Libri in treno/2
Sono cinque anni che pubblico i Quaderni sul MdS, e li considero lo strato più profondo e più ricco del sito. Costano un sacco di fatica agli autori e a me in termini di editing e impaginazione, ma dai numeri da capogiro dei download ormai so quanto sono apprezzati.
Uno però è il long seller in assoluto (so che non è il termine adatto, visto che i Quaderni non si vendono, ma si regalano): Mappe mentali e scrittura di Umberto Santucci.
Penso quindi che farà piacere ai suoi lettori sapere che Umberto ha raccolto in un libro le sue idee e i principali metodi del problem setting, che diversamente dal problem solving, è l'arte non di risolvere ma di definire i problemi. Si intitola Fai luce sulla chiave e lo pubblica Gremese nella collana Fare Azienda.
La tesi è che se definisci bene il problema e i suoi termini, senza andare nel panico, diventa poi molto più facile trovare la soluzione. Insomma, il muro dei problemi va trasformato in una comoda scala in cui ogni gradino è un compito ben preciso verso la soluzione, o il lieto fine.
Sì, proprio il lieto fine, perché il problema è il nodo di ogni mito, il cuore di ogni fiaba. Leggiamo e ascoltiamo solo per sapere come alla fine se la caverà l'eroe.
Per diventare protagonisti della storia, eroi capaci di superare gli ostacoli anche in azienda e nel proprio lavoro di ogni giorno, dobbiamo armarci soprattutto di creatività e fantasia, con l'aiuto di strumenti e di tecniche cui Umberto Santucci dedica la seconda parte del libro.
Dialogo strategico, strategia Oceano Blu, diagrammi e matrici, Swot analisys, outliner, mappe mentali, brainstorming, sei cappelli per pensare e sei scarpe per agire, la farfalla della metamorfosi manageriale, più un buon numero di simulazioni e di giochi.
Gran parte di queste tecniche hanno una cosa in comune: ci fanno "vedere" il problema sotto i nostri occhi, lo disegnano, lo rappresentano in forme e colori.
E' quello che faccio anche io di fronte a un progetto di comunicazione o a un problema testuale. Anche se, lo confesso, mi bastano un grande foglio A3 e una decina di pennarelli colorati.
Questo era il secondo libro che ho letto in treno. Il terzo era Un percorso a zigzag di Anita Desai, che è rimasto a metà. Sia perché mi sono dovuta rituffare nel lavoro, sia perché la celebre scrittrice indiana ormai ha trovato la chiave per il best seller ed è diventata bravissima a variare con abilità su uno schema che sotto sotto mi sembra sempre uguale. Eppure Notte e nebbia a Bombay mi era piaciuto moltissimo.
Dritte al bersaglio.

Molto sfizioso uno degli ultimi articoli di A List Apart: in Greatest Copy Shot Ever Written il copy Nick Padmore si è preso la briga di esaminare, uno per uno, i 115 migliori slogan pubblicitari del novecento secondo una serie di parametri: numero di parole, presenza del nome della marca all'interno, tono di voce, completezza grammaticale, presenza di neologismi, figure retoriche.
E' una carrellata interessante, soprattutto se si ha il tempo di vedere il contesto originale dei testi pubblicitari (pagine e video) nella Hall of Fame.
Chi cerca, trova.
Marco Fossati di Creative Classics è tornato a postare dopo una lunga pausa estiva. Nel suo ultimo post, dedicato alle risorse sul copywriting l'indicazione di ben tre libri da scaricare in rete.
Chi è il peggiore?

"Così mi imparo a non comprare più i giornali", mi sono detta stamattina quando la mia amica Giovanna mi ha mandato per email la foto del paginone di Repubblica di ieri con la campagna della Regione Calabria firmata da Oliviero Toscani. Oggetto dell'email: Com'è possibile...
Apro, guardo, leggo, e l'incredulità di Giovanna è anche la mia.
Una tale orgogliosa rivendicazione di calabresità annunciata da un "si" senza accento? Un sì sbagliato, ma anche così visivamente piatto e stiracchiato?
Dubbio: il copy l'avrà fatto apposta? Quella dell'informalità sarà una scelta voluta... dati il font tipo courier new, il tutto minuscolo, la strisciata da evidenziatore?
Il dubbio rimane, ma una certezza si fa strada: se fossi una ragazza calabrese sarei furente.
Peggiori oggi e primi domani sì, ma ignoranti no! Parlate e scrivete per voi.
Semplice, sognante e scalza.
Grazie all'ultimo post di Marco Fossati di Creative Classics scopro che Annamaria Testa ha un sito, il sito che ho cercato invano per molti anni.
Primo: ne sono felicissima, perché i libri di Annamaria Testa sono stati fondamentali per la mia formazione, come immagino per quella di migliaia di altre persone in questo paese, scarsissimo di comunicatori che sappiano (e vogliano) comunicare e trasmettere il proprio mestiere.
Lei lo ha fatto quando ancora non lo faceva nessuno: la mia prima edizione del La parola immaginata, quella pubblicata da Pratiche, è del 1988 e ha i bordi ingialliti.
Non c'era ancora internet e le parole di quel piccolo libro furono per me come un ruscello d'acqua nel deserto. Mi rimase per la sua autrice soprattutto un grande senso di gratitudine, che poi mi ha spinto a leggere tutti i suoi libri, compreso il meno noto ma piacevolissimo Leggere e amare, 21 storie di donne sul filo dell'alfabeto.
La parola immaginata rimane per me il più bello, seguito a ruota da Le vie del senso, libro denso e sottile, quasi più pieno di immagini che di parole.
Secondo: ho ricevuto da questa signora della pubblicità l'ennesima lezione.
Un sito sobrio, semplicissimo, con tutte le parole che servono e non una di più. 
Aperto: pubblica le recensioni dei suoi libri, ma ci contraccambia con i testi degli articoli che ha pubblicato negli ultimi anni.
Una biografia stringata, che ha molto da insegnare a tanti siti e blog senza pudore nelle autolodi sperticate e nelle autopresentazioni altisonanti (e magari così blindati e così fifoni quando si tratta di condividere i propri testi o linkare qualcun altro).
Due sole fotografie, in sintonia perfetta con questo stile. Non bellissime: occhi in su, in una posa un po' buffa e sognante, semplice e scalza sotto un arco di casa, col giardino sullo sfondo.
Bella forza, direte voi: la Testa è una grande, una che degli orpelli può elegantemente fare a meno e può pure permettersi le foto caserecce.
Altrettanto vero che difficilmente si diventa grandi nascondendosi dietro gli orpelli.
Sul MdS leggi anche:
La parola pubblicitaria.



Rss