. Pochi grammi di carta per intrattenermi anche in piedi in mezzo alla folla.
12 titoli diversi, formato cartolina, da prendere liberamente. 12 copertine parlanti in cerca del lettore ideale: autore, titolo, genere ("racconto pulp", "storia di fine amore", "racconto noir", "racconto del ricordo", "poesia"), durata del viaggio ("1 racconto da 6/7 fermate", "10 poesie, una per fermata", "buona lettura per ogni fermata").
E' il juke-box letterario, spiegano le istruzioni per l'uso. Scegli il tuo libro-canzone e fai partire la musica.
La lettrice sente il soffio di vento del treno che arriva, afferra tutti i libri e li mette nel suo zaino.
Nel mondo sotterraneo ricorda che una giovane filosofa, vissuta in anni difficili, amava ripetere "Quando il mondo diventa troppo buio, apri un libro e riapri il tuo mondo".
E allora infila la mano nella tasca dello zaino e sceglie il suo micromondo per i prossimi venti minuti: ...c'era nell'aria un profumo... di Giovanna Adinolfi, racconto da 9 fermate. E allora svaniscono i poster, le pance, i piercing, le punte appuntite di mille scarpe, e sale un profumo di stanze chiuse, di sentimenti trattenuti, di pudori dimenticati.
Per venti minuti il mondo è un appartamento borghese pieno di libri, dove un professore incupito sogna una donna che rimpiange da anni e che da anni vive solo nel suo ricordo. Ma è la parola scritta a riportarla in vita, sotto forma di una lettera, a pagina 12: "Caro professore, domenica prossima vengo a Milano, a sentire la Messa grande in Duomo. Vieni anche tu. In fin dei conti hai passato gli ottanta, non ti sembra il momento di riconciliarti con Dio? Maria".
Prossima fermata: San Giovanni, uscita lato destro.
La lettrice si congeda da Ambrogio e Maria, scende di corsa, monta sulla scala mobile e pensa che forse anche nel mondo reale una lettera può fare un piccolo miracolo.
Per ricordarsene, una volta a casa, stende un filo tra una maniglia e una sedia e ci appende i piccoli mondi di carta leggera.

 

 

 

 

 

 

 













domenica, settembre 12, 2004

Annuncio.
Offresi lettrice.
Per persone anziane e non solo, che hanno problemi di vista e amano la lettura: per aiutarle a non rinunciare al piacere di leggere.
Un messaggio letto ieri mattina nella bacheca di una libreria romana.




venerdì, settembre 10, 2004

Nostalgia.
"Non è facile per noi europei incontrare oggi Gerusalemme, anche per la paura suscitata dagli atti di terrorismo e dal conflitto in corso. Molti, che pur vorrebbero venire qui come pellegrini o come turisti, vi rinunciano. E' un simbolo della paura che si ha a guardare in faccia le cose come realmente stanno".
E' l'incipit del lungo articolo di Carlo Maria Martini sulla Repubblica di oggi. Un articolo che parla di pace, di convivenza, delle nostre paure e dell'amore sconfinato per una città difficile e bellissima. Mi ha riempita di nostalgia e ho ricordato, tutta intera, l'emozione di quando ho visto apparire per la prima volta le mura bianche di Gerusalemme. Un nastro, una corona di pietra in cui terra e cielo si incontrano.



domenica, agosto 22, 2004

Visioni estive.
Ieri sono entrata a Roma nell'ora più calda dalla parte opposta a quella dove entro di solito. Sarà stato solo questo a farmi avere le visioni o forse l'assenza quasi totale di macchine e di rumore?
Non lo so, ma il Lungotevere era una fresca e interminabile galleria verde, il palazzo d'angolo sotto l'Aventino un castello delle fiabe con merli e bastioni, la Galleria Borghese un merletto bianco vegliato da mostri di marmo lungo tutto il muro di cinta.



sabato, giugno 05, 2004

Mondi di Roma.
Abitare a Roma è una fortuna, di quelle da non dare mai per scontate. C'è sempre una situazione, una piazza, un quartiere, adatti alla sfumatura del tuo umore del momento. Qualche giorno fa ho usato la mia pausa pranzo per andarmi a mangiare un gelato seduta in mezzo ai turisti incantati sotto alle mura vaticane. Appoggiata sullo zaino, occhiali scuri e faccia al sole, ho assorbito voci in tante lingue diverse, racconti e programmi per godersi i pochi giorni di vacanza in una città speciale. Mi sono pure permessa di dare qualche consiglio.
Oggi ho preso una metropolitana vuota per spuntare a Piazza Vittorio, dove appena uscita ti avvolgono i profumi e i colori dell'oriente (tutto insieme: Cina, India, Pakistan, Indocina, Filippine).
E' una Roma forte: forte di spezie, forte di rumori, forte di colori.
Una Roma abbondante: di persone, di bambini, di negozi, di bancarelle, di cose.
Nei negozietti affondi le mani nella bigiotteria coloratissima, incanti gli occhi con l'argento e le pietre che luccicano da tutte le pareti, mille ciondoli appesi per ogni occasione.
Ma bastano di nuovo poche fermate di metropolitana per riemergere in un altro mondo, che oggi ho istintivamante battezzato "l'oriente alla rovescia".
E' quello delle ciabattine giapponesi, due paia per vetrina, a 200 euro l'una. Dei sushi bar inavvicinabili. Dell'arredamento fatto solo di cuscini e di letti raso terra. Di squadratissime tuniche di lino bianco da buttare sopra il costume in spiagge esclusive. Di pochissimi capi appesi con nonchalance in enormi negozi minimalisti. Di pashmine sapientemente accostate a disegnare arcobaleni.








sabato, aprile 17, 2004

Travel notes.
Da un paio d'anni quando viaggio scrivo. Mi porto appresso il mio minuscolo palmare e prendo appunti, giorno per giorno. Non una cronaca di quello che vedo, ma un racconto di quello che mi colpisce. Spesso si tratta di cose minuscole, di particolari.
Quando torno a casa, scarico tutto sul pc, rileggo, correggo e integro.
Ma ho sempre pensato che la cosa bella sarebbe viaggiare, scrivere, e farne un mestiere.

Ora, grazie a una segnalazione di dasar, scopro che esiste un ricco sito dedicato proprio allo scrivere di viaggi: Travelwriting.
Buon viaggio tra le sue pagine e i suoi link.






domenica, marzo 21, 2004

Cambiare strada.
Il nastro di asfalto si srotola chilometro dopo chilometro, aprendo memorie, suscitando pensieri, risvegliando immagini e voci. "Tre ore così non ce la faccio" penso.
E infilo il cd della poetessa con la voce roca ma i versi soavi.
Ascoltando la sua vita dimentico la mia.
"Le cose più vere e sorprendenti non vengono quasi mai dalle nostre scelte, ma da ciò che la vita ci impone" sta dicendo mentre mi accorgo di avere voltato dove forse non dovevo. Verso il paese del pittore che dipingeva corpi come colonne e volti candidi e perfetti come perle.
"Fa niente, cambierò strada" penso.
Così lascio la valle e mi inerpico pian piano verso l'alto.
Il sole del tramonto mi acceca tornante su tornante.
Percorro crinali sottili, affacciati su un mare bianco e morbido di nuvole.
Attraverso stagioni: c'è ancora la neve conservata dall'ombra, rimangono sugli alberi le foglie rossastre, appare ogni tanto il rosa e il bianco degli alberi in fiore.
Passo ponti e fiumi in secca, cave abbandonate, villaggi di pietra senza anima viva.
Faccio la gimkana tra tre regioni diverse, incastonate in pochi chilometri.
E' buio alla fine della mia lunga digressione, ma arrivo puntualissima proprio lì dove devo.













sabato, marzo 06, 2004

Bambini.

Roma, metropolitana A, ore 13.00.
Alla musica dentro i vagoni della metropolitana noi romani ci stiamo abituando. C'è di tutto: gruppi di violinisti tzigani, famigliole intere, ragazzi che nemmeno suonano perché accendono uno strano marchingegno con la musica registrata. A ogni fermata cambiano vagone.
Oggi è salito un ragazzino con la fisarmonica, accompagnato da una bambina piccola e bellissima. Uno sguardo intenso da grande, ma alta come un soldo di cacio. Magra magra, con pantaloncini a zampa di elefante e un'ombra di rossetto sulle labbra. Avrà avuto al massimo quattro anni e mezzo.
La musica è partita e lei si è messa a ballare in mezzo al vagone, piccola piccola e graziosa, su una musica latinoamericana tipo salsa, ritmando i suoi movimenti con il tintinnio delle monete nel bicchiere di cartone di MacDonald che teneva in una mano.
Mentre ci guardava ballando, ho provato a immaginare cosa vedevano quegli occhi, quale visione del mondo dovevano restituirle.
Vedevano facce stupidamente sorridenti ("che carina!), facce assolutamente indifferenti, facce vigliaccamente nascoste dietro un paio di occhiali o dietro un libro, come la mia.
Quando sono scesi, mi sono accostata al finestrino, in tempo per vedere - mentre il treno ripartiva - la bambina strattonata in malo modo lungo il marciapiede.

Roma, stereo acceso in macchina sulla via Flaminia, ore 20,10.
Capito sulla più diffusa radio cattolica italiana, quella che si prende dappertutto.
"Ciao, come ti chiami?"
"Matilde"
"E quanti anni hai?"
"Sette anni e mezzo"
"Che preghiera vuoi dire, Matilde?"
"Un'Ave Maria in latino"
"Prego, Matilde"
"
Ave Maria
Gratia plena
Ave, ave dominus
Dominus tecum
Benedicta tu in mulieribus
....."
"Brava Matilde"
"Posso fare un salutino?"
"Certo, chi vuoi salutare?
"Mia nonna: ciao nonna!"
"Passiamo a un'altra telefonata".
Mentre arrivavo a casa, ho sentito almeno altri quattro bambini recitare alla radio le loro preghiere, tirandole tutte d'un fiato per non dimenticare neanche una parola, oppure con voce impostata, ma invariabilmente con salutini finali a parenti e amici.



























venerdì, febbraio 20, 2004

From the Illegal Art Show.
Roma, fermata della metropolitana Cipro - Musei Vaticani, ore 17.30.


Oggi, nel sonnacchioso e borghese quartiere in cui lavoro, si è svolta la prima edizione romana dell'Illegal Art Show. Una mostra a cielo aperto dove gli artisti possono portare le loro opere di tutti i tipi: multimediali, tradizionali, installazioni, murales, oggetti, foto. Senza chiedere il permesso a nessuno, ma solo mettendosi d'accordo tra loro per gli spazi espositivi.
Si trattava in gran parte di ragazzi giovanissimi, ma non mancava una tranquilla signora che dipingeva fiori e ritratti in mezzo alla confusione. E infatti molte opere venivano create lì per lì, con collage, spray, computer, ma anche con tradizionali pastelli e prospettiva rigorosa.
Io e le mie colleghe siamo scese per toglierci di dosso un po' di polvere comunicativa e farci venire qualche buona idea. Idee che davvero non mancavano: dalle "poesie a portar via" ai collage. Tra questi, "software of the soul", ironico e scanzonato, che avrei visto molto bene a illustrare il sito aziendale. Al posto dell'altisonante Mission, l'astronauta col suo scafandro sulla sommità di una piccola luna. E invece dei clienti sorridenti, tre inquietanti figurette che sembrano uscite da un quadro di Egon Schiele...

La mostra avrà luogo tutti i mesi. Sempre in quel luogo di passaggio che è la stazione della "metro" Cipro.

"Perché l'arte ha bisogno di aria nuova magari con un retrogusto di smog. Perché non c'è nulla di più brutto di vedere un opera imprigionata in un museo. Perché la città è un ambiente con cui giocare. Perché se l'arte ha senso, non dovrebbe volere mediazioni. Per dare a tutti il diritto di mostrare le proprie opere senza passare per le mafie delle gallerie e dei critici d'arte.
Oppure semplicemente: perché?"
[dalla "chiamata alle arti" di Guerriglia Marketing]










giovedì, dicembre 04, 2003

Una lingua è una pat...

Una lingua è una patria.
Ieri sera in treno leggevo le ultime pagine del libro-conversazione tra Arpaia e Sepúlveda. Dopo la letteratura e la politica, lo scrittore cileno parlava del suo rapporto con i diversi paesi in cui si è trovato a vivere e con le diverse lingue in cui parla e legge.
Mi sono molto riconosciuta nella sua valutazione della Germania e dei tedeschi, un paese tutto da scoprire e un popolo su cui pesano troppi pregiudizi e luoghi comuni.
E mi è piaciuto quel suo trovare la patria non in un paese, ma in una lingua: lo spagnolo. Lingua nata tra le montagne della Castiglia, ma vincente nel mondo perché non difensiva, ma "inclusiva", accogliente, capace di adattarsi, di raccogliere mille varianti, di farsi sempre diversa restando se stessa.
Pensavo a questo quando mi sono accorta di colpo che quella lingua inclusiva e dinamica mi stava circondando e cullando, e nella sua dolce versione latino-americana. Nel vagone silenzioso si erano creati due capannelli vocianti: da una parte una vecchia signora che raccontava della Bolivia a una mamma circondata da bel po' di bambini da zittire con infiniti cállate cállate, dall'altra un gruppo di ragazzi con la chitarra, che dalla conversazione sono pian piano passati al canto.
Ci siamo messi tutti a sentire quel concerto improvvisato mentre il treno correva nel buio lungo la via Flaminia.

mercoledì, settembre 24, 2003

Compiti in treno.
Roma, 24 settembre 2003, ore 20.45, treno urbano da Piazzale Flaminio verso la periferia nord.
Il treno affollatissimo che prendo la mattina è semivuoto. Siamo tutti stanchi, silenziosi e un po' assonnati.
Sale un ragazzo molto dimesso, sporco di cantiere, con uno zaino sulle spalle, e viene a sedersi accanto a me.
Ormai riconosco il genere: sono gli uomini dell'est europeo che la mattina salgono sullo stesso treno, appena un po' più puliti, ma non tanto, e poi scendono per andare in punti della città che ormai conosciamo tutti. Lì si affollano a decine ad aspettare il caporale metropolitano che li carica su un camion per portarli nei cantieri dove lavoreranno un'intera giornata in nero, senza sicurezze, per pochi euro.
Mi dicono che non sempre il caporale passa. A volte non passa, il più delle volte ne carica soltanto alcuni.
Il mio vicino si siede, apre lo zaino e tira fuori un libro, nuovo e pulitissimo. Non resisto e guardo la copertina: L'italiano da soli. Lo apre con cura e se lo sistema sulle ginocchia. Poi tira fuori un quaderno a quadretti, una penna e si mette a fare i compiti.







mercoledì, giugno 25, 2003

Il coraggio della semplicità. Troppa, forse?
L' Auditorium di Renzo Piano è già lì da un po'. Ci sfreccio accanto col motorino quasi tutti i giorni, ma quello che vedo dalla strada sono soprattutto le strane coperture, che mi ricordano sempre la corazza dei bacherozzi. Grigi e scagliosi. Insetti giganteschi depositati tra gli alberi.
Oggi però ci sono finalmente entrata dentro e ho scoperto gli spazi immensi ma accoglienti, le sorprese, le trasparenze, le scale infinite dell'interno.
Ti scordi gli insetti, non sai più dove sei, perché lo spazio non è più prevedibile. Si apre verso l'alto, verso il basso e di lato. Una specie di Escher in versione calda e rassicurante, fatta di cotto e di vetro. Con una sala centrale che sembra pulsare e respirare con cuore e polmoni di legno.
E' strano, ma ci stai bene: ti viene voglia di sederti in uno dei cortili o sulle scale, di aprire un libro e di immergerti nella lettura.L'Auditorium di Renzo Piano
Ma oggi non era possibile: troppa gente, troppo rumore, troppi telefonini.
L'Auditorium ospitava Oracle Apps World, manifestazione imperdibile per le aziende di informatica e per le curiosone di eventi di comunicazione in ambito high-tech quali la sottoscritta e le sue colleghe.
Sarà perché siamo abituate alle noiose e prevedibili kermesse del mondo informatico nazionale, ma un evento in perfetto stile USA nel cuore di Roma... come resistere?
Ammiro molto lo stile asciutto della comunicazione anglosassone: mi ha insegnato a liberarmi della retorica e degli orpelli linguistici inutili, mi ha insegnato il valore della sintesi e della brevità, l'importanza dei fatti e dei numeri, l'inutilità di tanti aggettivi e di quasi tutti gli avverbi.
Eppure lo stile adottato da Oracle per comunicare a una platea di oltre 4.000 scafatissimi informatici, clienti e partner i suoi nuovi prodotti e la sua nuova visione del mondo dell'informatica è riuscita ancora a stupirmi per il coraggio della semplicità. Troppa, forse, questa volta. Non lo so, devo pensarci un po' su.
Certo era tanta, forse troppa, la distanza tra gli "happy customers" cui si rivolgeva Oracle e i nostri "Clienti con le loro specifiche esigenze da soddisfare", troppa tra i loro "we help you to save money" e i nostri "tesi nello sforzo di efficientamento", troppa tra i loro "outsourcing is for everyone" e i nostri "l'outsourcing consente ai nostri clienti di focalizzarsi sul loro core business".
Un po' come alla bancarella del mercato del paese - ma in versione very very smart, e del resto il mercato globale e interconnesso non viene spesso paragonato al vecchio bazar? -, due alti manager della multinazionale del software mettono in scena un duetto per spiegare che fare formazione online, tenere sotto controllo persone e costi, avviare un nuovo sistema informatico e mille altre cose è facilissimo: una semplice e amichevolissima interfaccia e zac... è tutto fatto, efficientissimo ed economicissimo. Non lo è ovviamente e lo sappiamo tutti, noi in platea e loro sul palco, ma è lo stile comunicativo che mi colpisce.
E che dire del fascinoso e visionario Larry Ellison, il padre-padrone della Oracle, che passeggia sul palco perfettamente a suo agio, distillando visioni e consigli con voce suadente e pause da attore consumato?
Tanto, forse troppo semplice? Mi viene da dire "Ehi, Larry, sei in una delle città più antiche del mondo, la patria di Cicerone... puoi anche usare qualche parola più difficile, complicare leggermente la sintassi, usare qualche connettivo in più... sai, a noi in fondo piace".
Ma Larry è simpatico, l'auditorium un posto magico, il buffet eccellente. Devo tornarci, con la musica.

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